STEFANIA MARINELLI I nuovi ingressi nel gruppo: elaborazione e trauma

La nozione di campo del gruppo *

Quando parliamo come in questa breve nota clinica non di traumi individuali e neppure di traumi portati nel gruppo da singoli partecipanti, ma piuttosto di traumi del gruppo è necessario premettere alcuni chiarimenti sul concetto di gruppo considerato come campo condiviso e processo (vedi anche l’idea di spazio del gruppo in Marinelli, 2019; cfr. anche nota 1).

In questa nota farò riferimento ad alcune nozioni individuate da Bion (1961) nei suoi studi sui gruppi (Esperienze nei gruppi) successivamente rielaborate da autori che hanno concettualizzato ulteriori costrutti collegati. Fra questi in particolare l’idea di campo, che compare qui individuata da parametri utili da segnalare con una significazione specifica. Il campo infatti concepito come vertice teorico riveste una particolare importanza in quanto orienta il pensiero e la tecnica clinica del conduttore di gruppo. La prospettiva secondo la quale gli eventi gruppali sono visti infatti varia a seconda che siano intesi in modo individuale, o anche come contributi singoli ad un insieme, o piuttosto come parti di un insieme che si forma sulla base della loro interazione dinamica, determinando un soggetto “terzo” che non è la loro somma. Il “campo” è stato variamente concettualizzato dagli analisti italiani come “stato mentale” condiviso (Neri), dotato di “memoria storica” (Correale), di affettività (Perrotti), di emozionalità creativa (Gaburri) e di “mitopoiesi” (Corrao). Quest’ultima è considerata come valore specifico dell’attività produttiva dell’apparato plurale e del suo processo dinamico, collegato alla semiosi polivalente dei linguaggi che contribuiscono all’espressione comune e alla formazione del pensiero di gruppo (vedi per la trattazione estesa del tema: Notizie storiche in Gruppo di Neri, 1995; Corrao, vol II di Orme, 1995; Marinelli 2004, Introduzione storica in Contributi della psicoanalisi allo studio del gruppo). La nozione di campo è qui brevemente ricapitolata in quanto il tema – trauma di gruppo all’arrivo di nuovi membri partecipanti – ha un senso specifico solo se guardiamo il gruppo dal vertice del campo comune. È in questa prospettiva che vediamo come l’evento del nuovo ingresso descrive una relazione eventualmente impropria o disturbata fra campo e singoli, o anche la non comprensione di elementi e fattori attivi nel campo in un momento dato, da parte del gruppo e del suo analista. L’ingresso dei nuovi membri all’interno del gruppo, che non necessariamente ha un valore di rottura, è stato comunque più volte messo in relazione con elementi traumatici e di “ritorno dei morti” del gruppo1. Qui riprenderemo da vicino le difficoltà dei nuovi ingressi e i significati che possono assumere a seconda dei contesti in cui avvengono e del grado di maturità del processo di gruppo in atto in quel momento.

 

Gruppo misto e gruppo omogeneo, breve introduzione

Di recente in Italia, con ritardo rispetto ai paesi occidentali sviluppati che più pragmaticamente hanno tentato di provvedere alle richieste sanitarie di raggruppare domande di aiuto sulla base delle analogie e interessi comuni, si è sviluppata un’attenzione alla ricerca nel campo dei gruppi omogenei, sia monosintomatici sia monotematici, che per tradizione e ragioni organizzative sono maggiormente praticati nell’ambito istituzionale e associazionistico. È raro infatti che un singolo analista di gruppo possa riunire pazienti che corrispondono ad una classe diciamo così omogenea, a meno che si tratti di fascia d’età, dato che costituisce un’ipotesi più comune da valutare per la creazione di un gruppo; oppure di una notorietà personale specializzata di un curante in un dato campo, per la quale è consultato in modo specifico. In altri casi sarebbe molto impegnativo creare un gruppo privato esclusivo ad esempio per pazienti anoressiche e bulimiche, o sofferenti di malattie organiche, o altri che abbiano all’origine una cultura comune, perché questa più comunemente si sviluppa in reparti ospedalieri o istituzioni di cura territoriali, o nelle associazioni specializzate.

Dunque il discorso relativo alla selezione omogenea dei pazienti che parteciperanno al gruppo parte nella maggioranza dei casi dalla concomitante considerazione del contesto istituzionale, il quale si presenta a tutti gli effetti come un contenitore che pre-esiste e fa parte, o, con Bion potremmo intendere, è preconcepito come dotato di alcune qualità che saranno poi concepite, ed entreranno a far parte delle culture del gruppo, e della sua mentalità di base (1961) per realizzarsi nel patrimonio ideativo e fantasmatico che sarà proprio della sua vita e si svilupperà nel suo processo (per la nozione di preconcezione, concezione, realizzazione, vedi Bion, 1962).

