PAOLO ROMAGNOLI – UNA LUNGA FILA DI FANTASMI. Echi e risonanze del lutto sull’analista

Assenza,
più acuta presenza.
Vago pensiero di te vaghi ricordi
turbano l’ora calma e il dolce sole.
Dolente il petto ti porta,
come una pietra leggera. 

Attilio Bertolucci,
“Assenza”, 1929

Può capitare, ad un certo punto nell’arco di una vita, più spesso con l’avanzare dell’età, che ci si volti indietro a guardare il percorso fatto. Ecco allora che si vedrà, con gli occhi della memoria e della nostalgia, una moltitudine di affetti, persone e animali, che c’erano, ci hanno accompagnato per un certo tempo nel nostro cammino e oggi non ci sono più. Si vedrà una lunga fila di fantasmi.
Complice l’avanzare dell’età anagrafica, mi capita spesso di ripensare alla vita trascorsa: questa successione di ricordi, situazioni, immagini, affetti, dolori e sofferenze, inciampi e cadute prende le sembianze di chi ci ha accompagnato e lasciato. Inutile dire che più si invecchia più questa fila si allunga. Del resto, come ben sappiamo, vita e morte sono intrecciate strettamente e l’una non può prescindere dall’altra. Qualche settimana fa è mancato un caro amico per gli esiti nefasti di un tumore ai polmoni. Se n’è andato il giorno dopo aver visto nascere il suo nipotino, il bambino della sua unica figlia. Ha resistito per vederlo, era il suo più grande desiderio. Vita e morte, appunto. Strette in un indissolubile ed eterno abbraccio. E di vita e di morte si riempie quotidianamente la nostra attività quotidiana, quando i nostri pazienti ci portano le loro storie, gli affetti, le sofferenze e le perdite. Tutto questo si riverbera inevitabilmente anche sulla posizione che riusciamo a tenere nella relazione analitica. Anche noi viviamo, e nel vivere attraversiamo dolori e sofferenze, separazioni e perdite, lutti più o meno importanti. Queste esperienze si accumulano, si stratificano, arrivano a creare un substrato, un terreno sul quale continuamente ci muoviamo, talvolta con passo incerto, talvolta con maggiore sicurezza ed esperienza. Cosa ci succede allora? Riusciamo sempre a mantenere la posizione analitica, a garantire la necessaria astinenza? Quale rumore di fondo rischia di diventare così assordante al punto di coprire il discorso del paziente? Sono queste le domande che mi pongo in questo mio tempo di vita personale e professionale che lascia intravedere un limite sempre più evidente e ahimè sempre più prossimo. Aldilà delle riflessioni e digressioni teoriche sul tema del Lutto che volentieri lascio ad altri autori e colleghi, mi capita di interrogarmi sempre di più su quello che ci succede e ci succederà come analisti anziani, sperando anche di generare una discussione ampia e chiarificatrice. Questa riflessione deriva probabilmente anche da un anno appena trascorso purtroppo costellato di tante perdite, alcune in qualche modo anche attese, altre assolutamente imprevedibili. Persone che sono sempre state presenti nella nostra vita e nella nostra comunità professionale sono improvvisamente mancate, lasciando vuoti enormi e incolmabili. Mi ha profondamente interrogato anche vedere colleghi e amici alle prese con la loro terribile sofferenza ed allo stesso tempo portare avanti con grande coscienziosità il proprio lavoro. Non nascondo che mi sia chiesto come facessero e come riuscissero a mantenere questa difficilissima posizione. Non ho avuto l’occasione di affrontare con loro tale argomento, ma mi riprometto di farlo in futuro, quando le ferite ancora dolorosamente aperte si saranno finalmente richiuse in una evidente cicatrice. Da qui questo scritto: pensieri messi su un foglio, che assumono i contorni di una riflessione più che di un saggio.

