CENTRO DIDATTICO NEOARCHÈ

ANTONIA GUARINI  YLENIA LINCIANO

Da Fort

Negli ultimi anni mi sono spesso interrogata se il gioco in psicodramma analitico possa, oggi, essere considerato sempre ancora come il rocchetto del fort/da del piccolo Ernst. La messa in scena del gioco rappresenta sempre l’andirivieni dell’altro nella sua presenza/assenza, o meglio il richiamo in scena dell’assente, presente in ciascuno nella propria rappresentazione immaginaria? O non è forse che l’altro oggi, nella contemporaneità, per poterlo dire assente, deve innanzitutto rendersi presente, nella sua corporeità, nella sua fisicità, nella sua consistenza?  Quanto l’altro è veramente presente nella rappresentazione immaginaria e quanto ha spesso solo una valenza virtuale che può scomparire e farsi evanescente con un click? Il virtuale prepotentemente accompagna ormai sin dalla nascita, e anche prima, un nuovo nato determinandone e condizionandone lo sviluppo. Che esperienza percettiva, sensoriale fanno oggi i bambini con oggetti e cose, requisito fondamentale per accedere al mondo delle rappresentazioni, via d’accesso al simbolico? Alcune delle conseguenze di tutto questo sono sotto gli occhi di tutti, anche nella clinica: il linguaggio olofrasico, la difficoltà a reperirsi nella propria soggettività, la relazione con l’altro sempre più virtuale ed evanescente (1)

E allora cos’è oggi l’altro del gioco in psicodramma?  È ancora il posto del rocchetto in questo andirivieni spaziale e temporaneo di un altro assente? O bisognerebbe ri-partire dal primo tempo del gioco (cui fa riferimento Freud) cioè dal rocchetto, in quanto pezzo di legno che si manipola percettivamente con i sensi, nella sua fattezza, concretezza, prima di cominciare a lanciarlo fuori dal campo visivo? C’è quindi il bisogno di familiarizzare cioè con la sua presenza e poi con la sua assenza, perché possa diventare una rappresentazione e poi un significante dell’altro, per l’altro. 

Objeu

Prendo a prestito questo termine utilizzato da Pierre Fedida e che ho ritrovato con molto interesse nel seminario sulla rappresentazione condotto da Carmen Tagliaferri.

Objeu corrisponde in francese ad oggetto, ma è anche composto da ob e da jeter che ha a che fare con il gettare, ma anche da je(io) e jeu(gioco). È dunque un montaggio che sembra mettere insieme più livelli: toccare l’oggetto, giocare con l’oggetto, lasciarlo andare, gettandolo lontano. Fedida precisa che in objeu gettare non è giocare ma potrebbe essere considerato un gioco dove l’oggetto va perduto, smarrito. L’oggetto va dunque prima posseduto, tenuto in mano, goduto, manipolato prima di accettare di spossessarsene, aprire la mano per lasciarlo andare. Fedida parla di evento, perché è qui, in questo gesto di spossessamento, che l’oggetto diventa significante di separazione, abbandono, perdita.

E allora: Fort /Da o Da/Fort?

Prima del rocchetto c’è dunque il legno, la sensorialità che risuona da un materiale grezzo. Prima di Pinocchio c’è un pezzo di legno e c’è il desiderio di Geppetto di farne un bambino. E allora forse il gioco del rocchetto, anche nello psicodramma, va rovesciato, non tanto fort (lontano) ma da (vicino), più vicino possibile agli elementi sensoriali che partono dal nostro corpo e dai nostri sensi e raggiungono gli oggetti in un andirivieni di sensazioni ed esplorazioni possibili. E poi Fort per andare lontano.

Le riflessioni che seguono sono il precipitato di una ricerca teorica e clinica sul gioco in psicodramma che porto avanti da alcuni anni, e dalla collaborazione con un gruppo di colleghi con cui abbiamo cominciato a sperimentare gli aspetti sensoriali che accompagnano e/o precedono la rappresentazione psicodrammatica. Insieme abbiamo organizzato alcuni seminari esplorativi sui sensi, collegando l’esperienza sensoriale allo psicodramma analitico e al gioco.

Che senso ha?