Ora qui ho invocato il pensiero della differenza fra i gruppi omogenei oppure misti per meglio porre sullo sfondo di questa breve trattazione clinica sul trauma di gruppo, il vertice del processo di gruppo sia con le uguaglianze sia nonostante le uguaglianze che collegano i partecipanti fra loro e con l’analista. Non parlerò dunque di un possibile trauma comune ai partecipanti di un gruppo cosiddetto omogeneo – come era stato proprio il gruppo curato dopo la Prima Guerra Mondiale nell’ospedale di Northfield da Bion, ispirato alle idee sui gruppi di Rickman suo analista, in collaborazione con Foulkes, nel reparto dei soldati tornati dal fronte con trauma di guerra. Ma piuttosto parlerò delle omogeneità prodotte dal gruppo stesso; e del trauma creato dalla percezione delle differenze (mediante l’esperienza dell’ingresso di nuovi partecipanti) quando queste non sono state elaborate ancora o adeguatamente.

Sappiamo che le omogeneità della composizione e dell’intera vita del gruppo possono essere varie: da sintomatiche inerenti alla superficie compositiva del gruppo e basate o non su affinità profonde, a derivate dalle valenze (Bion, 1961), che legano in modi automatici fra loro elementi affini di mondi inconsci di singoli facenti parte del campo; e possono essere da fasiche e occasionali a derivate dal bisogno della mentalità del gruppo (ibidem) di mantenere una omeostasi che impedisca lo sviluppo di culture più libere e differenziate. Su questi e altri aspetti erano stati esplicativi i diversi capitoli tematici del primo studio esteso in Gruppi Omogenei, a cura di S.Corbella, R.Girelli, S.Marinelli, nel quale oltre a descrizioni cliniche di differenti formati e contesti nei quali un gruppo omogeneo può lavorare, si tentava di concettualizzare la nozione stessa di “omogeneità” e le sue diverse funzioni e declinazioni. Qui l’elemento utile e necessario per chiarire non è quello della composizione omogenea del gruppo, bensì delle valenze inconsce che operano in modi automatici all’interno del campo comune, che non sempre sono riconosciute e rendono omogeneo il gruppo in alcune sue parti o fasi e impedendogli di individuare e accogliere le differenze per elaborarle.

 

Ingresso dei nuovi membri e fasi fondative del gruppo

Per entrare meglio nel merito descriverò una circostanza specifica: quella del nuovo ingresso di una partecipante in un gruppo già formato che lavorava da tempo, e i significati che questo assunse. La nozione del gioco oscillatorio all’interno del gruppo fra uguaglianze e differenze aiuterà a descrivere come questo (il nuovo ingresso di un partecipante) possa addirittura essere traumatizzante per i membri e per il gruppo in toto, nel caso che gli elementi presenti nel campo non siano stati previamente riconosciuti ed elaborati adeguatamente per affrontare il cambiamento richiesto dal nuovo ingresso e la capacità di accoglierlo ed trasformarlo. Quando questo avviene infatti e se il gruppo non è pronto, un nuovo ingresso ripropone in modi anche rapidi e globali l’inconscio non ancora enucleato, o trascurato, o negato, e il tentativo di espellere il dolore traumatico del cambiamento, probabilmente con una veemenza anche maggiore e distruttiva.

 

Trauma individuale e di gruppo

Dunque come sempre il tema del trauma è collegato al doppio binario della sua realtà e della sua riattualizzazione nell’analisi. Il tema, o i temi, del trauma è stato ampiamente dibattuto sia da chi ha ritenuto che il trauma non va disturbato troppo da vicino nel suo merito di catastrofe di fatto e storica, sia da chi invece ritiene che la sonda psicoanalitica possa lavorare con il trauma2.

