DANIELE POTO – Metabolizzare il lutto per la perdita di papa Francesco

La palpabile durezza dell’espressione “Morto un Papa se ne fa un altro” ci colpisce e ci sferza con violenza nel trapasso della successione da Papa Francesco e Papa Leone. Eppure il refrain è pertinente e adottato dalla Chiesta cristiana e cattolica per stabilire un congruo principio di successione tra il primo gestore del potere religioso e il nuovo eletto dal conclave. La citazione non è di conio religioso ma neanche un proverbio da strada. Viene da un libro di Verga poco noto ed è stata adottata come espressione corrente anche se ha assunto una derivazione un po’ pesante e deteriore nella vita di tutti i giorni. Oggi comunque rimanda a una continuità che si tramanda da decine di secoli e su cui si fonda la Chiesa ma che, rincorrendo la storia, ci può far trasecolare per la diversità dei protagonisti.
Papi con amanti e figli. Papi cacciati da Roma, più o meno dissenzienti e/o fedeli rispetto agli imperatori. Papi dal brusco rifiuto rispetto alla propria missione (vedi Celestino). Papi crudeli nelle crociate. Papi in condominio.  Papi remissivi di fronte al nazi-fascismo e poi su tutti, con un veloce salto verso l’attualità, l’enorme imprescindibile sagoma del Papa venuto dall’Argentina, venuto a mancare, come già altri suoi predecessori proprio alle porte del Giubileo lasciandoci orfani, sostantivo perfetto per evidenziare il nostro stato di profondo disagio.
Una brusca positiva rottura che, anche dopo la sua scomparsa, lascia una scia lunga di atti e memorie. In direzione di un cambiamento della chiesa cattolica.
Il Papa ci lascia un’eredità profonda che- absit iniuria verbis– potrebbe anche essere definita rivoluzionaria per la carica di innovazioni che introdotto nella Chiesa e sul piano dei comportamenti più che su quello dottrinario.
La sagoma morale di Francesco è un’ombra forte che si proietta sul nostro futuro. Lo sentiamo presente e in rottura con tutte le deviazioni del passato e la scarsa comunicatività dei suoi predecessori. Bergoglio non ha fatto della teologia il punto di forza del suo apostolato ma ha sempre avuto parole chiare rivolte al popolo cristiano più che ai cardinali e alla complessa macchina di San Pietro. Un pastore di anime più che il reggente di uno Stato minuscolo ma potente, anche economicamente. Non a caso è sembrato in difficoltà e in ambasce quando si è imbattuto nel caso Becciu o nelle disinvolte speculazioni londinesi di alcuni suoi collaboratori.
Fateci caso, dal Medioevo in avanti nella storia del Papato ci sono stati Pontefici che hanno avuto come mission la guerra per ribadire il loro potere nelle alterne e contraddittorie vicende dei rapporti con imperatori, re, tiranni e dittatori. Con Francesco il cambio di passo è radicale e perentorio senza cadere nel velleitario mainstream dell’attualità. Toccando corde di assoluta solidarietà anche con i non credenti o i non professanti l’omologa religione di cui è gestore il successore di Pietro.
Significativo e non casuale come, anche per questa importante scadenza del Giubileo 2025, Bergoglio abbia lasciato il segno con un’innovazione senza precedenti: aprire una Porta Santa nel carcere di Rebibbia. Un Papa che ha apparecchiato l’evento e poi non ha potuto animarlo fino in fondo in capo a un anno pieno di trasalimenti, di guerra, di un disperato bisogno di parole di speranza.  Come per le persone che ci sono care, astraendo Francesco dalla sua sfera pubblica, il fedele deve cercare di elaborare il lutto. Un processo che è insieme individuale e collettivo, privato e istituzionale, ovviamente contestualmente dando fiducia non scettica al suo successore Prevost.

Fare i conti con l’eredità di Bergoglio è una missione fattiva e speciale e ricca di frutti. Non a caso Leone ha evidenziato in avvio di pontificato la continuità. Semmai le differenze verranno fuori durante il suo percorso. Un’analisi che ancora non si può abbozzare.
Affrontando il lutto bisogna fare i conti inizialmente con un dolore lacerante, con il senso di una perdita irreparabile. Immersi in un vuoto che tocca molti organi e non solo l’emisfero cerebrale. Un senso di spaesamento e spossessamento ci ha probabilmente colti al momento della notizia del decesso.  Occorre far fronte, non arginarlo e limitarlo ma costruendo una sorta di diga protettiva, una dialettica utile per dialogarci, intessendo un filo intellettuale in cui ci ascoltiamo, non entriamo in depressione ma ci fortifichiamo per resistere o essere resilienti. Così si produrrà un salto di qualità che ci condurrà verso un maturo nuovo equilibrio che ci farà ritrovare d’incanto motivazioni, ragioni, senso della vita.
