CENTRO DIDATTICO ALETHEIA

NICOLA BASILE

Dall’immaginario al gioco nei dispositivi psicoanalitici.

Punto primo: quel che può o dovrebbe essere il significato della vita.

Mentre andavo raccogliendo idee, rimaste allo stato latente, la memoria ha voluto che riprendessi in mano un vecchio libro, mai letto abbastanza, “Il mondo incantato” di Bruno Bettelheim

Non ero affatto sicuro di cosa urgesse tra quelle pagine, la lettura e studio risaliva almeno a vent’anni fa. Tra le pagine riemergono sottolineature che impongono quel che io stesso lasciavo in memoria all’altro, affinché il primo lo potesse dimenticare:

«Se speriamo di vivere non semplicemente di momento in momento ma realmente coscienti della nostra esistenza, la necessità più forte e l’impresa più difficile per noi consistono nel trovare un significato allora nostra vita. È risaputo come molti abbiano perso la volontà di vivere, e abbiano smesso di provarci, perché questo significato è sfuggito loro. La comprensione del significato della propria vita non viene improvvisamente acquisita a una particolare età, neppure quando la persona raggiunto la maturità cronologica. Al contrario, è l’acquisizione di una sicura comprensione di quello che può o dovrebbe essere il significato della propria vita a costituire il raggiungimento della maturità psicologica. E questo conseguimento è il risultato di un lungo processo di sviluppo: ad ogni età noi cerchiamo, e dobbiamo essere in grado di trovare una pur modica quantità di significato conforme al modo in cui le nostre menti e il nostro intelletto si sono già sviluppati»

L’uomo che ha sviluppato una originale psicoanalisi infantile, l’uomo che se n’è andato perché i fantasmi del passato non gli permettevano di continuare a vivere, è colui che mi sembra sintetizzare il tragitto che di mese in mese ci accingiamo a percorrere. Attraverso la domanda di cura dell’infanzia, attraverso la narrazione di archetipi poggiati nelle profondità dell’immaginario delle generazioni, il sogno che guida alla conoscenza di faglie desideranti, il lavoro analitico cerca di dare voce al sintomo che si nasconde dietro il disagio, in primis il nostro naturalmente. Se siamo qui[3] è perché non si è disponibili a rinchiudere l’incontro con l’infanzia, l’adolescenza, la maturità e sempre più spesso l’età che conclude la vita, al solo attimo della seduta, individuale e in gruppo. Quel momento se ben strutturato, si popola di una moltitudine di voci, di segni, appena percepibili. Sarà per questo motivo che, nei mesi post pandemia, i gruppi che ho animato facevano circolare narrazione di fiabe popolari che divertendo, alludevano sempre ad altro.

«Certo a livello manifesto le fiabe hanno poco da insegnare circa le specifiche condizioni della vita nella moderna società di massa; queste storie furono create molto tempo prima del suo avvento. Ma esse possono essere più istruttive e rivelatrici circa i problemi interiori degli esseri umani e le giuste soluzioni alle loro difficoltà in qualsiasi società, di qualsiasi altro tipo di storia alla portata della comprensione del bambino. Dato che il bambino nel momento della sua vita esposto alla società in cui vive, imparerà senza dubbio a destreggiarsi con le condizioni che le sono proprie, posto che le sue risorse interiori glielo permettano»

Punto secondo: serve la corazza o il coraggio di non indossarne alcuna?

Quali siano oggi le condizioni che ci permettono di vivere e come possiamo identificare le strutture emotive e cognitive che possano configurare un domani, se prima era incerto, con la pandemia è impresa titanica. Per questo ricorriamo al medioevo della nostra civiltà, periodo della vita interiore delle generazioni occidentali, dentro il quale affonda le sue radici l’immaginario dei nostri sogni.
Le fiabe non insegnano il come ridare voce al mutismo selettivo, le fiabe non affrontano il nodo della perdita di desiderio di vita che la psicosi depressiva induce in giovani fino a portarli a forme suicidarie, la fiaba non restituisce l’appetito nei corpi emaciati degli anoressici come delle anoressiche, ma la fiaba parla a noi affinché non ci si perda al primo tramonto nel bosco.

