GIUSEPPINA FRIGAU – Il lutto come equilibrio tra perdita, vuoto e memoria

La nostra esperienza di vita è segnata da eventi complessi: il lutto, come perdita dell’oggetto amato, come vuoto e smarrimento, è uno di questi. Cosa caratteristica un evento complesso? Complessità è un termine che deriva dal verbo latino cum plexus, indica qualcosa che ha più parti legate insieme e intrecciate tra loro. Una complessità che è stata sempre presente agli occhi dell’uomo generando uno smarrimento simile a quello provato da Dante nella “selva oscura”. La stessa epistemologia della complessità, a partire da Edgar Morin sociologo e filosofo francese, in La Methade del 1977, studia la realtà con un approccio olistico, in particolare approfondisce l’interazione dinamica di una serie di variabili che riescono a cogliere la complessità del mondo. Il pensiero tradizionale, abituato a suddividere e isolare, fatica a cogliere questa rete di interdipendenze. Per affrontare la complessità, è necessario adottare un pensiero che sappia intrecciare le relazioni tra le parti e il tutto, riconoscendo l’importanza del contesto e delle dinamiche globali. È una complessità in cui, sostiene Morin: «il tutto è più delle parti che lo compongono, perché le parti che lo compongono, interagendo tra di loro, producono appunto qualcosa di nuovo e imprevedibile, che è, solo e soltanto, il risultato delle interazioni stesse». Queste parti sono responsabili di equilibri dinamici che aprono continuamente a nuovi assestamenti nella nostra società e nel mondo in cui viviamo. Il lutto, come singola parte o variabile, quanto può influire sul nostro spazio vitale creando nuovi equilibri? Il lutto può influire in maniera significativa sul nostro spazio intrapsichico, ma tutto dipende dalla nostra capacità di adattamento alle richieste che provengono dall’ambiente familiare e sociale, adattamento che ci porta continuamente a raggiungere nuovi bilanciamenti e assestamenti. Come un equilibrista oscilliamo di continuo per procedere sulla corda tesa, cadiamo e attiviamo risorse interiori che ci permettono di trovare nuovi equilibri. Il mondo dell’arte ci viene in aiuto nella rappresentazione di questa immagine. Le sculture d’arte cinetica dello scultore statunitense Alexander Calder sono forme costituite da parti liberamente sospese in equilibrio su una base rigida. Queste parti mobili mostrano un movimento attivo o un’impressione di movimento che lo sguardo attento dello spettatore riesce a cogliere fino ad immedesimarsi come parte di quel sistema in movimento. Un movimento che nella nostra vita ha necessariamente collegati due poli opposti: vita e morte, pieno e vuoto.

Ne Il Seminario, Libro X (1962-63) Jacques Lacan afferma che la nostra prima esperienza di separatezza è quella della perdita della fusione materna segnata da due operazioni topologiche fondamentali: il taglio e il nodo. La vita per l’autore è caratterizzata dal taglio del cordone ombelicale e del suo annodamento. Costruiamo e disfiamo relazioni e legami attraverso opere di taglio, di annodamento e di scioglimento. Vita e morte sono segnate da un taglio. Ogni taglio ha topologicamente due bordi: la separazione non si limita a dividere il soggetto dall’oggetto perduto, ma lo divide da una parte di se stesso, quella parte, afferma Lacan, che aveva aderito di più all’oggetto confondendosi con esso. Ecco che quando si perde l’oggetto amato si perde insieme a quell’oggetto il senso del mondo e una parte significativa di noi stessi. Al vuoto lasciato dalla perdita dell’oggetto nel mondo corrisponde il vuoto che si è aperto nel soggetto. Il primo luogo che si perde quando l’Altro scompare è il luogo familiare che l’altro era per noi, si perde afferma Recalcati, il paese del corpo dell’Altro che non è più visibile.

Ripercorrere le immagini del film La Stanza del Figlio diretto da Nanni Moretti nel 2001, è significativo per analizzare il processo di perdita del corpo dell’Altro. Moretti utilizza la narrazione cinematografica per esprimere le dinamiche emotive complesse che emergono in seguito alla perdita improvvisa di un figlio. Il regista interpreta uno psicanalista che mette sotto una lente di ingrandimento un microcosmo familiare spezzato dalla perdita della presenza fisica del figlio Andrea in cui si sgretolano le relazioni, si spezzano gli equilibri personali e familiari, si cercano nuovi contrappesi. Un aspetto importante della narrazione è l’utilizzo del simbolismo visivo e sonoro: non c’è immagine più potente e toccante di un figlio adolescente adagiato su una bara, non c’è fragore più devastante di una saldatrice e di un martello che la chiudono. La stanza di Andrea, spesso inquadrata vuota e intatta è un potente simbolo visivo della presenza assente del figlio. Questi spazi, solitamente erano colmi ‍di vita, diventano ora immagini silenziose e rivelatrici del vuoto lasciato da Andrea. L’unico modo per ritrovare “un corpo, anche un corpo fantasma, perduto, stanco di sé o del mondo”, scrive Vittorio Lingiardi, “è raccontarlo. Noi siamo il corpo che, morendo, vive”.

