PIERO NUSSIO – Hopscotch, giocare a campana

Kendig: «Sono qui per vedere il mio editore. Sto scrivendo un libro …»

Funzionario: «Buona permanenza. Come si chiama il suo libro?»

Kendig: «Hopscotch»

[…]

Isobel: «Li farai tremare? Quelli ti mandano dietro un esercito di killer!»

Kendig: «Ho bisogno del tuo aiuto: se riesco sempre a stare un passo avanti a loro, è fatta!»

[…]

Joe Cutter: «Noi siamo sempre almeno un passo dietro a loro. Stavolta vorrei arrivare almeno un passo prima di quel figlio di puttana …».

Myerson: «Credevo che ti fosse simpatico, quel figlio di puttana!»

Hopscotch (1) è il termine inglese per indicare il “gioco della campana”, uno dei giochi per bambini più diffusi al mondo.

Si disegna sul marciapiede col gesso una serie di caselle numerate: in sequenza verticale 1, 2 e 3. Poi, affiancate il 4 e 5, sopra il 6, e di nuovo affiancate il 7 e l’8. Sopra il 9 e sopra ancora il 10 (o “cielo”) a forma di semicerchio.

Le caselle singole vanno percorse “a cianchetta” (2) nell’ordine corretto e senza pestare le righe, su quelle affiancate si possono appoggiare entrambi i piedi nel giusto ordine, quella a semicerchio permette al giocatore di girarsi e di percorrere la campana al ritorno.

Insomma, un percorso da seguire tappa dopo tappa con le regole specifiche di ogni casella. Per vincere bisogna sempre fare il percorso netto ed essere sempre di un passo davanti all’avversario.

L’autore del romanzo Hopscotch è lo scrittore americano Brian Garfield (3), e ha detto che il nome del suo libro deriva dall’omonimo gioco, in cui un giocatore su un marciapiede salta da una casella all’altra: un passo falso o una mossa goffa potrebbe significare cadere e ed essere fatti fuori dal gioco.

Il libro di Garfield è stato un bestseller (4) ed ha narrato la storia della vita di un agente della CIA che ha lasciato l’agenzia e ha scritto un controverso libro in cui svela tutte le nefandezze compiute dalla CIA e dagli altri servizi segreti in tutto il mondo. Sembra (nel mondo delle spie niente è mai certo) che la storia si ispiri alle disavventure di un vero agente segreto, e il tono generale del romanzo è drammatico, ben diverso dalla commedia agra che è divenuta nel film.

Il film, premiato e di successo, che ne hanno tratto l’autore del libro insieme a Brian Forbes (regista de La cassa sbagliata e di altri capolavori di humor nero) è una commedia, anche se i fatti narrati raccontano una guerra senza tregua nel mondo dei servizi segreti. Se volessimo dire solo che il protagonista della storia (Miles Kendig, interpretato da Walter Matthau) è in conflitto con tutte le spie del mondo, e con i politici che vorrebbero richiudere il vaso di Pandora di tutte le sue rivelazioni, daremmo solo una versione sbiadita di quello che lui ha messo in piedi, e della caccia spietata che tutti i suoi ex colleghi gli stanno dando.

Ma un “conflitto” può essere gestito in tanti modi. Con il metodo brutale del bastone (e dell’omicidio) come vorrebbe il suo ex capo della CIA (G.P. Myerson, interpretato da Ned Beatty) che, dopo averlo esautorato, lo vorrebbe trattare con il metodo “porcate e colpi bassi” che ha sempre utilizzato.

Oppure come il suo allievo e successore Joe Cutter (interpretato da Sam Waterston), che apprezza le doti e le caratteristiche del suo mentore, e vorrebbe solo che ponesse fine alla sua vendetta.

O magari come il suo “nemico”, il referente del KGB Mikhail Yaskov (interpretato da Herbert Lom), che gli propone di passare dalla sua parte non appena ha sentore dei problemi che sta incontrando alla CIA.

O magari come la sua amica ed ex spia Isobel von Schönenberg (interpretata da Glenda Jackson) che vorrebbe che il suo amico Miles si ritiri come lei tranquillamente in pensione, a fare vini di qualità nell’austriaca Salisburgo.

Ma Miles Kendig è un giocatore e preferisce gestire il conflitto a modo suo. Noi diremmo che “gioca a rimpiattino” contro i suoi nemici, precedendoli sempre in una lunga partita a nascondino. Gli anglosassoni usano come metafora un altro gioco da bambini e dicono che sta sempre un passo avanti ai suoi inseguitori e li obbliga a seguire le regole di un “gioco a campana” che si svolge in uno schema che copre buona parte del mondo, fra gli Stati Uniti e l’Europa occidentale.