Un’operazione lunga e laboriosa che ha bisogno di un tempo non quantificabile. Ma dal punto di vista religioso la chiesa cattolica ha braccia larghe per accoglierci in questo rinnovamento spirituale.
La notizia della scomparsa a suo tempo non ci aveva colto di sorpresa, visto il lento declino fisico del Papa. Ma quando mai si è pronti ad accettare il lutto quando anche un nostro genitore ha superato di gran lunga l’età media di aspettativa di vita?
Siamo sempre indifesi rispetto all’improvvisa avversità esistenziale che il futuro ci riserva e davvero troppo proiettati nel presente per pensare che possa capitare anche a noi, ancorché più giovani e meno malati, per una di quelle accidentali sorprese negative che la vita può riservarci.
Accettare l’umanità del dolore, con umiltà, accettare compassionevolmente la nostra intrinseca fragilità. Con la solidarietà del sentimento. Perché quello che stiamo vivendo, che abbiamo già vissuto, che continueremo a vivere, ha toccato milioni di
persone, con numeri importanti, tra il miliardo di quelli che si riconoscono nella religione cristiana di rito cattolico.
La vita va avanti ma ogni tanto occorre fermarla, scalare le marce, diminuire il ritmo frenetico e convulso dei nostri tempi. È anche questo esercizio di spiritualità che si consolida in una preghiera che può anche essere- perché no- profondamente laica.
È quanto sta ribadendo attualmente Papa Leone: frenare, prendersi tempo, allontanarsi da questa velocità che è nociva pratica coattiva. Quanto mai abituale nel mondo degli smartphone e del consumo veloce.
Inoltre non dobbiamo permettere che il dolore si impossessi di noi facendoci sprofondare nella depressione. Io non sono il mio dolore, come non sono il mio cancro, non più incurabile per definizione. Io metto le distanze tra me e il dolore, non per liquidarlo o accantonarlo ma per metabolizzarlo e incanalarlo secondo le regole di una ragionata dialettica.
La partecipazione a celebrazioni, veglie, messe, regala forza perché la condivisione del ricordo rafforza il senso di comunità che spesso manca alla nostra civiltà e rende più leggero, certo non impalpabile, il peso del lutto. Io sono anche la mia memoria e dunque memore di gesti, parole, azioni, appelli del Papa defunto. La sua parola non più attiva vive nelle Encicliche e nei documenti sociali. Non isolarsi vuol anche dire non limitarsi alla preghiera individuale, al rosario ma aprirsi alla comunità pregante in una Chiesa o per tutte le manifestazioni che richiedano una fattiva presenza solidale. Fosse anche una manifestazione di segno laico.

Metabolizzare il lutto per la perdita di Papa Francesco vuol dire riuscire a immagazzinare nella memoria, nel proprio conscio iconico la sua figura facendo ricorso all’intelligenza emotiva. Un’accettazione progressiva, spalmata nel tempo (il tempo come miglior medico). Un’accettazione neutrale che non nega il lutto, lo accetta e non si fa schiacciare dalla sua dolorosa evidenza.
Ecco, le emozioni che devono uscire allo scoperto anche nella comunicazione con gli altri: piangendo, ridendo, schernendosi, mettendo in ballo tristezza, rabbia, vuoto, senso di colpa, ansia, senso di sopraffazione e/o impotenza.
Alle emozioni può essere abbinato un lavoro concreto. Parlare del lutto, scriverne (come stiamo facendo noi ora, cercando lettori). Così il defunto si merita altri verbi. Non quelli al passato ma quelli di un presente storico: Papa Francesco è morto e devo accettarlo ma continua a vivere dentro di me. Parlano le foto, i ricordi, persino le tensioni che ha suscitato e i momenti polemici di quando non è stata riconosciuta la validità di quanto diceva. Una progressione convincente verso l’accettazione non passiva dello stato di fatto che ci porta a superare un tendenziale e regressivo apatico blocco. Senza necessariamente ricorrere al terapeuta questa pratica auto-rigenerante ci fa uscire allo scoperto, ci fa sentire meno soli perché il lutto ha bisogno di essere raccontato e condiviso, non nascosto.
In particolare ci rimangono come preziose eredità le Encicliche Laudato sì del 2015 e Fratelli tutti (2020). Il primo è un invito urgente a prendersi cura della casa comune, il pianeta che abitiamo in una prospettiva che è insieme ecologica sociale e spirituale. “Non c’è tempo da perdere” – ci ha avvisato il Papa buono- perché la situazione può precipitare da un momento all’altro visto che si è rotto (interrotto) il rapporto sinergico tra uomo e natura.
