GIOVANNA LORUSSO, ANGELA MARIA COTELLA Aspettando Godot: ovvero storie di un trauma invisibile

“Well? Shall we go? “Yes, let’s go” ma la voce narrante dice che non si muoveranno, mentre le foglie cadenti dall’albero, alle loro spalle, sembrano simboleggiare l’inesorabile passare del tempo.

I due personaggi parlanti sono Wladimir-Didi e Estragon-Gogo, gli stralunati personaggi di Aspettando Godot, noto lavoro di Samuel Beckett. Già nei nomi e nei diminutivi sembrano indicare la doppia dimensione di adulti-bambini.

Il protagonista, Godot, è assente ma costantemente evocato in un alternarsi di fiducia e di sconforto; la speranza che domani verrà e darà loro ciò di cui hanno bisogno insieme alla sfiducia e al desiderio di lasciarsi morire.

C’è dialogo ma non comunicazione, manca il campo esperienziale dell’empatia, lo spazio temporale è statico, evoca solitudine e vuoto; Gogo e Didi sembrano sospesi in una mancanza di senso, incerti sulla loro stessa identità come sull’identità dell’altro.

 

Sono stati soprattutto gli psicoanalisti della scuola indipendente inglese a mettere a fuoco un particolare trauma precoce, dove il danno c’è, ne vediamo le conseguenze, ma ciò che manca, a prima vista, è il nesso con uno specifico evento.

Un trauma dovuto a ciò che non c’è stato ma che avrebbe dovuto esserci.

Una falla nel processo di crescita connotata dall’assenza di uno spazio potenziale fra l’adulto e il bambino, lo spazio in cui si forma e si stabilizza la fiducia in se stessi fondata sull’interiorizzazione di un oggetto affidabile, uno spazio in cui amore e odio possono coesistere ed integrarsi cui consegue il sentimento di essere vitali e creativi nell’incontro con un altro significativo.

Le falle di questo processo mancato nella formazione del Sé si manifestano soprattutto nei periodi di crisi, di passaggio, dove si acuisce il bisogno di “adultità” per dare senso al proprio divenire, proprio perché nuove pressioni pulsionali ed emotive possono rendere l’Io più fragile e bisognoso di sostegno.

Un disagio che si palesa spesso in adolescenza, fase della vita i cui confini oggi sembrano anagraficamente dilatati, spostati in avanti ed in questo hanno certamente importanza la formazione più lunga e l’ingresso tardivo nel mondo del lavoro, così come è tardivo lo sganciamento dalla famiglia.

Succede che alcune problematiche relative ai processi necessari per il conseguimento di una nuova identità, perdurino e si manifestino nei giovani adulti che a volte si sentono pressati, incastrati in un sistema di scelte predeterminate, in un gioco di proiezioni e di identificazioni bloccanti.

Ci sembra che l’università ponendosi nell’immaginario come luogo del sapere, della competenza e dell’autorità, cui è intrinseca una funzione trasformativa del Sé adolescenziale nel Sé adulto, diventi luogo elettivo perché possa attivarsi o riattivarsi una fiducia di base insieme al riconoscimento dell’alterità e della differenza.

La realtà dell’esperienza universitaria è, tuttavia, per molti giovani diversa e frustrante; l’aspettativa che ci sia un maestro-genitore che sappia riconoscere valore e permettere un’espressione autentica di sé viene spesso delusa, così che molti giovani, come Didi e Gogo, sembrano perdersi e vagare in un’esperienza senza vero senso e senza futuro.

 

In considerazione delle molte problematiche legate al percorso degli studi universitari, in alcune università sono sorti servizi di consultazione psicologica, nell’ambito dei quali è prevista per gli studenti la possibilità di essere inseriti in gruppi di psicodramma.

Sono molte le ragioni per considerare lo psicodramma una terapia particolarmente adatta al contesto universitario, ad esempio, per un giovane adulto può essere molto rassicurante non essere esposto a massivi investimenti emotivi generati dal rapporto duale così come essere l’autore della propria scena può far sentire al sicuro rispetto ai timori di passivizzazione, particolarmente avvertiti in una fase di transizione fra l’adolescenza e la maturità.