Trattato nell’ambito della psicoanalisi che studia i gruppi, il trauma assume un significato specifico nel campo teorico e clinico legato alle idee di Bion e della gruppoanalisi orientata ai costrutti di Foulkes. Se pensiamo infatti che il soggetto plurale dell’analisi di gruppo compendi in sé la natura primordiale dell’apparato psichico e la sua natura indifferenziata e espansa, stiamo anche considerando il trauma presumibilmente come un evento che ha ostacolato l’individuazione e ha creato rottura dello sviluppo di un soggetto, intrappolandolo o regredendolo nella Matrice indistinta di cui parla Foulkes, o come la nomina Bion, nella protomente. L’idea clinica di questa nota è che il trauma del gruppo, qui esemplificato come crisi a fronte di un nuovo ingresso, contenga entrambe le qualità, dei traumi individuali e del trauma della parte indifferenziata della personalità, rimasta ancorata nell’indistinzione, e contenga le sue qualità e le sue motivazioni.

L’esempio clinico riportato, relativo al trauma che il gruppo vive all’ingresso di nuovi membri specie quando non è preparato ad elaborarlo, può essere considerato in modo paradigmatico come un esempio di rottura sociale che corrisponde alla rottura creata dal passaggio individuativo del singolo, che il gruppo riattualizza, amplifica e rielabora per trasformarla.

 

Ingresso di un nuovo membro, diverso: la crisi delle appartenenze e dei miti fondativi

Il caso che presenterò concerne il dissesto generato in un gruppo a finalità analitica che si svolgeva nel mio studio, dall’ingresso di una nuova paziente, portatrice di una patologia “omogenea”. Mi spiegherò: l’ingresso di una paziente “alimentare” può essere sentito come derivato da una popolazione omogenea specifica che entra a far parte di una comunità che non aveva previsto vincoli specializzati e di pertinenza sanitaria e istituzionale. Parlo di questa possibilità che tratterò soprattutto mediante la descrizione clinica, perché a differenza dei pazienti psicotici o gravemente borderline che entrano in un gruppo misto, l’impatto del loro ingresso è differente. I pazienti psicotici e gravi possono sicuramente creare nel gruppo timore, sospetto e difficoltà di elaborazione. Ma essi sono sentiti affini, come facenti parte di un campo comune o di un continuum psichico di gravità che scorre, si modifica, si riflette nello scambio delle affinità, reciprocità, complementarietà, e fa da esperienza indiretta o diretta di un livello di gravità di un campo comune. Al contrario un paziente portatore di una specializzazione (perché è così che egli si sente ed è sentito: portatore di un’appartenenza specializzata) crea disagio se non trauma: o nel paziente; o nel gruppo; o in entrambi.

Il tema delle appartenenza segrete se così possiamo chiamarle è importante nel gruppo. I membri del gruppo esigono e controllano attentamente che vi sia all’origine della formazione del gruppo e della sua concezione da parte dell’analista, una parità, una democrazia. Questo elemento investe diversi settori: la sovrastima del campo idealizzato (la psicoanalisi, la cura) è il più comune. Ma vi sono molti altri campi di monitoraggio della parità di condizione che i figli pazienti usano verso i genitori analisti. Un gruppo che formai nello studio molti anni addietro ad esempio, aveva avuto come membro “fondatore” una paziente che richiedeva un aiuto personale, ma aveva già fatto il suo ingresso da allieva nel mondo ritenuto affine a quello dell’analista del gruppo – aveva cioè già scelto di formarsi per diventare psicoterapeuta. In quel caso il criterio che selezionava il privilegio originario si era organizzato sulla base di quel tipo di appartenenza idealizzata. In un altro gruppo invece ad esempio la discriminazione era caduta sul numero di colloqui individuali, di contatti personali con l’analista che avevano preceduto l’ingresso nel gruppo e dunque il carattere dell’appartenenza che creava competizione era soprattutto affettivo. In un’area analoga, quando i componenti del gruppo hanno origini diverse perché erano stati o non, prima dell’inizio del gruppo, pazienti singoli dell’analista, può creare nel gruppo addirittura disparità, confusione e scisma.

Dunque i fattori che determinano ostacolo e irrigidimento all’interno della rete relazionale e del funzionamento del processo di lavorazione degli oggetti del gruppo non sono sempre di facile individuazione, anche quando siano state rispettate e pensate tutte le procedure nella selezione per la formazione del gruppo. I fattori rilevanti non sono relativi alla gravità sintomatica, bensì piuttosto alla creazione del dispositivo di cura da cui il gruppo dipenderà per il suo lavoro e le sue speranze. In particolare nelle fasi iniziali del gruppo terapeutico i timori profondi dei partecipanti sono in cerca di appoggio. Ogni maniglia possibile è valutata. Le fantasie e le motivazioni al gruppo terapeutico dei singoli rientrano in quella fase in quella che Anzieu (1976) ha chiamato illusione gruppale: una difesa dall’ansia di fare ingresso in un mondo che potrebbe essere profondamente regressivo (il corpo materno che reinfeta i figli, Anzieu, ib., il tema è anche ripreso da Neri, 1995-2018; e da Marinelli, 2004) e che ha natura multipla (paura della disseminazione e fantasma di essere smembrati, ib.). Quando il timore della dispersione operata dalla comunanza è più forte delle aspettative di redenzione offerte dalla grandezza della comunanza, allora le difese dalle paure si appoggiano all’indagine degli elementi inerenti alla generazione stessa del gruppo. Questo è di aiuto per controbattere il rischio dell’accorpamento in una massa, o massa distruttiva.

