«Ti ricordi ancora di Roma, cara Lou? Com’è nella tua memoria? Nella mia rimarranno un giorno solo le sue acque, queste limpide, stupende, mobili acque che vivono nelle sue piazze; e le sue scale, che sembrano modellate su acque cadenti, tanto stranamente un gradino scivola dall’altro come onda da onda; la festosità dei suoi giardini e la magnificenza delle grandi terrazze; e le sue notti, così lunghe, silenziose e colme di stelle». (Rainer Maria Rilke a Lou Salomé, novembre 1903).
Dieci anni dopo queste parole, rivolte al suo grande amore Lou Salomé, il “giovane poeta” Rainer Maria Rilke è ancora una volta a spasso, in estate, nei dintorni di Roma. Stavolta in compagnia di un amico e di Sigmund Freud. Rilke disserta ancora sulla bellezza della natura che li circonda ed esprime il suo turbamento pensando all’inevitabile deperimento di tanta meraviglia, dovuto al trascorrere del tempo.
Tutto sarebbe finito e scomparso.
Freud, colpito da tanto pessimismo, prova a «contestare la caducità del tutto». Sostiene che la durata temporale della bellezza non ha un valore assoluto, ma ha senso nel momento in cui colpisce la sensibilità dell’individuo che ne può godere e inoltre prova a contrastare l’idea che la fragilità dello splendore determini necessariamente un’impossibilità a goderne. Come si può pensare che la bellezza, la perfezione delle opere d’arte o le creazioni intellettuali siano svilite dalla loro “limitazione temporale”? Come potrebbe il perdurare nel tempo attribuire il vero valore a ciò che esiste?
Notando che l’amico non accoglie le sue considerazioni, ipotizza la presenza di un’altra causa del turbamento, evidentemente più intensa, «la ribellione psichica contro il lutto» (1).
Sappiamo di questo incontro grazie al testo Caducità, che Freud scrive nel 1915, in cui si interroga sulla questione della labilità della natura e degli oggetti e del suo collegamento con il lutto, verificando come le argomentazioni più elaborate, spesso, non sono in grado di penetrare i grandi misteri dell’animo umano.
Non sappiamo cosa Freud sapesse della vita di Rilke, ma ciò che scrive e vuole trasmettere coglie l’essenziale: «Per lo psicologo invece il lutto è un grande enigma, uno di quei fenomeni che non si possono spiegare ma ai quali si riconducono cose oscure».
Amore e lutto
È celebre la storia d’amore del poeta Rainer M. Rilke e di Lou Salomè.
L’ “inappellabile estromissione”, decisa da lei, nel 1901, fa dannare il giovane.
«Sono nelle tenebre e come cieco
perché il mio sguardo più non ti ritrova.
Un velario è per me il folle tumulto
dei giorni, e tu sei là dietro.
Lo fisso con occhi sbarrati sperando che s’alzi,
il velario, là dietro la mia vita vive,
il suo valore, la sua norma –
e insieme la mia morte -» (2).
La loro è una di quelle separazioni complicate e ingannevoli che, trasferite su un registro immaginario “altro” rispetto alla relazione amorosa, rendono ancora più fragile chi, dei due, è impossibilitato ad affrontare il lutto. Non ci sarà mai un vero distacco tra Lou e Rainer (nome trasformato da Lou, da quello di battesimo, René).
Le numerose lettere che oggi ancora leggiamo sono testimonianza di un rapporto durato circa trent’anni. Per Rilke, l’innamoramento verso questa donna, che ha segnato la vita di molti (Ree, Nietzsche tra gli altri), fu una sorta di ossessione, nonostante un suo tentativo di matrimonio con la scultrice Clara Westhoff e un’altra storia amorosa con Baladine Klossowska. D’altronde anche Lou, in una delle tante e ambivalenti lettere, datata 1910, scrive:
«Andrai ancora così lontano, caro, caro ragazzo! Se solo potessi scuoterti di dosso il malessere fisico […]» (3).
Ed ancora, 6 giugno 1919: «Caro Rainer, ora è finita e io non ti vedrò mai più. Devo continuare a ripetermi che tuttavia mi rimane sempre la felicità di un’unione sotterranea […] Tu mi hai regalato un frammento di vita e io ne avevo bisogno ancora più ardentemente di quanto tu non sappia» (4).
