CENTRO DIDATTICO DI PSICOANALISI E PSICODRAMMA – ROMA Dissodare la realtà

Abbiamo iniziato a riflettere su come Raccontare lo psicodramma analitico e la sua storia: dalle origini ad oggi, decidendo di partire dall’ultimo intervento che Elena Croce ha presentato ad un convegno SIPsA.

Bisogna risalire al marzo 2004, quando, partecipando ai 3 giorni di «Le vie de … lo psicodramma analitico», presentò un testo molto complesso dal titolo Significato e uso dello spazio in psicodramma analitico (1). È un articolo molto importante perché raccoglie un po’ la summa della sua teorizzazione intorno allo psicodramma e alla psicoanalisi, che non possono mai essere disgiunti.

Il nostro Centro Didattico nasce per seguire e proseguire il pensiero che Elena Croce nella sua carriera ha sviluppato in merito alla psicoanalisi e allo psicodramma.

Un percorso, il suo, svoltosi prima nella SEPT e successivamente nella Società di Psicodramma Analitico, che Elena ha contribuito a fondare e che al momento del suo nascere veniva definita “costola” della società madre francese.

Lo psicodramma analitico freudiano che vede la luce con Paul e Gennie Lemoine, fondatori insieme ad altri della SEPT, approda in Italia nel 1968 quando i due coniugi vengono chiamati per dimostrare la tecnica dello psicodramma a psicologi e psichiatri che operavano nei servizi del Ministero di Grazie e Giustizia.

Come scrivono Fattori, Roseo e Tonelli in una Bozza per l’incontro della S.E.P.T. italiana del 26 settembre 1976 a Firenze (2):

«Alcune delle persone coinvolte in Italia dallo psicodramma dei Lemoine i resero ben presto conto che il supporto teorico elaborato dagli stessi prendeva la linfa dalla Scuola Freudiana di Lacan e quindi derivava dalla psicoanalisi di Freud. Tutto questo rese più facile la predilezione della scelta di “psicodrammatista”».

Pur essendo sempre stata una profonda studiosa di Freud e di Lacan e mai disconoscendo il loro modello teorico, Elena Croce ha sempre approfondito gli studi sulla psicoanalisi tutta (basti ricordare l’articolo Il sogno come induttore della rêverie in cui compara il concetto di rêverie bioniano con le sue posizioni freudiane e lacaniane), nonché gli aspetti sociali e culturali tutti della contemporaneità e non solo (che nella rivista della SIPsA vengono inseriti in una sezione dedita dal titolo Il campo dell’Altro, come da proposta suggerimento di Elena stessa che per parecchi anni ha fatto parte del Comitato Scientifico di «Quaderni di Psicoanalisi e Psicodramma Analitico»).

Ne è stato testimone Mauro, amico libraio di Trastevere che ha sempre raccontato con tono stupito e ammirato di come Elena, spesso, entrasse in libreria e comprasse una gran quantità di libri di ogni tipo dopo aver dato una rapida occhiata alla copertina e tirando fuori dalle tasche manciate di soldi spiegazzati per pagare.

Ne è stato testimone chiunque sia entrato nella sua casa di Roma, prima, e di Genova, poi, perché tutti quei libri li ha visti.

E ora che ne abbiamo ereditata una parte, quasi esclusivamente testi di psicoanalisi in italiano e in francese, abbiamo la certezza di quanto quei libri siano stati letti, usati, consumati oserei dire.

Sottolineature, segni, rimandi, evidenziature per aiutarsi a riflettere e pensare intorno alla psicoanalisi, grande passione della sua vita.

Da molti anni e da molti appartenenti alla SIPsA abbiamo sentito parlare di “padri” e “madri” fondatori che in qualche modo era necessario, è necessario, superare; bisogna liberarsi del fardello delle loro esperienze e dei loro modelli per poter procedere nella ricerca e nella creazione di nuovi paradigmi.

È possibile, anzi certo, che ciò sia cosa buona e giusta, come si recita nel rito della Messa.

