ENRICO TUNINETTI – Move to heaven. La morte dei caregivers di persone con disabilità intellettiva

INTRODUZIONE

L’elaborazione del lutto è una strada accidentata e piena di curve; in alcune persone il dolore è come un’onda che le inghiotte, in altre si diffonde come l’inchiostro che si spande nell’acqua (1). Il lavoro del lutto è un processo frastagliato che si snoda a più riprese, attraverso salti o intermittenze del cuore (2). Jung sosteneva che il processo di individuazione consistesse in due compiti principali: il primo era l’adattamento, il secondo la preparazione alla morte.
La crescita interiore sembra mostrarsi come un lungo percorso di separazione che si articola, nei contesti di pace, attraverso il superamento di progressive stazioni: svezzamento, distacchi scolastici, morte di un animale di compagnia, morte dei nonni, morte dei genitori, insieme allo sforzo di dis-identificazione dalle risorse che invecchiando si perdono: tempo, giovinezza, forza, intelligenza.
Tra i segni di stress climatico si registrano forme di lutto ambientale per la scomparsa o l’inquinamento di un habitat naturale. La morte appare qui come un iperoggetto (3) che incombe su di noi.
Gli strumenti magico-religiosi messi in atto dalle cosiddette società tradizionali per difendersi dall’evenienza della morte, dalla negatività della Storia (4) e che costituivano la principale protezione contro la solitudine e il senso di annientamento sembrano oggi meno disponibili. Nell’economia morale (5) delle società neoliberiste e tecno-capitaliste, anzi, il sostegno sociale e il senso di comunità si mostrano sempre più evanescenti.
Le malattie da stress sono collegate alla cultura in cui sorgono; darwinismo sociale, comparazione tossica, abilismo e culto della performance sono i temi su cui si interrogano causticamente molte k-productions quali Train to Busan, The 8 show, Burning, Squid game.
Viene da chiedersi, parafrasando Mark Fisher (6), se vi sia un’alternativa a tutto questo e come prendersi cura delle persone e della follia sociale. Una cultura spaventata dall’handicap esclude chi non è funzionale (7). Se, inoltre, il mandato sociale oggi è allevare figli funzionanti e sani quale posto resta ai feriti della mente?
Il movimento anti-abilista si batte per il superamento delle barriere sociali e per il riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità. La preoccupazione pratica per le nuove solitudini e le minoranze diversamente abili e la scelta di sensibilizzare ad una presa di coscienza contro l’indifferenza e l’abbandono sociale, insieme alla volontà di tratteggiare, attraverso un esempio clinico, la specificità dell’intervento psico-educativo ad esse rivolto, costituiscono le leve che motivano la presente trattazione. La pratica professionale con pazienti diversamente abili è complessa e richiede la partecipazione di molteplici figure di aiuto e di tutela e una rete sociale di riferimento in vista della morte dei loro genitori. Qui di seguito si prenderà in considerazione la tematica del “dopo di noi” a partire dagli spunti di una Serie TV sudcoreana, Move to heaven, che affronta la morte del caregiver di un ragazzo con disturbo dello spettro autistico, per tracciare-stanti le differenze del caso- analogie con il trattamento delle persone con disabilità intellettiva, indirizzato parzialmente alla previsione di tale perdita.

