Nel proporre una riflessione sulle esperienze traumatiche e le loro conseguenze difensive, in alcuni casi patologiche sosteniamo con fiducia e speranza la possibilità di portare i pazienti verso l’elaborazione del lutto; per far questo non possiamo non considerare le ricerche, gli approfondimenti, ma anche le differenze e divergenze tra Freud (1915) e Ferenczi (1927) e integrarli con i contributi della psicoanalisi francese (Lacan, Green e i Lemoine).
Freud, ricercatore più interessato alla teoria, descrive il trauma come uno stato in cui l’Io si trova indifeso e soccombente di fronte al montare di pressioni e pulsioni, esterne e interne, angosce e difese si attivano per prevenire una catastrofe. Si può pensare che facesse riferimento a una sorta di “emorragia interna” (Ferenczi idem), come una ferita che provoca intenso dolore.
Elena Croce (1990), esplora il lutto attraverso la lente dello psicodramma analitico, un approccio terapeutico che integra la psicoanalisi con la dimensione del gioco e della rappresentazione scenica. L’autrice sottolinea come il gioco fin dall’infanzia ma in particolare quello psicodrammatico possa fungere da traduttore simultaneo dei diversi linguaggi psichici sia verbali che non verbali, facilitando l’elaborazione del lutto in un contesto condiviso. In questo contesto il gioco non è visto come una semplice evasione ma come una forma di rêverie nel setting che permette all’individuo di affrontare e rappresentare simbolicamente la perdita.
Questa rappresentazione scenica fin dal suo inizio si concretizza in una realtà materiale percepibile anche dagli altri partecipanti il gruppo favorendo una dimensione condivisa dell’esperienza del lutto.
Croce evidenzia anche l’importanza della funzione analitica distribuita tra due figure: l’animatore e l’osservatore, che in questa alternanza di ruoli, consente parole e pluralità di sguardi arricchendo la comprensione e l’elaborazione del lutto all’interno del gruppo. Lo psicodramma analitico pertanto offre uno spazio in cui il lutto può essere rappresentato condiviso e trasformato grazie alla potenza simbolica del gioco e alla dinamica relazionale del gruppo.
Queste interessanti osservazioni di Elena Croce, scritte negli anni Novanta, ben ci conducono a pensare su quali strumenti, quali risorse, nel tempo, possano essere state riconosciute ed utilizzate nel setting del lavoro analitico sia individuale che gruppale e come il loro utilizzo e riconoscimento consapevole da parte del terapeuta possa avere aggiunto possibilità di maggiore efficacia al lavoro con i pazienti. La condivisione delle sensazioni e delle emozioni, le identificazioni, i transfert laterali, la funzione dell’animatore e dell’osservatore, la relazione con il gruppo e quella tra i membri del gruppo con lo psicodramma analitico entrano con forza a indicare che gli aspetti relazionali potenzialmente terapeutici non riguardano soltanto l’intrapsichico e l’intrasoggettivo nel gruppo ma anche l’aspetto relazionale intersoggettivo e intragruppale. È interessante indagare la funzione di relazione che mette insieme pensieri, emozioni, dei vari individui costituenti l’insiemità del gruppo» (Neri 2001) (1).
Neri raccoglie da Corrao (1986) l’utilizzo di una nuova parola “Koinodinia” due termini greci, koinósis e odúne. Koinósis significa “comunanza, mescolanza”. Più in generale, il termine designa “ciò che è comune, condiviso”. Odúne vuole dire “pena”, “dolore”. In particolare, odúne indica il “dolore mentale”. La lingua greca, infatti, contrassegna il dolore somatico con un altro vocabolo: àlgos. Koinodinia, dunque, è la condivisione del dolore, per descrivere la possibilità che una vera elaborazione del dolore mentale sia possibile soltanto nella relazione all’interno di un gruppo “mettere in comune il dolore” (2).
Nei nostri lavori con pazienti gravi e nel caso del paziente che descriveremo, un giovane uomo sofferente di ludopatia, ci siamo chieste se tali ferite dovute alla mancanza dello sguardo e di perdita del senso di esistenza e di sostanza del sé, possano essere riconsiderate come conflitto tra le diverse parti dell’Io (conflitto intrapsichico), tra le parti più avanzate e quelle più primitive oppure anche tra l’intersoggettivo e l’ambiente. Ferenczi (1912, 1932) descrive il trauma come un attacco all’essenza stessa della mente e crollo della differenza tra soggetto e oggetto che bloccano il lavoro del lutto. Scrive Ferenczi: «Nel momento del trauma tutto diventa privo di oggetto» (1932 pag.415 – 427). Nel presente traumatico tutto si dissolve: è l’esperienza di una perdita non fronteggiabile, non vi è né soggetto, né opposizione tra soggetto e oggetto, è il prevalere dell’incorporazione sull’introiezione, là dove non c’è ancora rappresentazione. Queste rappresentazioni assenti interessano in particolare il processo evolutivo della sessualità che, dapprima bloccata dal mancato appoggio materno, ridiviene praticabile grazie all’esperienza analitica che diventa trasformativa delle stereotipie mortifere in soggettività vitale (3) (Carnevali 2023) e grazie all’esperienza terapeutica del gioco in gruppo. Tuttavia questo aspetto di praticabilità riguadagnata della libido può contemporaneamente rappresentare una minaccia, quella di dover riconoscere e affrontare il lutto dei genitori dell’infanzia. La curiosità comporta la cacciata dolorosa dal paradiso terrestre. Senza il raggiungimento di questa posizione depressiva (oscillante) l’intero sviluppo resterà bloccato infatti l’ingresso nella vita sessuale adulta avviene attraverso i momenti chiave dei processi di simbolizzazione.