Però noi abbiamo fatto un’altra scelta e cioè di non alienarci dalle parole di Elena. Ogni tanto, un po’ ridendo, ci diciamo che siamo molto ortodossi e forse lo siamo con una punta di orgoglio neanche troppo piccola.

Non vogliamo staccarci dalle parole dei suoi 2 importantissimi libri di teoria Il volo della farfalla e La realtà in gioco che trattano di psicodramma, ma anche di psicoanalisi e di forme di psicoterapia, di psicologia e anche di filosofia; non vogliamo staccarci dalle intuizioni intelligenti e profonde dei suoi moltissimi articoli (che stiamo provando a riordinare) e anche dalle parole che tra di noi circolano proposte da tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerla e di frequentarla.

Che poi, in sostanza, significa che anche noi, decidendo di seguirla, continuiamo a prendere linfa dalla Scuola Freudiana di Lacan.

Perché ci sentiamo ortodossi

Da quando la SEPT è stata fondata, nel 1963, ha avuto lo scopo di diffondere lo psicodramma analitico freudiano, cioè fondato sul pensiero di Freud e Lacan. Da allora l’impostazione teorica della SEPT non è cambiata, i numerosi testi generati a partire dall’inizio sono di autori che hanno continuato a percorrere esclusivamente sentieri freudiani e lacaniani. Anche per Elena è stato così.

In Le radici freudiane dello psicodramma analitico sostiene che lo psicodramma si basa sulle ipotesi freudiane in merito alla psicologia collettiva, soprattutto in Psicologia delle masse e analisi dell’Io in cui viene data valorizzazione ai processi di identificazione all’altro e al ruolo fondamentale dell’identificazione con l’Ideale dell’Io, processi costantemente messi in discussione nello psicodramma.

Altro tema freudiano fondamentale è la funzione del linguaggio come appello rivolto all’altro speculare e al grande Altro ruolo del codice.

Ma, a prescindere da queste dichiarazioni manifeste, tutti gli scritti di Elena si rifanno sempre a questi due autori.

Ed ecco, ritornando all’articolo Significato e uso dello spazio a cui ho accennato all’inizio, alcuni dei concetti che affiorano alla lettura sono: sguardo/pulsione scopica, altro/Altro, forclusione originaria di Das ding, sembiante, perturbante, Immaginario, Reale, Simbolico … e via dicendo

In questo articolo, in realtà, c’è un preciso riferimento iniziale alle considerazioni che un altro maestro del nostro psicodramma, Serge Gaudé, elabora in merito allo spazio. Spazio che diventa, sia per Elena che per Serge, soltanto un pre- testo del dipanarsi del pensiero psicoanalitico che, in questi casi, sembra partire dallo psicodramma per poi andare a chiudersi in linea circolare con la psicoanalisi.

A prova di ciò voglio citare anche un piccolo e bell’articolo di Paul Lemoine dal titolo Lo psicodrammatista è un topografo: «L’occupazione dello spazio è una dimensione dello psicodramma. Ma si vede che si tratta di uno spazio in rapporto con lo spazio interno, che lega i suoi personaggi gli uni con gli altri, personaggi di coppia, personaggi di infanzia, tutto si ripete, i corpi si giocano gli uni in rapporto agli altri secondo gli affetti che li mobilitano. Ma soprattutto esiste una distanza dei corpi propria a ciascuno e a ciascuna situazione. Deriva dal territorio, le fobie ne sono un caso particolare. Poiché l’uomo, a differenza degli animali, ha, come Lacan ha sottolineato la particolarità di prendere un uomo per un altro. A differenza della sua cagna che non lo prenderebbe mai per un altro. È questa possibilità di confusione che genera nell’uomo il transfert. È questa specie particolare di transfert, differente nel senso topografico dal transfert analitico, che lega i partecipanti e il loro posto ai personaggi del passato, che raccoglie situazioni nel gruppo e topografia interna. Passare dalla topografia alla topologia sarà cercare una topologia psicodrammatica particolare. Trattandosi dell’inconscio, c’è da scommettere che sarà vicina a quella di cui Lacan, per l’analisi, ha aperto la strada». (P. Lemoine, Lo psicodrammatista è un topografo, comunicazioni personali).