  • La caduta di un’illusione

La morte, intesa come possibilità estrema dell’esserci, suscita orrore misto a rispetto, un particolare vissuto che rinvia al sacro, nella sua accezione di santo e maledetto; attraverso processi di putrefazione e rigenerazione (8) la vita può dalla morte ripartire. Se la metamorfosi organica implica sussista un elemento di continuità, dal punto di vista psico-culturale è invece importante vi sia discontinuità e che i morti passino dall’altra parte. Il lavoro del lutto, infatti, oltre che a far fronte ad una perdita permanente significativa, serve a separare i vivi dai morti e a concentrarsi sulla vita di chi resta. L’aldiquà ha i suoi problemi e le persone cercano di risolverli con forze materiali e simboliche chiedendo protezione psicologica di fronte alla straordinaria potenza del negativo nella vita quotidiana.
Ernesto De Martino (9) sosteneva che affinché si compisse il riscatto culturale, cioè quell’azione che comporta la delimitazione dei momenti di rischio e il trasferimento della crisi dal piano individuale al piano collettivo, fosse necessario un processo di destorificazione mitico-rituale del negativo, ossia un’azione sociale in rapporto con la trascendenza. Se, come invece avviene nelle società individualistiche, s’allenta il legame sociale e sfuma ogni fondamento metafisico, quello che doveva essere un dramma culturale diventa nuda crisi, la lotta di un’anima sola, esposta al rischio di perdersi, e di tutto ciò non resta altro che una piccola vicenda psicologica, così come lo sono quelle tra i cui resti, come vedremo, deve fare ordine la ditta Move to haven dell’omonima serie TV.
Davanti alla morte sembra che, nel profondo, entrino comunque in gioco i propri invisibili e il proprio mondo magico per compensare il rischio del crollo della presenza, intesa come il sentimento dell’unità individuale, sebbene, di norma, nel pieno della vita non ci sia ragione di fare certi calcoli (10). «L’uomo è così refrattario a questo niente definitivo che le religioni accordano largo spazio, le cui caratteristiche variano dall’una all’altra, all’idea di una sopravvivenza» (A. Green, 2025, pag. 74).
Il lutto è un’esperienza comune dell’esistenza, eppure la morte dei genitori, tra le morti naturali, non è come le altre. La sua presa di coscienza rappresenta la caduta di un’illusione. È un evento che, nella vita di una persona, distingue un prima da un dopo; anche quando, da piccoli, lo si inizia a comprendere, quel momento traccia un segno dentro di noi. La linea della vita si ricalibra e così i valori ad essa aggrappati. Per le “anime semplici” (11), così come per i bambini, è consigliabile che il velo di Maya (12) cali progressivamente e che l’idea che la vita non sia infinita e i genitori immortali vada insieme alla possibilità che i primi si vedano un giorno senza i secondi. Da un punto di vista psico-pedagogico la funzione dell’object presenting (13), infatti, prevede una certa gradualità nel presentare la realtà nelle sue sfaccettature più destabilizzanti, la quale sarà accompagnata da una quota di fantasia; l’avvicinamento all’immagine della morte non deve cioè costituire un brusco atterraggio né presentarsi alla coscienza come lo spegnimento di una candela, anche se, nella vita di tutti i giorni, purtroppo la morte è presente all’appuntamento più spesso del dovuto.
Nella 1° stagione del teleromanzo sudcoreano Move to heaven del 2021, diretto dal regista Kim Sung-ho, il protagonista, Han Geu-ru è un ragazzo di 20 anni, affetto da disturbi dello spettro autistico, che conduce una vita tranquilla, soprattutto grazie all’amore incondizionato del padre Jeong-u con cui lavora nell’azienda di famiglia. Padre e figlio svuotano e sanificano le abitazioni delle persone decedute cercando di ricostruire la storia del defunto e consegnare un ultimo messaggio lasciato incompiuto al suo destinatario. Un giorno Jeong-u ha un infarto e il figlio si trova solo, almeno fino a quando non si fa vivo lo zio paterno, Cho Sang-gu, antieroe appena uscito dal carcere, che inizialmente si rivolge a Geu-ru con la stessa fraseologia riservata al principe Myskin (14) per via dell’atteggiamento apparentemente assente di una creatura neurodivergente vista da una persona neurotipica (15). Geu-ru