ISABELLE ANDREU Il trauma nello psicodramma freudiano

Il trauma è all’origine della psicoanalisi perché Freud, in un primo tempo, nel ricercare l’eziologia delle nevrosi, individua proprio nel trauma la causa delle stesse e, in particolare, lega l’origine dell’isteria ad eventi di seduzione sessuale subiti nell’infanzia. Ma in presenza di racconti tropo ripetitivi di seduzione infantile, Freud ipotizza che ciò che viene presentato come ricordo non ha una relazione con la realtà dei fatti, e spesso si rivela come frutto dell’immaginario. A partire da questa constatazione, elabora la sua teoria del fantasma, con il testo fondamentale Un bambino viene picchiato.

Il trauma ritorna violentemente sulla scena prima con le nevrosi traumatiche della grande guerra, e poi di tutte le guerre successive con gli effetti devastanti. Si ritiene per esempio che la guerra del Vietnam abbia provocato tanti suicidi tra i “veterani” pari al numero dei morti nei combattimenti: 50 000.

Sul piano dell’economia psichica, nella nevrosi traumatica, si ritrova nei sogni la ripetizione della scena traumatica. È il contesto che Freud descrive in Al di là del principio di piacere (1920), nel quale introduce la pulsione di morte. Nei riguardi del trauma egli opera la distinzione fra paura, angoscia e terrore: questa ultima caratterizza il trauma.

«I termini spavento, paura e angoscia sono usati a torto come sinonimi; in realtà corrispondono a tre diversi atteggiamenti di fronte al pericolo. L’angoscia indica una certa situazione che può essere definita di attesa del pericolo e di preparazione allo stesso pericolo, che può anche essere sconosciuto. La paura richiede un determinato oggetto di cui si ha timore; lo spavento designa invece lo stato di chi si trova di fronte a un pericolo che non si aspetta, e sottolinea l’elemento della sorpresa. Non credo che l’angoscia possa produrre una nevrosi traumatica; nell’angoscia c’è qualcosa che protegge dallo spavento e quindi anche della nevrosi da spavento»1.

Per dirlo in termini lacaniani, il trauma mette a confronto il soggetto con un reale che lo lascia senza scampo, senza le parole per dirlo e senza immaginario per rappresentarlo.

Pertanto, nella clinica quotidiana, chiamiamo trauma ferite di intensità diverse e questa parola disegna anche realtà molto diverse che lasciano tracce sintomatiche e soggettive più o meno gravi. Alcuni eventi portano in sé una certa “oggettività” del trauma, come i traumi collettivi frutto della Storia o quelli che lasciano i loro segni nel corpo, legando così trauma fisico e trauma psichico, per esempio il trauma singolare e unico d’uno stupro o al contrario le violenze ripetute subite dal bambino nelle relazioni familiari del bambino. Accade spesso nell’ “après coup”, allorché l’episodio traumatico stesso è stato rimosso, che sorga un evento spesso molto banale di cui un tratto, un piccolo elemento significante, va a fare eco alla prima esperienza e gli conferisce il suo carattere vergognoso e inaccettabile per il soggetto.

Ed è questo secondo tempo che viene portato spesso in psicodramma. Sono proprio questi eventi dell’après coup, totalmente enigmatici per il soggetto, poiché senza legame apparente con l’evento originario, che sono rappresentati nelle sedute.

Alla SEPT facciamo giocare scene vissute, non scenari immaginari né istanze psichiche. Gennie e Paul Lemoine, fondatori della SEPT, nel loro libro Lo psicodramma lo dicono chiaramente, già nelle prime pagine: «Le scene propriamente immaginarie, fabulate poiché non sono mai successe e che sono unicamente fantasticate per un godimento puro, le scartiamo […]. Il soggetto ne trae nessun altro profitto che una soddisfazione immensa per la quale può per di più vantarsi della autorizzazione o della complicità dei terapeuti». I Lemoine precisano, nei riguardi della pratica alla SEPT: «La scena giocata è unicamente rivissuta, non è attualmente reale anche se lo fu una volta. È un’evocazione immaginaria e l’importante non è che sia storicamente esatta ma che sia fedele al ricordo»2.