Per quanto riguarda Elena, il significante “spazio”, in questo articolo, assume due diverse connotazioni.

C’è uno spazio topologico

Nella seduta di psicodramma lo spazio del gioco è diverso da quello del prima e del dopo gioco; è circoscritto dalla presenza dei partecipanti che costituiscono un limite spazio temporale.

C’è uno spazio umano

Lo spazio interno, organizzato secondo tre dimensioni che si annodano «con modalità che hanno a che vedere con la rimozione primaria e con il funzionamento della metafora paterna».

Quindi, a partire dalla considerazione di questa dimensione “spaziale” interna possiamo pensare a modalità di annodamento interno, attraverso cui ognuno organizza le proprie esperienze rispetto a se stesso e agli altri umani.

  1. La prima dimensione è quella del livello scopico che inizia a partire dalla fase dello specchio, che ci permette di «cogliere il riflesso di una prima immagine unificata di noi stessi» e va a edificare il nostro narcisismo, sotto l’occhio vigile di un Altro che viene man mano proiettato sulle prime figure a noi familiari. Lacan definisce tutto ciò registro Immaginario.
  2. La seconda dimensione è quella del Simbolico, il livello del linguaggio in cui lo spazio manca sempre di qualcosa e ciò ci induce sempre a domandare, a chiedere.
  3. La terza dimensione è il livello del Reale, l’irrappresentabile che comunque può lasciare tracce negli altri due livelli.

Seguendo la logica dei “tre registri”, così come sono stati definiti da Jacques Lacan entriamo a pieno titolo nella sua teorizzazione. Ma come si aggancia al nostro psicodramma?

Nell’articolo già citato, Elena traccia il suo pensiero sull’importanza fondamentale della dimensione simbolica che deve fare i conti con le irruzioni del reale.

La dimensione simbolica è quella che caratterizza l’essere umano che si trova inevitabilmente a dover fare i conti con la legge e quindi con la castrazione, se vuole costruire legami sociali. Ma, nel fare questi conti si trova a perdere certezze e sicurezze sul proprio essere ed anche sul proprio avere: la mancanza dell’oggetto di desiderio. Das ding, la Cosa è per sempre forclusa; c’è un buco nello spazio, un buco dell’essere e dell’avere, che ogni tanto, all’irruzione del reale rischia di risucchiarlo.

Il reale come impossibile, come limite di qualsiasi esperienza è sempre presente come voragine del nulla e nello spazio del gioco irrompe e impedisce l’effetto dell’illusione.

Il gruppo è un’eterotipia, un luogo diverso, immaginario (perché i rapporti sono fantasmatici) (Lemoine G. e P., Lo psicodramma, 1977, p. 26) in cui i tre registri si intersecano e permettono il passaggio dall’immaginario al simbolico proprio con il coinvolgimento del reale che irrompe attraverso affetti e sentimenti espressi attraverso le identificazioni progressive, soprattutto con i piccoli altri, i partecipanti che, nel gioco, possono essere scelti come io ausiliari. (Croce, Il volo della farfalla, 1990, p. 50).

«Rispetto ai poli costituiti dal corpo e dal linguaggio, il reale è ciò che fa accordo», dice Lacan nel Seminario XXIII (Lacan, Il Seminario. Libro XXIII. Il Sinthomo, 1975-76, p. 38), non riferendosi ovviamente alle terapie gruppali che egli riteneva oscena. Ma Lacan non sapeva che proprio nell’eterotipia tipica del gruppo di psicodramma è il corpo che permette di invocare gli altri, di sedurli, di interrogarli e di sceglierli sulla strada che porta al linguaggio (Croce, op. cit. p. 99).

In verità ciò che ci permette di abitare il nostro spazio in modo sufficientemente stabile è proprio la nostra immagine speculare quella che è stata confermata inizialmente da un Altro e che abbiamo poi appreso a proiettarla su tanti altri (ivi, p. 16)

Questo è in gioco e nei giochi dello psicodramma.