Il “gioco” introduce la possibilità di riattivare processi di trasformazione, una possibilità per ripristinare aree compromesse – se non alienate.

Lo psicodramma riapre uno spazio “come se”, uno spazio che si situa fra realtà (nel gioco) e non realtà (del gioco) grazie al quale può essere reintrodotto il fantasma e il suo potere di riattivare lo scenario interno riannodando il tempo passato e il tempo presente, condizione per ridare vitalità al desiderio.

Nel gruppo da noi condotto per due anni (1), ci è sembrato che alcuni partecipanti portassero il disagio esistenziale di cui stiamo parlando, declinato, tuttavia, in modi diversi. Parlare di alcuni di loro ci aiuta a esemplificare la nostra esperienza scegliendo alcuni vertici di riflessione.

Ci è sembrato, ad esempio, che Ludovica (2) portasse un suo modo di opporsi all’“adultità”, un “no” come unica via di autoaffermazione di sé.

Ludovica è una studentessa fuori corso, un blocco che perdura da moltissimi anni le impedisce di sostenere l’ultimo esame per laurearsi.  Spesso parla di una madre che la vorrebbe impegnata nella ricerca di un “vero” lavoro o nel completamento degli studi, un madre che la mattina, quando lei poltrisce a letto, la redarguisce pesantemente e a cui lei stessa oppone un rigoroso silenzio. Il padre che viene descritto sostanzialmente assente o appiattito sulle posizioni materne, è da lei immaginato allegro quando fuori casa.

Ludovica tollera legami dove l’altro è sostanzialmente assente o impegnato in altre situazioni affettive e a cui non fa vedere né risentimento né ferita. Ha un fratello descritto alla ricerca continua di evasione e divertimento.

Un piccolo frammento di seduta in cui Ludovica si confronta con una partecipante al gruppo sul tema del desiderio e della parola dell’altro:

Partecipante: «Ho sempre lo stesso problema, un po’ di tempo fa ho parlato con mia madre… qui non ne ho parlato perché pensavo… Forse per la prima volta ho capito cosa voglio fare… non voglio fare la biologa, voglio fare la maestra ma poi ne ho parlato con mia sorella che mi ha detto: “Tu sei una idealista! Non puoi fare tutto ciò che vuoi!” Allora io sono rimasta male ed ho pianto».

Una madre che ascolta e una sorella che blocca, una parola per comprendere ed una che confonde rispetto al proprio desiderio.

Ludovica dice: «Per me la parola bloccante è stata: “fai come vuoi!”. Per assurdo è stato un po’ come sentirsi dire: “io mi lavo le mani” e, tuttavia, mi è rimasta la paura del giudizio di mia madre».

In una seduta di alcuni mesi dopo Ludovica giocherà uno scenario che capovolge la versione del suo “romanzo familiare”. Alle prime luci dell’alba due genitori svegli, insicuri e impotenti, accolgono il rientro di suo fratello; il padre, con la preparazione silenziosa del caffè per tutti, sembra prendersi cura nell’unico modo per lui possibile: il soddisfare i bisogni concreti.

È una seduta che a noi è apparsa di snodo tra la percezione di un padre emigrante che va chi sa per quali avventure, giocoso solo fuori casa e una visione adulta di un padre che va lontano per provvedere ai bisogni essenziali della famiglia.

Dopo alcuni mesi ha concluso la sua esperienza nel gruppo comunicando di aver intrapreso un “vero lavoro”.

Per Ludovica scoprire il reverso emotivo del comportamento dei suoi genitori le ha permesso di uscire dal suo “no” oppositivo e nichilista per poter finalmente cercare – senza ipoteca – il suo desiderio.