Le intuizioni di Ferenczi trovano continuità in autori che studiano i fenomeni transgenerazionali, tra i quali Laplanche (1997) che torna al trauma non legato al gesto materiale in sé, ma alla fantasia dell’adulto che lo esegue: «C’è un terzo dominio della realtà in cui non è la materialità del gesto, né la pura psicologia del protagonista a determinare la qualità traumatica dell’esperienza, ma i caratteri di comunicazione e le dinamiche della relazione».
Abbiamo appreso a riconoscere gli effetti traumatici a lungo termine della irresponsività e dell’ipocrisia affettiva di chi fornisce le cure, e a riconoscere gli effetti traumatici non di un singolo evento, ma dell’influenza cronica sul bambino di certi elementi presenti nella personalità di chi presta le cure.
Model (1984) analizza poi la resistenza nella relazione analitica, che viene vista come difesa dall’intrusività delle “costruzioni” dell’analista. Lo stesso autore (1992) sostiene che le interpretazioni si fondano sul linguaggio, ma anche su processi di attualizzazione simbolica mediate dall’azione. Mutamenti nel concetto di interpretazione sono dovuti anche all’importanza che viene data alla condivisione del vissuto e allo sviluppo del contenitore (Bion 1992).
Viene da considerare che nel nostro tempo siamo di fronte ad una difficoltà radicale ed epocale nel pensare come tale, difficoltà che può essere presa come paradigmatico segno dei tempi che vengono chiamati post-moderni. Già Foucault si domandava sulla responsabilità̀ del pensare in un tempo che gli appariva come marcato da un profondo nichilismo. Quale pensiero è in grado di pensare il nostro tempo? Abbiamo bisogno di produrre pensieri sul nostro tempo, per questo il pensare sarebbe quell’attività orientata alla ricerca di orizzonti di senso utili per l’agire, per l’agire in quanto “azione umana” (H. Arendt 1987).
Come intendere il senso di un cambiamento? La teoria e soprattutto la clinica, in quanto esperienza psicoanalitica, può qui venirci in aiuto quando invoca il lavoro psichico in quanto concepibile come esperienza del lutto: secondo l’ipotesi freudiana se ne esce rinnovati in quanto toccati da una perdita. La portata di questa affermazione è assai estesa e ci permetterebbe di identificare la difficoltà del pensare come effetto di una sorta di preclusione della dimensione della perdita e del lutto come uno dei tratti caratterizzanti l’attuale disagio della civiltà post-moderna.
Sul versante della clinica psicoanalitica contemporanea Maiocchi (2010) prende in considerazione la mancanza del legame con la figura materna, o l’eccesso che porta a un rifiuto del legame; infatti l’autrice ha precisamente declinato questo fenomeno nei termini di una “clinica della dipendenza”. In questa ottica, sottolineando come ciò che appare come evidenza clinica ci costringe ad interrogare, nel movimento psicoanalitico ma non solo, il modo con cui pensiamo il soggetto umano (e quindi la sua trasformazione), ovvero secondo un criterio di inclusione – esclusione della dimensione della perdita: «Se non c’è trauma nella separazione, l’Altro come “madre etologica” non arriva a interrogare il soggetto, ne costituisce semplicemente il supporto, il prolungamento biologico. […] Avremmo così una sorta di dipendenza senza perdita, che risponde di una neutralizzazione della traumaticità inscritta nella struttura» (4).
Se la nostra epoca può rivelarsi in ragione di regime di onnipotenza materna come un’epoca della dipendenza, un’epoca che fatica ad istituire i luoghi del pensiero, che sono innanzitutto luoghi di separazione, la questione sembra allora risentire particolarmente e strutturalmente di questo marchio epocale come nel caso riportato.
Rileviamo un aumento della domanda-di-cura, domanda non solo di psicoterapia ma di analisi, almeno nell’immaginario collettivo le persone si interessano alle cure che prendono più da vicino ad oggetto il soggetto stesso nel nesso più intimo e relazionale. La psicoanalisi riconosce le situazioni depressive, di stallo e perdita di investimento libidico e di desiderio creativo. Quel che qui è in gioco, allora, sembra essere la presenza di una dimensione transferale ancora forte, che sostiene questo primo tentativo di appello da parte dei soggetti verso un certo campo di saperi e di pratiche, magari in dimensioni gruppali, che può apparire specialmente carico di promesse, aspettative e speranze.