Serge Gaudé ci dice che l’utilizzo della rappresentazione anziché quello della libera associazione porta a una prevalenza dell’immaginario. Lo psicodramma viene a trovarsi su un terreno totalmente immaginario, dicono i Lemoine (Lemoine G. e P., op. cit., 1977, p. 10).

La scena che si sta rappresentando è solo rivissuta; in questo momento essa non è reale, anche se un tempo lo è stata. È un’evocazione immaginaria e non importa che sia storicamente esatta, purché sia fedele al ricordo.

Lo psicodramma è destinato a coloro che hanno perduto la capacità di accedere al simbolico, dicono i Lemoine (Lemoine G. e P., op. cit., 1977, p. 22)

Come andiamo alla ricerca di questo simbolico perduto?

Serge Gaudè afferma che la rappresentazione include forzatamente lo spazio dello specchio nel campo del desiderio, ponendo una correlazione non sempre facilmente visibile.

I Lemoine, ancora, ci dicono che il passaggio dall’immaginario al simbolico è possibile attraverso il gioco in cui la ripetizione si trasforma in rappresentazione. È un termine di Freud, ripetizione, ed è agganciato a qualcosa che va al di là del principio di piacere e ci costringe a questo eterno ritorno del tentare l’incontro con un incontro a suo tempo mancato.

Si esce da questo cul de sac quando attraverso il gioco si riesce a non ritornare a se stessi ma ad avere uno scambio (nel passaggio dall’immaginario che con l’irrompere del reale degli affetti e dei sentimenti … ci porta verso il simbolico) con i partecipanti al gioco che sono stati scelti attraverso il riconoscimento di un tratto unario (identificatorio) e che in quel momento sono «sostituti provvisori investiti del desiderio inconscio» (Lemoine G. e P., op. cit., 1977, p. 29)

Elena tratta questa questione del gruppo che consente il passaggio dall’immaginario al simbolico innumerevoli volte, prendendo spunto dai suoi maestri, in questo caso da Lacan in modo molto diretto: «Certo la via che connette la lettera al discorso “sbaraccando” l’olofrase dovrà essere un atto che permetta al soggetto di interrogarsi in un modo nuovo. … Nel gruppo di psicodramma lo sbaraccamento dell’olofrase è facilitato perché il significante che emerge all’improvviso inaspettatamente in un determinato sottogruppo e cioè in un contesto che, non coincidendo con quello della realtà psichica attuale di un dato soggetto, può produrre più immediatamente un rimescolio nelle reti abituali del soggetto stesso […]» (3). Questo è il terreno sul quale ci muoviamo nella pratica dello psicodramma analitico. Un tessuto teorico in cui le tecniche utilizzate sono tre: il cambio di ruolo, il doppiaggio, l’ “a solo”.

La praxis nel nostro centro didattico

Il cambio di ruolo e l’a solo

«L’individuo è troppo fragile, anche se si dice sano, per camminare a viso scoperto e senza segni di riconoscimento e di appartenenza. Non è dunque un male assumere un ruolo difensivo. Ma è meglio saperlo e non arrivare a negare se stessi. Lo psicodramma dunque interviene per ricordare a coloro che lo avessero dimenticato che esistono altri ruoli oltre a quello che ciascuno di noi ha scelto. Lo psicodramma ha il compito di smuovere i ruoli. […] non si tratta di ruoli imparati a memoria, ben studiati, ben articolati e ben interpretati. Nient’affatto. Vi sono incertezze, bisbigli, gioie e paure. Ma alla fine, c’è la scoperta e il costituirsi del soggetto» (Lemoine G. e P., op. cit., pp. 82-83).

Cambiare ruolo, secondo Elena, vuol dire potersi chiedere, comprendendo le proprie proiezioni e identificazioni con gli ego ausiliari che stanno al posto dei nostri primi piccoli altri significativi, quale sia il posto dal quale possiamo provare a desiderare.