Nel primo ciclo seminariale organizzato con Ilenia Linciano, il pre-testo allo psicodramma è stato cognitivo: una vignetta clinica, una poesia…

Cinque incontri con quattro donne, che poi diventeranno tre.  L’assenza di una di loro sembra segnare e far riecheggiare la mancanza strutturante del femminile, rinviando al significante della donna non tutta, anche nell’assetto gruppale. Due analiste ad ascoltare la trama del percorso sui sensi, sul sentire. È un ascolto al femminile quello che tratteggia l’esplorazione del senso, che ci immerge nella profondità di alcuni interrogativi: cosa vuol dire sentirsi donna? Di quale pasta e odori siamo fatte?  Come ciascuno ci sa fare con la morte e l’angoscia di morte?

L’olfatto

Tutto comincia con un ri-fiuto che porta per la prima volta a fiutare il desiderio pervasivo e dirompente dell’altro con cui c’è rottura! Si ricorre allo “spirito” accudente di una madre che cerca di mettere fine al dolore di una figlia con un vino disinfettante. Odori associati a dolori che portano a s-venire, a immobilizzarsi nelle parole e a toccare l’indicibile della malattia, della morte e del dolore. Il terrore prende le forme e gli odori di un ospedale e di un refettorio gestito da rigide e anaffettive suore, supposte madri. Il nero di quegli abiti segna lo sguardo. Ma quanto quel nero che riporta al corposo vino, riguarda ciascuno? Quanto quel nero ha a che fare con quella feccia che sta al fondo delle proprie viscere? C’è puzza: un po’ di odio e di umana invidia, sentimenti a noi familiari che, come nelle favole più terribili, portano ad urlare “al lupo al lupo”. Un lupo che, come si sa, annusa la sua preda.

La vista

Vedere sé …vedere l’altro, al di là del guardare. Questo è sì un atto difficile che segna e in-segna a vedere oltre l’immagine di sé per vedere dentro, più da vicino. Avvicinarsi a chi vede e a chi ci vede è un primo passo, forse è l’unica maniera per “potermi piangere”. Piangere di sé attraverso l’altro, com-mossi o difesi. Freddamente distaccati o paralizzati per evitare di stare male per non permettersi alcuna emozione. Ma l’emozione passa attraverso l’altro: l’altro che non c’è più o che se ne va …oppure siamo noi a fuggire? Ed è difficile la separazione. Come si fa il lutto? Si Sopravvivrà? C’è bisogno della parola di un padre per fare questo passaggio… Ognuno fa come può, azionando un phon di sottofondo che lenisca quel dolore esistenziale, appellandosi alla voce interna e, talvolta allucinata, di un buon padre che possa rassicurare un figlio sperduto.

L’udito

Basta l’ascolto affinché una parola abbia potere e venga riconosciuta? Ci sono parole che ingombrano e parole che alleviano. Fa la differenza l’assunzione soggettiva che ciascuno fa della propria parola e della parola, affinché divenga la parola su cui costruire la propria verità. Una verità particolare, soggettiva che non condanni e non illuda, ma che apra alla ricerca di un sapere. Ci sono angosce antiche, transgenerazionali di cui non si ha parole per poterne parlare. Non detti, parole mozzate, eredità mancate, perdite… La parola trova ascolto laddove incontra il legame con l’Altro, un Altro con cui si è costruita una trama che ha legato, fatto legame. Ma c’è il rischio che il legame soffochi, tocchi i nervi se si rimani incollati all’altro, se non si riesce a prestare ascolto ad una parola Altra. Una parola che si scorge tra le righe e che può segnare una distanza. Se ci si incolla all’altro si tra-colla!!