La scrittrice e illustratrice argentina Yael Frankel nell’albo illustrato Un buco racconta il tema della perdita, dell’assenza. Quell’assenza è come un buco che ci segna per sempre. Solo con il passare del tempo impariamo a conoscerlo: ci torniamo per ritrovarci, per rassicurarci e per rinnovarci. La lettura di questo albo è stata proposta dalla mia collega di italiano alla classe quinta all’interno di un progetto di continuità con la scuola secondaria di primo grado. I testi dei bambini intitolati Il mio vuoto (1) rappresentano una sorgente narrativa importante per analizzare il tema della perdita e del vuoto. Diego scrive: «Il mio primo piccolo vuoto è stato quando mia nonna se n’è andata. […] Mi sono sentito impotente, non so perché, ma ero vuoto come se avesse portato con sé un grosso pezzo di me». Per Anna «Il vuoto è una ferita – scrive – Impegnati a ricucirla. Il vuoto non è sempre da riempire, a volte basta sedersi a guardarlo». Elisa scrive: «Il mio vuoto è un posto sicuro, un posto in cui rifugiarsi, dove posso stare con me stessa. Mi avvolge quando sono da sola, mi sorprende e mi toglie dal mondo, non voglio lasciarlo».

La psicanalisi parla di buco, di vuoto come perdita dell’oggetto. Lacan Ne Il Seminario, libro VII- L’etica della psicanalisi (1959-1960) –considera questo buco il vuoto centrale la Cosa, il das Ding per Freud, perché esso è il segno di ciò che manca. L’oggetto a cui il soggetto inconscio rivolge il suo desiderio non è pertanto mai stato presente, è precisamente ciò che abbiamo chiamato un vuoto. Una chiara definizione di perdita dell’oggetto è stata ripresa da Lacan ne Il Seminario, libro VI in cui distingue tra perdita dell’oggetto reale e perdita dell’oggetto simbolico. Il lutto è la mancanza dell’oggetto reale che appartiene al registro del reale non a quello del simbolico. È reale in quanto questa perdita è “esperienza del taglio irreversibile della morte” afferma Lacan. Ne Il Seminario, libro VIII  (1960- 1961) chiarisce che «[..] il lutto consiste nell’autentificare la perdita del reale, pezzo per pezzo, brandello per brandello, segno per segno […] fino all’esaurimento». Diversamente dal lutto, nella Forclusione, la perdita dell’oggetto apre un buco nel simbolico. Il simbolico è il Grande Altro. Questo significante guida è il Nome del Padre. L’assenza del significante –guida genera un ritorno nel reale con effetti distruttivi che si manifesta «nella proliferazione dell’immaginario e nella frattura della catena significante in tutti quei fenomeni tipici della psicosi».

