CENTRO DIDATTICO APEIRON

PAOLA CECCHETTI, FRANCESCA ALBY, DANIELA LO TENERO, MARCELLA CARA, GIUSEPPE PREZIOSI

Il ruolo dell’azione nello psicodramma analitico. Dal gioco al gesto alla parola.

È questo il tempo della SIPsA dedicato alla ricerca, alla riflessione, all’invenzione sulla teoria e la clinica, tempo caratterizzato da nuove pubblicazioni: della “bibbietta” dello psicodramma dei Lemoine, dal testo di Antonia Guarini, Riprendendo il filo del rocchetto, da quello di Fabiola Fortuna, Lezioni di psicodramma freudiano, e da tanti altri articoli e testi informali. Tutti noi soci siamo chiamati ad approfondire gli snodi centrali dello psicodramma: gioco, azione, movimento, gesto.

Partiamo dall’azione. Già Austin, nella celebre lezione tenuta ad Harvard nel 1955, aveva posto il problema di “come fare cose con le parole”: ogni “proferimento linguistico”, aveva detto, è un’“azione pratica”. Questo, che è uno dei temi dominanti nella filosofia del Novecento, è anche la direttrice centrale che guida la nostra ricerca. Non è un caso che l’abbiamo scelto come il tema fondamentale nelle nostre giornate di studio. Si tratta di superare la giustapposizione tra parola, gesto, gioco, movimento, e di far emergere la loro unità dialettica. Quale “luogo” migliore per farlo, se non quello in cui, in appuntamenti annuali, le varie eredità culturali, le tecniche sviluppate con sfumature diverse si confrontano, dialogano e, se necessario, “inventano” nuovi saperi psicodrammatici?

Da dove partire? Per noi non ci sono dubbi: è il “padre” Freud.

«[…] la vita psichica è un campo di azione e di battaglia di tendenze contrastanti […] di contraddizioni e di coppie di opposti». Il pensiero va alle pulsioni erotiche e alle pulsioni di morte, dalla cui azione congiunta e opposta scaturiscono i fenomeni della vita. Quando l’azione si staglia dal discorso, l’uso dello spazio e il gesto più che la parola colpiscono terapeuti e partecipanti … non c’è più inibizione, finzione …il corpo non mente, non si può sorvegliare.

L’azione, il gesto si pongono come oggetto di studio e di riflessione teorica essenziale per lo Psicodramma Analitico. In esso, infatti, nello spazio condiviso, nell’incontro con l’Altro, lo sguardo si fa attento alle azioni, ai gesti con gli affetti connessi. È il gioco ad introdurre l’azione e a rivelare ciò che nel discorso rimane latente …Un discorso in cerca di senso che il taglio, la scelta del gioco fa afferrare. Azione che reintroduce il gesto, il movimento, il corpo. Un cambiamento che produce altrettanti movimenti nella vita psichica.

Dunque “in principio era l’azione”, come scrive Freud citando il Faust di Goethe, e se il nevrotico è inibito soprattutto nell’agire, il primitivo è privo di inibizioni. Nel gioco psico-drammatico, il “primitivo” può essere colto nel tempo presente del transfert, nell’attualità della rappresentazione. Il gioco, con l’azione, il movimento, il gesto, favorisce la rinuncia a difese evolute, di intellettualizzazione e di razionalizzazione, offre al singolo e al gruppo la possibilità di associare consentendo al “primitivo” di circolare nello spazio condiviso dal gruppo modificando la complessità del pensiero cosciente e rompendo l’illusione razionale che esclude l’inconscio.

Freud ha collocato il primitivo nella filogenesi, per poi indicare come lo stesso primitivo si ritrovi nella psiche individuale attuale, e nelle forme di pensiero e simbolizzazione nevrotiche e psicotiche. Dunque il primitivo è anacronistico, è sopravvivenza nel tempo attuale di un arcaico sistema di pensiero. Il primitivo ripropone l’arcaico sempre presente, immutabile, in conflitto con i sistemi di pensiero razionali.