Inevitabili risonanze

mi racconta in seduta di come trovasse inaccettabile la morte improvvisa della madre per un arresto cardiaco, di come non riuscisse ad accettare che quei tentativi di rianimazione fossero risultati vani, di come il tempo in quel momento si fosse fermato anche per lei. Nell’ascolto, fugacemente e senza che vi possa porre ostacolo, alla mia mente si affaccia il ricordo della morte improvvisa di mia madre, che trovai senza vita una mattina al mio risveglio. Il diciottenne di allora, orfano di padre morto l’anno prima per un tumore, in quel momento sentì che qualcosa si rompeva per sempre e toccò con mano il dolore dell’ineluttabilità, della perdita senza ritorno. Anni di analisi e di lavoro mi hanno permesso di affrontare questa grave perdita integrandola nella vita, non avrei potuto far altro del resto, facendone cicatrice. Come tutte le cicatrici talvolta ancora duole e solletica ma resta a testimoniare la memoria e il taglio. Quel po’ di esperienza accumulata nel tempo mi ha permesso in seduta di registrare questo pensiero e di metterlo in disparte, per tornare pienamente all’ascolto di C. e della sua storia. Ma la corda interna continuava a vibrare e risuonare. Vibra e risuona ancora oggi, all’allungarsi di quella lunga fila di fantasmi. «Le folgorazioni legate alla morte della persona amata (inciso mio: quale che sia, in qualunque grado di relazione; parlerei più in generale di significativo oggetto d’amore in senso lato) lasciano cicatrici indelebili, altamente sensibili. Esse continuano a infiammarsi e a produrre fantasticherie che, a volte, sfiorano l’allucinazione. Apparentemente riguardano l’altro… ma chissà cosa dicono dei nostri travagli profondi, anche a distanza di anni.»  (M.L. Algini, 2024) (1).
È un brevissimo passo di un bel libro di Maria Luisa Algini, nel quale l’autrice esplora le dimensioni profonde di questa particolare stagione tarda della vita, anche della nostra vita di analisti anziani. È un tempo che non coincide necessariamente con un’età anagrafica ma piuttosto con un certo stato dell’essere, segnato da una maturazione lenta, dalla consapevolezza della finitezza e dall’attualità del proprio corpo e delle proprie relazioni. Ogni confronto con la morte ci costringe ad affrontare qualcosa di inaccettabile, vale a dire la rappresentabilità della nostra morte, altrimenti inconcepibile. Freud ce lo ricorda più volte: l’uomo non riesce davvero a rappresentarsi la propria morte e quando cerchiamo di pensarla in realtà ci immaginiamo sempre come spettatori. Anche quando diciamo “morirò” restiamo comunque vivi come soggetto del pensiero. In estrema sintesi: la morte riguarda sempre l’altro. Ma nel lutto, e nell’esperienza del racconto del lutto altrui, che in qualche modo si fa nostro nelle dinamiche di transfert (chissà cosa dicono dei nostri travagli profondi dice appunto la Algini), tutto questo sembra riemergere con una certa evidenza: anche noi moriremo, come è morto chi abbiamo amato. Sappiamo che accadrà, sappiamo che ci toccherà questo ineluttabile destino ma in ogni caso noi non possiamo pensare la nostra morte. «Il nostro inconscio non crede dunque alla propria morte, si comporta come se fosse immortale» (S. Freud, 1915) (2). Più invecchiamo più ci avviciniamo al limite della nostra vita, ed ecco che la caducità diventa la cifra sempre più evidente. Il limite comincia a farsi visibile e quasi tangibile, lo accennavo in precedenza, e dovrebbe essere possibile, nel prenderne visione, farlo diventare un orizzonte che dà valore alle cose. Una sorta di punto di riferimento grazie al quale, attraverso la consapevolezza della possibilità di perderlo, l’oggetto amato acquisisca un valore immenso. Ha quindi un immenso valore anche ogni momento condiviso. Da ricordare e tenere con noi nella memoria, facendone parte integrante della nostra vita, perché se inscritto nella memoria non ce ne separiamo mai del tutto. È il primato della vita. Alla morte si può rispondere solo con la vita.