Si inizia a Monaco di Baviera, all’Ocktober Fest.

Miles Kendig (Walter Matthau) è un agente della CIA, anzi un “responsabile di zona”, e sta chiudendo con rapidità ed efficienza un’importante azione di contro-spionaggio. Efficienza si, e forse anche rapidità, ma Kendig ha sempre un fare fra il sornione e l’inappropriato, una studiata lentezza che contrasta totalmente con il cliché dell’agente segreto. È l’esatto opposto di James Bond: un uomo di mezz’età quanto James era giovane e scattante, un fare un po’ sciatto ed un’aria da turista trasognato, quanto Bond era invece pronto e rapido.

Ma, con quella sua aria da turista e l’impermeabile sgualcito che lo avvicina ai modi del detective Colombo, mostra di essere professionale ed appropriato molto più di altri agenti “atletici”. Si posiziona al piano superiore dell’immensa birreria ove si svolge l’azione, canticchiando arie d’opera, e di lì controlla e coordina tutti i movimenti del piano terra, servendosi di una macchina fotografica e del suo teleobiettivo: vediamo due spie incontrarsi “casualmente” e scambiarsi un pacchetto di sigarette. Li vediamo poi prendere direzioni opposte, e uno dei due consegnare di soppiatto il pacchetto ad un altro agente, più anziano, con l’aria di un capo e un soprabito di pelle. Kendig, con le mosse sicure di un direttore d’orchestra, fa segno ai suoi di prendere in consegna prima la donna e poi l’uomo, poi scende tranquillo incontro al capo.

Lo saluta incontrandolo, quasi fossero due turisti in gita: «Yaskov, come va la vita?» «Kendig, non mi sarei aspettato questo piacere…» «Me lo dai, per favore?». «Darti che cosa?». «Ho fotografato tutto, Yaskov. Non vorrai trattare con i tedesco-occidentali. Gli stanno antipatiche le spie russe… Tu dallo a me, e ci mettiamo una pietra sopra!».

È il 1962, la Germania è divisa dal muro (5) ed è in atto fra Kennedy e Krusciov quel braccio di ferro che passerà alla storia come “Crisi dei missili di Cuba”, in cui il mondo (a proposito di conflitti) ha seriamente rischiato lo scoppio di una guerra mondiale a base di armi nucleari.

L’agente Kendig, nel suo piccolo e senza sparare un colpo, è riuscito a smantellare la rete spionistica che i sovietici avevano costruito a Berlino Ovest, punto cruciale di quella guerra fredda che si stava combattendo a quei tempi fra l’Occidente e l’impero Sovietico. In maniera particolare con i missili russi a Cuba e quelli americani in Turchia pronti a partire al primo stormir di fronde.

Salto dell’oceano, e siamo negli Stati Uniti, a Washington. Ad aspettare Kendig di ritorno c’è Joe Cutter (Sam Waterston), agente anche lui e allievo di Kendig: lo deve accompagnare a Langley in Virginia, ove è la sede centrale della CIA. «Non t’aspettavo, Joe. Che succede?». «Myerson dà in smanie perché ti sei lasciato scappare quel russo… Parla dei russi a Cuba, e dice che ti ci manda pure a te. È per questo che ha mandato l’elicottero a prenderti».

«Salve Myerson, Non eri più alto? Non ti ricordavo così tappo, come hai fatto a scorciarti così?» Non è certo in maniera formale che Kendig si rivolge a quello che è stato nominato suo superiore gerarchico. «Vaffanculo, Kendig!» è l’altrettanto formale reazione. «Ci provo e poi ti dico…». Dopo questo scambio di complimenti, Kendig si mette a guardare le foto di cui Myerson ha tappezzato l’ufficio, e che lo definiscono in tutti gli aspetti: al poligono di tiro, con il repubblicano Nixon (6), al barbecue con la moglie e gli amici e i cappelloni texani. Nel frattempo Myerson critica l’operato di Kendig su tutta la linea, lo dichiara “anzianotto” e lo accusa di “inventare i regolamenti, invece di rispettarli”. «Ti diamo un nuovo incarico, Kendig. Ti guadagnerai il pane fino al giorno della pensione lavorando ai nostri archivi, nello scantinato».

