MAURIZIO COTTONE – Lebanon e l’attualità di «Perché la guerra?»

Il film Lebanon, girato nel 2009 dall’israeliano Samuel Maoz, tratta della guerra in Libano nella quale anche Israele prese parte. Gli avvenimenti narrati all’interno di un film profondamente pacifista rimandano direttamente alla guerra odierna tra israeliani e palestinesi, che tanto ci colpisce, facendoci dimenticare un’altra pericolosa guerra, in corso già da due anni, e che ci riguarda più da vicino.

La guerra civile in Libano si è combattuta tra il 1975 e il 1990. Uno degli elementi che la innescarono fu il contrasto di tipo settario tra la componente cristiana, che temeva di perdere la propria prevalenza demografica e politica in seguito all’afflusso dei profughi palestinesi, e la componente musulmana, che si sentiva sottorappresentata nelle istituzioni e intendeva rimettere in discussione i rapporti di forza. Ad alimentare e prolungare la guerra contribuirono fattori esterni, tra i quali l’intervento dei paesi vicini decisi a perseguire i propri interessi: da una parte la Siria, intenzionata a porre sotto tutela il Libano secondo il progetto di una «Grande Siria», dall’altra Israele, che intendeva contrastare l’Organizzazione per la liberazione della Palestina creando una fascia di sicurezza sotto il proprio controllo.

La psicoanalisi, attraverso la voce del suo fondatore, fin dagli albori si espresse sul tema dei conflitti bellici, con il testo del 1915 dal titolo Considerazioni attuali sulla guerra e la morte. Ma già nel dicembre del 1914, in una lettera allo psichiatra e scrittore olandese Frederik Van Eeden, Sigmund Freud ribadiva come egli fosse giunto alla conclusione che «gli impulsi primitivi, selvaggi e malvagi dell’umanità non sono scomparsi ma continuano ad esistere, sebbene allo stato represso, nell’inconscio degli individui» (in Einstein A., Freud S., Sulla guerra e sulla pace, p. 8), e tendenti a riemergere ogni volta se ne presenti l’occasione. L’intelletto umano, aggiungeva Freud riprendendo il pensiero di Schopenhauer, si caratterizza come un mero strumento delle nostre emozioni.

E ancora, i crimini e le iniquità di cui le nazioni cosiddette civili si rendono responsabili, nonché la malafede con cui giudicano le azioni dei propri nemici, mostrano l’impossibilità per tutti di avere un giudizio sereno e veramente libero da condizionamenti e interessi di parte.

Vent’anni dopo, nel famoso carteggio del 1932 pubblicato con il titolo Perché la guerra? la domanda che Albert Einstein pone a Freud è: «C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?». E com’è possibile, insiste il fisico di origine tedesca, che una minoranza interessata soltanto ad arricchirsi attraverso la vendita delle armi, e che vede nella guerra l’occasione per promuovere i propri interessi economici e politici, riesca ad asservire la maggioranza del popolo, «che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere?» (1932, pp. 289-292).

Per Freud non esiste la possibilità di sopprimere le tendenze aggressive degli uomini: queste possono solo essere deviate in modo che non portino alla guerra. Si può cercare di creare legami emotivi, di solidarietà tra gli uomini per impedirne la deflagrazione ma è tutto molto difficile da ottenere. L’unica soluzione sarebbe assoggettare queste pulsioni alla ragione (1932, pp. 300-301): sarebbe rafforzare l’intelletto attraverso la cultura, attraverso valori etici trasmessi dalla scuola, dalla famiglia; avere insomma un atteggiamento innato più civile, insieme al giustificato timore degli effetti devastanti della guerra.

Non esistono guerre giuste: ogni guerra travolge e uccide quei popoli che non l’hanno scelta ma ne subiscono il peso mortifero. Per tale motivo, secondo Freud, nessuna pace può essere così ingiusta da non essere preferibile alla più giusta delle guerre, e anche quando si vince i danni sono di gran lunga superiori ai ricavi.

Il narrare le atrocità della guerra, nonostante la violenza insita nell’essere umano, è un passaggio importante affinché la memoria possa diffondersi ed essere recepita sia a livello individuale sia a livello collettivo. Questo sapere ha anche una dimensione morale, e per questo Freud e Einstein confidano nella trasmissione culturale della scuola, o in momenti divulgativi come questo, in quanto la «conoscenza dell’orrore compiuto da un altro» educa il nostro comportamento e lo accompagna. Certo, l’orrore che si continua a perpetrare e ad assistere nella guerre attuali, nonostante gli orrori di altre guerre passate, ci orienta a non attribuire alla memoria dell’orrore una forza salvifica, specie quando le ragioni del potere la sovrastano. Tuttavia la memoria svolge pur sempre, nella coscienza del singolo e nell’identità collettiva di un popolo, una funzione importante e correttiva in cui dobbiamo credere. Lasciando sempre accesa una fiammella di speranza.

Una fiammella di Pace.

Maurizio Cottone

Psicologo, psicologo giuridico, psicoanalista, membro didatta SIPsA, presidente ITAC

BIBLIOGRAFIA

EINSTEIN A., FREUD S., Sulla guerra e sulla pace, introduzione di Gargano A., La Città del Sole,

Napoli, 2006.

FREUD S. (1915), Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, in OSF, vol. 8, Bollati Boringhieri,

Torino, 1976.

– (1932), Perché la guerra? (Carteggio con Einstein), in OSF, vol. 11, Bollati Boringhieri, Torino,

1979.

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