Lo strumento dell’ a-solo, a cui Elena ha sempre attribuito molta importanza, è strettamente legato al cambio dei ruoli, in quanto è un momento di monologo che si svolge alla fine del gioco e che quindi si appoggia al ruolo che da ultimo è stato interpretato. La funzione è quella di un momento di “decantazione” in cui si sa che si sta per tornare al discorso indiretto e quindi si stanno lasciando andare i discorsi diretti in cui si sono viste come in uno specchio le proprie identificazioni e le trame del discorso in cui si è impigliati, in cui il reale ha fatto talvolta capolino, talvolta irruzione violenta. È un momento di verità in cui si fanno i conti con le “immagini delle cose” oltre che con le “immagini delle parole” di freudiana memoria e questo confronto arricchisce di affetti e immagini l’attività simbolica andando a smorzare il rischio delle verbalizzazioni. Infatti può succedere che la pulsione scopica che viene messa in gioco contribuisca a «creare una situazione estremamente narcisizzante e quindi può succedere che persino le parole arrivino a non costituire più catene significanti vere e proprie ma solo una specie di alone sonoro e avvolgente, protettivo e intensamente libidizzato» le immagini delle parole e delle cose sono concetti strettamente freudiani

Le parole, direi poetiche, dei Lemoine e quelle di Elena ci aiutano a comprendere che questo strumento intorno al quale dibattiamo utilizza degli strumenti, genialmente messi a punto a patire da Moreno e poi “freudianizzati e lacanizzati” dagli psicoanalisti lacaniani Lemoine e a seguire da Elena Croce, che puntano essenzialmente ad un rovesciamento della posizione soggettiva. Per farlo, bisogna innanzitutto crederci e, poi, avere delle coordinate precise. «Si tratta di rifiutare la falsa unità dell’essere che deriva dall’illusione ricalcata sulla “totalità” costituita dall’involucro corporeo, unità che è frutto di una visione speculare dell’anima come doppio del corpo».

Il doppiaggio

Il doppiaggio di cui parliamo non ha a che fare con il doppio, che rimanda immediatamente a un’immagine speculare. Anzi, come sostiene Lacan nel suo Seminario XXIII, il soggetto è sempre soltanto una supposizione e quindi è doppio, cioè diviso (Lacan, op. cit., 1975-76, p. 29)

Invece il nostro doppiaggio significa: parlare al posto di chi sta giocando, mettendosi alle sue spalle e facendo un pensiero a voce alta. Il doppiaggio può essere rassicurante o provocatorio e suscitare risposte magari inattese da parte di chi sta giocando.

È un atto (non un agito) che si fa nel momento in cui viene di farlo, non è frutto di una riflessione a posteriori sull’andamento e l’osservazione del gioco, ma nasce dall’inconscio, dall’immediato ed è attraversato da un’urgenza, anzi da un’emergenza legata all’irruzione del reale. La posta in gioco è alta: il ritorno di un significante, di un ricordo rimosso che compaiono come frammenti vanno fermati, non debbono sfuggire e questo fa parte del gioco. E per afferrarli bisogna lasciar andare l’ideale dell’Io e rischiare con le parole.

Perché si doppia “al momento”?

La rappresentazione ha un protagonista della storia, ma, attraverso il gioco di identificazioni, il gioco riguarda il reale degli affetti, delle paure, dei desideri di ognuno. Per questo consideriamo lo psicodramma come una forma di terapia in gruppo: quell’ “in” sta a indicare che è di ognuno. Un po’ per ciascuno di questo gioco che oscilla tra rischio (del desiderio) e legge.

Riteniamo che se il doppiaggio non corrisponde a un azzardo, ma a un pensiero costruito (che quindi si appoggia all’ideale dell’Io), rischia di entrare nel campo del linguaggio attraverso una concettualizzazione troppo carica dell’immaginario e di resistenze che fanno muro contro la trasformazione del reale in simbolico.

Il cambio di copione

Un’altra caratteristica basilare del nostro metodo psicodrammatico è la possibilità di cambio del copione. È previsto che, nel rispetto di quella che i Lemoine definiscono la “regola d’oro dello psicodramma”, cioè la spontaneità, chi vuole, nel momento in cui gioca possa trasformare il copione seguendo il suo desiderio.