Per alcuni pazienti riteniamo possa essere efficace l’inserimento in un gruppo di psicoanalisi con il metodo dello psicodramma analitico per compiere il lavoro di elaborazione del lutto.
Lo psicodramma analitico si sviluppa dal gioco del rocchetto quando il bambino prova a governare l’assenza vissuta come la perdita della madre. Per Lacan, poi ripreso dai Lemoine, «l’oggetto della nostra ricerca: ciò che noi cerchiamo, non è un’illusione che ce lo faccia ritrovare, ma un segno che significa l’assenza» (5).
La possibilità di rispecchiamento con l’altro, di poter fare nella terapia di gruppo esperienze condivise mai fatte prima, consente di poter ritrovare energie e risorse nascoste.
La narrazione e il gioco fanno emergere il dolore negato e ne rendono possibile la trasformazione.
Mario Galzaniga sostiene la connessione forte tra la capacità di narrare e narrarsi come strumento potente per la costruzione dell’identità, e così scrive: «Per tornare alla narrazione, questa possiede di per sé una fondamentale valenza euristica che attiva un processo di individuazione, una ricerca che mira alla valutazione ed alla precisazione della cosa narrata. Attraverso l’attività del narrare operiamo quanto G. Bateson aveva definito un apprendimento di secondo tipo, apprendiamo ad apprendere, perché quanto era stato inizialmente contestualizzato viene ridistribuito e rivisto in contesti diversi.
E sempre narrando o narrando-ci costruiamo noi stessi ed il nostro sé in un continuo processo dialettico che è anche un “atto di bilanciamento” tra un’idea di autonomia (“io sono me stesso”) ed una di appartenenza a connessioni diverse (“io sono parte di questa classe, gruppo, famiglia, cultura”). Senza la capacità di raccontare storie su noi stessi, sarebbe infatti difficile definire qualcosa come un’identità» (6).
Nella cura con lo psicodramma si può favorire una integrazione ed una evoluzione dell’identità per consentire di accettare la perdita e il vuoto del lutto, per ricostituire il senso di esistere, la consistenza del sé, la stima di sé e impedire che i sentimenti distruttivi prevalgano sulle parti vive e creative.
Per quanto riguarda pazienti gravemente traumatizzati «Le provocazioni che fanno, possono essere leggibili rispetto al bisogno di testare quanto siamo umani. allora in certi casi arrabbiarsi, confrontarli, mostrare delle emozioni non è tutto negativo: l’ideale di una tranquilla superiore immodificabile neutralità affettiva con questi pazienti non funziona.
Bisogna, senza perdere la testa, senza arrabbiarsi troppo e sbatterli fuori dallo studio, all’interno di un ruolo stabile e difeso con grande attenzione, modulare emozionalmente le nostre risposte: far vedere che abbiamo una vita emotiva, che ci arrabbiamo e ci eccitiamo, che sappiamo cosa vuol dire provare dolore e provare piacere. Sappiamo cosa vuol dire sedurre e essere sedotti, tutte queste cose le sappiamo, ma non ci facciamo trascinare» (Correale, 2021, La potenza delle immagini, Ed. Mimesis).
Per i Lemoine «Lo psicodramma è dunque destinato a coloro che hanno perso o fallito l’accesso al simbolico, a coloro che ripetono instancabilmente la loro domanda – domanda di nutrimento, di potere, di madre, di padre di bambino…, domanda di forsennati delusa perché altrimenti il desiderio si spegnerebbe nel soddisfacimento. Continuano dunque a ripetere in gruppo. Ma qui la loro domanda circola. Se ne fa qualcosa; non più a sé, ma scambio». Come il nostro paziente che pare cercare forsennatamente lo sguardo assente della madre.
Occorre non trascurare la regressione, affrontare le scissioni con pazienza e nutrire fiducia (avere “fede-fiducia” come scritto da Neri 2011) nella possibilità di attraversare “l’ondata diluviante interna” (catastrofica). La costante ricerca della disponibilità a vivere nella relazione un’esperienza condivisa nel gruppo, (soprattutto nel condividere l’impotenza, la paura, il terrore, il dolore e la rabbia), avvia quel processo verso “fenomeni autentici” nel registro comunicativo sensoriale e presimbolico grazie alla capacità di rêverie dell’analista che anima, che accoglie gli elementi sensoriali, li contiene, e consente la comprensione degli equivoci, degli errori, e favorisce la pensabilità di ciò che sta avvenendo e la sua interpretazione.