ricorda effettivamente un cavaliere povero (18) che consacra la sua vita ad un compito morale: recapitare la scatola dei ricordi ai cari della persona deceduta, decifrare gli ultimi enigmi, sciogliere gli ormeggi per il trasloco in paradiso. I due personaggi si legheranno l’un l’altro in un crescendo di flashback e disvelamenti più o meno prevedibili. La serie TV a tratti risulta schematica e monotona e può suscitare nello spettatore un vago senso di sgomento, noia e impotenza: emozioni controtransferali che talvolta risuonano anche nella pratica clinica con persone con handicap intellettivo, dietro alle quali scorgiamo le questioni del limite e della cronicità. Non ripercorreremo l’intera serie, per la quale rimandiamo ad una più che valida analisi consultabile online (16), ma ricordiamo due scene evocative: il protagonista che aspetta il padre davanti all’acquario e il nostro alla guida del furgone appena appresa la notizia della sua morte.
Nella prima il ragazzo rimane immobile di fronte ad un banco di mante in un acquario gigante, seguendo alla lettera le indicazioni paterne (17). È come se tale scena riproducesse il modo di esistere e l’atmosfera dell’esperienza (18) di Geu-ru, vissuta come dentro un acquario luminoso sospeso nel buio (19) popolato da organismi di un’altra specie vivente.
Nella seconda Geu-ru si ritrova in autostrada a guidare un furgone con un telo di nylon sul parabrezza: un’immagine che sembra descrivere lo stato d’animo del protagonista davanti all’evento esiziale (incredulità, agitazione, smarrimento), l’irruzione caotica del mondo nell’Io e la sua crisi di orizzonte (20).
Il lutto è un processo di apprendimento, sense making e desensibilizzazione (21) che implica altresì una sorta di ricalcolo delle proprie mappe psicologiche per ricostruire, come accade intorno a Geu-ru, un piccolo pezzo di comunità, fatto di riferimenti topografici affettivi, servizi primari e tutela legale: strumenti volti a temperare l’impatto del negativo e a consentire alla persona di andare avanti (22). Meccanismi di negazione bloccano talvolta il processo di elaborazione, il quale diventa un incarico che può incistarsi ed essere inconsciamente trasmesso alle generazioni successive. I lutti mancati possono infatti provocare fenomeni patogeni quali ingranamento (23), cristallizzazione della temporalità e fantasma nella cripta (24).
Quello di Geu-ru sembra più che altro un lutto complicato (25). Egli non contemplava la possibilità che il padre potesse un giorno non esserci più al suo fianco. Geu-ru, per di più, non si adatta ai bruschi cambiamenti di ambiente e di regole, non identifica le emozioni degli altri e non comprende script sociali complessi. Dopo la morte del padre continua a preparare colazione per due, la camera di quest’ultimo deve restare chiusa, il tempo si ferma, niente è più come prima, ma tutto deve rimanere come se lo fosse (26). “La rimozione della realtà s’intercala tra il fantasma e il delirio” (A. Green, 2025, pag. 89) (27).
Dal punto di vista sociologico emergono situazioni di marginalità e deriva sociale denunciate in altre k-drama che descrivono una società competitiva e consumistica il cui valore principale è il denaro. Le abitazioni dei defunti si presentano il più delle volte stipate di oggetti, ma le cose che davvero importano riguardano i ricordi e non i traguardi professionali; “le numerose inquadrature dall’alto, nelle stanze dei defunti, racchiudono il senso di una vita conclusa nello spazio angusto di quattro mura, spesso sporche e piene di solitudine” (28).
Geu-ru cerca di andare in fondo alle cose per restituire dignità ai legami affettivi intrecciati in vita tra il morto e le persone a lui care. L’attività dei trauma cleaners –così vengono chiamati gli operatori della ditta Move To Heaven– è quella di sistemare le cose lasciate indietro (irrisolti, non detti, etc.) e si potrebbe paragonare, da un punto di vista psicologico, al disinnesco della bomba transgenerazionale (29). Al di là dei sospesi e dei fattori biologici interessati nella vasta e sfumata categoria di disturbi qui presa in considerazione, nondimeno è probabile che una parte di negativo non elaborata, per eccesso o per difetto, venga ugualmente trasmessa ai propri discendenti via incorporazione.