Quando un gruppo inizia, le prime fasi di vita sono centrate sulla ricerca delle comunanze, mentre le successive sono maggiormente rivolte all’individuazione delle differenze. L’origine è tempestosa e il timore che le valenze del campo condiviso siano destruenti è evidentemente più sensibile, ed è più immediato il bisogno di difendersene mediante l’idealizzazione, l’illusione, e l’assunto di base: questi incrementano del resto i legami di corrispondenza fra la base arcaica dell’esperienza psichica e quella più evoluta delle culture intermedie che potranno aumentare l’elaborazione.

Dunque nelle fasi iniziali il monitoraggio degli elementi “genetici” del gruppo è enfatizzato dal timore e orienta l’attenzione del gruppo agli elementi da cui dipende la sua possibilità di essere rassicurato. La rassicurazione che la sfida plurale non sia troppo invasiva per i singoli è ricercata fin da subito in termini di campo condiviso, anche se è ancora in via di formazione: non nei termini dei bisogni singoli. Se l’esplorazione preliminare sarà rassicurata, il dispositivo di lavoro che ne deriverà sarà sentito più forte. Quando l’apparato sociale sarà legittimato e stabilizzato, i singoli potranno farsi valere come individui che ne fanno parte.

Come ogni analista di gruppo ha visto nella sua esperienza, il timing degli inserimenti successivi all’inizio del gruppo è sensibilmente importante. I nuovi ingressi successivi all’epoca delle origini e dei valori fondativi recheranno in sé l’epifania degli elementi che fino a quel momento non ne avevano fatto parte, o erano stati accantonati, o erano stati rifiutati perché troppo dolenti per emergere. Il nuovo ingresso cioè introduce di per sé una crisi. A maggior ragione produrrà una crisi in un campo emotivo fragile o troppo conflittuale. E ancor più produrrà una crisi se è troppo grande il divario fra la cultura originaria del gruppo, la fase di elaborazione, e la fase emotiva e culturale del nuovo membro che entra a farne parte. Quando il nuovo membro è sintonico con la fase del gruppo, si arricchisce e diventa velocemente capace di corrispondenza con il campo condiviso. Se invece è aggiunto ad una situazione di difficoltà o pensato utile (dall’analista) per sanare o compensare le difficoltà del campo, è subito foriero di scismi e abbandoni. Nessun punto per l’analista di gruppo è tanto complesso forse come questo. L’analista è insieme il garante del gruppo, ma anche del nuovo paziente partecipante. Dunque dovrà avere il polso ben chiaro del campo in cui si realizzerà l’incontro fra i due, gruppo e nuovo partecipante.

 

Nuovi ingressi e campo del gruppo

Tornando all’esempio ipotizzato sopra dell’ingresso di un paziente sentito come appartenente a culture specializzate estranee al gruppo (l’esempio delle pazienti alimentari) sappiamo che questo non varrebbe di per sé come esempio di rottura dell’unicità esclusiva del campo, se non considerassimo più in generale due fattori. Uno abbiamo detto è relativo alla fase di sviluppo del gruppo. Il secondo è relativo alla corrispondenza e sintonia del nuovo paziente rispetto alle ragioni delle culture esclusive e originarie del gruppo. Ad esempio se un gruppo ha lottato anche aspramente per la conquista di una cultura comune e quella cultura era basata sulla competizione fra membri fratelli per avere l’amore del genitore analista, ricercherà a tutti i costi di far valere quella cultura e quei fattori dell’idealizzazione (la cura, la cultura psicoanalitica) agli occhi del nuovo arrivato. Sarebbe una difficoltà eccessiva se il gruppo dovesse irrigidire la sua cultura per non essere contrastato da una cultura altrettanto specializzata, portata al suo interno dal nuovo membro.