Nell’esperienza clinica descriveremo come nel gruppo, il paziente Carlo abbia raccontato il suo “sentirsi venire meno”, il senso di pesantezza e di come a volte quello sguardo tanto desiderato si possa trasformare in un elemento eccitatorio amplificato e avvertito quindi come persecutorio.
Infine, sottolineiamo come l’analista nel contesto terapeutico sia impegnato in una lotta, fronte a fronte, con il “fantasma”; pertanto, potrebbe essere interessante approfondire il fatto che ognuno è esposto allo sguardo dell’altro così come ripreso dallo stesso Lacan (1964) nei suoi seminari sulla funzione scopica. Anche i Lemoine (1972) riprendono l’importanza della visione che vede se stessa, «se così si può dire, nella pupilla dell’altro». Lo sguardo è una delle primissime esperienze sensoriali che consente l’identificazione inconscia del bambino/paziente con le figure genitoriali.
L’animatore nel gruppo con il suo intervento fa sì che il soggetto emerga dall’inconscio e dalla sofferenza dovuta anche dall’introiezione di tratti disumani, folli e mortiferi presenti nel campo analitico, dando nome e voce alla parte più vulnerabile e infantile, che si dispera e odia con altrettanta distruttività, e al contempo proteggendolo da essa.
In questa analisi in gruppo abbiamo tentato di cogliere una svolta nel transfert per poter comunicare al paziente i legami identificatori che si formano tra gli oggetti interni, per poter individuare l’organizzazione psichica degli oggetti con i quali il bambino/paziente è inconsciamente identificato, infine per poter rappresentare gli oggetti parziali più arcaici, oggetti bizzarri, oggetti morti e “gli oggetti dell’oggetto” (Guignard, 2003), per esempio la sofferenza del paziente a causa del legame patologico tra il padre interno e il proprio oggetto madre.
In questo lavoro sosteniamo anche che la funzione interpretativa esiste potenzialmente nei protagonisti della scena dello psicodramma analitico, e che come sostenuto dai Lemoine, «il primo segno di punteggiatura sottolineato dal terapeuta, interviene quando la narrazione diventa rappresentazione drammatica», marcando così la differenza tra reale/soggettivo e simbolico/gruppale.
Sottolineiamo inoltre l’uso che i pazienti fanno dell’animatore come persona intera e non solo per le scelte, i tagli che l’analista fornisce; notiamo come a volte i pazienti siano raggiunti più che dalle interpretazioni, dal cambiamento dell’animatore nella relazione analitica di gruppo e dalle trasformazioni indotte dal “noi” in gioco e da quanto condividiamo e comprendiamo nella relazione tra i membri del gruppo e nel gruppo.
Alla domanda: «Cos’è che produce il cambiamento?» oggi sappiamo che la risposta non è univoca, non è più soltanto l’interpretazione seppur nelle sue varie evoluzioni, ma ci riferiamo a strumenti differenziati che promuovono diversi modi di ricodificare i significati inconsci, che percorrono vari modelli e hanno come obiettivo l’attivazione di processi trasformativi dei pazienti e della coppia analitica. Per dare conto di questa evoluzione, potremmo con convinzione utilizzare il concetto di intervento interpretativo come strumento che aiuta la coppia analitica o il lavoro nel gruppo con lo psicodramma analitico, a costruire un pensiero dove il pensiero non c’è.
Come terapeuti riprendiamo anche il tema della interpretazione sognata come un funzionamento della mente dell’analista disposto all’ascolto e alle libere associazioni, animato dalla curiosità e aperto all’imprevedibile, funzionamento che riguarda anche il gruppo analitico, per parlare di un sognare condiviso in un’area intermedia che vede la psicoanalisi unita pur nelle sue diversità metodologiche.
Materiale clinico
Carlo è un giovane uomo di bell’aspetto, capelli neri e occhi scuri riflettenti un’espressione malinconica di fondo. ha interrotto gli studi universitari e ora fa l’operaio.
A 17 anni inizia un trattamento psicoanalitico individuale per una patologia narcisistica, blocco degli studi, ludopatia; il trattamento si conclude dopo più di cinque anni, Carlo ha raggiuto un buon equilibrio affettivo e lavorativo, va a convivere con la sua compagna.
Dopo quattro anni, si presenta una ricaduta, ha ricominciato a giocare, si è lasciato con la ex compagna, ha una nuova relazione con una donna che avendo un figlio, mette dei limiti alla relazione. Si sente impotente a controllare l’impulso di giocare, giocare lo fa sentire vivo. E’ consapevole dell’ aspetto autodistruttivo.
La terapeuta propone l’ingresso in un gruppo di psicodramma come una possibilità per dare seguito al lavoro già svolto individualmente. Carlo accetta e fa emergere fin dalle prime sedute il tema del ri-scoprirsi, cioè qualcosa che ciascuno di noi è portato a fare quando ci sediamo all’interno di un gruppo, una ri-scoperta di sé attraverso lo sguardo dell’altro.