L’interconnessione creata ha un senso profondo perché ristabilisce la connessione tra la crisi ambientale (fare i conti con il cambiamento climatico) e quella etica, umana, sociale ed economica. Si può leggere come una critica radicale al capitalismo diventato turbo capitalismo negli ultimi anni, alla finanziarizzazione dell’economia, alla logica imprescindibile del libero mercato.
Il Papa vede e constata che l’uomo, la persona, è messa all’angolo rispetto agli interessi di un liberalismo sfrenato. Ci dice che non si può difendere la natura senza difendere i poveri e la giustizia. È una sorta di abbattimento dei compartimenti stagni del pensare per restituire alla Chiesa, al mondo, una visione unitaria che metta insieme le questioni irrisolte della spiritualità dell’individuo con ambiente, società, politica. In un ambiente dove convivono piante e animali l’uomo non può ergersi al rango di padrone ma semmai di riflessivo custode della terra. E deve ispirarsi nell’emergenza alle ragioni della sopravvivenza.
Fratelli tutti completa il quadro e chiude il cerchio con il suo forte invito a superare i muri e a costruire ponti di solidarietà, partendo dall’assunto che “nessuno si salva da solo” e che la comunità cristiana è chiamata a un grande sforzo collettivo per uscire dalle secche di questa continua secolarizzazione della società.
È un’enciclica che prova ad abbattere gli steccati rivolgendosi a ortodossi, protestanti, luterani, i cristiani di altre sponde anche geografiche, ma anche ad anime musulmane, buddhiste o induiste per ristabilire la direzione di un possibile cammino comune. Un appello universale alla fraternità e all’amicizia per costruire il mondo del domani: più giusto, umano e solidale.
Il punto chiave è il richiamo alla fratellanza e alla matrice comune del genere umano senza distinzione di religione, dell’ormai abolita razza. Il valore della fraternità sta nell’abbattere gli steccati, spesso artificiali che la società e la politica frappongono tra gli individui. La politica deve necessariamente proporre una visione etica dell’esistenza mettendosi al servizio, senza ipocrisie, dei beni comuni, dei poveri, della pace.
Bergoglio ci ha insegnato a non essere maestri giudicanti. Non è mai saluto sul pulpito per giudicare e condannare, ha dato una decisiva spinta alla Chiesa per essere più vicina alle persone reali e alla loro fragilità battendo i tasti del perdono, dell’accoglienza, di un continuo dialogo.
Guardava alla Chiesa degli ultimi inevitabilmente dei poveri e dunque alle falde reiette della società: i migranti, i lavoratori sfruttati, gli emarginati perché minoranze (sessuali, di colore, di ideologia) cercando sempre un recupero nell’ambito della cristianità. Non rinunciando neanche a parlare agli atei e agli agnostici.
Il dialogo con le altre religioni può essere esemplificato con gli storici incontri con l’Imam di Al-Azhar e con il patriarca ortodosso Kirill. Facendo i conti con le difficoltà dovute alle guerre. Con il russo, stolidamente schierato sulle posizioni di Putin. Con le ovvie difficoltà di dialogo con il mondo ebraico dopo il 7 ottobre 2024 anche se Francesco non ha fatto in tempo a constatare gli attacchi alle chiese cattolica sul territorio di Israele sotto la giurisdizione del cardinale Pizzaballa, a suo tempo indicato come suo possibile successore.
Con il suo stile informale e colloquiale ha reso la Chiesa più vicina alle necessità di tutti. Parole semplici alla portata di tutti.
Ha allargato le porte del Vaticano per una comunicazione franca e diretta, a tratti spregiudicata, non preoccupandosi mai di interpretazioni malevole o maliziose in nome della verità oggettiva.
Bergoglio era un gesuita, il primo Papa gesuita, ma in questo caso modula un’ispirazione francescana con il richiamo al modello del Santo di Assisi: amore universale, umiltà e fratellanza. E Francesco, il Santo, è molto presente nella bibliografia più attuale se nel mese di settembre del corrente anno sono usciti ben quattro libri sulla sua figura e almeno due (autori Barbero e Cazzullo) promettono di scalare le classifiche riportando la religione a un interesse letterario e saggistico primario.
Papa Francesco non a caso ne ha utilizzato il nome perché voleva parlare a tutti e ci consegna nella sua Enciclica un messaggio senza tempo che, cinque anni dopo la sua redazione, conserva una validità immortale. L’uomo, il vicino, l’extra-comunitario è un essere umano da accogliere, non un nemico da temere e da tenere a bada. Nessuno si salva da solo e il prossimo non è solo una figura virtuale ma un essere umano da prevedere e calcolare, non un soggetto con cui fare negativamente i conti assumendo una posizione di difesa.  In fondo quelle del Papa che non c’è più sono parole profetiche mentre siamo immersi nel tunnel-contenitore di Gaza dove la sostanza del genere umano, del riconoscerci come esseri umani è messa in discussione più dello stesso riconoscimento del genocidio.