  • Un’esperienza con l’handicap: il lavoro sul “dopo di noi”

«Se ora, di botto, fosse riapparso, sarebbe
stato preso per un uomo caduto dal cielo» (L’idiota, F.M. Dostoevskij)

La clinica con l’handicap cui si fa riferimento è declinata a partire dal vertice multipersonale-gruppoanalitico a proposito di forme miste di disabilità (30) e psicopatologia per le quali la psichiatria è troppo e lo studio privato troppo poco. Secondo tale paradigma della complessità (31) il mentale è costruito su più livelli: antropologico-sociale-familiare-intrapsichico. La gruppoanalisi si interessa al rapporto tra individuo e società integrando le neuroscienze con il piano storico-culturale. I luoghi della mente si trovano laddove sono le proprie strutture di rilevanza (32); con l’handicap tanto più è vana l’illusione che il paziente basti e la relazione duale sia sufficiente a risanare, mentre è necessario collegare i campi terapeutici.
“*** non ha amici, ha solo noi” mi dicono i genitori di un giovane adulto che ho seguito privatamente per 3 anni, il quale manifestava carenze attentive, deficit nelle funzioni di adattamento sociale, impulsività e criticità relative a mentalizzazione e comunicazione. Intendiamo ricordare qui solo un numero molto ristretto di fatti anamnestici che hanno l’unico scopo di accompagnare le nostre osservazioni sul lavoro preventivo del lutto; è stato necessario, a tal proposito, studiare il tema della perdita sia dal punto di vista concreto sia da quello affettivo, in un’operazione di pianificazione del suo avvenire (33).
*** ha un handicap mentale “leggero” (34), fatica a pensare in seduta e, quantomeno inizialmente, non porta una domanda terapeutica personale quantunque, strada facendo, usi la psicoterapia per combattere la solitudine ed esprimere vissuti di stranezza (35). Gli obiettivi della presa in carico, definiti con il paziente e i suoi genitori, hanno riguardato il supporto nella decodifica delle situazioni e nella lettura emotiva del quotidiano, la stimolazione della memoria episodica attraverso le uscite in città, l’individuazione di strategie di organizzazione del comportamento e il consolidamento di abitudini fruttuose. Stabilire un dialogo con adulti competenti- a tal proposito verranno coinvolte figure professionali operanti sull’esterno, a metà strada tra il polo educativo e quello psicologico- orientarsi sui servizi di base e imparare a distinguere le persone affidabili da quelle che non lo sono attraverso piccole sociometrie sono state ulteriori finalità concordate. L’intervento scalato sull’esterno con giovani collaboratori è stato pensato affinché potesse avere un effetto modellante sul paziente offrendo allo stesso tempo la possibilità di un’analisi in vivo delle dinamiche interpersonali e favorendo l’esplorazione di nuove territorialità e dei luoghi evocativi della propria storia a livello transpersonale (36).
Il lavoro con i genitori è stato quello di calibrare le aspettative connettendo il campo delle persone coinvolte sul caso e individuando le risorse disponibili intorno al paziente tramite incontri periodici e corali. Il sostegno non è da intendersi come una metamorfosi né come la riparazione della ferita alle facoltà mentali. La persona in fondo va bene così com’è; anche i terapeuti devono saper reggere la frustrazione (37) e non aspettarsi grandi epifanie in seduta usando, come occasioni analitiche, ciò che accade nella quotidianità, comprendendo le matrici di senso di quel campo familiare (38) in vista di un passaggio ad altre gruppalità che condividano in qualche misura la sua condizione, e a reti sociali non ghettizzanti a cui possa fare affidamento dopo la morte dei caregivers, come ad esempio laboratori espressivi e attività di dopolavoro (39).
Per *** era particolarmente angosciante considerare l’eventuale morte dei genitori. Apparentemente l’idea sembrava lasciarlo indifferente, ma era chiaro che suscitasse in lui un senso di allarme e confusione. Restare senza una guida che traduce la complessità del mondo, prende decisioni importanti e risolve problemi tecnici era inizialmente qualcosa di imponderabile. “Il chiudere gli occhi era più sicuro che vedere” (A. Green, ibid, pag, 284). La sua psiche oltretutto si riferiva principalmente al mondo circostante con scarsa capacità di decentramento e infuturazione.
I genitori con un figlio portatore di handicap intellettivo fanno fatica ad accettare tale condizione. Insieme all’amore provano vissuti di sperdimento. Può succedere che l’handicap venga denegato per proteggersi dall’angoscia suscitata dalla diagnosi, consapevoli che dovranno occuparsi fino alla loro morte di lui attraverso pesanti rinunce. Essi possono sperimentare perdita di status, desiderio di genitorialità alternativa, vergogna e ingiustizia davanti allo scandalo (40) dell’handicap mentale; di fronte al mandato sociale efficentista può insinuarsi l’idea ancestrale che ci sia stata una qualche infrazione morale alla base o che si stia venendo sottoposti ad una qualche prova di indurimento. Il sospetto che essa origini da una genitorialità malata è diffuso sottotraccia così come l’idea di un contagio trasmesso dalla rottura di un tabù (41). La nascita di un figlio handicappato è un elemento fortemente destabilizzante l’equilibrio relazionale e, allo stesso tempo, un fattore di coesione. Un forte senso di responsabilità può mascherare un senso di colpa sottostante e segnare le scelte di vita dei familiari. Sospesa tra delega e onnipotenza, la famiglia rischia di diventare iperprotettiva o rivendicativa. I gruppi con i parenti dei disabili servono a sostenere il compito e ad elaborare le emozioni ad esso soggiacenti. Il tempo può consumare anche la coppia coniugale, che solitamente invecchia fuori dalla linea temporale della vita che conferisce il ruolo di nonni, con la quale occorre lavorare su “quel che resta del giorno” (42).
La psicologia dell’handicap (43) è un ambito che si occupa di supportare le persone con disabilità nella riabilitazione e nell’espressione delle potenzialità residue, accettazione del deficit e sua significazione, conquista di maggiore autonomia e partecipazione sociale attraverso la socializzazione e l’apprendimento empirico. Sebbene ogni caso sia a sé, il problema della clinica dell’handicap è che queste persone non possono essere troppo diverse da come sono, tuttavia si possono applicare interventi mirati per supportarle all’esercizio della propria soggettività ripartendo anche dall’acquisizione di abilità manuali e dal contrasto all’inettitudine nelle faccende pratiche. In un mondo che può apparire loro come poco manipolabile, le loro mani rischiano di rimanere vuote (44). La dimensione del fare è un’area transizionale (45) tra l’interiorità e il mondo esterno, uno spazio di contatto tra le mani e la psiche, tra sé stessi e l’ambiente sociale. Il lavoro manuale permette di intrattenere rapporti con il fuori, restituendo maggiore agency e fiducia nelle proprie competenze. La ricompensa intrinseca provata a seguito di piccole azioni finalizzate, come cucinare o cambiare una lampadina, abbassa l’ansia e il senso d’inferiorità rinforzando quello di auto-efficacia. Portare delle azioni a termine e parlare con persone diverse ogni giorno può vivacizzare l’attività cerebrale e promuovere una relativa neuroplasticità. Le pulsioni profonde e il substrato organico sono vitali nell’handicap anche grave (46).