È evidente a tutti noi come le scelte che andiamo facendo nella lotta quotidiana all’invisibile, che si stratifica in atteggiamenti, stili, relazioni dove lo scambio non è dato dal valore d’uso, aratro contro semi, ma dal valore immaginario contraddistinto da scambio di moneta con altra moneta, ci abbia condotto a cercare nell’immagine del soldato il miglior antidoto possibile alla paura.
Gilbert Durand[5] ci direbbe che nel momento in cui l’invisibile ci assedia, il nostro immaginario trova il rimedio nella spada che, tagliando l’oscurità, fa luce. Né più né meno ciò che professavano le pubblicità dei detersivi pieni di fosfati degli anni ‘60, in cui il pulito arrivava attraverso lampi di luce; né più né meno ciò che la ricerca dell’illuminismo aspirava professando il poter raccogliere tutta la cognizione umana in un vocabolario enciclopedico che permettesse all’uomo di trovare le parole quando esse cadevano nell’oscurità. Tutto ciò è evidente nella storia, ma non è mai la storia a renderci coscienti di ciò che accade, in quanto abbiamo necessità di poter credere e la credenza si poggia sulla rimozione nell’inconscio.

«Nel bambino o nell’adulto, l’inconscio è un potente fattore determinante di comportamento. Quando l’inconscio viene represso e al suo contenuto viene negato l’accesso alla coscienza, alla fine la mente conscia della persona viene in parte sopraffatta da derivati di questi elementi inconsci, oppure costretta a mantenere su di essi un controllo così rigido e coattivo che la sua personalità può risultarne gravemente paralizzata»[6].

Un giovane uomo, alle prese con un groviglio di cambiamenti, cercava di convincermi che il lavoro che stavamo svolgendo assieme, in sedute individuali e in gruppo, gli avrebbe offerto una corazza di coraggio. Gli ho fatto notare che, se fosse entrato con una corazza, io mi sarei spaventato poiché era lecito pensare che ci fosse un pericolo da cui lui si difendeva e da cui mi sarei dovuto difendere anche io. Si è convinto che non gli serve una corazza ma solo del coraggio.

Punto terzo: fuori scena.

Freud inizia studiando le isterie in quanto esse favorivano la possibilità di dare voce a un femminile che coraggiosamente paralizzava il corpo per renderlo solo immaginario e toglierlo così dal godimento della società e immolarlo a un Altro, la cui legge si poteva decriptare attraverso la drammatizzazione della seduta. Non sono il primo e non sarò l’ultimo a riconoscere nella stanza di Freud la costruzione di una messa in scena dell’osceno attraverso il sogno. E nel sogno Emma come Dora possono affidare a un altro il lato non visibile della propria sessualità.

Anche noi, assieme a chi accede alle nostre stanze, scriviamo scene che permettono la rappresentazione dell’osceno o, meglio, di ciò che è ob-sceno, come afferma Duez, cioè fuori dalla scena. E torniamo all’invisibile e a ciò che la scena nasconde.

«La cultura dominante preferisce fingere, soprattutto quando si tratta di bambini, che il lato oscuro dell’uomo non esista, e professa di credere in un’ottimistica filosofia del miglioramento. La stessa psicanalisi è vista come un sistema per rendere facile la vita: ma non era questo l’intendimento del suo fondatore. La psicanalisi fu creata per consentire all’uomo di accettare la natura problematica della vita senza esserne sconfitti o cercare di evadere dalla realtà. Freud prescrive che soltanto lottando coraggiosamente contro quelle che sembrano difficoltà insuperabili l’uomo può riuscire a trovare un significato la sua esistenza»[7].

Punto quarto: nascondimenti

Quando la rappresentazione è definitivamente fissata alla pulsione, il meccanismo della rimozione nasconde entrambe al soggetto. «Se la pulsione non fosse ancorata a una rappresentazione o non si manifestasse sotto forma di uno stato affettivo, non potremmo sapere nulla di essa» cito testualmente da Freud.

Sappiamo che la rimozione trasforma la meta della pulsione in sintomo e i sintomi divengono facilmente stili di vita, divise di eserciti inesistenti ma uniti sotto la stessa bandiera, come il trovarsi giovanissimi uniti in bande senza un motivo che possa essere parlato o in modo ancor più nefasto, uomini, donne e bambini sepolti perché le divise divengono bersagli. Quando proponiamo la ripresentazione del sogno nel gruppo di psicodramma, ritengo sia temporaneamente permesso uno slegamento tra pulsione e meta della pulsione stessa, attraverso il lavoro del transfert. Tale movimento, il cui costo è da manovra economica di stato, fa apparire vuota la cornice dell’emblema per cui il soggetto si è fin lì battuto, da cui è stato battuto ma per cui continua a battersi, sia nel disagio sociale come nei sintomi psichiatrici. Uso il termine ripresentazione perché il sogno si è presentato solo una volta in forma originale e nel gruppo di psicodramma assistiamo a una messa in scena del racconto del sogno, la cui domanda nascosta e la direzione della pulsione o desiderio spesso è visibile in un primo tempo soltanto ai partecipanti al gruppo e poi al soggetto narrante, prova dell’opera della rimozione. Dice Lacan nel: «Ciò che si guarda è ciò che non può vedersi».