Farò un esempio, dove questa configurazione è più chiara perché fa parte di un dato oggettivo. L’esempio clinico è il seguente: l’analista del gruppo offre per un tempo e fin dalle fasi iniziali il suo apporto al processo comune, dando risposte e soluzioni ai conflitti che portano alla formazione di una data cultura esclusiva del gruppo. Il gruppo sente di avere ricevuto l’adesione rassicurante dell’analista. Quando entra nel gruppo una paziente “alimentare” percepisce istantaneamente, prima che possano essere verbalizzati e resi elaborabili, due aspetti: uno soggettivo della paziente, o attribuitole dal gruppo, che si sente portatrice di una cultura sociale propria, organizzata ed esclusiva che contrasta con quella del gruppo. Il secondo aspetto riguarda l’analista la quale, anche se non ha fornito informazioni su questo, è subito sentita interessata al trattamento dei disturbi anoressici e bulimici. Quell’interesse in una cultura altra, esclusiva, finora ignorata suscita gelosia e incompatibilità proprio per il motivo che fa parte dell’oggetto (psicoanalitico) idealizzato e ha avuto già uno sviluppo e una cultura propri, finora non rivelati all’interno del gruppo. Il campo comune che ha elaborato l’idealizzazione e sanato i conflitti per risolverla, improvvisamente sente di non includere tutti gli oggetti dell’analista e che essi possono essere indipendenti dal gruppo. Questo è intollerabile ed è sentito come una provocazione e un rischio che improvvisamente la cultura del gruppo sia svalorizzata.

 

Esempio clinico3

Un caso di nuovo ingresso in un gruppo da tempo consolidato nel lavoro e nei legami interni, produsse una crisi che a tutta prima non fu esplicita e non fu possibile per un lungo periodo riconoscere.

Si trattò direi di un trauma segreto che rimase soggiacente, mascherato da difese (come la trasformazione nell’opposto di un elemento rifiutato) fino a che i suoi elementi poterono manifestarsi limpidamente. L’ingresso di una paziente, particolarmente difesa e versatile, che chiamerò Maria, disorientò il gruppo e lo tenne sospeso fra l’accoglienza per affinità o per contrapposizione, e il rifiuto espulsivo. Le impressioni multiple che Maria ebbe, e generò, nel gruppo furono rivelanti anche se non immediate e lo avrebbero aiutato successivamente a evolvere le sue concezioni attraverso un periodo di crisi. La crisi a tutta prima fu manifestata da Maria; solo più tardi si vedrà che gli elementi di quella crisi di ingresso erano reciproci con quelli del campo del gruppo e solo in parte erano appartenenti a lei.