  1. Green a proposito dell’Arcaico sottolinea che si può intuire solo nella posteriorità, laddove primitivo e arcaico indicano la stessa cosa, e rimanda ai fantasmi originari: scena primaria, seduzione, castrazione.

Sull’azione (uso dello spazio segnato dai movimenti, cambi di ruoli, doppiaggio…) si fonda il valore del gioco: alzarsi dalla sedia, dal proprio posto, anima il gioco. Uscendo dal cerchio si animano le identificazioni in un gioco che coinvolge tutti i partecipanti. Col gesto, il movimento, le difese si abbassano, le resistenze si sciolgono. Ci si scopre diversi, forse è possibile pensarsi come meno assoggettati all’io ideale e all’ideale dell’io…al Super io. Il discorso si “apre” alla polisemia, a un nuovo intendimento per ritrovare il proprio desiderio, il significato più autentico.

“In principio era l’azione” e al gesto, all’azione restiamo radicati. Il linguaggio del corpo – comunicazione tra individui che non utilizza la parola – rivela prevalentemente materiale inconscio. Esprimere emozioni prive di elementi superflui, in modo essenziale, rivela sentimenti complessi che sono stati rimossi, che non hanno trovato parola. Tutte le volte che i pensieri sfuggono alla consapevolezza trovano una loro rappresentazione, potremmo dire uno spostamento, sul raggio dell’azione. La fonte primitiva e primigenia del moto, dell’agire, si pone all’origine della nostra stessa vita psichica, alla base della distinzione e della conoscenza del mondo esterno e del nostro mondo interno. Una delle prime azioni, “metter dentro” (“questo lo voglio mangiare… voglio introdurlo in me”) – sputare fuori (“questo lo escludo da me”) è l’azione che dà origine alla distinzione tra me e non me, fra il Sé e l’altro.

È sempre tramite un’azione, i suoi gesti, che il bambino davanti allo specchio riconosce che è proprio lui l’estraneo che lo specchio riflette.

Se poi è vero che “in rapporto all’azione l’Io ha più o meno la posizione di un monarca costituzionale senza la cui ratifica nulla può divenire legge”, è altrettanto vero che un atto mancato svela tutte quelle volte che avremmo voluto compiere un’azione e invece ne compiamo un’altra.

Pluralità e singolarità

Abbiamo accennato, all’inizio, al ruolo centrale che nel Novecento ha avuto la riflessione sul linguaggio. A questa linea filosofica, in senso lato, possiamo riportare il pensiero di Goffman, uno dei massimi esponenti del pragmatismo americano, che ci permette un confronto con la struttura del gioco psicodrammatico, così come noi lo pratichiamo. In Forms of talk (1981) Goffman vede il discorso individuale come contenente una pluralità di voci. E anche nel gioco dello psicodramma abbiamo una pluralità di voci. La voce dell’animatore, le voci dei doppiaggi, la voce dell’osservatore e quelle di tutti i partecipanti che nel dispositivo psicodrammatico sono di persone diverse, nella teoria di Goffman sono voci “interne” presenti nel discorso del singolo individuo che le utilizza per organizzare possibilità di partecipazione diversamente strutturate, con relativi gradi e forme di implicazione.

Goffman utilizza anche un lessico molto vicino al nostro, in quanto parla proprio di animatore per una di queste voci con cui decostruisce il parlante, le altre sono autore e «principal» (responsabile). Se il parlante espone idee di cui si prende la responsabilità, le tre funzioni sono in un’unica figura ma spesso non è così.

Esempio: uno studente riferisce agli amici ciò che ha appreso su Goffman dal libro. In questo caso, lui è animatore, chi ha scritto il libro è autore, e Goffman è il responsabile.

Goffman decostruisce anche l’ascoltatore in diversi partecipanti (“recipienti” e non recipienti, persone che origliano, passanti, eccetera) tutti, anche i più silenziosi, influenzano l’interazione in corso e sono partecipanti a pieno titolo.