Lottare per la propria insegna porta il combattente a non poter vedere ciò per cui lotta con il ripetersi di continue ferite che il combattente si infligge per dare senso alla sua sconfitta. Sto pensando alle vere e proprie torture che gli adolescenti possono infliggersi con caparbietà e vero godimento perverso per un lungo tempo fin quando, il dispositivo analitico, individuale e in gruppo di psicodramma analitico, svuota di significato l’emblema. Quando il dispositivo psicoanalitico rende finalmente osservabile il campo di battaglia, perché lo sguardo non è attratto da quell’unica visione ma è distratto dal transfert con l’analista e da quello laterale con i partecipanti al gruppo, è allora che il soggetto può pensare di non dover dedicare tutta la sua anima e il corpo alla divisa, alla bandiera nella quale si riconosceva senza saperlo. In quel momento, Egli, Ella, timidamente volge lo sguardo all’altro in uno spazio che è altrove. È in quell’istante che il vessillo del proprio sintomo si mostra bucato, permettendo al bambino come all’adulto di riconoscersi mancante. E se non sono completo, avrò necessità di accedere ai nomi, ai simboli, alla poesia, al disegno, alla letteratura, all’arte, a passeggiare per sentieri di montagna per trovare nomi per fare di un buco un’asola, un ricamo, una tovaglia a tombolo.

Punto quinto: riconoscere il desiderio per vivere la precarietà dell’essere.

Sulla rivista Funzione Gamma, Duez scrive:

«Io riporto ogni partecipante alla propria specificità come potenziale destinatario di questo transfert. Conseguentemente, ciascuno può dare la propria interpretazione di ciò che sta accadendo. Il soggetto narcisistico non solo perde il suo specifico posto ma può sentire e sopportare il diverso legame psichico con ciascuno.” Da una parte questo tipo di transfert attualizza i legami sociali psichici primari, consentendo a queste personalità di esperire l’appoggio con gli altri e sugli altri»[8].

Chi cercava la propria identità nella ripetizione di un’analisi del sangue, nel gruppo ha cominciato a riconoscere il proprio nome come degno di essere chiamato. Chi sta cercando solo sul monitor di un cellulare o sulle pagine di un libro la propria identità, nel gruppo credo possa trovare una via di uscita dell’incubo della anomia.

Punto sesto: non è detto che ci sia una conclusione.

Per tornare e non concludere sulle fiabe, suppongo che, davanti all’ignoto, le fiabe servano (come il servo con il padrone) ancora come un utile strumento di interpretazione dell’inconscio, strumento antico come l’aratro, creato dall’uomo dopo i miti.

Le fiabe ci inducono a prendere il posto dell’eroe come del derelitto, siamo bestie come damigelle, ci aggiriamo per castelli come orridi boschi, in pratica ci possiamo permettere di essere. Come nel transfert tra fratelli e sorelli di mese in mese, nella stanza di analisi individuale e in gruppo con il dispositivo dello psicodramma analitico, l’altro non è lì a stabilire cosa abbiamo fatto o avremmo potuto fare, ma sta a indicare come non riempiere di buon senso, commerciabile solo con moneta, la mancanza.
Così un uomo adulto che sa cos’è la psicosi, tornato al suo posto dopo esser stato chiamato a fare da io ausiliario in un gioco, si ricorda di esser stato imprigionato, da bambino, nella macchina del padre, di aver urlato e pianto per quel tempo interminabile, senza che alcuno lo sentisse. Il padre lo aveva rinchiuso perché andava a parlare di moneta e il figlio non era ammesso né ammissibile. Come avesse ritrovato un filo di un discorso, nel discorrere degli altri, nell’essersi trovato in un altrove durante la messa in scena dell’osceno, si dice sommessamente che adesso poteva riconoscere la sua paura dell’ascensore, oscena anch’essa.

E sono certo di non essere arrivato a una conclusione.

Nicola Basile

Didatta della Società Italiana di Psicodramma Analitico – https://sipsapsicodramma.org – responsabile del cd Aletheia – Fondatore dello studio Nuovi Percorsi. https://www.nuovipercorsi.ithttps://www.nuovipercorsi.org – mail: nibasile@libero.it

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