Ci chiediamo come abbia vissuto Carlo le diverse potenti stimolazioni che si sono perturbate nel gruppo, e se nel tempo quest’ultimo riuscirà a trasformare la sua ludo-a-patia attraverso una ludo-terapia in cui poter elaborare il sentimento di dipendenza.
Nel corso delle sedute e partecipando ad alcuni giochi proposti da altri pazienti, C. avrà l’occasione di sperimentare la propria identificazione/dipendenza dalla madre che a sua volta non ha mai risolto la dipendenza dal proprio marito controllante e incapace di promuovere un rapporto adulto e paritario con la moglie. C. non è in grado di mettere un confine ad un comportamento materno intrusivo e poco rispettoso dell’autonomia del bambino prima, dell’adolescente e del giovane uomo che è oggi. Carlo, identificato inconsciamente con la propria madre, ha preso su di sé un aspetto mortifero/mortificante che lo fa sentire impossibilitato/autorizzato a trovare sé stesso, pena la perdita della propria madre/sé. L’unica possibilità agita è quella di sottostare e sopportare l’atteggiamento materno, oppure esplodere in manifestazioni rabbiose, che attivano immediatamente il fantasma della colpa e il timore di poter distruggere il proprio oggetto d’amore, “non posso stare con te ma nemmeno senza di te”. C. è incastrato nella ripetizione del trauma, non vede vie di uscita.
Carlo è un ragazzo intelligente e ha la passione dello sport, per qualche anno gioca con buoni risultati poi emerge un sintomo di ansia e panico quando è in campo e si sente esposto agli sguardi e all’attenzione di tutti, si sente di perdere energie e di cadere a terra, svenire, perdere coscienza. Lascerà il gioco sportivo per cominciare a fare l’allenatore di un gruppetto di ragazzini, tra i quali c’è un preadolescente molto agitato e iperattivo che ha il suo stesso nome, spesso lo abbiamo accostato a una parte di sé: il piccolo C.
Ipotizziamo che nello sviluppo dell’identità in adolescenza, possa esserci un nodo, un punto nodale, forse uno snodo che faccia emergere molta angoscia nel giovane impegnato a districarsi tra il proprio mondo infantile, l’identificazione con la propria madre depressa e il nuovo mondo libidico fatto di relazioni, investimenti su oggetti altrettanto complessi e instabili, caratterizzato dalla necessità di abbandonare il mondo dell’infanzia per poter procedere nella propria vita. Questa forte angoscia, se non è sostenuta adeguatamente dalla capacità di pensare, resta nella mente del soggetto come degli aspetti frammentati che non possono ricomporsi in pensiero/pensabilità. (Bion W., 1974, Stati mentali inaccessibili)
Carlo accetta di partecipare al gruppo di psicodramma analitico.
In una seduta del secondo anno Carlo risponde con le sue paure di essere una nullità a Chiara adolescente che soffre di una patologia narcisistica e depressiva e sintomi dismorfofobici, e che frequenta da tre anni il gruppo. Chiara pensa di non saper parlare, ha timore di dare voce ai suoi pensieri, figlia di genitori separati, ora sta facendo la scuola di recitazione, ha una modalità tranciante di intervenire poi si riprende e diventa più sensibile ed empatica. Interviene dicendo che lei come Mario, studente universitario, non vede il problema, basta tagliare subito la conversazione come succede con sua madre, quando le chiede qualcosa lei non ha voglia di rispondere e non le parla.
Carlo ha abbandonato l’università, interviene dicendo che tra lui e sua madre avviene l’inverso, la madre è intrusiva e lui non sa come difendersi, mettere un limite, o esplode o diventa accondiscendente, non trova una via di uscita. Sua madre l’aspetta in giardino quando lui torna dal lavoro e comincia a farlo sentire sbagliato: «Non hai portato fuori il gatto, non hai messo in ordine l’appartamento, ecc. mi dice ma tanto lo fa lei, ha le chiavi ed entra in casa senza chiedere il permesso e comincia a pulire». Si sente sporco, colpevolizzato e monta la rabbia.
Mario, un altro componente del gruppo, ha finito a stenti la scuola superiore ha sofferto di una grave depressione, rimaneva giorni interi a letto e con la sensazione di essere disprezzato e di sentirsi anche lui una nullità. Ha sempre lavorato, a volte ha ricorso all’alcol per medicare il suo dolore, ma questo lo espone a subire violenza, in un locale da un ragazzo più grande dal quale non era in grado di difendersi. Si è sentito colpevole, ricorda che piangeva anche lui spesso da bambino piccolo ma la madre non l’ha mai consolato né soccorso, aveva anche pensato che i suoi genitori non fossero i suoi veri genitori ma degli estranei, degli alieni: riporta l’incubo di essere rapito dai ladri imbavagliato e messo nel bagagliaio della macchina, lui vedeva che i ladri erano i suoi genitori.