Da professionisti questo lo sappiamo bene, è il movimento al quale proviamo a indirizzare le persone che incontriamo nella nostra quotidianità professionale. La Algini ricorda un’indicazione che le diede Dina Vallino: «È importante non parlare al paziente solo dei suoi dolori e delle sue paure, quelli li conosce bene. Parlagli della speranza e della possibilità che c’è in lui di farcela e aiutalo a crederci. Portalo là dove non ha il coraggio di andare» (M. L. Algini, 2024) (3). Portalo là dove non ha il coraggio di andare. Dove quindi? E come? Se «l’amore resta la premessa inevitabile delle nostre sofferenze [inciso mio: … e se…] più si ama e più si soffre» (J. D. Nasio, 2005) (4) allora comprendere questo permette di non allontanarsi dalla vita, di non restare quindi nella morte della perdita, in quella sorta di nostalgia melanconica che rimanda il soggetto al passato e ve lo inchioda. Se ne esce, secondo Nasio, solo non cancellando il dolore, ma anzi accettandolo e facendolo diventare parte integrante della vita emotiva. Solo accogliendo la sofferenza possiamo trasformarla in qualcosa di fecondo, come un atto creativo o una nuova capacità di amare (J. D. Nasio, ibidem). Un altro orizzonte, appunto. Viene comunque da fare una considerazione: l’orizzonte per definizione è qualcosa che non si può mai raggiungere. Chi va per mare o semplicemente viaggia ha sempre di fronte a sé un orizzonte che fa da sfondo, che si fa meta irraggiungibile perché sempre rinnovata e rilanciata. Non si raggiunge mai. Mi sembra che il movimento sotteso al lavoro del lutto sia proprio la riacquisizione della possibilità di vedere un orizzonte di fronte a sé, più o meno distante, mai troppo prossimo. Non credo sia un caso che la Algini parli di un limite che comincia a farsi visibile e tangibile, non raggiunto del tutto. Ci avviciniamo ad esso senza avere la consapevolezza definitiva e finale del contatto. Vorrei dire che avvicinarsi all’età tarda a mio avviso significa proprio questo: avere chiara la percezione dell’orizzonte pur senza toccarlo. La morte del resto riguarda sempre l’altro. Ma quando il lutto ci riguarda, quando l’oggetto amato è perduto per sempre, l’orizzonte davanti a noi si fa corto, incombente, troppo prossimo. Sembra caderci addosso, diventa soffocante, ci toglie il respiro, nonostante una parte di noi continui a chiedere un soffio d’aria vitale. Non è possibile riprendere con facilità la vita precedente, anche lavorativa, perché in qualche modo non ci appartiene più, diventiamo alieni alla nostra stessa esperienza di vita. È una sensazione spaesante, devastante, dirompente perché ci priva dei riferimenti che ci hanno dato sicurezza, sostegno, baricentro della nostra vita precedente. C’è necessità di tempo e di lavoro su di sé, perché si possa riprendere la nostra attività.
Torna alla mente la celebre scena del film La stanza del figlio con l’analista Giuseppe, interpretato da Nanni Moretti, che perso nel dolore e nei sensi di colpa per la scomparsa del figlio, sedeva silenzioso ed immobile con lo sguardo fisso nel vuoto, con la penna sollevata dal taccuino sul quale non può più scrivere nulla, impossibilitato ad ascoltare il discorso del paziente. Giuseppe vacilla sopraffatto dalla tragedia e sembra possa alfine lasciare la professione.