Conclusioni


“Il mondo è qua
il mondo
non c’è più
Ignora i più fragili
E si sta spaccando”
(Il volo, Litfiba)

L’antropologia della disabilità si interessa a una forma di alterità, l’handicap, che solleva la questione dell’inclusione di un tipo di fragilità umana. Nel mondo un miliardo di persone su 7 porta un handicap, estendibile a 1/3 della popolazione mondiale se consideriamo le persone che ne sono indirettamente o transitoriamente toccate. Nelle società dove la vita media è maggiore di 70 anni chiunque vive più o meno 8 anni in una condizione di vulnerabilità psico-fisica. L’handicap, così inteso, non è un’eccezione alla regola, ma una deficienza che interroga la società in cui si manifesta (47).
Il sistema ci spinge a cercare successo, status e ricchezza come unici obiettivi di vita, ma questa corsa senza fine non porta benessere, piuttosto genera ansia, agonismo e un senso di inadeguatezza permanente. L’aumento di disturbi mentali è strettamente legato alle pressioni del capitalismo, il quale però viene percepito come una sorta di ordine spontaneo. In un mondo che ci chiede di essere sempre produttivi e competitivi diventiamo sempre più soli ed egoisti. L’Altro viene spesso particolarizzato in categorie, considerato radicalmente dissimile, al fine di proteggere la propria sicurezza personale a discapito del senso di comunità. La nostra società rischia di assomigliare ad un club esclusivo di affiliati, uniti da atteggiamento predatorio, micropoteri e frontiere che ostacolano l’accessibilità a beni e servizi per chi non ne fa parte: si tratta di una violenza incardinata nel senso comune di una socialità patogena per il quale le persone devono funzionare come individui ipernormalizzati mentre il sistema intorno crolla tra guerre, riscaldamento globale e crisi sociali.
Le soluzioni alla dissoluzione di un mondo culturale sono prima di tutto politiche ed economiche; risulta nondimeno necessario trovare nuove forme di solidarietà basate sulla comune fragilità.
«Le relazioni sociali rappresentano forse il terreno più delicato di questa resistenza sotterranea. In un’epoca in cui ogni interazione viene mediata, misurata e monetizzata, la coltivazione di connessioni che sfuggono alla logica della performance diventa un atto rivoluzionario» (J. Xun, 2025, pag. 121).
Anche se la Storia sembra camminare a fianco delle persone con handicap intellettivo, non esistono persone senza passato per cui tutti hanno la propria storia da raccontare. «La neuroinclusione è contro-culturale» (Brain, 2024, pag. 11). Sostenere la neurodiversità non significa negare le difficoltà e i deficit, ma incrementare le potenzialità e valorizzare l’unicità di neurologie altre. La persistenza della morte sullo sfondo illumina la vita, la fa risplendere nella sua mutevole ordinarietà e fuggevolezza come il bene più prezioso e raro, qualcosa a cui si fa troppo poco caso. Il contrario della morte non è la vita ma l’amore, che si estrinseca nelle opere e nei momenti trascorsi con le persone a cui sono state dedicate cura, tempo e attenzione.

Enrico Tuninetti
Psicologo, psicoterapeuta, psicodrammatista, socio Laboratorio di Gruppoanalisi di Torino

