DANIELA LO TENERO Foxtrot: quale trauma nel lutto?

Io che nulla amo più
dello scontento per le cose mutabili
così nulla odio più del profondo scontento
per le cose che non possono cambiare.
Brecht B.

 

«Siamo stati colpiti da un trauma familiare, esattamente due anni fa, che ha sconvolto tutti gli equilibri».Si apre così, su una voragine, il mio incontro con Sara, senza anticamera, senza preliminari e siamo già al noi. Fin da subito so che questo incontro mi riguarda.

L’immagine che si crea per me è quella di qualcosa che è stato tirato via, strappato all’improvviso, come una tovaglia da una tavola allestita per un pranzo all’aperto, in campagna, lasciando i commensali a bocca asciutta. Piatti, bicchieri, pietanze … tutto distrutto, rovinato a terra, un cambio di atmosfera improvviso e definitivo.

Il padre di Sara è morto due anni prima del nostro incontro e lei decide di iniziare un ciclo di counseling psicologico – presso l’università alla quale è iscritta – proprio in coincidenza di quell’anniversario.

Sara studia medicina, è al sesto anno, studentessa brillante, assidua e motivata fino a due anni prima. Sembra aver perso ora la direzione e la motivazione: non è più “sicura di niente”, non trova più il senso di quello che fa, in campo universitario e sentimentale, non sa se vuole essere un medico e se vuole sposare il ragazzo con cui è fidanzata da alcuni anni e dice di amare.

La morte non è un trauma ma il trauma è la morte: Accolgo in tal senso la definizione di Correale: «Il trauma non è qualunque esperienza frustrante, non è il dolore, non è la mancanza, non è l’incontro con l’orrore in quanto tale. Il trauma è la morte, cioè in qualche modo nel trauma si presentifica una potenza oscura, affascinante e misteriosa, che ci trascende e ci fa pensare che il tempo si ferma, la nostra vita si ferma, le nostre possibilità di influenzare il mondo e i rapporti sono limitate da una potenza oscura che ci ferma» (Correale A., 2013, p.34).

In seguito alla morte del padre Sara si ritrova “collocata a forza” in quel posto che prima occupava il genitore, pilastro della famiglia e punto di riferimento per madre e fratelli, quel ruolo ora la incastra come in una nicchia di pietra.

Sara è la primogenita di 4 figli, ha una sorella, di 4 anni più piccola e due fratelli di 14 e 7 anni.

Viene da una cittadina a sud di Roma, portata nella capitale dal desiderio di studiare medicina.

La scelta ben ponderata, maturata durante una settimana di “orientamento” al liceo, aveva riscosso l’entusiasmo e l’appoggio del padre, uomo forte ma affettuoso – era un militare dell’aereonautica – severo ed esigente nel rispetto delle regole, sempre disponibile in caso di necessità.

Era “un padre militare che sapeva abbracciare”. Così lo aveva definito Sara durante uno dei primi colloqui.

Ora, quasi al termine del percorso di studi, il senso della scelta universitaria, della progettualità futura, sono per Sara come polverizzati, dissolti insieme alla figura paterna.

 

Il posto dell’assente – Slow slow

L’università presso cui sono consulente mette a disposizione degli studenti che lo richiedono un ciclo di 10 incontri di counseling psicologico nell’arco dell’intero percorso di studi.

Preciso che malgrado il nome possa trarre in equivoco – servizio di counseling – si tratta di un servizio di “terapia breve”, offerto da psicoterapeuti.

Un ciclo di incontri – almeno sulla carta del servizio – focalizzati e a termine che può in alcuni casi esitare nell’invio a strutture del territorio o a colleghi che lavorano in privato.

Molto spesso le problematiche presentate sono relative allo studio, un’empasse nel percorso universitario, una difficoltà di concentrazione, anche se poi l’incontro di counseling si rivela non di rado una finestra di apertura su un mondo interno ben più complesso e può aiutare a rendere esplicita la domanda di terapia.

 

Sara decide di rivolgersi al servizio di counseling incoraggiata dalla “responsabile di piano” del collegio nel quale risiede, «perché è bene che parli con qualcuno».

Così è la domanda di parola che porta Sara da me, parola che lega (parlare con, non solo parlare a) parola che connette, stabilisce un nesso e forse restituisce significato.

Mi chiedo, già dalle prime battute del mio incontro con Sara, quale possibilità offra lo spazio breve e circoscritto di 10 incontri per un’intera famiglia che ha perso il suo equilibrio?!

Fin da subito, infatti, non è solo Sara nella stanza di consultazione, ma tutta la famiglia come un blocco unico ora ricompattatosi sulle “spalle” della “mia paziente”. Una scultura, un Laocoonte in marmo dove ciascuno deve mantenere la sua posizione.