La perdita dell’oggetto è un punto nevralgico della riflessione freudiana sul lutto in Lutto e melanconia del 1915. La perdita dell’oggetto per Freud è duplice: l’oggetto scompare, si crea un buco nel mondo, e il soggetto si svuota, si crea un buco nel soggetto. Il lavoro del lutto comporta l’elaborazione simbolica di entrambi i buchi. La perdita dell’oggetto apre un buco reale mentre il lavoro del lutto è simbolico e per Freud necessita di dolore psichico, di tempo e di memoria. Il dolore è l’incontro del soggetto con il buco reale lasciato dall’oggetto perduto. Il lavoro del lutto promuove un effettivo distacco dall’oggetto, che non esclude il riconoscimento della sua importanza e del dolore provocato dalla sua perdita ma scolla il soggetto dalla sua adesione di tipo melanconico all’oggetto perduto nel suo tentativo di negare il dolore del lutto. Per rendere possibile il lavoro del lutto è necessario un lasso di tempo: un tempo che implica ricordarsi, ripensare, rivedere com’era il mondo prima di quella perdita, ripercorrendo le tracce della sua presenza. Ricordare riporta alla distinzione tra frammento e dettaglio introdotta da Jean -Bentrand Pontalis in Perdere di vista del 1988. Il frammento è un ricordo ancorato, vincolato al passato, necessario per la ricostruzione storica dell’oggetto perduto mentre il dettaglio rende quella traccia del passato generativa di un nuovo desiderio. È quello che Lacan chiama “oggetto piccolo (a)” indicandolo come la causa del desiderio. Ne Il seminario, Libro I Lacan scrive che «Non avviene tutti i giorni d’incontrare ciò che è fatto per darvi la giusta immagine del vostro desiderio». È il dettaglio che può innescare una passione, accendere la scintilla emotiva, sensoriale, sensuale ed è in grado di produrre il riconoscimento di qualcosa che, a nostra insaputa, abitava già in noi. Esso è ciò che polarizza, ravviva, eternizza la nostra percezione delle cose, condensa un intero mondo vissuto in un singolo tratto come accade nella visione di una fotografia. Con il dettaglio trattengo qualcosa del passato perché ai miei occhi ritorna sempre in una forma nuova. È un odore, è la sua voce che mi chiama, è una canzone o la sua mano che stringe la mia. Non è una memoria spettrale dalla quale non riesco a liberarmi, ma è un dettaglio del passato che non si dissolve e che porta con sé, attraverso l’analisi, l’esperienza del nuovo, generatrice della memoria del futuro di cui parla Wilfred Ruprecht Bion in Memoria del futuro. L’alba dell’oblio (1975). Si tratta secondo Lacan della doppia anima del desiderio: da una parte il desiderio come rimpianto per l’oggetto perduto, rivolto esclusivamente al passato e dall’altra il desiderio come apertura, rivolto verso l’inedito e l’avvenire. È nell’incontro psicoanalitico con l’Altro che la memoria del passato, ricca di numerosi dettagli, trae un significato nuovo per creare le basi per una memoria del futuro. Dettagli di film, di sogni, di visi, dettagli di ricordi sono una fonte inesauribile da cui attingere per ricostruire, precisa Vittorio Lingiardi in Corpo, Umano (2024), la trama delle nostre vite. I nostri stessi corpi “sono testi che tengono la traccia del passato, le cicatrici sono soggettività. Fisiche o mentali possono gonfiarsi, indurirsi, riassorbirsi piano. Siamo noi”.

Se si parte dall’indagine speculativa che ha visto il lutto come corrispondenza tra il vuoto lasciato dalla perdita dell’oggetto amato nel mondo e il vuoto che si è aperto nel soggetto, non si può non analizzare il vuoto come spazio di cura nello psicodramma. Il cerchio, come posizionamento dei partecipanti alla seduta di psicodramma, è il bordo di uno spazio, la bordatura di un vuoto. Questo vuoto reca con sé la potenzialità del ri-creare attraverso i dettagli del passato narrati dal paziente, nell’incontro della situazione transferale, l’elaborazione di quell’incontro nella doppia direzione temporale che dal presente va al passato e viceversa, fino a rendere visibile lo spazio interno dell’Altro attraverso il materiale psichico conscio e inconscio nel qui e ora della seduta. Ciò che era racconto, ciò che era immaginato è qui presente; è in questo momento che si amplificano i sentimenti e che si attualizza, in un vissuto che mobilita il corpo, un atto del passato. Il pregio della rappresentazione è tale da rendere attuale e presente ciò che era solo evocato in modo da far rivivere i personaggi assenti. La cura si apre alla dimensione dell’incontro con l’Altro: è incontro di corpi, è reciprocità di sguardi, è attenzione ai recettori olfattivi, ai toni di voce, ai gesti, ai silenzi e ai chiari segnali che le persone si mandano l’un l’altro. È in questo spazio che l’organizzazione del significante nell’inconscio diventa una rete di collegamenti di significante in significante strutturata intorno a un buco centrale, un vuoto. In questo vuoto, il gruppo mette in scena ed evoca con la trasformazione del vissuto in visibile, uno sconfinamento tra presente e passato, tra dentro e fuori, tra Reale, Immaginario e Simbolico.