Nel mondo dei sovranismi e dei populismi il messaggio ca va sans dire è rivolto al marketing della politica che invece, in nome dei valori contrari, alimenta paure, insicurezze, nazionalismi. La cultura del dialogo invece favorisce incontri, collaborazioni, propizia pace, giustizia e pacifica convivenza dei popoli che si sono guardati con diffidenza per troppe generazioni.
Francesco ha vissuto gli anni in un mondo sconvolto dalle guerre e ha rivolto un continuo appello al deporre le armi sul versante russo-ucraino o israelo-palestinese. Tutto il suo pontificato è stato attraverso da questa macroscopica preoccupazione. Ed è stato sostanzialmente inascoltato dalla politica, se non addirittura volgarmente bollato come putiniano anche se è risultata ovvia la sua equidistanza da una guerra che ha avuto scaturigini profonde e ben documentabili.
Basti rileggere i suoi appelli, quasi domenicali, dal balcone di San Pietro, le continue raccomandazioni distribuite nei suoi faticosi viaggi all’estero. Avrebbe anche voluto onorare con un viaggio l’anniversario del consolidamento della dottrina della Chiesa con il primo Concilio di Nicea in terra turca (325, esattamente 1700 anni fa) ma le sue condizioni declinanti di salute alla fine non gliel’hanno permesso. È un viaggio che Papa Leone si è ripromesso di fare per ribadire il senso di continuità nella storia della Chiesa.
Un Papa di tempi straordinari Bergoglio. Perché quelli che hanno vivamente toccato l’Europa trascinandola in vaghe ma pur concrete minacce di una possibile terza guerra mondiale erano segnali che non si manifestavano da ottanta anni. Praticamente dal luttuoso sganciamento delle bombe su Hiroshima e Nagasaki e la resa dei tedeschi e dei giapponesi.
Ottanta anni senza conflitti mondiali anche se la lava del bellicismo non ha mai smesso di mandare segni di vita. Persino gli anni della guerra fredda e degli opposti schieramenti avevano creato un blocco granitico di non belligeranza.
Si creavano crisi che venivano in qualche modo risolte con la logica di compromesso delle grandi potenze: Stati Uniti e Urss. Quando la seconda non ha avuto più questo nome, conseguenza dello sgretolamento del comunismo del Patto di Varsavia evidentemente i rapporti di forza sono cambiati creando l’erosione della diplomazia e l’insorgere di crisi e di crescenti conflitti i cui primi prodromi sono stati lo smembramento delle Jugoslavia e il successivo bombardamento di Belgrado da parte di forze Nato su ovvio in put degli Stati Uniti. Curioso oggi rimpiangere la “non belligeranza” degli anni della guerra fredda che allora veniva vista come un periodo estremamente conflittuale. Ma niente a che vedere con le tensioni sovranazionali odierne…
Ora invece il fronte è caldo. Mentre metabolizziamo il lutto ci troviamo inevitabilmente a riflettere lungamente su quanto il messaggio pacifista sia stato inascoltato, minimizzato dai mass media, esorcizzato come un grido sterile di fronte alla logica delle armi, quella poderosa spirale che fa sì che la produzione delle stesse alimenti il Pil e, contemporaneamente, auto-alimenti il grado di intolleranza delle nazioni. Consapevolmente riflettendo sui guasti creati dal capitalismo, più spesso nella versione attuale del turbo capitalismo, constatando le vittime lasciate per strada. Perché alle vittime della guerra si aggiungono le vittime della povertà strisciante di chi non ha lavoro e vive ai margini della società. Perché anche dei reietti, degli ultimi della terra (v. Frantz Fanon) bisogna preoccuparsi.
La religione con Francesco non ha invaso i territori della politica ma ha provato a dialogare con le istituzioni. Abbiamo sentito vicino questo Papa perché sudamericano, perché parlava un fluente quanto comprensibile italiano, perché era il Papa di tutti anche nelle sue espressioni poco protocollari (come già il Presidente della Repubblica italiana che fu Sandro Pertini). Perché interloquiva con l’attualità italiana non creando distanze, facendo intuire che la Città del Vaticano era ben collocata dentro la logistica e l’operatività di una città difficile come Roma. Con un apostolato febbrile in giro per il mondo ben al di là dei suoi comprovati limiti fisici.

Daniele Poto
Giornalista e autore di testate giornalistiche, radio, televisione. Scrittore e autore teatrale, vincitore di numerosi premi

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