È un’eventualità che per quanto ci riguarda sarebbe il caso di evitare, a meno che non sia un primato di autonomia e libertà, uno spunto vitale di cambiamento e di metamorfosi. Per evitare questo sarebbe il caso di prepararsi per tempo a questo genere di eventualità, ma comprendo come non sempre si riesca a parlare di cosa fare in questi casi. Anche nelle nostre associazioni di appartenenza ho l’impressione che si preferisca evitare l’argomento rimandandolo a contesti più privati ed intimi piuttosto che affrontarlo e studiarlo in modo chiaro ed esplicito come qualcosa che potrebbe accadere, e anzi probabilmente accadrà, visto il protrarsi della nostra attività professionale in età sempre più avanzata. Sappiamo quanto sia difficile per la nostra categoria considerarsi anziani o in età di pensionamento. È un dato di fatto però che più avanziamo nell’età anagrafica più la nostra vita si riempie di lutti: credo sia giusto parlare delle conseguenze che questo può comportare nella nostra vita personale e professionale. Onestamente non ho un’opinione chiara in merito: se sia più giusto fermarsi momentaneamente oppure concedersi di riprendere uno spazio di analisi individuale, o altresì continuare come se niente fosse accaduto, confidando sulle nostre competenze e capacità. Auspicherei una discussione proficua e condivisa sull’argomento. Segnalo il lavoro di ricerca svolto da Rita Corsa che si è concretizzato in alcuni interessanti libri e articoli. Chi è interessato può facilmente trovare anche in rete molta documentazione. In sintesi la Corsa indica come l’analista, pur nella sua funzione di guida, non sia esente dalla sofferenza e dalla morte, e come queste esperienze possano influenzare il suo lavoro e il rapporto con il paziente. Anche l’analista che soffre di un lutto potrebbe ritrovarsi nelle descrizioni di perdita, di vuoto, di dolore e sofferenza riportate dai pazienti e rischiare quindi di essere in difficoltà nel rimanere presente per l’altro e aperto all’ascolto. Se si è attraversati dal proprio dolore è inevitabile che ci sia un intenso rumore di fondo che condiziona l’ascolto. Del resto è proprio in tali occasioni che dimostriamo e sperimentiamo la nostra vulnerabilità, condizione che se ben compresa e accolta ci permette di entrare in relazione profonda con l’altro della cura. Ripensando alla mia esperienza personale mi rendo conto di come io non sempre riesca a mantenere quella neutralità e quella distanza che forse sarebbero necessarie. In verità non credo neanche sarebbe troppo adeguato ancorché possibile, proprio in virtù delle considerazioni fatte finora. Credo sia inevitabile, e forse è anche necessario, che l’eco delle parole dei nostri pazienti risuoni nella nostra mente, facendo vibrare in risonanza corde profonde, evidenza palese e lampante della nostra umanità.
Mi tornano in mente due episodi della mia vita, vissuti da due diverse prospettive. Il primo riguarda un momento della mia analisi, risalente a ormai tanti anni fa: ero terribilmente sofferente perché era da poco morto il mio cane, con il quale avevo un rapporto profondissimo e che avevo dovuto decidere di addormentare per via di un tumore incurabile. Tra le lacrime, disteso sul lettino, sentivo l’analista alle mie spalle muoversi, agitarsi e sospirare, sia pure nel silenzio dell’ascolto. Mi chiedevo come mai non mi rimandasse qualcosa di speciale, che mi aiutasse ad alleggerire il peso di tale sofferenza. Nonostante questa sua apparente mancanza avevo l’impressione che fosse comunque presente e partecipe di questo dolore. Uscii da quella seduta frastornato ma anche un po’ arrabbiato con lei perché pensavo che in quell’occasione non mi avesse aiutato granché. La seduta successiva ero deciso a farglielo presente e alle mie rimostranze mi rivelò il suo amore per i cani, che anni prima aveva avuto la stessa esperienza di perdita e che da allora non aveva più voluto prenderne altri. In quel momento capii. Non credo che questa rivelazione abbia ostacolato l’analisi, anzi a mio avviso ha contribuito a rinsaldare il legame transferale. Anni dopo, terminata l’analisi e la formazione, al momento di citofonare al suo portone, mi accorsi con sorpresa che la targhetta del suo nome era a forma di osso. Non ci avevo mai fatto caso.