Il lutto, inteso comunemente come processo naturale, nella clinica ci pone di fronte ad un “grande enigma”, come dice Freud che aggiunge «ma perché questo distacco della libido dai suoi oggetti debba essere un processo così doloroso resta per noi un mistero sul quale per il momento non siamo in grado di formulare alcuna ipotesi» (5).
La libido non vuole lasciare gli oggetti anche se sono persi e soprattutto non cede anche quando si palesano i “nuovi” oggetti, in questa particolare resistenza c’è l’esperienza del lutto. Lutto inteso come uno stato d’animo doloroso sotteso a quel lavoro che consiste nel disinvestire e reinvestire la libido collocata sull’oggetto venuto a mancare. In quanto lavoro, quello del lutto, ha bisogno di tempo e costanza per poter permettere al soggetto di trasformare il tenace attaccamento che lo teneva legato all’oggetto perduto, in particolare quando l’esistenza dell’oggetto è prolungata psichicamente. Si tratta di una costanza dell’investimento, come «[…] un amore a cui non si può rinunciare nonostante si sia rinunciato all’oggetto stesso» (6).
Queste parole rendono perfetta testimonianza della storia del giovane poeta, impigliato in modo mortifero in una relazione sostenuta anche da Lou Salomé in modo estremamente ambiguo.Sappiamo che Lou aveva incontrato Freud nel 1911 e che al loro secondo incontro, il 2 febbraio 1913 (quindi prima dell’incontro con Rilke) il fondatore della psicoanalisi le aveva raccontato di una gatta che per un periodo si era intrufolata quotidianamente nel suo studio e che era riuscita ad affascinarlo. «Un’immagine simbolica della grazia placida e frivola del più genuino egoismo», disse Freud. A chi erano riferiti quegli attributi, se non alla donna affascinante e volitiva che si trovava di fronte e che si avvicinerà sempre più alla dottrina freudiana? (7).
Il lutto “non manifesto” delle parole di Rilke mentre passeggia con Freud e che lo psicoanalista giustamente coglie (forse sarebbe meglio pensare che già sapesse del legame tra il poeta e Lou Salomé) riguarda la morte: quella di un innamoramento. Di un amore?
Come sempre, in questi casi c’è una perdita dolorosissima, un vero lutto da affrontare, così come ci testimoniano i discorsi che i pazienti ci portano, carichi di passione e di sofferenze. Cosa si cerca ancora quando l’oggetto non c’è più? Nella pratica clinica si ascoltano tante domande, riconducibili ad una: sarò ricordato (amato)? Lascerò qualcosa di me indimenticabile e immutata?
La risposta che si cerca è quella che risponde alla domanda “lacaniana”: «cosa sono per l’Altro?». Forse vorremmo lasciare una traccia e allo stesso modo trovare una traccia dell’oggetto perduto. La traccia, dice Lacan, è qualcosa che esiste anche se nessuno la guarda, non ha bisogno di essere riconosciuta, è un po’ quello che succede quando ci troviamo di fronte alla morte. La persona che se ne va lascia solo una traccia, il corpo non ci sarà più e quindi anche le sue parole.
La mancanza, dice Lacan, è l’esperienza del lutto ed è, allo stesso modo, l’esperienza fondante che permette di costruire la relazione con l’oggetto (a) necessaria per raggiungere la posizione soggettiva. Si può ipotizzare che la mancanza generata dal lutto avvii per la persona che resta un nuovo percorso di rettificazione soggettiva in cui bisogna trovare una nuova collocazione. Il rito funebre prevede una nuova collocazione del defunto, la sepoltura; il lutto mostra al soggetto il posto vuoto del proprio desiderio che prima era occupato dall’oggetto d’amore. Si concretizza così il posto della mancanza e si apre la possibilità di simbolizzarlo (8).
Mancanza, trauma, irruzione del Reale sono dimensioni in cui l’individuo, nel lutto, si trova immerso e nelle quali cerca di ri-trovarsi come soggetto.
In che modo far fronte a tutto ciò?
Supporti per il soggetto
«Prima della parola nulla è, né non è. È con la dimensione della parola che la verità si scava nel reale. Non esiste né vero né falso prima della parola. Si scava nel reale il buco, la beanza dell’essere in quanto tale» (9).