In modo analogo, nel gioco dello psicodramma anche chi osserva il gioco, chi è in silenzio, gli io ausiliari hanno diversi gradi di implicazione ma partecipano a pieno titolo all’esperienza in corso.

In entrambi i casi, abbiamo la condivisione di una visione dell’interazione umana complessa e molteplice, gruppale, non riducibile all’interazione parlante-recipiente o a quella terapeuta-paziente. Mentre le voci nello psicodramma sono distribuite nel gruppo, per Goffman la gruppalità è in primo luogo interna, interiorizzata, per poi entrare in gioco come su un palcoscenico con le molteplici voci degli altri.

E se questo ci ricordasse che nell’inconscio la pluralità è singolare?

Una seduta di psicodramma

Arriviamo al nocciolo, ad una seduta di psicodramma analitico. È una seduta settimanale. La scegliamo perché il gioco che l’ha segnata è stato illuminante per il punto di vista che trattiamo: il legame tra movimento e gesto, in genere considerati quasi sinonimi.

L’animatrice chiede di giocare il sogno raccontato da “Piera”: «Uno scoiattolo si trova su un terrazzino e non sa come uscirne. I lati sono sbarrati, sotto c’è il vuoto…». Piera sceglie per lo scoiattolo Cesare, che interpreta lo scoiattolo correndo da una parte all’altra, in cerchio, abbastanza a lungo. Il movimento – non veniva di chiamarlo gesto- rappresentava una sorta di rassegnazione quasi isterica destinata alla morte. Girare, girare a vuoto per il piccolo spazio che diventava dilatato, unico vuoto visibile alla ricerca del “non ce la faccio più!”

La sognatrice, quando prende il posto dello scoiattolo, si sposta nello stesso spazio lentamente, come trasognata, con le braccia e le mani sembra tastare i confini inesistenti, alla ricerca di una via d’uscita che ci deve essere, una gabbia dalle pareti elastiche in cui aprirsi un varco. Anche lei compie dei movimenti, ma sono fenomenologicamente intenzionali, prevalgono i gesti: quelle mani che tastano lo spazio sanno che troveranno un varco.

Fermiamoci su questa questione, del movimento e della gestualità, e chiamiamo in causa il celebre antropologo Jousse per approfondire la questione. Lo psicodramma è un dispositivo alla cui definizione oggi aggiungiamo “vivo”. Finora l’abbiamo studiato e teorizzato e forse ingabbiato (come lo scoiattolo?) in una tecnica e un metodo uguali a quello che ci è stato trasmesso. Oggi diciamo: per conoscere bene il dispositivo bisogna continuare ad osservarlo e, se necessario, modificarlo.

Una delle leggi fondamentali dell’esistenza è per Jousse il ritmo, il mimismo, che è ricevere nel corpo gesti e segnali che si accumulano come “mimemi” e vengono poi rigiocati come pensiero e azione.

Narrazione, animazione, osservazioni sono un possibile osservatorio di se stessi, da trasformare in laboratorio poiché è quasi impossibile vedere vedersi. Dice Jousse: «Bisogna dunque creare quelli che potremmo chiamare “laboratori di presa di coscienza”. Non potremo mai uscire da noi stessi, ma grazie al mimismo, tutto ciò che viene rigiocato da noi, è in noi.”

Lo psicodramma dunque deve essere anche uno strumento per “rismontare” lo psicodramma e farne la presa di coscienza di uno strumento vivo, con tanti lati da scoprire, sostanzialmente legati al gesto e al movimento. La parola arriva da per tutto, per cui si è potuto raccontare il gioco avvenuto del sogno di P., mentre il movimento quasi ossessivo di C. non era mai stato collegato all’assenza del gesto; il gesto di P. ha trasformato il senso di ciò che stava avvenendo. Infatti il gesto non è semplicemente un’espressione del corpo, ma è la porta aperta tra soggetto e mondo esterno, tra pulsioni di morte e pulsione di vita.