Note
(1) Si veda il film Decision to leave di P. Chan-Wook (Corea del Sud, 2022).
(2) Proust si riferisce ad esse come strappi nello scorrimento del tempo interiore che riportano alla memoria eventi significativi come la perdita di una persona cara dando luogo ad un sentimento di insight.
(3) Per approfondimenti si veda T. Morton, Iperoggetti, Nero, Roma, 2018.
(4) Si confronti E. De Martino, Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo, Einaudi, Torino, 2022.
(5) Si prenda come riferimento E. P. Thompson, citato da D. Fassin in Ripoliticizzare il mondo. Studi antropologici sulla vita, il corpo e la morale, Ombre corte, tr. it. C. Pilotto, Verona, 2014.
(6) Si confronti M. Fisher, Realismo capitalista, Nero, tr. it V. Mattioli, Roma, 2018.
(7) Si confronti F. Veglia, Handicap e sessualità: il silenzio, la voce, la carezza, Franco Angeli, 2000, Milano.
(8) Il riferimento è alle fasi alchemiche della nigredo e della putrefactio nella concezione archetipica di C.G. Jung, Psicologia e alchimia, tr. it. M. Massimello, Bollati Boringhieri, Torino, 2006.
(9) Si confronti E. De Martino, Op. cit, 2022.
(10) In piemontese c’è un proverbio che rende abbastanza bene l’idea: “Quand che l’cul a l’è frust ij pàter nòster a ven-o giust”.
(11) Definizione di U. Corino che ringrazio per il prezioso confronto professionale.
(12) Nell’accezione di A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, tr. it. G. Riconda, Mursia, Milano, 1991.
(13) Si confronti D.W. Winnicott, Il sentimento del reale, a cura di A. Ferruta, S. Boffito, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2025.
(14) Il protagonista de L’idiota di F.M. Dostoevskij, affetto da epilessia, viene ciclicamente investito, nel corso del romanzo, da epiteti quali: scimunito, anormale, semplicione, sciocco, singolare, originale, imbecille; allo stesso modo le persone con handicap mentale possono essere stigmatizzate e categorizzate in stereotipi.
(15) Il concetto di neurodiversità è qui inteso in un’ottica plurale e inclusiva dei diversi tipi di funzionamento mentale.
(16) https://stanzedicinema.com/2021/11/20/move-to-heaven-dal-contatto-con-la-morte-impariamo-quanto-sia-fragile-la-vita/
(17) Si tratta di un fotogramma che ritorna spesso poiché Gae-ru possiede una qualità fuori dal comune che consiste nell’individuare le vulnerabilità e le ferite dei pesci nell’acquario.
(18) Si confronti Atmosferologia. Estetica degli spazi emozionali, T. Griffero, Mimesis, Milano, 2017.
(19) La stessa immagine mi fu riferita, diversi anni fa, da un paziente affetto da una grave nevrosi ossessiva per designare l’atmosfera psicologica in cui si sentiva intrappolato. Si veda a tal proposito J. Steiner I rifugi della mente. Organizzazioni patologiche della personalità nei pazienti psicotici, nevrotici e borderline, Bollati Boringhieri, Torino, 2018.
(20) Si confronti E. De Martino, Op. cit., 2022.
(21) Si confronti The Grieving Brain. The Surprising Science of How We Learn from Love and Loss, M. F. O’Connor, HarperCollins Publishers Inc, New York, 2023.
(22) Andare ai funerali e al cimitero resta, nell’opinione di chi scrive, il miglior modo ritualizzato per commemorare i morti e lasciarli in pace.
(23) Si confronti P.-C. Racamier, Il genio delle origini. Psicoanalisi e psicosi, tr. it. C.M Xella, Raffaello Cortina, Milano, 1996.
(24) Si confronti N. Abraham, M. Torok, La scorza e il nocciolo, tr. it. F. Ortu, Borla, Roma, 1993.
(25) Secondo il DSM V il disturbo da lutto complicato deve superare di 3 mesi i 12 del lutto fisiologico, portare a difficoltà identitarie, suscitare incredulità, evitamento dei reminder, dolore interno, problema di reintegrazione mnemonica, mancanza di significato, solitudine, ottundimento.