«Qualcuno era. Qualcuno non sarà più. Tutto sarà scomparso. Perché l’assenza futura e la presenza passata saranno due fantasmi ugualmente intangibili, irreali, una volta scomparso colui che era».
L’oblio è facile, stranamente facile. Si dice: elaborazione del lutto. Ma il lutto non è un lavoro. Piuttosto un automatismo letargico, un sonnambulismo istintivo, la discesa lungo una china di sonno» (10).
Sono parole terse e durissime di Philippe Forrest, saggista e romanziere che racconta in Tutti i bambini tranne uno la malattia e la morte della sua bambina, Pauline, strappata alla vita a soli 4 anni a causa di un terribile tumore. Non fa sconti al dolore, Forrest, non vuole credere né farci credere che le parole che stiamo per leggere saranno consolatorie. Libro difficilissimo, da leggere. Dolorosissimo. Vale la pena, leggerlo.
È una scrittura del lutto che si vive, parola dopo parola, insieme a chi quelle lettere le utilizza per circoscrivere significanti, una scrittura sul lutto in cui l’autore tenta di mettere insieme ricordi: immagini e suoni per provare ad andare avanti con la vita: «La vita è un manga, questo è sicuro. Il sublime si accompagna sempre al grottesco. Si passa senza sosta dal tragico al ridanciano. La grande guerra stellare dell’Ombra e della Luce, della Morte e della Vita …» (11).
«La morte appartiene al dominio della fede. Avete ragione a credere che morirete, certo! Ciò vi sorregge! Anche qualora non ci credeste… Potreste mai sopportare la vita che avete se non si potesse totalmente contare sulla certezza che finirà? Come potreste sopportare tutto ciò?».
Lacan pronuncia queste parole in occasione di una conferenza all’università Cattolica di Lovanio, il 13 ottobre del 1972. Si può trovare in rete lo stralcio di ripresa in cui pronuncia, con un’interpretazione istrionica, questo passaggio terribile e allo stesso tempo consolatorio.
Come porre un confine alla sofferenza umana, se non con la consapevolezza che c’è un limite temporale?
Lacan era un esperto di confini, basti pensare al suo scritto Lituraterra.
«Litterae e litus, che possiedono tra i loro sensi, rispettivamente, quelli di “lettera dell’alfabeto” e “litorale”» (12).
«[…] “la scrittura è quell’erosione dilavante” (13). La lettera è il tratto in cui appare dall’alto il riflesso dell’acqua alloggiata nei marchi, è il luccichìo che ci fa intravedere una scrittura di segni ignoti. Sono queste lettere, questi percorsi che l’acqua-godimento disegna, a costituire litura-terra, cioè lo stile di godimento di ciascuno» (14).
E questo ci riaggancia agli esempi di tipo letterario che finora abbiamo toccato trattando la questione lutto.
Cosa fare se non riflettere sul possibile annodamento dei registri Reale, Simbolico, Immaginario e considerare di grande importanza quel nodo borromeo che fa da sinthomo e supporta il soggetto?
Gli Autori, i grandi, “baciati” dalle Muse come Rilke e lo stesso Forrest hanno trovato un sinthomo di sostegno al “male di vivere”, come lo chiamava Cesare Pavese. Un’àncora per eccellenza, dai tempi dei tempi, è stata la creazione del mito, elemento di conforto e spiegazione dei misteri umani e della natura. Il mito dell’amore e della morte di Orfeo ed Euridice rappresenta la questione del fare fronte al lutto. Orfeo, musicista eccelso, perde la sua Euridice e riesce, grazie alla sua arte, ad entrare nel mondo dei morti per ritrovare la sua amata. La condizione imposta da Ade e Persefone per riportare Euridice nel mondo dei vivi è che Orfeo non la guardi in viso fino al momento in cui saranno usciti dall’oltretomba. Sappiamo che Orfeo non riuscirà nell’impresa, lui guarderà il volto di Euridice, e la sua amata sarà perduta per sempre. Questa è la narrazione che ci ha trasmesso Ovidio. Orfeo in preda alla pressione operante dai suoi investimenti libidici, che non può ancora ritirare, va a scontrarsi con i limiti del suo essere umano e il reale della morte conferma la propria forza cancella ogni illusione di poter riavere ciò che era stato.