Aggiungo una piccola chiosa: in quell’occasione ho alfine compreso anche come mai, in una restituzione al termine del mio percorso di formazione, senza pensarci su troppo le dedicai in una parte del mio scritto l’aria Là ci darem la mano del Don Giovanni di Mozart. Tutto torna.
Il secondo episodio invece è recente e mi riguarda come analista perché molti anni dopo è capitata anche a me la stessa esperienza. Lo scorso dicembre è morto il mio Mosè, il cane che presi successivamente all’altro dell’episodio che ho raccontato sopra. Una malattia veloce ed inattesa l’ha portato via in dieci giorni, era anziano ma non c’erano segnali di un così imminente pericolo. Una perdita per me incredibilmente dolorosa e ancora lacerante. Qualcuno potrebbe obiettare che fosse solo un cane e che ci sono lutti ben più importanti (per inciso: non esistono lutti minori, esistono solo lutti) ma Mosè per me è stato molto di più. Un compagno di vita e un amico che mi ha insegnato il valore dell’amore per l’amore, senza chiedere altro che presenza e amore. Mosè per quattordici anni mi ha accompagnato anche nella mia attività frequentando spesso e volentieri il mio studio. Era una presenza discreta e rassicurante, sempre gradita ai miei pazienti, che lo ricercavano e gli dispensavano carezze a lui sempre molto gradite. Un compagno unico e speciale. Per questo sono stato obbligato a comunicare la sua scomparsa ai miei pazienti che ovviamente, come è giusto che sia, hanno fatto un uso personale della notizia: un giovane uomo mi scrive come fosse terribilmente addolorato dalla scomparsa di Mosè, testimone silenzioso e ascoltatore paziente e custode delle sue parole ed emozioni sin dal suo primo giorno di analisi. Pochi giorni dopo la sua scomparsa, una paziente mi riporta tra le lacrime la malattia terminale del suo amatissimo cane, anche per lei “speciale e unico”, con il quale aveva condiviso dieci anni di vita piena e intensa. Mi raccontava scene e luoghi che io stesso avevo attraversato solo pochi giorni prima, generando in me un tumulto di emozioni che faticavo a contenere e che talvolta si palesava con la mia voce rotta dal groppo in gola, che maldestramente cercavo di nascondere con qualche strategico colpo di tosse. Ho benedetto più e più volte la mia posizione dietro alla chaise-longue, perché nel vis-à-vis non credo proprio che sarei riuscito a sostenere lo sguardo.
In quella fatica, protratta nelle sedute successive fino all’inevitabile epilogo, ho riattraversato in altra posizione l’esperienza antica della mia analisi, comprendendo appieno cosa fosse accaduto allora. Inutile dire che purtroppo sono all’ordine del giorno i racconti dei pazienti relativi alle perdite di cani, gatti e tutti gli altri animali ai quali sono legati. Così come quelli delle persone a loro care. Ogni volta riecheggia in me quella nota profonda, una sorta di rumore di fondo che rimette in moto quella dolorosa risonanza.