Sottratto il padre da quel blocco scultoreo è la figlia primogenita a “salire di livello” e occupare il posto dell’assente. In maniera automatica, meccanica e quasi involontaria, laddove non è possibile cambiamento e trasformazione l’unica via è la sostituzione nella posizione.

Fin da subito Sara mi racconta di un’ambivalenza, da una parte la fatica di occupare quel luogo, il posto del padre, il peso della responsabilità, il sentirsi in panni non propri: essere il padre di famiglia perché non si ha più un padre. Dall’altra il piacere quasi impronunciabile di vestire quei panni, di avere quel potere.

Più volte amici e familiari rimandano a Sara la somiglianza paterna: «Hai lo stesso abbraccio di tuo padre!» le dirà un amico di famiglia durante il funerale, aprendo in lei ancor più la ferita dell’assenza.

Il vestire i panni del padre non è solo un modo di dire, Sara mi racconta che tiene nell’armadio alcuni maglioni del padre e la sua giacca da aviatore. Ogni tanto, quando sta particolarmente giù, indossa un maglione, si copre con il giubbotto, “vesto quei panni e mi sento un po’ meglio”.

I confratelli del gruppo parrocchiale che frequenta le hanno detto che non deve farlo, che dovrebbe buttare quei vestiti, ma lei proprio non riesce a liberarsene, la aiutano a stare con stando in.

 

Un passaggio mancato – Quick quick

Il padre di Sara muore improvvisamente, a 54 anni, dopo una partita di calcetto.

La notizia della morte non arriverà mai direttamente a Sara.

Si temporeggia, il messaggero più adatto sembra il essere il fidanzato che però decide di dirglielo di persona, non al telefono.

Una sfasatura temporale di una ventina di minuti che si rivela determinante: l’ordine delle cose è invertito.

Arrivano così a Sara prima i messaggi di condoglianze poi “La notizia”, messaggi incomprensibili relativi a un dopo che non rimandano ad alcun prima. Dichiarazioni di un dolore condiviso in assenza di dolore.

È proprio questa inversione tra fatto e parola, o meglio questo spazio che si apre come un crepaccio tra il prima e il dopo che lascia Sara nella totale impotenza.

«Condoglianze di che?», «non riuscivo a capire, mi è mancato un passaggio, qualcosa ha fatto un salto, è mancata la notizia». Lo stesso salto che farà lei nella gerarchia familiare. Un salto che non permette passaggio (di informazioni, di parole, di emozioni).

La ricostruzione della sequenza degli eventi arriverà dopo, come in un film montato al contrario.

È qui il trauma, in quel salto di senso? In quel break di respiro? In quel crepaccio nel piano sequenza che getta nel dopo, nel già avvenuto?

È mancato l’enunciato che troverà parola solo al nostro quinto incontro.

Sara mi racconta di una lite con il padre, discussione futile avvenuta pochi giorni dopo la morte del nonno paterno, discussione alla quale il padre mette fine con una frase lapidaria che nella sua incisività permette a Sara di aprire il significato: «Non hai capito? Mio padre è morto!».

«Solo allora ho capito» – mi dice Sara. Solo ora ha capito – penso io.

La frase lega ora padre e figlia nella stessa esperienza.

“Mio padre è morto”, le parole ripetute da Sara nella stanza di terapia, brevi, definitive, inequivocabili, semplici e fulminee.

L’annuncio mancato trova voce. È la scoperta di un pezzo saltato via.

Allora quel parlare con ritrova per Sara il suo senso più profondo e diventa anche parlare a. Dire a se stessa che qualcosa è avvenuto, recuperare quel passaggio mancato che ha fatto vuoto di parola e di significato. Certo il dolore resta.

Nel nostro incontro successivo farà la sua comparsa la paura: «Ho paura di tutto, paura di morire, paura che i mie fratelli muoiano, paura che mia madre muoia».

Paura, aggressività, senso di colpa, anche per un posto usurpato.

Sara mi racconta di un ritiro con il gruppo della parrocchia avvenuto durante il weekend, qualche giorno prima del nostro sesto incontro. Il ritiro le ha fatto bene, ma anche lì ha fatto tutto lei, gli altri si aspettavano che lei risolvesse una serie di problemi creati da uno dei confratelli. «Doveva essere lui il capo ma si è assentato».

Sembra ripetersi nell’esperienza di Sara la stessa scena vissuta in famiglia, chi doveva coordinare non c’era e lei lo ha dovuto rimpiazzare, replace si direbbe in inglese – Sara ha trascorso molti anni in America durante la sua infanzia e l’inglese è la sua prima lingua – con quell’accenno al place, posto, che colloca il soggetto in un’altra posizione.

È durante questo racconto che Sara riflette sul fatto che ciò che pesa non è essere il capo ma prendere il posto dell’assente.