Lo psicodramma che proponiamo ha dunque una relazione precisa, pensata con la realtà del soggetto: non affrancarsi dai fatti ma permettere, attraverso la loro rappresentazione di “allontanarsene”. Il nostro dispositivo mette dunque un’attenzione particolare all’evento, a ciò che è successo, con la sua parte d’aleatorio, di non controllabile, d’esterno al soggetto; gli offre così uno spazio di rappresentazione che permette di ritrovare o di far emergere la traccia del soggetto nella situazione raccontata e giocata.

Due pazienti, l’una obesa, l’altra ex-alcolista hanno ritrovato nello psicodramma l’origine traumatica dei loro sintomi attuali.

Il percorso di Valerie nel gruppo le ha permesso di trovare un legame, mai pensato prima, fra il suo alcolismo e il maltrattamento subito nell’infanzia. Valerie è venuta nello psicodramma dopo aver smesso di bere grazie al sostegno d’un gruppo d’ex-bevitori che le aveva effettivamente permesso di liberarsi dalla dipendenza dall’alcol. Adesso si indirizza a noi per “vivere” senza alcol. La questione del suo desiderio, di ciò che voleva fare della sua vita si è posto per lei quando ha avuto l’intuizione e il timore di poter cadere in un’altra “prigione”. La minaccia rimaneva e la questione lavorata da lei nel gruppo è stata: Continuerò a distruggermi in un altro modo?».

Ecco una seduta che potremmo intitolare «Le tracce psichiche delle percosse».

Un partecipante inizia la seduta parlando delle botte ricevute da sua madre nell’infanzia, botte reiterate nei rapporti con la sua prima moglie. Un’altra partecipante, Justine, fa un’associazione con sua madre: «Era molto dura, sempre percosse, mai una parola di conforto», ma riconosce che è anche lei così dura come sua madre. L’ha capito occupandosi dei bambini. Dice: «È orribile fare quello che si odia», scoprendo un’identificazione con la madre odiata. Poi, Valerie riprende il tema: «Di percosse ne ho ricevute, ero adottata da uno zio che mi palpeggiava e da una zia che mi picchiava».

Giochiamo la scena portata da Justine: lei litiga con sua sorella, la madre è furiosa, sculaccia Justine e dà colpi di cintura alla sorella maggiore. L’animatrice le fa cambiare ruolo con la madre e dopo il gioco, Justine si mostra commossa e piange. «Mi dico che mia madre aveva ragione, eravamo senza limite, mio padre era assente e mia madre era da sola». Per la prima volta questa paziente esce dal discorso ripetitivo sul suo posto di bambina maltrattata da una madre violenta. Il cambiamento dei ruoli le ha permesso di essere commossa dallo smarrimento di sua madre, sola e sopraffatta dalle sue figlie.

Nei riguardi di Valerie, la nostra paziente alcolista che Justine aveva scelto per prendere il ruolo della madre che picchia, essa riprende: «Quando si beve si ha un corpo maltrattato». Così fa un legame fra le violenze subite nell’infanzia e l’alcol, questo altro attacco del corpo. Ci dirà, qualche mese più tardi, al momento di lasciarci, che, dopo aver giocato la madre che picchia, aveva pensato: «Voglio smettere di essere picchiata».

Valerie, seduta dopo seduta ha potuto legare il proprio sintomo con la propria storia. Aveva infatti una grande colpevolezza di essere alcolista, di distruggersi così e tuttavia questo sintomo rimaneva per lei molto enigmatico. Lo psicodramma le ha permesso di fare un legame fra alcol e percosse ricevute, di prendere coscienza della ripetizione e di dare un senso al suo sintomo, realizzando in senso proprio il significante «boire un coup»3.

L’altra paziente, Catherine, viene perché ancora oggi, a cinquant’anni, teme così tanto sua madre che non può andare da lei da sola, rimanendo paralizzata davanti al campanello. Gli effetti della violenza materna sono stati molto importanti per questa paziente. È obesa, ha fatto molti tentativi di suicidio e ha ritrovato questa violenza nei suoi rapporti con gli uomini. Ma è una donna intelligente che suscita simpatia, e si interroga veramente su di sé.

L’oralità appare al primo posto e, oltre la bulimia, lei parla ininterrottamente e la sua parola non si rivolge quasi mai a qualcuno in particolare senza limite che è quasi mai indirizzata. Il primo intento dello psicodramma per lei – si tratta in questo caso d’uno psicodramma individuale con un piccolo gruppo di co-terapeuti – sarà d’introdurre una scansione, un taglio in questo discorso-fiume, quando scegliamo di rappresentare una scena.