L’osservazione

La prospettiva dalla posizione di una “passività attiva”, fuori gioco, costruisce il testo finale dell’aspetto della seduta rimasto oscuro. Ognuno dei partecipanti (stiamo parlando della formazione allo psicodramma) costruisce nei tempi lunghi il proprio stile di ascolto e lo rappresenta. Racconta un collega che ha imparato, nella funzione di osservatore, a mappare i movimenti dei “giocatori” con un piccolo schema che si ripete con frequenza nei grossi quaderni. Piccoli cerchi dove all’interno sono posizionati i partecipanti ridotti a linee accompagnate all’iniziale di un nome. Sono linee, dritte, curve, alcune sono trasformate in frecce. Spesso queste mappe di gesti restano sepolte tra i fogli e non molto di questa “osservazione” si trasforma in scrittura, come se ci fosse una certa irriducibilità di questi gesti alla parola. A chi sono destinate queste mappe? Fanno pensare a pitture rupestri tracciate in fondo ad una grotta, un sapere criptato, sepolto e sospeso.

Una delle piccole mappe, da una angolazione un po’ laterale appare come un volto ambiguo, femminile, imbronciato e malinconico, impossibile definirne l’età. La testa molto grande farebbe pensare ad un infante, l’espressione ad una persona adulta. Si tratta di una giovane donna nella difficoltà di emanciparsi dai genitori. Nel gioco mette in scena se stessa a 10 anni, che messa da sola su di un treno, non sa né orientarsi, né chiedere aiuto e rischia di pagare una multa. Il collega va a leggere l’osservazione. Come spesso accade, è quasi incomprensibile, come se avesse valore solo nell’istante della seduta. Quel volto invece, quell’espressione, quell’ibrido tra donna e bambina restituisce un sapere della protagonista.

Il gesto come firma, la firma come gesto

Tutte le osservazioni, scritte in un quadernone e lette, sono firmate. Si potrebbe scrivere un trattato sulle vicende delle diverse firme nei diversi anni, o sull’assenza della propria firma. È un condensato, un’autobiografia.

  • Il gesto come una firma: il nome è dato, ma è la mano che lo scrive.
  • Il gesto come cancellatura: elide e trasforma la parola in scarabocchio.
  • Il gesto come petit decalage –piccolo scarto all’interno dell’operazione mediante la quale una in-teriorizzazione si ri-esteriorizza essa stessa in atto.
  • Il gesto come “l’inassimilabile” dell’infanzia che scavalca il soggetto.

Un gesto in ambito teatrale è il risultato scenico di un’azione, ossia ha a che fare con la comprensione e l’interpretazione dell’osservatore che guarda. Un’azione, invece, è un’intenzione dell’attore che agisce sulla scena e compie qualcosa di preciso.

Il tempo del gioco nello psicodramma: tra l’azione di chi anima –quell’alzarsi in piedi dei protagonisti – e il gesto di chi osserva, c’è la scrittura.

Nel vuoto che si genera tra il gioco e il tornare al proprio posto, come nei quadri di Burri si produce quell’energia che genera i buchi neri e gli psicodrammatisti scivolano verso la scienza.

Bibliografia

Austin J., Come fare cose con le parole, Marietti, 2019

Fortuna F., Lezioni di psicodramma freudiano, Alpes, 2022

Freud S. (1915-1917), Introduzione alla psicoanalisi. Lezione 4. Gli atti mancati, OSF V.VIII

– (1920), Al di là del principio di piacere, OSF V. IX

– (1912-13), Totem e tabù, OSF V. VII

– (1925), La negazione, OSF V. X

– (1922), L’Io e l’Es, OSF V. IX

Gaudé S., Sulla rappresentazione, Alpes, 2018

Goffman E. (1981), Forms of Talk, Roma

Green A. (1991), A posteriore l’arcaico, in Psicoanalisi degli stati limite, Raffaello Cortina editore

Guarini A., Riprendendo il filo del rocchetto, Poiesis, 2022

Lemoine G. e P., Lo psicodramma, Poiesis, 2022

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