Un altro giovane paziente mi raccontava in lacrime come il suo gatto non fosse per lui “solamente un gatto” ma molto di più. Per fortuna il gatto era ed è vivo e vegeto e il paziente si era solamente dovuto separare da lui, ma il dolore della perdita era comunque assoluto e in tutto e per tutto simile ad un lutto, sia pure senza la caratteristica dell’essere definitivo. Freud ci ricorda gli innumerevoli lutti che siamo chiamati a fare nel corso della nostra vita ma mi preme concentrarmi soprattutto sulla perdita definitiva, sulla scomparsa senza ritorno dell’oggetto d’amore. «Scompaio», come sembra disse Lacan in punto di morte ai suoi discepoli, rimarcando la cifra dell’assenza e l’indisponibilità del corpo fisico. In questo caso: lutto uguale perdita, sparizione, inaccessibilità dell’altro, cesura impossibile da ricucire, taglio definitivo. È l’ineluttabilità della perdita che segna in modo assoluto il lutto. Non c’è rimedio, non c’è ritorno. L’altro perduto è ormai eternamente indisponibile. Ecco perché è tutto così dolorosamente lacerante: è la certezza che non si possa tornare indietro. Quando qualcosa muore, muore anche una parte del soggetto, è inevitabile. Possiamo solo tenerlo in noi, renderlo parte integrante della nostra vita facendone memoria. Una memoria inevitabilmente nostalgica, che rievochiamo e riattraversiamo con i nostri gesti quotidiani, le parole, i racconti, gli oggetti come a far «esistere ancora una volta la sua esistenza nella mia […] in una forma nuova. La libido non si è mai staccata del tutto dall’oggetto amato, il mio lutto, direbbe Freud, sarebbe allora rimasto incompiuto. Ma la sua incompiutezza, come abbiamo visto, segnala un’avvenuta incorporazione dell’oggetto perduto. Se, infatti, il lavoro del lutto non può compiersi, non può mai del tutto esaurirsi, se, insomma, non esiste, come abbiamo scritto, lutto compiuto, lutto ideale, è perché un resto dell’oggetto perduto si è inscritto in noi, è stato incorporato, fatto nostro, si è confuso con il nostro stesso essere. In questo senso noi siamo anche tutti gli innumerevoli morti dei quali abbiamo fatto un lutto necessariamente incompiuto» (M. Recalcati, 2022) (5). Ogni volta che la memoria si riaffaccia alla coscienza ritorna più o meno violenta un’onda di dolore, che ci bagna e fa annaspare. Come le onde del mare, così come è arrivata, anche questa si ritira e possiamo riprendere a vivere, pervasi comunque da quel sentimento di calda nostalgia. All’inizio del lavoro del lutto è un vero e proprio tsunami che ci piomba addosso e ci travolge, lasciandoci senza fiato. È così che mi sono scoperto incredibilmente facile al pianto. «Dottò, con l’età ho scoperto di avere problemi con le guarnizioni», mi dice un paziente sessantanovenne alle prese con la sua incontrollata sensibilità che lo costringe a frequenti pianti a dirotto. Come dargli torto. Fortunatamente l’età tarda porta con sé anche la consapevolezza che con il tempo quello tsunami emotivo lascerà pian piano il posto ad una debole risacca, destinata in ogni caso a toccarci e a bagnarci, sempre e comunque. Il mare si muove sempre. Quanto poi ci immergiamo in questo mare è assolutamente personale e soggettivo. Più si ama, più si soffre. E la sofferenza ci tocca e ci riguarda anche nella posizione di analisti. La voce interna si fa eco delle voci altrui. «L’acutezza del dolore si attenua, ma anche se “la ferita diventa una cicatrice”, il segno resta per sempre. Una cicatrice non solo rimane un punto altamente sensibile, che ogni contatto forte basta ad infiammare, ma è il segno indelebile di una perdita di interezza, di integrità. Il lutto è cicatrice di una amputazione» (M.L. Algini, 2012) (6). Il contatto con la sofferenza infiamma le nostre cicatrici, le riacutizza. Dobbiamo esserne consapevoli, per evitare di sprofondare nel vuoto dell’assenza, richiamati in quel gorgo dalle parole dell’altro. D’altronde restiamo ancorati alla Parola come elemento vitale che ci permette di continuare sempre