Durante il colloquio successivo, siamo quasi al termine del nostro percorso, Sara mi racconta che ha messo i vestititi del padre in una busta, non ha voglia di buttarli (perché dovrebbe?) ma non ha più neanche il desiderio di indossarli, li tiene lì in ricordo di, segno di qualcosa che è stato e non è più.

 

Di nuovo qui – slow slow

Siamo al decimo incontro, l’incontro di chiusura e di saluto.

Sara torna al punto di partenza: il suo arrivo all’università, accompagnata in macchina dal padre 6 anni prima, ma le sue parole sembrano descrivere il suo arrivo qui (nella stanza di consultazione).

«Mi fa strano perché è stato mio padre a portarmi qui e ora me ne vado via da sola o meglio me ne vado per andare con Francesco».

Ha deciso di sposarsi l’anno prossimo, di lasciare vuoto il posto del padre e prendere il posto che ha scelto accanto al fidanzato.

Si sorprende del fatto che ora riesce a dire ciò che pensa, anche a chi riveste un’autorità, non sente di “fare schifo” e sa che può chiedere aiuto.

Forse in futuro sarà un medico che usa la parola nella cura, forse sceglierà psichiatria, vorrebbe occuparsi dei malati terminali, occuparsi di quel territorio di frontiera tra la vita e la morte dove la cura ha dichiarato il fallimento e il limite. E su quel fronte sa che il suo lavoro è appena cominciato.

Nello spazio di questo tempo a termine, scandito da 10 incontri, ho visto Sara muoversi sul bordo dei ricordi, dialogare con qualcosa che si intravede e si perde.

E di nuovo cito le parole di Correale: «Il trauma è ciò che ci mette di fronte a qualcosa che al tempo stesso ci attira ci affascina e ci terrorizza. […] sul piano individuale è l’esperienza di contatto con l’intoccabile» (Correale A. 2013, p.34).

 

Foxtrot: slow slow, quick quick, slow slow

L’idea di scrivere la storia dei miei incontri con Sara è nata al cinema, guardando il film Foxtrot: la danza del destino.

La trama del film non ha molto a che fare con la storia di Sara, almeno non direttamente, ma per me l’associazione è stata immediata. Non solo perché il protagonista si muove su una linea di confine (geografico), che si fa anche limite di senso, confine con l’assurdo, ma soprattutto per la dialettica tra tempo e trauma che attraversa i tre atti del racconto.

Foxtrot è un film del 2017 diretto da Samuel Maoz, un film profondo e cupo, quasi claustrofobico.

È un racconto sulla stupidità della guerra, sulla trasmissione transgenerazionale delle colpe, ma è soprattutto un film sul trauma e sul tempo.

Sul trauma come blocco del tempo, interruzione nel ritmo, enunciazione che non porta significato che rende impossibile la ricomposizione. Il film si apre sull’annuncio della morte di un figlio, un annuncio sulla soglia. L’annuncio mancato a Sara.

Molte cose sono avvenute in questi 10 incontri con Sara, molte ne ho lasciate cadere nel “racconto” perché non strettamente implicate nel tema di questo scritto.

È come se il fatto di aver a disposizione un tempo breve e definito abbia permesso a Sara e a me, di far i conti con il limite, limite già insito nel setting, abbia permesso di inserire fin da subito il tempo, un tempo scandito che non dà spazio a deroghe. Una condanna ma anche una risorsa, qualcosa che permette di lavorare su una fine annunciata.

Se il foxtrot, come dice la voce narrante del film, «è una danza sulla linea dell’orizzonte dove ovunque tu vada torni sempre al punto di partenza», il ritorno di Sara all’immagine del viaggio con il padre verso Roma -a conclusione dei nostri incontri- è un ritorno al punto di arrivo, un viaggio a ritroso che apre al futuro.

«Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione. In altre parole: immagine è dialettica nell’immobilità. Poiché, mentre la relazione del presente con il passato è puramente temporale, continua, la relazione tra ciò che è stato e l’ora è dialettica: non è un decorso ma un’immagine discontinua, a salti» (Benjamin, W. 1983, p. 598).

 

Daniela Lo Tenero

Psicologa, Psicoterapeuta, Sostenitore S.I.Ps.A.

Bibliografia

Brecht B. (1960), Poesie. Einaudi, Torino, 1992.

Benjamin W. (1983), I passages di Parigi. Einaudi, Torino, 2002.

Correale A. (2013), La trasmissione del trauma, in «Quaderni di cultura junghiana», Anno 2, n.2, pp.33-37.

Freud S. (1915), Lutto e melanconia. In O.S.F. vol. VIII, Bollati Boringhieri Torino, 1977.

– (1920), Al di là del principio di piacere. In O.S.F. vol. IX, Bollati Boringhieri Torino, 1977.

Mucci C. (2014), Trauma e perdono: una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale, Raffaello Cortina, Miano.

Van Der Kolk B. (2014) Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatica, R. Cortina, Milano, 2015.

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