Una forma affine ma diversa in cui può esprimersi l’impasse esistenziale è il dilemma fra la voglia di restare piccoli, protetti nell’ambito del già noto e la spinta pulsionale ed evolutiva a crescere per poter salpare verso nuove esperienze, prendendo il proprio posto nel mondo. Forse la difficoltà ad andare sottende la fantasia inconscia di poter, crescendo, distruggere i genitori.

 

È quello che ci sembra porti Alessandro. Lo esprime persino nell’abbigliamento: a volte arriva in seduta con larghi pantaloncini corti che lo fanno sembrare veramente un bambino cresciuto in fretta. In un sogno raccontato, il giovane si trova in un grande magazzino (che potrebbe rappresentare tutte le possibilità di scelta?) e raggiunge un amico per suonare insieme su un palco. Sullo schermo alle loro spalle vengono proiettate le immagini della loro amicizia nel tempo. All’inizio Alessandro è più alto dell’amico ma nel divenire lui rimane piccolo mentre l’amico continua a crescere. Nel corso delle sedute parla spesso di questo amico, ci sembra, come parte desiderante ma inibita di sé; un ragazzo che può scegliere da solo, ad esempio, come vestirsi, mentre lui è condizionato dai gusti della propria madre.

Nell’incontro individuale, da noi tenuto con ogni partecipante a conclusione dell’esperienza di psicodramma, Alessandro, che è in procinto di trasferirsi in America, racconta che lì incontrerà l’amico (che è già lì per lavoro) ed esplicita che sarà la sua rivincita, perché anche lui, finalmente, può andare. In questo ultimo colloquio racconta che il padre, in previsione della sua partenza, gli ha chiesto di avere al più presto un nipotino. Si delinea un padre centrato sui propri bisogni, sentito come inibente, cui, tuttavia, non ci si può opporre perché fragilmente “buono”. Alessandro pur riuscendo finalmente ad andare porta con sé la fantasia di poter trovare nello sconosciuto datore di lavoro un’autorità vessante insieme all’angoscia di poter esplodere con una propria reazione emotiva pericolosa o inappropriata, forse perché non ha mai potuto modulare la propria “distruttività” nel rapporto primario.

 

La ricerca di un senso ontologico di Sé riguarda anche Giuseppe, un giovane già laureato che affronta da molti anni un secondo percorso di studi universitari con rabbia e fatica, impegnato quasi come don Chisciotte in una lotta all’autorità accademica, percepita come deludente rispetto al suo bisogno di riconoscimento e incapace di dialogo creativo. Arriva agli incontri preliminari disorientato e con accenti paranoici tali da indurci a dubitare della possibilità di inserirlo nel gruppo. Sembrava continuamente oscillare tra un Sé grandioso e un Sé a rischio di essere annientato.

Accettata la proposta dello psicodramma come un ripiego (avrebbe desiderato un’analisi individuale che non ha potuto permettersi) mantiene a lungo la svalutazione della sua esperienza con noi. Dice in un incontro che non vuole parlare veramente dei suoi genitori, perché potrebbe farlo solo nel corso di una “vera” analisi. Giuseppe sembra voler tenere i genitori in una sorta di animazione sospesa, un limbo d’indeterminatezza. Tuttavia, a mano a mano che la fiducia nell’esperienza dello psicodramma aumenta, lo studente inizia a rappresentarli; appaiono molto contraddittori, lo aiutano economicamente ma sembrano incapaci di un vero dialogo con lui. Il padre della prima infanzia non gli permette di piangere quando lo picchia duramente.

La difficoltà di fare i conti con il proprio ambiente affettivo primario, a causa di una sospensione di giudizio sulle qualità dei suoi genitori e sulla sua reazione, ci è parso trovare espressione nel suo narcisismo ipocondriaco. È per lui difficile distinguere fra cose buone da mettere dentro ed esperienze cattive da elaborare.

In una seduta dice: «Associo il mio “gonfiore gastrico” alla difficoltà di liberarmi completamente di ciò che ingerisco, come riflesso della mia situazione mentale, per questo motivo sono in “previsione” di cancro, non riuscendo a scaricare la carica».