Anche questa modalità è fondata sulla questione dell’importanza del rischio. Infatti, come affermano i Lemoine ed Elena, uno dei benefici dell’esperienza dello psicodramma è la frammentazione e trasformazione dell’Io ideale, un Io ideale che sta a coprire il desiderio del soggetto. Nel momento in cui si interpreta una scena è possibile che l’autore-attore sia spinto grazie a un affetto o a una paura a non mettere in atto una ripetizione, ma che voglia usare la rappresentazione, voglia provare ad accedere al lutto, ad avvicinarsi al proprio desiderio pericoloso, in questo spazio di eterotopia che sente come protettivo.

«All’inizio i partecipanti sono, gli uni per gli altri, il supporto dei loro ideali e delle loro identificazioni». (Lemoine G. e P., op. cit, p. 39)

Un copione fisso, non aiuta a mantenere il supporto a ideali ed identificazioni?

Il cambio di copione può essere scelto anche dagli io ausiliari, che hanno due modi per interpretare il loro ruolo: basarsi sulla descrizione dell’attore principale oppure vivere il rapporto per come lo si sente, in quel momento. Può succedere infatti che l’io ausiliare non si lasci sedurre dall’immagine ideale che gli viene proposta all’inizio della preparazione del gioco. Si tratta di imitare o di identificarsi (Lemoine G. e P., op. cit, p. 90). L’eventuale cambio di copione nel cambio di ruolo, ciò porta l’attore a potersi conoscere nel suo antagonista.

«Identificazione progressiva è quella in cui il registro simbolico ha la sua parte permettendo una serie di sostituzioni che segnano il frazionamento della continuità narcisistica, frazionamento necessario alla liberazione dell’energia pulsionale» (Croce, op. cit., p. 50)

In alcuni fogli scritti a mano da Elena, ci sono questi appunti:

Il desiderio deve dissodare la realtà

Il desiderio non si analizza ma ci si può interrogare sul perché il desiderio non possa diventare progetto

Bisogna allenarsi a passare da un livello di realtà all’altro.

Questo è possibile attraverso lo psicodramma, spazio in cui possiamo toccare con mano come l’inconscio sia il discorso dell’Altro.

«La situazione del soggetto è caratterizzata essenzialmente dal suo posto nel mondo simbolico» (Lacan, Il Seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud, 1952-53, p. 98).

Crediamo che lo strumento dello psicodramma possa contribuire a cambiare questo posto con uno più significativo ed originale.

NOTE

(1) E.B. Croce, Significato e uso dello spazio in psicodramma analitico, presentato al convegno SIPsA «Le vie de…lo psicodramma analitico», in Roma, 5-6-7 marzo 2004 e pubblicato in Le vie de … lo psicodramma analitico, in «Nuovi Quaderni di Psicoanalisi e Psicodramma Analitico», anni I, fasc. 1-2, Edimond, Città di Castello

(2) Bozza per l’incontro della S.E.P.T. italiana del 26 settembre 1976 a Firenze, comunicazioni personali

(3) E.B. Croce, Fallo e matrice: vie della lettera nello psicodramma analitico, in Corpo e Gruppo, «Quaderni di Psicoanalisi e Psicodramma Analitico», anno I, n. 1-2, Anicia editore, Roma

BIBLIOGRAFIA

Croce E. B. (1990), Il volo della farfalla, Borla, Roma

– (2001), La realtà in gioco, Borla, Roma

– (2002), Fallo e matrice: vie della lettera nello psicodramma analitico, in Corpo e Gruppo, «Quaderni di Psicoanalisi e Psicodramma Analitico», anno I, n. 1-2, Anicia editore, Roma

Lacan J. (1952-53), Il Seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud, Einaudi, Torino, 2014

– (1975- 76), Il Seminario. Libro XXIII. Il sinthomo, Astrolabio, Roma, 2006

Lemoine G., Lemoine P. (1972), Lo psicodramma. Moreno riletto alla luce di Freud e Lacan, Feltrinelli, Milano, 1973

Lemoine P., Lo psicodrammatista è un topografo, comunicazioni personali

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