(26) Nel film Piccolo Yeti dopo la morte del padre Yu non sopporta di stare in casa perché niente è più come prima. Intraprenderà un viaggio, che avrebbe dovuto fare con lui, vivendo un’esperienza catartica di elaborazione del lutto.
(27) Il lavoro del negativo appare quindi come “la difesa dei diritti della realtà di fronte alla seduzione del fantasma” (A. Green, Ibidem, pag. 120).
(28) Stanzedicinema, Ibidem
(29) Si confronti Psicogenealogia. Guarire le ferite familiari e ritrovare sé stessi di A.A. Schutzenberger, tr. it. F. Garofoli, Di Renzo ed., Roma, 2011.
(30) A volte alla disabilità piò essere associato un ritardo mentale (funzionamento intellettivo al di sotto della media), fenomeni prenatali (genetici), perinatali (parto), postnatali (traumi) o un’intersezione di essi in comorbilità con altri disturbi psichici.
(31) Per approfondimenti si veda E. Morin, Introduzione al pensiero complesso, Sperling & Kupfer Milano, 1993.
(32) Si veda A. Kleinman, De docta marginalia: riti e sacralità nella cura, tr. it. A.M. Callari e R. Superi, Rueballu, Palermo, 2022.
(33) La persona lavora ed ha imparato a gestire le proprie utenze abitative; le è stato inoltre garantito un piccolo fondo economico, amministrato da un curatore.
(34) Pertanto non usufruisce delle specifiche tutele introdotte dalla Legge 112 del 22 giugno 2016, cosiddetta del “Dopo di noi”, che dispone assistenza in favore delle persone con disabilità grave, prive del sostegno familiare.
(35) Se l’idea di normalità ha qualche consistenza essa deriva dal fatto che, anche se variano le norme, è invece costante il riferimento alla norma, la quale è collegabile all’Io delle persone. In questi termini *** voleva stare con i “normali” e non si rispecchiava nelle persone con severo handicap mentale. La differenza percepita sia dai primi sia dai secondi produceva però in lui tale sensazione di stranezza. Qualcosa mancava, qualcosa non doveva esserci e qualcosa era fuori posto. Si confronti in merito Brain, Anno V, marzo 2024: Neurodiversità e inclusione sociale. Differenza e unicità distanti dal concetto della cosiddetta normalità.
(36) Il concetto di transpersonale in gruppoanalisi si riferisce a dinamiche relazionali e mentali che vanno oltre la persona individuale coinvolgendo il gruppo e la cultura.
(37) Gli psicologi vorrebbero riuscire a trovare una terapia, ma l’handicap mette in scacco le fantasie di onnipotenza.
(38) Per approfondimenti si veda C. Pontalti, Gruppi 2/2000, Campo familiare-campo gruppale: dalla psicopatologia all’etica dell’incontro.
(39) I laboratori di teatro ad esempio permettono di fare rete, prendere parola, allenare l’espressione emotiva e la comprensione degli scambi sociali, fare sentire la propria voce, intesa come metafora politica.
(40) Etimologicamente: ostacolo, inciampo, insidia.
(41) Per approfondimenti si consiglia il film L’ombra della violenza di N. Rowland (UK, 2019).
(42) Film inglese del ’93, diretto da J. Ivory, citato da U. Corino come metafora della necessità per i caregivers di vivere degnamente l’ultima parte della loro vita.
(43) Per esattezza l’handicap sarebbe la condizione di svantaggio sociale derivante, in questo caso, da una disabilità intellettiva.
(44) Sul rapporto simbolico tra mani e castrazione potrebbe interessare il film Solo Dio perdona di N. Winding Refn (Fr., Dan., 2013).
(45) Si veda D.W. Winnicott, Gioco e realtà, tr. it. L. Tabanelli, Armando Ed., Roma, 2005.
(46) Si confronti F. Veglia, Op. cit., 2000.
(47) Antropologia dell’handicap: https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/il-giardino-di-albert/Antropologia-dell%E2%80%99handicap–1779601.html