Quel Reale è il mondo che non capiamo, che ci arriva addosso senza che l’avessimo invitato, che non sappiamo che lingua parli, ammesso che ne parli una. La caratteristica distintiva del reale, è essere “impossibile”, è essere «irreversibile», come afferma Lacan. Il reale è impossibile perché quello che credevamo di sapere della realtà escludeva che il reale potesse esserci. La realtà invece è il mondo, quello che conosciamo da quando siamo nate, quello in cui si parla la cosiddetta lingua materna. La realtà sorge come una difesa fondamentale dal reale. È come il sonno che ripara la vita, custodendola e proteggendola. Se la realtà è allora il mondo come lo pensiamo e lo immaginiamo, il reale è invece il mondo che, semplicemente, accade senza chiedere il permesso. È un reale che assilla costantemente il quadro di realtà. Prima o poi il reale (un lutto, una perdita, un vuoto) bussa alla porta di casa nostra, è questo che succede alla giovane donna ne La ragazza e il masso, della scrittrice belga Kristien In-‘t-Ven, un albo illustrato che ho letto durante una seduta di psicodramma. L’albo, ricco di numerosi spunti di riflessione, ha portato il gruppo a mettere in scena i propri vissuti. Quella giovane donna di cui non conosciamo nemmeno il nome (il nome rientra nella realtà, mentre il reale è indicibile) «ricevette una visita inaspettata», un pacco inatteso, indesiderato e da subito ingombrante. Ecco il reale, quel pacco, che avvolto in modo approssimativo contiene un masso, enorme e assurdo, è ora suo, non se ne può liberare. Anche se sembra incredibile, quel masso ormai è indissolubilmente legato a lei, alla ragazza che se ne stava tranquillamente in cucina a preparare il pane. Il reale non l’abbiamo chiamato, anzi, credevamo che fosse impossibile, eppure ora è con noi; o meglio, ora quel masso ingestibile in un certo senso coincide con noi, perché in nessun modo ce ne possiamo liberare, noi siamo tutt’uno con quel masso. Non è più la ragazza e il masso, ora la ragazza è il masso. Non ci si può sbarazzare del masso, è venuto per restare, ma la ragazza non si dà per vinta, e pensa di rimuovere il masso. Sappiamo già perché non funzionerà, perché ormai la ragazza non è separabile dal masso, che è diventato una parte di lei. La ragazza comunque ci prova, e dopo un percorso faticosissimo arriva sul ciglio di un burrone, dove finalmente potrà liberarsi di questa presenza insopportabile e dolorosa. Si inginocchia cautamente per far cadere il masso oltre il bordo. Quello vacilla e inizia a scivolare verso il basso con un rumore lacerante. La ragazza sussulta per lo spavento quando si rende conto che la stava trascinando verso il fondo assieme a lui. Per un istante di quella caduta lenta, le parve di fluttuare in aria. Cade giù e ancora più giù, fino a quando il masso colpisce il fondo del burrone. Solleva la testa per vedere il masso. C’era ancora. Il masso aveva ammortizzato la sua caduta. Non solo la ragazza non è riuscita a liberarsi del masso, ma questo le ha salvato la vita, attutendone la caduta nel burrone, e proteggendola frapponendosi fra lei e il fondo dell’abisso.

Ognuno di noi non ha scelto il proprio masso, non l’ha voluto, anzi vogliamo sbarazzarcene, ma ormai c’è, anche se dentro di noi continuiamo a pensare di non essercelo meritato. Non possiamo sbarazzarci del masso, è giunto per restare. È entrato nella nostra vita, nonostante sia sempre lo stesso detestabile e insopportabile masso. L’unica cosa che sappiamo è che necessario andare avanti. In ognuno di noi il masso c’è. La vita continua, anche se non è più la vita di prima.

 

Giuseppina Frigau

Filosofa, docente scuola primaria, Membro sostenitore SIPsA

 

Note

(1) Il mio vuoto, testi in mostra degli alunni della classe quinta A della scuola primaria via Zefiro Cagliari, Progetto Ali e Radici, 2025.

 

 

Bibliografia

 

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AA.VV. (2012), Universale. Le Garzantine, Cinema, Garzanti, Torino

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Cimatti F. (2025), Il peso del mondo in Fata Morgana Web, aprile 2025.

Frankel Yael (2015), Un buco, Kite edizioni, Padova

In-‘t-Ven K. (2025), La Ragazza e il masso, Orecchio Acerbo, Roma

Lingiardi V. (2024), Corpo, umano, Einaudi, Torino

Morin E., Cotroneo G., Gembillo G. (2003), Un viandante della complessità, Armando Siciliano, Messina

Toni A.F., Comello L. (2005), Prede o ragni. Uomini e organizzazioni nella ragnatela della complessità, Utet, Torino

Recalcati M. (2012), Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione, Raffaello Cortina Editore, Milano

– (2016), Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto, Raffaello Cortina Editore, Milano

– (2022), La luce delle stelle morte. Saggio su lutto e nostalgia, Feltrinelli, Milano

Abbagnano N., Fornero G. (2001), Storia della Filosofia. La filosofia contemporanea Utet, Torino

Cecchetti P., Tagliaferri C. (a cura di) (2018), Analisi incompiute. L’analista in gioco con lo psicodramma freudiano, Alpes, Roma

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