Abbiamo rappresentato parecchie scene con sua madre, attuali e passate. Una scena attuale: Catherine telefona a sua madre e evocano il periodo in cui, da ragazza, viveva ancora da lei e le consegnava il suo intero stipendio. Sua madre lo nega e siccome Catherine insiste, la madre le riattacca il telefono in faccia. Catherine è molto ferita dall’atteggiamento materno che annulla propriamente quel suo contributo. Come se lei proprio non valesse niente.

Questo scenario si ripete spesso, lasciando Catherine sola e dolorosamente umiliata da sua madre.  Recentemente abbiamo rappresentato una scena della sua infanzia (7-8 anni), evocata come un momento di grande terrore. Suo cugino, maggiore da 10 anni, abusa di lei regolarmente. Sua madre se ne rende conto e esige di sapere tutto quello che è successo, poi le proibisce di parlarne a chiunque, questa storia non deve in alcun modo da casa. Minaccia d’ucciderla se parla e aggiunge: «Se parli, lo saprò». Lei, bambina, è terrificata, temendo che una parola le scappi.

Catherine non ritrova la paura provata nell’infanzia – e senza dubbio è irrappresentabile – ma con nostra grande sorpresa, dopo il gioco ride un po’ e dice: «In realtà mia madre non aveva nessun potere su di me! Perché per me era come una sorella maggiore. Vivevamo dai suoi genitori e, per me, mia madre era mia nonna».

La rappresentazione di questa scena fa apparire la paura dalla parte della madre che teme che, in qualsiasi momento, sua figlia possa rivelare a tutti la vergogna che colpisce lei stessa nell’avere una figlia “sporcata”. Così questa madre terrificante si ritrova al livello d’una sorella che non ha nessuna autorità e che soprattutto si trova alla mercé d’una possibile parola di sua figlia. Dobbiamo precisare che questa seduta s’iscrive nel corso della cura di questa paziente in cui i giochi successivi, seduta dopo seduta, hanno permesso di far apparire nei ricordi della bambina picchiata, un’altra bambina viva, vivace: quella che scapava dall’annientamento. Mentre evocava ricordi in cui era picchiata o ridotta al silenzio, riappariva, durante o dopo il gioco, ciò che l’aveva salvata dall’annientamento, il suo spazio psichico, che sfuggiva alla violenza materna. Fino a questa ultima scena da cui appare il suo fantasma con la rivelazione del potere che aveva avuto lei su sua madre.

In questi due esempi, non ci troviamo in presenza di uno problema di un unico trauma, ma davanti alle conseguenze psichiche d’una violenza ripetitiva e subita nelle relazioni con gli adulti in posizione genitoriale. Numerosi pazienti arrivano allo psicodramma con una storia infantile segnata dalla violenza reale delle percosse o degli abusi sessuali. Il destino di queste storie è sempre singolare: queste percosse non hanno mai un effetto univoco e le conseguenze di questi malvagi maltrattamenti dipendono sempre dalla posizione che si è occupata nella relazione con genitori. Una parola ricorre molto spesso nei casi di abuso sessuale: «Non è tanto ciò che ho subito che mi ha distrutta quanto la risposta di mia madre difronte all’accaduto, che non ha voluto credermi e che mi ha imposto di tacere».

La violenza non è tanto quella dell’atto quanto quella della parola genitoriale che l’annulla.

Lo psicodramma permette, con la sua dimensione di rappresentazione, che parola e trauma siano riarticolati.

L’attenzione precisa portata alla realtà vissuta dai pazienti nel dispositivo dello psicodramma della SEPT è particolarmente pertinente in queste situazioni dove è avvenuto un trauma reale di cui il corpo conserva la traccia.

Noi diamo il benvenuto alle versioni successive di questi pezzi di reale con l’obiettivo di fare sorgere la posizione del soggetto nella storia traumatica.

 

Isabelle Andreu

Psichiatra presso l’ospedale Sainte Anne Parigi Francia, Psicodrammatista, Membro titolare SEPT, Membro della commissione d’insegnamento della SEPT

 

Note

  1. Freud S. (1920), Al di là del principio di piacere, in Opere, vol. IX, Bollati Boringhieri, Torino, 1986
  2. Lemoine G. e P. (1972), Lo psicodramma, Feltrinelli, Milano, 1973
  3. Gioco di parola: in francese si usa la stessa modalità sia per le botte che si ricevono sia nell’espressione bere “un colpo”, cioè bere un bicchiere
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