GIUSEPPE PREZIOSI

Alenka Zupančič
Lasciateli marcire. La parallasse di Antigone
Necessità e contingenza del desiderio
Poiesis editrice, 2024

Perché interrogare Antigone, ancora, nel 2024? Cosa continua ad istigare?

Alenka Zupančič ci fornisce attraverso il suo testo nuove possibilità e motivazioni; si allontana dalla contesa più appariscente tra Antigone e Creonte, due singoli individui o ciò che possono rappresentare simbolicamente, e si concentra su ciò di cui si tratta, «qualcosa di implicito nella costituzione del normale ordine sociale” (pag.13); uno sguardo che è una “visione di parallasse”, una fessura, una crepa , dalla quale si intravede ciò che costituisce la realtà stessa e maschera il suo status di mezzo neutrale in cui si schierano posizioni diverse, in conflitto tra loro» (pag.10).

Un primo passo fondamentale consiste nel discernere il tipo violenza in campo.

Non si tratta di un atto di violenza individuale di Antigone nei confronti di un atto di violenza del potere istituzionale incarnato da Creonte. Ciò che il re di Tebe intende violare è il limite stesso della legge simbolica, la discontinuità stessa sulla quale è istituita e che costituisce il fondamento del sacro.

In questo, Creonte, scrive l’autrice, è attiguo al «fascino libidico del nuovo populismo e dei suoi leader» (pag.22), nel suo modo osceno di esercitare il potere trasgredendo I limiti interni della legge.

Antigone si erge come volontà, perseveranza e tenacia, a incarnare la conseguenza della violenza oscena di Creonte.

È questo il suo curioso tentativo di provare a integrare l’evento traumatico dell’uccisione reciproca dei fratelli Eteocle e Polinice nella storia di Tebe. Il rifiuto del rito funebre (i riti funebri […] sono un modo per far coincidere la morte con sé stessa. Infatti è questa coincidenza che infine libera il corpo e consente al defunto di riposare in pace -pag.25-26) provoca il ritorno del Reale attraverso Antigone e la sua non-morte, intesa come eccesso irriducibile che ripropone il trauma in cui tutta la stirpe di Edipo è immersa.

«Antigone sublima questa eccedenza di non-morte […] la sublima con le sue azioni che la portano a essere sepolta viva, incarnando così una vita “sepolta”.

Quella di Polinice è una morte che non può morire mentre quella di Antigone diventa una vita che non può essere vissuta da viva; tuttavia essa libera la vita, generando una immagine sublime della sua eccedenza traumatica. È questa l’immagine che Lacan associa ad Antigone come figura di “desiderio puro” inteso come desiderio allo stato puro, desiderio come soggettivazione della Cosa impossibile» (pag. 44).

Nell’ultimo capitolo del suo scritto l’autrice fa ancora un passo avanti insistendo sulla peculiarità di Antigone e del suo rapporto con Polinice, nodo biologico e simbolico della stirpe di Edipo. «Antigone è la custode dell’Atē della famiglia, della loro particolare disgrazia (infelicità, rovina, follia) – ovvero di questa singolare, unica Atē familiare, non dei legami familiari in generale […] e se invece questa singolare Atē famigliare si ripetesse in ogni famiglia e costituisse l’altra faccia della struttura famigliare […]? o, anche di più, in generale, dell’ordine simbolico e del linguaggio in quanto tali?» (pag.52).

Il punto è qui svelare il carattere intrinsecamente incestuoso della struttura del linguaggio, intendendo l’incesto come anello mancante tra natura e cultura, o meglio, il tabù dell’incesto come velo sull’impossibilità di questa congiunzione, come operazione che permette a ciò che di per sé è impossibile di poter essere avvicinato dall’umano.

«Come l’anello mancante tra la natura e la cultura, l’incesto stesso è simile ad un enigma o ad una Sfinge, un semi corpo o un mezzo significante. Suggerisce l’immagine della “natura” che copula con la “cultura”, producendo creature strane e mostruose, di cui l’antica mitologia è ampiamente popolata […] costituisce il rovescio irriducibile e persistente degli esseri umani “veri e propri”» (pag.67).

In questo punto la conclusione ritorna al principio. Perché emerge di nuovo oggi Antigone?

Se da un lato la società neoliberale ci ha abituati all’accumulo e all’eccedenza, allo stesso modo condanna ogni tipo di eccedenza soggettiva, patologizzata e fatta rientrare attraversa le buone norme di crescita e cura personale. L’illusione egocentrica di coltivare una unicità si dissolve nella catena di montaggio di scelte predeterminate e omologanti. Ed è qui che è necessario che riemerga Antigone, come eccesso che interrompe quello che altrimenti sarebbe l’incastro perfetto della macchina, come svelamento della impasse insita nella struttura della legge e del simbolico, come soggettività isterica che «non mira all’unicità o ai propri diritti personali ma a ciò che è marcio nello stato delle cose, nell’ordine delle cose. Freud l’aveva visto molto chiaramente» (pag.77)

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