E Kendig ci va veramente nello scantinato, ma solo per mettere i dossier di un altro agente nella cartellina che lo riguarda, prendere tutti i fogli e le foto che si riferiscono a lui e distruggerli in un trita-documenti, sempre imperterrito e fischiettando arie d’opera.

Terza casella del gioco della campana, la campagna austriaca nei dintorni di Salisburgo, in Austria. Lì incontra, in un chiosco all’aperto sulla collina che domina il fiume Salzach, una strana esperta di vini: «Posso consigliarle un vino? Allora, che vino le piacerebbe bere?». «Veramente, non lo so… vorrei del buon vino …». «Preferisce un vino giovane, o un vino leggermente invecchiato?». E qui il dialogo comincia a svelare il suo doppio significato, viso che né Kendig né la sua amica Isobel sono dell’età di Bond e delle sue scipite Bond-girls: «Genericamente parlando, i vini più vecchi sono migliori. Vede, ci vuole tempo perché gli elementi del vino riescano a fondersi in un insieme armonioso. Ci vuole tempo e ossigeno». «Dice sul serio?». «Terribilmente sul serio. Il vino non è un’essenza incorporea, è il risultato di età, esperienza, e in molti casi, di amore».

«Dov’eri scappato, vecchio scimmione figlio-di-puttana? Credevo che non ti avrei più rivisto!». «Modera i termini. Sai che detesto le parolacce …».

La scena si sposta nella villa di campagna di Isobel von Schönenberg, spia della CIA anch’essa, e vedova di un ricco nobile austriaco. Sono appena arrivati, ma già c’è un agente della loro Agenzia che li sta spiando dal giardino: «Rimpiangi la vecchia vita?». «Noo, il gioco era diventato troppo sporco. Sono contenta di esserne fuori!». «Sono fuori anch’io. Ho chiuso, ma loro non lo sanno ancora …».

«Sei venuto a Salisburgo per vedere me?». «Te, e Mozart…» «Cosa vuoi veramente? Un posto dove nasconderti e una spalla su cui piangere?». «Mi sembra un ottimo programma …».

«La fai una partita a ramino, stasera?». «Quanto a punto?». «Quanto ti puoi permettere di perdere…». E giocano ascoltando Mozart, Eine kleine nachtmusik (7), mentre entrambi la canticchiano.

«Ho fatto ramino!» Kendig sembra non badarci e fischietta ispirato. «Mi sei debitore… Con la musica e senza la musica, mi devi 132 dollari e 62 cent …». «Ti interessa un pagamento in natura?». «E che cos’hai, di tanto prezioso?». «Un pezzo di antiquariato!» afferma, continuando a far finta di dirigere la musica di Mozart. «Andiamo a letto …». «Cominciavo a temere che non ti interessasse più…».

La casella di Salisburgo deve essere una “casella doppia” del gioco a campana: la mattina dopo arriva a Kendig (via finestra) un invito al brindisi nel Giardino di Mirabellplatz. Yaskov sospetta che Kendig sia in rotta con la CIA e gli offre di passare armi e bagagli al KGB. Cortesemente Kendig ringrazia e rifiuta, mentre i suoi ex collaboratori lo fotografano da dietro la fontana barocca, simbolo di Mozart e della sua Nachtmusik. «Cosa tu fa per resto di tua vita? Scrive tue memorie?» gli domanda sarcastico Yaskov. «Le memorie? Non è una cattiva idea…» riflette Kendig, sorseggiando la vodka Moskoskaja che Yaskov gli ha fatto recapitare.

«Hai una macchina da scrivere?» chiede rientrando in casa di Isobel. «Vuoi raccontare qualche avventura divertente?». «…E qualcuna meno divertente». Suona il disco di Mozart, Kendig batte a macchina, Isobel legge i fogli scritti con crescente preoccupazione: «Tu sei pazzo! Ti fanno la pelle dopo cinque minuti!». «Li farò tremare …». «Li farai tremare? Quelli ti mandano dietro un esercito di killer!». «Ho bisogno del tuo aiuto: se riesco sempre a stare un passo avanti a loro, è fatta!».

Si delineano così le fasi del “gioco a campana” di Kendig contro spie, politici e agenti segreti: «Trovami una fotocopiatrice e una catasta di buste gialle formato protocollo …». Così Isobel si reca all’efficiente sportello postale austriaco a spedire copie della prima puntata delle “memorie” di Kendig alle sedi di tutti i più importanti servizi di spionaggio del mondo (Roma compresa, forse per gentilezza dei doppiatori …).