Bibliografia
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Racamier P.-C., Il genio delle origini. Psicoanalisi e psicosi, tr. it. C.M Xella, Raffaello Cortina, Milano, 1996
Schutzenberger A.A, Psicogenealogia, Guarire le ferite familiari e ritrovare se stessi di A.A., tr. it. F. Garofoli, Di Renzo ed., Roma, 2011
Schopenhauer A., Il mondo come volontà e rappresentazione, tr. it. G. Riconda, Mursia, Milano, 1991
Steiner J. I rifugi della mente. Organizzazioni patologiche della personalità nei pazienti psicotici, nevrotici e borderline. Bollati Boringhieri, Torino, 2018
Veglia F., Handicap e sessualità: il silenzio, la voce, la carezza, Franco Angeli, Milano, 2000
Winnicott D.W., Il sentimento del reale, a cura di A. Ferruta, S. Boffito, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2025
Winnicott D.W., Gioco e realtà, tr. it. L. Tabanelli, Armando Ed., Roma, 2005
Xun J., Ipnocrazia, Trump, Musk e la nuova architettura della realtà, tr. it. A. Colamedici, Ed. TLON, Roma, 2025

Filmografia
Chan-Wook P., Decision to leave, Corea del Sud, 2022
Piccolo Yeti, USA-Cina, 2019
Ivory J., Quel che resta del giorno, UK, ’93
Rowland N., L’ombra della violenza, UK, 2019
Sung-ho K., Move to Heaven, Corea del Sud, 2021
Winding Refn N., Solo Dio perdona, Fr., Dan., 2013

Sitografia
www.stanzedicinema.com
www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/il-giardinodialbert/Antropologiadell%E2%80%99handicap–1779601.html

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