Ma comincerò dall’inizio, descrivendo la posizione che Maria prese al suo ingresso nel gruppo: era una paziente bulimica e obesa che tentava la via psicologica e del gruppo dopo vari fallimenti medici. Subito ella provò un forte timore, che più propriamente era terrore; ma poiché per sua natura era incline a lottare e ad affermare se stessa a tutti i costi – anche il suo temperamento culturale “regionale” era dello stesso tipo; e la sua stazza obesa inoltre sembrava la traduzione fisica della forza della sua presenza. Tutto faceva pensare che non si sarebbe arresa. Il gruppo dal canto suo voleva fare la sua parte, rivendicava le forza delle sue tradizioni, intendeva esibire la sua potenza a fronte della nuova arrivata, che propagandava fra l’altro nobili titoli accademici. A proposito di quest’ultimo “titolo” di Maria, aggiungerò che si trattava di un elemento delicato, quello della cultura e dell’università che ha il titolo di rappresentarla ufficialmente; perché nel passato, proprio nelle fasi iniziali del gruppo, quell’elemento si era impresso fortemente nell’assetto della sua fondazione, e si era organizzato in una fantasia comune, fra variazioni sul tema, come confine che selezionava gli “acculturati” come i detentori del potere psicoanalitico confidenti della dottoressa, che sicuramente li aveva scelti per il gruppo sulla base di quegli alti meriti e privilegi (alcuni partecipanti erano “psicologi” o studenti di psicologia); mentre i comuni analizzandi erano esclusi dal privilegio del sapere; e il duello dei due partiti era stato non solo forte, ma aveva connotato l’intera vicenda del gruppo fondatore). L’incontro/scontro dunque fu incandescente e per un periodo sembrò che Maria cedesse la sua parte, rinunciando. Però l’analista ebbe un’idea che funzionò per recuperare quello che nel seguito sarebbe diventato un sensibile contributo psicologico di Maria, presenza insieme potente e fragile nel gruppo. L’analista colse nell’aspetto obeso di lei un’affermazione di potenza, oppure anche un distanziatore adiposo dal sentire le emozioni e sensazioni. Una volta formulato questo pensiero, la conduttrice del gruppo comprese la natura della reale difficoltà della circolazione delle parole e dei pensieri all’interno del gruppo e prese partito: non avrebbe più rivolto parole dirette a Maria, ma avrebbe rivolto al gruppo in generale o ai restanti partecipanti, i pensieri e i contenuti diretti a lei. Maria restò così molto attenta, ma schermata; coinvolta, ma indirettamente. Questo intreccio creò una serie di utilità: rimescolò le comunanze psichiche dei partecipanti più profonde. Liberò Maria dalla forte paura che lo sguardo analitico cadesse su di lei (era una matematica, schiva e razionale) impreparata a riceverlo. Ella si sentiva per la prima volta paralizzata dal sentimento, improvvisamente apparso nella sua esperienza emotiva, di inadeguatezza, per fronteggiare il quale si immaginava sprovvista di qualsiasi equipaggiamento. Inoltre Maria aveva da sempre una cultura da “villaggio”, tendente alla collaborazione sociale a tutti i livelli della vita comunitaria, e la nuova tecnica adottata all’interno del gruppo di girare l’attenzione e farla circolare fra tutti i partecipanti incentivava la rete dei legami nel senso della abitudine di Maria alla cooperazione comunitaria. Si andava così creando una configurazione che valorizzava l’identità del gruppo, capace di ricevere un nuovo membro dotato di un proprio peso specifico, che lo sfidava ma anche lo arricchiva. Da ultimo, semplicemente, lo sguardo e la parola dell’analista traslato sugli altri del gruppo, liberò il sentimento di fragilità, e il desiderio di comunicarlo e condividerlo; e, last but not least, anzi inaspettatamente significativo, aiutò il senso bulimico di Maria, il suo bisogno di inglobare in sé tutti i contenuti del gruppo. Cosicché ella divenne velocemente, nel giro di pochi mesi, da ritrosa e arroccata, invece colei che teneva il diario di bordo del gruppo. Seduta dopo seduta “sognava” i contenuti di tutti gli altri partecipanti, che rispondevano stimolati e appagati dall’interessamento con sintonia e con ampie elaborazioni, e nel riportarli puntualmente al gruppo come anche propri Maria amplificava sensibilmente la comunicazione e lo scambio, mentre rendeva accettabile per sé il contenuto “socializzato” delle emozioni che la riguardavano. Direi così: una bulimia usata a buon fine. Fu un evento quasi miracoloso del lavoro del gruppo in quella fase.

Ma vi è un altro punto di vista individuale questa volta, da mettere in evidenza. Maria era tormentata dall’idea di sentire se stessa ambivalente e doppia in tutti gli aspetti della sua vita psichica e di vivere alcune dimensioni estremizzate di tale ambivalenza concreta. Ad esempio sentiva e manifestava sentimenti di forte tenerezza, e allo stesso tempo poteva sentirsi cinica, selvaggiamente dura o crudele fino alla ferocia, indipendentemente dalla sua educazione ben civilizzata. Dopo un lungo periodo “onirico” e produttivo del gruppo, nel quale questi suoi duplici registri furono resi disponibili per lo scambio multiplo con tutti gli altri del gruppo e furono scandagliati nelle varie direzioni dei mondi e dei funzionamenti psichici di tutti i partecipanti, emerse inaspettatamente, ma ben delineato, un aspetto basilare, una fantasia basica e profonda di Maria, che teneva in ostaggio tutto il suo psichismo. Era questo: la sua intima convinzione inconscia di avere ingoiato, in chissà quale momento della sua vita remota, un grande animale, morto. L’ingestione aveva collocato quella presenza in lei per sempre. Lei avrebbe potuto ritirarlo fuori come spauracchio di ferocia e morte per spaventare altri o se stessa in ogni momento, o nei momenti estremi, oppure poteva lasciarlo dormiente nel suo corpo profondo, a ostruire qualsiasi scambio fra interno e esterno. La forte socialità di Maria, del resto sincera e spontanea, sembrava compensare il pesante isolamento interno dato dalla presenza dell’oggetto ingerito che la tiranneggiava da dentro. In entrambi i casi, o che questo grosso animale defunto/vivente in lei fosse operante oppure giacente, esso le impediva di realizzare i suoi progetti, il primo dei quali era quello di dimagrire e recuperare una bellezza femminile che era, nel quadro generale del suo sviluppo soggettivo, fortemente idealizzata e irrinunciabile. La scoperta dolorosa di questo nucleo profondo portato nel gruppo generò una fase di lavoro successivo che qui non sarà riportata. Il gruppo, dirò soltanto, fu sconcertato dalla rivelazione di una presenza di un membro “alimentare” capace di inscenare divoramenti ed espulsioni selvagge, e fece fatica a riequilibrare il proprio sentimento di sé dal senso di squilibrio e smembramento da cui si era sentito invaso. Maria era e rimase molto amata dal gruppo, e stimata. Si rese necessario aiutare le elaborazioni delle fasi successive del gruppo con l’immissione di altri partecipanti, portatori di nuovi contenuti differenti, anche se a loro volta di non facile elaborazione. Vi fu un viraggio del gruppo verso nuovi quadri psichici, ma anche verso nuovi orizzonti generazionali, perché i nuovi membri cambiarono la configurazione precedente: furono due adolescenti ad entrare a far parte, due “figlie” nuove del gruppo, che lo rigenerarono, pur essendo portatrici di dolore psichico (fobia) da elaborare. Lo scambio fra “genitori e figli” rimescolò i giochi e le relazioni interne al gruppo, si rialimentò e produsse una nuova fiducia. Il diario onirico di bordo di Maria rimase nell’immaginario del gruppo come un periodo onirico fondativo, che lo aveva arricchito; lo spavento del suo lato selvaggio fu lentamente dimenticato e sostituito da una configurazione di scambi generazionali affettivizzati, che riparò la memoria dei desideri insaziabili, valorizzando piuttosto la traccia della tenerezza materna lasciata da Maria, dopo che ebbe lasciato il gruppo.