Si gioca la scena della madre in macchina con il bambino di 10 anni mentre tornano da scuola. Viene scelto Carlo per fare il bambino. Nel gioco emerge tristezza del bambino in quanto la madre non capisce che a lui dispiace non vedere il suo compagno di giochi. Nel cambio di ruolo Mario che fa la parte del figlio è più reattivo, aggressivo, viene anche nominata la paura di subire violenza, c’è una ribellione del bambino e il distanziamento dalla madre.
Dopo diverse associazioni del gruppo si arriva al secondo gioco. Carlo mette in scena lo scambio con la madre fatto prima di venire in seduta. Dopo aver scelto Catia come mamma, sceglie Luisa (diventata mamma da poco) per fare il gatto cosa che non ci aspettavamo.
Il gatto sembrerebbe simboleggiare la sua parte più debole e dipendente.
Carlo torna dal lavoro e incontra la madre nel giardino che gli dice di andare a prendere il gatto e portarlo fuori, mentre lei andrà nel suo appartamento per pulire, visto che ha le chiavi, gli chiede anche se ha cambiato le lenzuola, pensando che andrà a trovarlo la sua nuova partner.
Questa intrusione nell’intimità lo infastidisce ancora di più, ma Carlo è consenziente,
«non riesce a staccare il cordone ombelicale» – dice. Nel gioco guarda la madre, anche quando prende il gatto con sé, non lo guarda, lo sguardo cerca la madre in modo molto richiedente e dipendente. Nel cambio di ruolo Catia nella parte di Carlo si ribella e con fare deciso dice di no alla madre e gli chiede la restituzione delle chiavi.
Ritornano nei loro panni, per Carlo è impensabile dire così alla madre. «È una cosa forte» dice. L’analista lo sollecita a esplicitare meglio: «Forte?» .Carlo risponde che le farebbe del male, la mamma è in pensione e ne morirebbe. Ha paura di mortificare la madre e/o di essere ferocemente aggredito e punito da lei, di essere annientato da una voce onnipotente-sadica?
Un Super-Io rigido che interdice il ruolo di uomo adulto? La madre è stata a lungo depressa sin da quando era bambino e spesso lo aggrediva spaventandolo e umiliandolo. Inoltre a volte si sente come un bambino non in grado di accudirsi da solo e con il terrore di essere abbandonato.
Separarsi dalla propria madre è una cosa forte? Si ha paura di morire e/o di far morire la madre. Arriva un pesante sentimento di colpa.
A Mirco invece viene in mente il film Shining di Kubrick 1980 con il bimbo che si sente minacciato dal padre.
Nello sguardo di Carlo si potrebbe notare Shining tradotto: la luccicanza.
La parte distruttiva (incorporata) lo suggestiona, lo rende debole e mortifica il sé. Il gioco, le associazioni dei membri del gruppo portano allo scoperto queste pulsioni e relazioni inconsce con l’oggetto e con il gruppo familiare (cosa farebbe impazzire?).
Parlando del tema del film, Kubrick affermò che: «C’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato nella personalità umana. C’è una parte malvagia. Una delle cose che le storie horror possono fare è mostrare gli archetipi dell’inconscio; possiamo vedere la parte malvagia senza doverci confrontare con essa in modo diretto».
Conclusioni
Lo psicodramma analitico rappresenta una metodologia clinica che integra l’approccio psicoanalitico con la dimensione attiva e rappresentativa del gioco scenico all’interno di un contesto gruppale. Il gruppo, in tale setting, non costituisce soltanto uno sfondo relazionale, ma agisce come campo co-terapeutico in grado di facilitare processi di trasformazione, simbolizzazione e riscrittura soggettiva. In questa cornice, si inserisce il percorso di osservazione e relazione analitica qui riportato, centrato sul caso di Carlo, membro partecipante all’interno di un gruppo terapeutico condotto con metodo psicodrammatico.
Lo psicodramma è un dispositivo analitico che si incentra sulle identificazioni attuali che aprono il campo alle identificazioni rimosse ed ai relativi significanti attraverso la messa in scena del fantasma.
Questa metodologia fornisce un’idea del processo analitico come relazione in cui aspetti simmetrici (la condivisione emotiva profonda, le identificazioni reciproche) coesistono con aspetti asimmetrici (la differenza di ruoli e di funzioni, la focalizzazione del lavoro analitico sul gruppo). Fornisce una concezione del transfert e del controtransfert come modalità di funzionamento inconscio delle menti in relazione. Essa presuppone che sia possibile una trasformazione dell’intrapsichico attraverso l’interpsichico, inteso come un tipo di funzionamento aperto in cui coesistono stati della mente sufficientemente separati con altri in cui i confini tra il Sé e l’Altro sono più sfumati e le comunicazioni avvengono soprattutto a livello pre-verbale, chiamando in causa i livelli meno strutturati della mente. Con gli adolescenti ci si trova a lavorare a questi livelli precoci, in cui i confini sono fluidi e oggetto di continua rinegoziazione tra il Sé e l’Altro, tra l’interpsichico e l’intrapsichico, e sono maggiormente operanti livelli simmetrici di condivisione che se compresi possono aiutare a procedere nel lavoro del lutto.