Nel conflitto che ormai ha scatenato contro tutti i potenti del mondo, Kendig avrà bisogno di armi per vendere cara la sua pelle. E le armi sono i soldi e i super-poteri.

I soldi, come insegna Bond, si fanno al Casino. E Kendig attraversa in macchina il confine fra Austria e Svizzera, canticchiando l’aria del Barbiere di Siviglia: «Tutti mi vogliono, tutti mi cercano …». «È l’aria di Figaro» dice alla guardia di frontiera. «Ah, Mozart!» risponde lui, «No, Rossini, Il barbiere di Siviglia. Mozart ha scritto Le nozze di Figaro» lo corregge Kendig, facendosi notare.

Diecimila sterline vinte al Casino di Gotlam.

Io, scusatemi, non so perché gli agenti segreti siano sempre frequentatori assidui dei Casino. A cominciare da James Bond, che non si fa mai mancare una visita al tavolo della roulette. Ne approfitta per vincere e per esercitare il suo fascino sui croupier e sulle donne fatali, che si trovano intorno ai tavoli. Forse, nell’addestrare una spia, gli insegnano anche dei metodi sicuri o dei trucchi per vincere alla roulette…

Kendig si limita a fare il pieno di soldi (che gli serviranno per il seguito) e a dare un buffetto alla donna croupier, salutandola.

Subito dopo prosegue il viaggio per acquisire i super-poteri. I super-poteri si acquisiscono a Marsiglia, dove si reca dal suo abituale fornitore a richieder tre passaporti in bianco, tre patenti di guida in bianco e tre carte di credito a nome James Butler: «Eh beh, cosa vuole, le carte di credito in bianco non esistono…». «Mi sembra che vadano bene. Tutto, salvo il prezzo che mi ha detto per telefono. Il mio Dipartimento ha dei soldi limitati…». «Lo so, e con questo? Quanti anni sono che lavoro per la sua organizzazione?».

Insomma, Kendig tira sul prezzo e si fa fare un po’ di sconto dal falsario: «Mi lasci almeno questi 500 franchi …». «Per cosa?». «Per cosa? Cherchez la femme!».

Non voglio raccontare tutte le caselle del gioco della campana, ma non posso esimermi dal citare quella che, a modesto parere di chi scrive, è la più bella situazione del cinema mondiale (e dai significativi risvolti filosofici).

Miles Kendig ha fatto trovare ai suoi nemici i documenti e la carta di credito di James Butler nella cabina telefonica da cui ha fatto la chiamata. Ora, a nome di Enaway (la seconda carta di credito) ha affittato una macchina e si dirige verso Savannah, in Georgia, per affittare un appartamento.

L’appartamento (come ha saputo durante il burrascoso incontro alla CIA in cui Myerson l’ha defenestrato) appartiene alla moglie di Myerson, che però non ha voglia di andare a passarci l’estate. «Senti, chiama quella signora dell’agenzia immobiliare, e dille di affittarla …» le consiglia il marito «…e dille “niente bambini, niente animali e niente festini”».

Così il signor Enaway, con l’aria molto rassicurante (scapolo, senza bambini e senza festini), dopo aver versato un deposito cospicuo, affitta la casa dei Myerson, perché dovrà rimettersi da una prossima operazione alla prostata. «Fa parecchio caldo, laggiù?» «Pensi che ci sono 15 gradi più della media, dicono che sia il posto più tranquillo di tutta l’isola …»

L’isola di Wilmington, sulle coste dell’Atlantico, è tropicale e poco abitata. Nel posto più tranquillo, casa dei Myerson, Kendig si installa, ascolta le sue arie mozartiane (8). Poi comincia a battere a macchina le avventure spionistiche del terzo capitolo. E, fra le suppellettili dei Myerson, c’è una bella foto in cornice d’argento del suo ex capo. Kendig, sempre canticchiando il Rondò mozartiano, la nota, si alza e la va a prendere, posizionandola sulla scrivania dove è la macchina da scrivere.

Beve un po’ di birra alla sua salute e riprende a scrivere a macchina il terzo capitolo delle sue memorie. Intanto, nella sede della CIA, Myerson e Joe Cutter commentano i brani del secondo capitolo: «Chi è stato quell’imbecille che ha mandato una scatola di sigari esplosivi a Fidel Castro? Ridicolo tentativo di uccidere con il whisky avvelenato Komeini, che notoriamente è astemio …».