e comunque quell’invisibile infinito lavoro attorno al “posto rimasto vuoto” (M.L. Algini, ibidem). Quindi continuiamo anche noi a fare il lavoro dei nostri lutti, quasi sempre incompiuti per quel resto dell’oggetto amato e perduto che si è inscritto in noi. È un lavoro incessante ma necessario, perché noi siamo anche un po’ di quella lunga fila di fantasmi che si dipana nel corso della nostra vita. Noi siamo i nostri lutti. Riconoscerlo ci permette di attraversare con un po’ più di serenità questo mare agitato, con la consapevolezza che accettare la nostra sofferenza deve poterci permettere di andare avanti, anche nella professione. Magari recuperando anche quei gesti, quelle parole che ci rappresentano le persone che sono state presenti nella nostra vita e ci hanno segnato. È quel po’ di libido che indubbiamente è rimasta sull’oggetto d’amore, a segnare l’incompiutezza del lutto, ma che testimonia anche come ci si possa ri-conoscere in quel resto dei nostri fantasmi. Ci succede sicuramente con i nostri affetti più intimi così come nella professione, quando usiamo parole o raccontiamo qualcosa che abbiamo vissuto e raccolto dai nostri Maestri, ormai perduti. È cosa comune nella S.I.Ps.A. ricordare e riferirsi sempre a chi ci ha guidato nel corso degli anni. Così, con gratitudine e riconoscenza, nel lavoro quotidiano mi capita sovente di ricordare prima e citare poi tante frasi, tanti commenti ed interventi, tanti episodi e aneddoti di Luisa Mele, scomparsa lo scorso aprile. È stata la mia analista, didatta, Maestra, fondatrice, punto di riferimento. A lei, alle sue parole e ai suoi insegnamenti va spesso il mio pensiero quotidiano. In quella memoria c’è parte di lei, che continua a vivere. Continua a vivere nel riecheggiare, oggi curiosamente tenero, delle sue parole “Non voglio cloni!!!” quando burbera ci esortava ad assumere uno stile personale. In questa rimemorazione continua e reiterata probabilmente non si sarà concluso il lavoro del lutto così come lo teorizzava Freud, ma è certo che così, come per tutti i nostri lutti, nessuno alla fine è perduto per sempre. E così ognuno di noi può continuare a vivere.

Paolo Romagnoli
Psicoanalista, psicoterapeuta, psicodrammatista, Membro Titolare S.I.Ps.A.

Note

  1. L. Algini, Viaggiare l’età tarda, Mimesis Ed., 2024, pag. 86
  2. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, 1915, OSF, vol. 8, Bollati Boringhieri, 1975, pag. 23 e pag. 4579 ed. digitale
  3. L. Algini, Viaggiare l’età tarda, Mimesis Ed., 2024, pag. 104
  4. D. Nasio, Il libro del dolore e dell’amore, Magi Edizioni, 2005, pag. 65
  5. Recalcati, La luce delle stelle morte, Feltrinelli, 2022, pag.148 ed. digitale
  6. L. Algini, Il tempo dell’orizzonte corto. Sull’amore e il lutto, Robin Edizioni s.r.l., Roma prima edizione digitale 2012, pagg. 128-129

Bibliografia
Algini M.L. (2011), Il tempo dell’orizzonte corto. Sull’amore e il lutto, Robin Edizioni s.r.l., Roma prima edizione digitale 2012
– (2024), Viaggiare l’età tarda. Sul valore della caducità, Mimesis Edizioni s.r.l., Sesto San Giovanni (MI) edizione digitale 2024
AA.VV. (2020), Vecchiaia e Psicoanalisi, a cura di R. Corsa, L. Fattori, G. Vandi, Ed. Alpes, Roma 2020
Bertolucci A. (1929), Assenza, in Le poesie, Collana I Grandi Libri, Garzanti, Milano 2014
Corsa R., Monterosa L. (2015), Limite è Speranza. Lo psicoanalista ferito e i suoi orizzonti, Ed. Alpes, Roma 2015
Freud S. (1915), Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, in Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino 1975
– (1915), Lutto e melanconia, in Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino 1975
-(1920), Al di là del principio di piacere, in Opere, vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino 1977
Nasio J. -D. (2005), Il libro del dolore e dell’amore, Ed. Magi, Roma 2005
Recalcati M. (2022), La luce delle stelle morte. Saggio su lutto e nostalgia, Feltrinelli Ed., Milano 2022

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