La sua dissociazione nella percezione di aspetti buoni e cattivi genera persecutori. In uno degli ultimi incontri programmati, Giuseppe racconta un sogno: «Ero in presenza di un delinquente, un boss cui ero sottomesso, che mi diceva: “Tu non ti libererai mai di me: ovunque andrai ti troverò”».

Gli rimandiamo che forse lui ha vissuto anche noi terapeute come boss perché abbiamo deciso noi il tempo della conclusione ma, di questo, Giuseppe non sembra convinto. Porta nel corso della stessa seduta un altro sogno: «Ero in camera da letto, c’era un bambino di cinque-sei anni al lato del letto. Il piccolo ad un certo punto tira fuori un coltello o forse, per la punta, un taglierino. Lo invito a metter via il coltello, dicendogli: “ti puoi far male!”». Gli viene rimandato che quel bambino potrebbe essere lui stesso. Allora Giuseppe riferisce che la sera prima sua madre gli aveva mostrato una foto in cui è ritratto in occasione di una ricorrenza familiare, dicendogli: «Qui ci sei tu» e lui le aveva risposto: «Già allora avevo l’espressione di uno che si rompe il c…».

Ci è sembrato che Giuseppe inizi a riconoscere un’aggressività primaria e distruttiva di bambino che si era sentito non visto, costretto, annoiato.

In un altro incontro racconta ancora un sogno. Dice: «Ero nell’angolo di un locale dove c’erano strumenti musicali, mia madre mi era seduta accanto mentre io provavo un basso… Se veramente fosse stato così per me… se mia madre si fosse interessata a ciò che amo e mi interessa, sarebbe andata diversamente». Aggiunge: «Qui prendo spazio e sto bene, poi quando torno a casa sto male, mi vergogno di essermi preso lo spazio».

Il desiderio di avere un luogo per esprimersi, a causa dell’ambivalenza, lo fa sentire colpevolmente ingordo; giunge a vergognarsi dei propri bisogni narcisistici.

Racconta poi di aver ritrovato dei vecchi brani che aveva composto e di averli incisi. Abbiamo pensato che ciò possa costituire l’inizio per ritrovare nel suo spazio interno aspetti buoni, reali e di valore per se stesso come base per esprimersi nell’attualità.

Al termine dell’ultima seduta di psicodramma, andando via, Giuseppe dice commosso: «Grazie del vostro amore».

 

La gratificazione che Giuseppe ci dona, insieme al sentire cambiamento negli studenti che hanno partecipato al gruppo, il sentirli maggiormente capaci di superare l’impasse esistenziale, rafforza fiducia nei nostri “oggetti buoni”, rassicurazione di cui, a volte, anche noi abbiamo bisogno.

Giovanna Lorusso,

Didatta SIPsA Ordinario SIPSIA (psicoterapia del bambino dell’adolescente e della coppia) Libera professionista

 

Angela Maria Cotella,

Psicoterapeuta, specializzatasi presso la scuola COIRAG di Bari, con adesione al training SIPsA. Lavora per il Servizio Home Maker del Comune di Bari ed è libera professionista.

Note

  1. Il gruppo è una delle opportunità offerte dal Co.Ps., Servizio di Consultazione Psicologica dell’Università di Bari. È un gruppo con adesione gratuita, al quale diversi giovani hanno partecipato nell’arco di due anni, il tempo da noi programmato.
  2. I nomi e i riferimenti relativi a fatti e persone presenti nel testo sono stati volutamente modificati nel rispetto del diritto alla riservatezza delle informazioni personali.

 

Bibliografia

Beckett S.(1952), Aspettando Godot, in Teatro Completo, Einaudi – Gallimard, Torino, 1994

Green A (.1992), Narcisismo di vita narcisismo di morte, in Opere, Borla, Roma, 1992

Winnicott.D.W (1958a), Dalla pediatria alla psicoanalisi, Psycho-Martinelli, Firenze, 1975

Winnicott D.W. (1989b), Esplorazioni psicoanalitiche, R. Cortina, Roma, 1995

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