Tempo dopo si comprese che l’ambivalenza di Maria conteneva l’ambivalenza dei sentimenti genitoriali verso i figli adolescenti e che la fantasia dell’ingestione di un animale morto rappresentava timori fino a quel momento non trattati, connessi alla paura di essere abbandonati e di morire. Ma aveva dovuto passare molta acqua sotto i ponti, prima che l’orgoglio del gruppo si inchinasse verso la dolorosa scoperta della solitudine generazionale e dell’ignoto contenuto nell’invecchiamento.

Dunque il trauma del nuovo ingresso, che gruppo e nuova paziente si erano giocati a scambio con alterne vicende, si era annidato profondamente nelle loro metà simmetriche, con una carica eversiva e una dolorabilità che avevano impedito a lungo la via dell’espressione diretta. Perché quel trauma fosse enucleato attraverso la sequenza delle esperienze, furono necessarie manovre longitudinali indirette, concluse nel dolore, ma anche nella forza di nuove profonde consapevolezze. I membri di quel gruppo rimasero in contatto solidale anche dopo la fine dell’esperienza, accompagnati a lungo dal suo spirito e dal desiderio di rievocare il sostegno della rete.

 

Stefania Marinelli

Psicoanalista di gruppo (IIPG) e Psicologo clinico (Già)professore associato presso la Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma, presidente di Argo (Associazione per la Ricerca sul Gruppo Omogeneo) e co-Direttore Responsabile della rivista Gruppo: Omogeneità e differenze

 

Note

  1. Vedi sui nuovi ingressi nel gruppo associati ad elementi traumatici: Marinelli, vari articoli tematici ricapitolati in Il gruppo e l’anoressia, 2004; Neri, 1995, con l’idea dei nuovi ingressi elaborati come ritorno dei “morti” e degli oggetti perduti del gruppo. Anche Jaffè (2014) diede un valore specifico ai nuovi ingressi nel gruppo di pazienti anoressiche, indicando come questi fossero ritualmente elaborati in termini di riazzeramento dell’elaborazione simbolizzante acquisita dal gruppo, e ritorno alla posizione concreta della conta calorica e del progetto dimagrante: vedi il contributo all’edizione tematica di Funzione Gamma, 14.
  2. Il tema della possibilità di interpretare il trauma e come lavorare con il trauma, è stato trattato più estesamente di altri e da differenti prospettive dalla letteratura psicoanalitica. Qui sono indicati gli studi di A. Correale per il loro sviluppo costante e la messa in relazione con diversi elementi, come: La difficile differenziazione dalla identificazione traumatica. La forza gravitazionale del trauma («Quaderni del Centro Psicoanalitico di Roma», 2010); La trasmissione del trauma («Quaderni di cultura junghiana», anno 2, n.2, 2013); anche la relazione con gli stati limite, e con il nucleo psicotico, sono trattati in vari libri e articoli e in parte ricapitolati in Area traumatica e campo istituzionale. Borla, Roma, 2006, orientato agli aspetti della cura istituzionale e la formazione dei gruppi équipe.
  3. Il caso clinico è riportato in: Marinelli S., Il vertice spazio nel lavoro psicoanalitico, Cap. 6, paragrafo: Esempio di un gruppo non omogeneo, con una paziente alimentare al suo interno. Borla, Roma, c.so di stampa.