Questo avviene fisiologicamente con gli adolescenti, con cui gran parte del lavoro psichico deve avvenire nella mente dell’analista e dei partecipanti il gruppo, che si trovano spesso a dover offrire all’adolescente le immagini della loro elaborazione immaginativa come materiale da costruzione per una prima possibile simbolizzazione delle esperienze concrete. Queste comunicazioni tra inconscio e inconscio, tra immagini mentali dei partecipanti il gruppo e dei terapeuti hanno a che fare con l’adolescente, in quanto si sono formate all’interno della relazione analitica, ma sono inevitabilmente improntate anche del mondo interno dell’analista e dei membri del gruppo, che utilizza le proprie emozioni e il proprio materiale rappresentativo nell’atto di dar loro forma.
Con la drammatizzazione, in una sorta di azione in gruppo (gioco), la presenza di un altro supporta il discorso del soggetto provocando una divisione soggettiva avvertita come disagio, la non certezza, la mancanza, il dubbio costitutivo.
Oggi il termine agire ha assunto la connotazione non solo di un’azione impulsiva ma si è esteso fino ad includere il significato di un contenuto psichico che si esprime attraverso l’azione piuttosto che attraverso la parola, per una difettuale capacità di simbolizzazione dovuta sia ad eventi traumatici precoci che a funzionamenti mentali specificamente operanti in determinate fasi della vita, come per esempio l’adolescenza.
Con il gioco si può costruire il mondo dei desideri, uno spazio transizionale esplorativo mediante il quale si ha la possibilità di creare, di sentire, di pensare, di incontrare altri esseri, diversi, esterni al soggetto con caratteristiche specifiche e stabili.
Il gruppo di psicodramma si caratterizza in confronto alle altre forme analitiche di gruppo per la sua estrema mutevolezza che lo porta ad un continuo rovesciamento quasi ad ogni gioco, nel suo assetto della sua dinamica questo è un elemento lungi dall’essere un aspetto di instabilità che offre più possibilità al singolo paziente di trovare i suoi pezzi mancanti a causa della maggiore ricchezza di personaggi e dinamiche presenti nel gruppo di psicodramma riguardo alla documentata vitalità e validità della scena.
E’ una scommessa la politica della Psicoanalisi intesa come tentativo di ridare uno spazio al desiderio dell’uomo, del Soggetto costantemente mortificato dalla esasperata offerta dell’oggetto e credere nel lavoro creativo in gruppo.
L’inconscio deve semplicemente lavorare e il gioco deve essere giocato, l’essenza del gioco sta nel fatto di essere rappresentato. Giocare ed agire non sono cose appartenenti allo stesso registro dal momento che l’agire può essere concepito come qualcosa che viene sul piano della realtà mentre il gioco resta ad un livello simbolico immaginario anche se ha degli effetti sul reale, il gioco viene utilizzato come strumento analitico perché fonda uno spazio intermedio di esperienza creativa un agire in una dimensione transizionale tra mondi interni ed esterni tra la soggettività dell’individuo e l’oggettività del reale un’area del come se, chiusa, protetta, delimitata ma non completamente separata dal fluire della vita quotidiana che permette di essere creativi, di far uso dell’intera funzionalità corporea di scoprire e sperimentare il vero sé.
La caratteristica del gioco psicodrammatico è il ritorno su uno sfondo di assenza e l’Io ausiliare è scelto dal protagonista a rappresentare parti di personaggi per lui significativi a prendere il posto del rocchetto. Nell’esperienza descritta si sente che l’adolescente fa ritornare la scena come un rocchetto ma le trasformazioni apportate dagli io ausiliari nel gruppo costituiscono altrettanti motivi per aiutare Carlo a prendere distanza dall’ oggetto materno e dalla coppia genitoriale; una distanza critica rispetto ad una situazione vissuta nel gioco. La persona scelta per interpretare un certo ruolo non è un manichino ma un soggetto che ha un suo desiderio una propria storia che consente a Carlo di trovare il suo desiderio.
Quello che si verifica nel gioco è una messa in circolazione del proprio desiderio di fronte ad un altro anche lui portatore di un proprio desiderio, senza questo gioco sarebbe soltanto un piacere narcisistico, una pura ripetizione, di fatto si tratta di trovare un nuovo significato quando viene giocato lo psicodramma, diviene così un luogo di trasformazione della narrazione la quale apre un varco a nuovi pensieri. Dal racconto al gioco c’è un salto di dimensione che rende lo psicodramma luogo in cui il protagonista è attore partecipe della propria storia e il gioco si fa strumento di lettura di traduzione e comprensione del messaggio dell’inconscio e soprattutto porge l’occasione di appropriarsi di parti sconosciute.