Nella casa estiva di Savannah, Kendig, in vestaglia e caffellatte, ha messo la Piccola Musica Notturna di Mozart e si siede alla scrivania per continuare il suo “lavoro”. Essendo ben educato, comincia la giornata salutando la foto dell’ex capo: «Buongiorno Myerson, detto anche Tappo malefico. Sai che ti dico, Myerson, più mi addentro in questa storia, più schifosa diventa». Inizia a battere a macchina. «Certe volte penso, “Stavolta ci ha ripensato”. Macché, non c’è mai stato il minimo pericolo. La cosa che mi terrorizza è che, di questo passo, finisce che ti faranno Presidente…». Ricomincia a battere (e si prepara per la più bella battuta del cinema (9)).

«Guarda, sei così imbecille che, ai campionati mondiali degli imbecilli, arriveresti secondo! Come “Perché secondo?” Perché sei imbecille!».

E qui la battuta merita di essere ben esaminata, soprattutto nei risvolti filosofici.

In un mondo, che Kendig vede ormai irrimediabilmente funzionare al contrario, in cui un agente segreto capace ed efficiente viene relegato all’archivio, ed uno incapace, ignorante e violento rischia di diventare addirittura Presidente, sembra che non ci sia più limite morale ed intellettuale al trionfo della bassezza.

E invece no: Myerson (e con lui tutti i prepotenti del mondo) è così inguaribilmente imbecille che, in un’ipotetica olimpiade degli imbecilli, non potrebbe vincerla, pur avendone tutti i titoli. Perché (e qui è la sottigliezza filosofica) diventare campione olimpionico degli imbecilli sarebbe in un qualche senso un onore ed un merito. Invece lui è troppo imbecille per guadagnarsi quel titolo, e rimane a bocca asciutta.

Kendig lo sa bene, e se lo augura: sta lottando da solo contro la potenza e la crudeltà della CIA (e di tutti gli altri servizi segreti) ed ha una sola possibilità i questo conflitto mortale. Essere più intelligente e capace, evitare lo scontro aperto, e trovarsi sempre con almeno una casella di vantaggio.

E trovarsi con una casella di vantaggio significa, ad esempio, essere nella casa di vacanza del suo odiato capo, dichiarare (sapendo di essere intercettato) che è “armato fino ai denti”, tappezzare la casa di innocui mortaretti, e aspettare che l’imbecillità altrui distrugga la villa mentre lui se la fila all’inglese …

Se qualcuno di voi lettori avesse la grande fortuna di non aver ancora visto questo film (10), non voglio anticipargli le conclusioni, che comunque sono in linea con la prima metà del film. Ci mancano almeno due viaggi su aerei da turismo, un’altra ricerca di opportuni superpoteri, l’intervento dei servizi segreti inglesi, gli appuntamenti ripetuti con Glenda Jackson (Isobel von Schönenberg) e le battute di lei sul suo cane che è “allergico alla stupidità” e sulla necessità di ghiaccio nel drink: «Un americano senza il ghiaccio nel proprio bicchiere è impensabile, se non addirittura incostituzionale!».

Poi, se sarete conquistati dal film come lo sono stato io, potreste approfondire (nelle successive visioni) le prove di arguzia che gli sceneggiatori hanno disseminato nel film. Ed esempio, quando Kendig parla da solo contro la foto del suo capo, ad ogni inquadratura la foto cambia, come se in qualche modo reagisse a quanto Kendig gli sta dicendo. E così, nel primo colloquio fra i due, Kendig si distrae guardando le immagini appese ai muri dell’ufficio, costruendo così la vita di un arrampicatore sociale reazionario, violento e incapace. Oppure l’uso della musica nel film, da Tutti mi cercano (11) dell’inizio, fino all’aria mozartiana Non più andrai farfallone amoroso (12) quando l’aereo da turismo di Kendig è inseguito e colpito dagli spari di tutti gli agenti segreti riuniti. Quando, invece, la CIA e l’FBI attaccano in forze e distruggono la casa estiva dei Myerson tocca a Puccini con «Un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo» (13).