Cesare Pavese, nei Dialoghi con Leucò, propone una diversa lettura del mito. I personaggi sono caratterizzati da tormenti e passioni molto umane e spogliati da ogni dimensione magica o divina propria degli eroi mitologici.
«Orfeo dice di essere disceso nell’Ade non già per ritrovare Euridice, bensì per trovare se stesso, per guardare in faccia il proprio destino […] La ricerca di sé, del proprio “limite” è qui fatta coincidere con la rinuncia alla donna» (15).
Pavese ci presenta Orfeo come un uomo mortale, che affronta il proprio dolore e cerca un modo per non continuare a soffrire. Si rende conto che non potrà riportare in vita Euridice, il destino degli uomini è comune, la morte. Il lutto ha trasformato il modo interno di Orfeo che affrontando quell’esperienza traumatica cerca di aprirsi ad una nuova conoscenza del mondo.
La stanza dell’analisi è colma del lutto, dei lutti di chi vi si reca perché il suo “fardello” è carico.
«È ora di disfarsene», prova debolmente a dire il soggetto attraverso i suoi sintomi.
Però, per smantellare il proprio disagio c’è necessità di un processo in cui tante questioni interne, legate al fantasma, avvinghiate all’Io ideale e sorrette dall’Ideale dell’io devono essere lasciate.
Sono abbandoni, in vista di un cambiamento fruttuoso per la propria soggettivazione ma si tratta di trasformazioni dolorose e luttuose: per far emergere il soggetto del desiderio qualcosa deve morire.
Nicoletta Brancaleoni
Psicoanalista, Psicodrammatista, Membro Didatta SIPsA, Docente e Responsabile della sezione didattico scientifica di Roma presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia IPP (Istituto Psicoanalitico lacaniano di formazione in Psicodramma freudiano)
Tiziana Ortu
Psicoanalista, Psicodrammatista, Membro Didatta SIPsA, Psicoterapeuta presso Centro Clinico “La Cura del Girasole”
Note
(1) S. Freud (1915), Caducità, p.174
(2) R. M. Rilke, in S. Mati. (2025), Lou Salomé. Amare la vita, Feltrinelli, Milano, p. 190
(3) Ivi, p. 209
(4) Ivi, p. 221
(5) S. Freud (1915e), Caducità, in Opere, vol. VIII, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, p.175
(6) S. Freud (1915a), Lutto e melanconia in Metapsicologia, ivi, p. 110
(7) S. Mati, op. cit., p.288
(8) J. Lacan (1960 – 1961), Il Seminario. Libro VIII. Il transfert, Einaudi, Torino, 2008
(9)https://sipsapsicodramma.org/wp-content/uploads/2021/10/CD_psicoanalisi-e-psicodramma-analitico.pdf
(10) P. Forrest (1997), Tutti i bambini tranne uno, Fandango Libri, Roma, Roma, 2018, p.335
(11) Ivi, p. 231
(12) F. Palombi, Testi concepiti come luoghi di scarto simili all’inconscio in «Alias – Manifesto», 2/11/2013
(13) J. Lacan (1971), Il Seminario. Libro XVIII. Di un discorso che non sarebbe del sembiante, Einaudi, Torino, 2010, p. 115
(14) M. Cavallo, Artaud e Lacan; web
(15) G. Barnabò (1975),
Bibliografia
Barnabò G. (1975), L’inquieta angosciosa che sorride da sola. La donna e l’amore nei Dialoghi con
Leucò, vol. 4, n. 12 di «Studi Novecenteschi»
Forrest P. (1997), Tutti i bambini tranne uno, Fandango Libri, Roma, Roma, 2018
Freud S. (1915a), Lutto e melanconia in Metapsicologia, in Opere, vol. VIII, Bollati Boringhieri, Torino, 1989
– (1915e), Caducità, in Opere, vol. VIII, Bollati Boringhieri, Torino, 1989
-Lacan (1960 – 1961), Il Seminario. Libro VIII. Il transfert, Einaudi, Torino, 2008
– (1971), Il Seminario. Libro XVIII. Di un discorso che non sarebbe del sembiante, Einaudi, Torino, 2010, p. 115
– (1975 -1976), Il Seminario. Libro XXIII. Il Sinthomo, Astrolabio, Roma, 2006
S.Mati (2025), Lou Salomé. Amare la vita, Feltrinelli, Milano