Cinzia Carnevali
Psicoanalista Membro Ordinario con funzioni di Training della SPI e IPA. Già Presidente del Centro Adriatico di Psicoanalisi. Analista di gruppo, Psicodrammatista, Membro Didatta SIPsA-COIRAG.
Silvia Cicchetti
Psicologa, psicoterapeuta, Membro Titolare SIPsA
Note
(1) Tratto da Psicoanalisi di Gruppo, Riccardo Romano, Ed. Rêverie, Catania 2017, la citazione è di F. Corrao, Tikoinon: per una metateoria generale del gruppo a funzione analitica, 1, pag. 197
(2) Neri C., La spontaneità del dialogo psicoanalitico. In Di Chiara, Gaburri. Et all. (2001). La psicoanalisi in Italia 5. Francesco Corrao. Quaderni del Centro Milanese di Psicoanalisi “Cesare Musatti”, Milano 2001
(3) Carnevali C., Trasformazioni del Trauma in analisi: dalla stereotipia mortifera del fantasma alla soggettività vitale, in Trasformazione del Trauma in analisi. Sogno, libido, creatività a cura di Cinzia Carnevali, Luis Martin Cabrè Alpes 2023.
(4) M.T. Maiocchi, Rifiuto del legame e oggetto. La mancanza materna nella clinica delle dipendenze, in M.T. Maiocchi, Il taglio del sintomo, cit., p. 166, 201
(5) G. e P. Lemoine 1972, Lo Psicodramma, Poiesis Editrice 2022
(6) Mario Galzaniga, Terapie e narrazioni, in htpp://w.w.w.psichiatryonline.it/node/2100
Bibliografia
Arnoux D. Guignard F. (2003), Significato dell’identità di genere nel setting analitico, Riv. di Psicoanalisi
Arendt H. (1987), La vita della mente, Bologna, il Mulino, 1987, pp. 95-96
Bion W.R. (1992), Cogitations, Armando Editore, 1996
Croce E. B. (1990), Il volo della farfalla. Borla, Roma
Carnevali C. (2023), Trasformazioni del Trauma in analisi: dalla stereotipia mortifera del fantasma alla soggettività vitale, in (a cura di Cinzia Carnevali, Luis Martin Cabrè), Trasformazione del Trauma in analisi. Sogno, libido, creatività, Alpes, Roma
Corrao F. (1986), Il concetto di campo come modello teorico, in Orme, vol. II, Cortina, Milano 1998
Correale A. (2021), La potenza delle immagini, Ed. Mimesis
Ferenczi S. (1912), Il concetto di introiezione, in Fondamenti di psicoanalisi, vol.1, tr.it. Guaraldi, Rimini 1972.
– (1927-28), L’elasticità della tecnica psicoanalitica, in Fondamenti di psicoanalisi, vol.3, tr.it. Guaraldi, Rimini 1974.
– (1932), Diario clinico, tr.it. Cortina, Milano 1988. citato secondo Martin-Cabrè, L.J. (1998), Si prega di chiudere gli occhi. Il ruolo del diniego nella teoria del trauma, letto al Centro Psicoanalilico di Roma
– (1932a), Confusione delle lingue tra adulti e bambino, in Fondamenti di psicoanalisi, vol.3, pag. 415-427, tr.it. Guaraldi, Rimini, 1974.
Freud S. (1915), Lutto e melanconia, OSF. vol. 2, Bollati Boringhieri, Torino
– Al di là del principio di piacere, OSF. vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino,
Guignard F. (2006), Persone e oggetti nel legame analitico, «Riv. di Psicoanalisi;»
Lacan J. (1964-1965), Il Seminario Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, trad. it. Einaudi, Torino, 1979
Laplanche J. (1987), Nuovi fondamenti per la psicoanalisi, tr.it. Borla, Roma 1989.
Lemoine G. e P. (1972), Lo psicodramma, Feltrinelli, Milano 1973; Ed. Poeisis, Bari, 2022
Maiocchi M. T. (2010), Il taglio del sintomo. Clinica ed etica dell’opzione lacaniana, Franco Angeli, Milano
Marinelli F., Evoluzione delle osservazioni psicoanalitiche sul concetto di depressione, letto al CPB il 10/2/2001.
Modell A. H. (1984), Psicoanalisi in un nuovo contesto, tr.it. Cortina, Milano 1994
Neri C. (2001), La spontaneità nel dialogo analitico, in Di Chiara G., Gaburri E. et all., La psicoanalisi in Italia 5. Francesco Corrao, «Quaderni del Centro Milanese di Psicoanalisi Cesare Musatti», pag. 197
– Il Fattore F in psicoanalisi e in psicoterapia di gruppo, presentato ad ASVEGRA, Padova, 19 febbraio 2011
Filmografia
Shining, 1980, film scritto, diretto e prodotto da Stanley Kubrick