Altre curiosità da ricercare riguardano i nomi dei personaggi. Ad esempio, i vari agenti sciocchi che gli danno la caccia si chiamano con i nomi di famosi scrittori di libri di spionaggio: Ken Follett, Robert Ludlum e Donald Westlake. Potrebbe essere un tributo, ma è più probabile che sia una presa in giro… Quando, invece, si reca a prenotare un volo in idrovolante, lo fa presentandosi come Jim Marvison, che viene da Dallas ed è amico di Jim Bob Federick di Houston. Il procacciatore di voli “particolari” oltre confine gli risponde «Ah, signor Marvison, lei è un amico del vecchio Jim Bob… si accomodi!». Poi, a trattative concluse, mette meglio le cose in chiaro: «Sono felice di aiutarla, ma lasci perdere la storia di Jim Bob: lei non l’ha mai visto né conosciuto. E neanche io!».

«A proposito, io non mi chiamo Marvison…» gli dice Kendig. «Ci avrei scommesso, signor Marvison!» risponde l’altro.

Questo è il mondo nel quale Kendig ha sempre nuotato come un pesce, in più di vent’anni di onorata carriera. Certo, per definizione, si tratta di giochi sporchi e di attività segrete, ma Miles Kendig l’ha sempre praticato seguendo le regole che si è dato, ed una sua morale.

Ad esempio, non utilizza mai armi da fuoco. In tutta la sua odissea contro i Servizi segreti del mondo, salta di casella in casella, usa documenti e nomi falsi, si serve di personaggi e attività losche, ma non porta mai una pistola. Quando, per esigenze di fuga, sequestra un altro agente e si impadronisce della sua pistola, per prima cosa ne scarica i proiettili e poi, a fine operazione, gliela restituisce. E quando ha a che fare con il suo ex allievo Joe Cutter, loda che anch’egli abbia imparato da lui ad utilizzare, semmai, solo pistole scariche.

In un mondo violento, in cui dall’Ucraina ai dottori del Pronto Soccorso, l’unica soluzione sembra sia quella della violenza, di dotarsi di armi e sparare per primo, l’insegnamento di Miles Kendig (agente senza alcuna licenza di uccidere) è quello di usare l’arma impropria dell’intelligenza, per risolvere i conflitti.

E non è detto che non sia un’arma molto efficace.

L’ultima curiosità. Perché questo film, che in tutto il mondo si chiama Hopscotch e che si sarebbe potuto chiamare “Gioco a campana” o magari “Giocare a rimpiattino”, è stato invece intitolato Due sotto il divano?

Probabilmente perché qualche genio italico ha pensato che mettere due bravi attori (non nel fiore degli anni) “sotto il divano” avesse un qualche significato intrigante, che poteva attirare un pubblico poco smaliziato…

Oppure, potrebbero essersi fatti dare una consulenza da Myerson, quello che “al campionato mondiale degli imbecilli, arriva secondo”.

Perché secondo?

Piero Nussio

Fisico, esperto di cinema

Hopscotch (Due sotto il divano)

Nazionalità: USA

Anno: 1980

Genere: commedia

Durata: 104 minuti

Regia: Ronald Neame

Soggetto e sceneggiatura: Bryan Forbes e Brian Garfield

Produttore: Edie Landau ed Ely Landau

Fotografia: Arthur Ibbetson e Brian W. Roy

Montaggio: Carl Kress

Musiche: Ian Frazer, da W. A. Mozart, Gioacchino Rossini, Giacomo Puccini

Interpreti: Walter Matthau (Miles Kendig), Glenda Jackson (Isobel von Schonenberg), Sam Waterston (Joe Cutter), Ned Beatty (G. P. Meyerson), Herbert Lom (Mikhail Yaskov)

NOTE

(1) Letteralmente “Salta casella”

(2) Cioè saltellando su una gamba sola

(3) Autore di centinaia di romanzi, con vari pseudonimi, e soprattutto de Il giustiziere della notte e Hopscotch.

(4) Pubblicato in Italia nel 1976 col titolo di Spionaggio d’autore nella collana Segretissimo della Mondadori

(5) Costruito appena l’anno prima, nel 1961.

(6) Richard Nixon era stato vicepresidente di Eisenhower, e sarà presidente in seguito, costretto a dimettersi per lo scandalo Watergate.

(7) Ossia, Piccola musica notturna.

(8) Il Rondò per piano e orchestra in Re maggiore K 382.

(9) Sempre a modesto parere di chi scrive.

(10) Nonostante sia in circolazione dal 1980, e con un certo successo…

(11) É l’aria di Figaro Largo al factotum dal Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini.

(12) Non più andrai da Le Nozze di Figaro di W. A. Mozart.

(13) Da Madama Butterfly di Giacomo Puccini, l’aria Un bel dì vedremo.

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