 

* Per la nozione di campo e altre utilizzate nel testo è riportato di seguito il

 

BREVE GLOSSARIO

* Campo del gruppo, concettualizzato da vari autori, è inteso qui come spazio emotivo, ideativo, mnestico, onirico del gruppo condiviso da tutti i partecipanti. Il campo è dotato di memoria storica ed è affettivizzato. Comprende anche elementi trans-personali, individuati da Neri (in Gruppo, 1995; e in vari articoli tematici) come appartenenti al campo durevolmente o in un data fase, ma non ai singoli partecipanti. Questi possono esserne coinvolti e portatori o portavoce occasionali, senza esserne i produttori.

* Cultura del gruppo (Bion, Esperienze nei gruppi). La cultura del gruppo, a differenza della mentalità che è inconscia, appartiene alle dimensioni razionali del suo processo. È radicata nello spirito di cooperazione del Gruppo di Lavoro, ed esprime gli stili e le forme con le quali le esperienze psichiche confluite nell’apparato di lavoro sono state da questo elaborate.

* Mentalità del gruppo (Bion, Esperienze nei gruppi). Le radici della mentalità del gruppo sono inconsce e regolate da leggi automatiche di tipo primitivo (protomentale). La mentalità del gruppo confligge con le sue culture evolutive e trasformative, e afferma invece i bisogni statici del tempo inconscio non modificabile del gruppo e della sua identità intangibile.

* Mitopoiesi del gruppo (Corrao, Opere, Vol. II di Orme). Mitopoiesi rappresenta il bisogno del gruppo di mitizzare contenuti ed esperienze condivise al fine di potenziare il soggetto plurale, giustificando il sacrificio individuale e la solitudine. La creatività mitopoietica rappresenta anche la tendenza del gruppo a esprimere contenuti di difficile tollerabilità per l’apparato psichico singolo, mediante forme letterarie specifiche, come il mito, che sono sufficientemente distanti e immaginarie da consentire il contatto amplificante; e sufficientemente vicine per i loro contenuti drammatici da essere usati per la rappresentazione dei sentimenti e i contenuti attuali presenti nel gruppo. Il gruppo inoltre come del resto il singolo paziente in analisi che tende a usare il mito ma anche a produrre continuamente miti nuovi propri (Ferro, 2006), ricerca nel mito la dimensione creativa specifica del suo apparato, che per la sua natura multipla lavora simultaneamente a più piani di senso e valorizza le risorse polivalenti e polisemantiche della narrazione condivisa.

 

 

Bibliografia

Anzieu D. (1976), Il gruppo e l’inconscio. Borla, Roma, 1979.

Bion W.R.(1961), Esperienze nei gruppi. Armando, Roma, 1971.

Bion W.R. (1962), Apprendere dall’esperienza. Armando, Roma, 1972.

Corbella S., Girelli R., Marinelli S. (2004), Gruppi Omogenei. Borla, Roma.

Corrao F., Orme, vol. II. Milano, Cortina, Milano, 1995.
Correale A. (2000), Psicoanalisi e psicosi: fino a che punto indagare l’area traumatica? In Rivista di psicoanalisi, Anno XLVI, n.4, ottobre-dicembre.
Ferro A. (2006), Riflessioni preliminari si Psicoanalisi e Narratologia, in “Tempo e Narrazione”, a cura di S.Marinelli e M. Bernabei, Funzione Gamma, 17, www.funzionegamma.it.

Jaffè R. (2007), Ripetizioni nel tempo e microtrasformazioni. Dieci anni di lavoro con un gruppo di pazienti anoressiche e bulimiche, in «Gruppo con pazienti anoressiche: fattori terapeutici», a cura di S. Marinelli, O.Caputo, Marinelli S. (2004), Il gruppo e l’anoressia, Cortina, Milano

– (2019), Il vertice spazio nel lavoro psicoanalitico. Borla, Roma, in c.so di stampa.

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