Il gusto

Bisogna addolcire il rapporto con il seno per accettare di essere stati nutriti. Ma questa dolcezza è un inganno, come si direbbe a Bari “ngapp ngann” (soffoca in gola) e non ne favorisce la discesa. Un latte-cibo che fa paura perché ingozza e invade come una maledizione questi figli, ma anche i pensieri. Sarà troppo? Sarà poco? Intorno a questi interrogativi si perde il piacere di stare a tavola e si imbraccia un corpo a corpo per cui si è perso il gusto di un soffice pasto. Piuttosto si assume una postura più rigida, vegana. Trovare l’equilibrio tra il soffice e il rigido, il mieloso e l’aspro è l’impresa più complessa. Qualcosa va avanti e qualcosa arretra in questo percorso di separazione come quelle metastasi che danno tregua e consentono di riappropriarsi del gusto per la vita, di nuova linfa vitale. Ma il gusto è fatto anche di parole che si mescolano a vari nutrimenti …per cui la parola altra, straniera diviene una possibilità di alterare i sapori della propria storia per dare vita e aprirsi ad un gusto nuovo. O ancora recuperare il piacere e il gusto di una strimpellata di una nonna che la “butta in caciara”, un cacio che in fin dei conti è l’evoluzione del latte.

Il tatto

Contatto senza tatto o tatto senza contatto? Si cerca un contatto quando l’Altro ci nota ma annota una difficoltà, una fallibilità. Ma al di là delle richieste e dei bisogni, c’è una legge che non si può scordarsela dalla testa! C’è un limite. Quello stesso limite nominato con tatto da un padre che evita il contatto-contrasto fra sorelle, affinché non divampi in uno scontro. Questo femminile contaccioso necessita di essere bardato e bordato per far sì che la coppia fraterna-sorerna di fatto non si incolli allo specchio. Ma non si sono ancora fatti i conti delle questioni aperte, c’è ancora un resto. C’è qualcosa che sfugge dell’altro e di sé. L’altro ha qualcosa di agalmatico che io non ho: ma cosa ha più di me? Quell’energia di domandare del proprio desiderio… E allora come ciascuno è in contatto con il proprio desiderio? Lo tratta con tatto per non implicarsi? Senza troppe velleità, non si aspira alle ali per volare ma bastano i propri piedi per camminare. Camminare verso l’altro e anche oltre una madre amputabile ed imputabile di mancata affettività. Si rimane paralizzati di fronte a questa mancanza. Cosa resta allora di antico e primordiale contatto, ove si origina qualcosa del proprio desiderio?

Con tutti i sensi

Che aria tira? Aria di conclusione, aria di morte, rispetto alla quale si cerca di distanziarsi, di razionalizzare per ovviare a certi discorsi che potrebbero farci deragliare. Difficile calarsi nei panni di un ragazzo fuori luogo con tracce tossiche nella sua storia di origine. Ma lui è parte di ciascuno. E allora c’è bisogno di un’aria, di un respiro ampio che articoli e distenda la soglia fra ordine e caos, fra dolore e razionalità. È proprio difficile calarsi nel posto dell’altro. Può attivare molta angoscia mettersi a nudo, tirare fuori il proprio caos senza pelle. Ma io chi sono?  Quali sono i miei limiti? Ognuno va avanti come può, con i propri mezzi, oscillando fra ordine e caos. Pedalando ci si ritrova, si ritrova il senso…il proprio senso, ri-contattando quella che è stata ed è la propria “natura” originaria.

Dall’esperienza cognitiva all’esperienza percettiva con i sensi. 

Alla ricerca dei sensi perduti

È stato il percorso sensoriale sperimentato con Carolina de Sena Gibertoni, declinato in tre incontri, nei quali all’esperienza sensoriale con i cinque sensi, sperimentata singolarmente dai partecipanti, ha fatto seguito una espressione grafica di quanto vissuto accompagnata da pensieri, libere associazioni; e a seguire poi due sedute di psicodramma analitico.

Pensieri sparsi …

Servono ancora i corpi? Siamo un impasto incarnato… Il corpo non dimentica. Si chiudono gli occhi, mani incerte si infilano guardinghe in sacchetti chiusi alla vista, si affondano le mani  nell’archivio sensoriale della propria memoria… Chiodi, piume, sassolini leggeri, fili sparsi, bulloni, legumi, chicchi di riso…. Quali immagini compaiono?

Massaggio/messaggio/ tunnel, il ricordo di un giardino zen dell’infanzia…le viti: la bicicletta rossa dell’infanzia che mi aggiustava mio padre, i ciottoli del mare. I legumi…ero piccola e affondavo le mani nelle lenticchie, un massaggio, un brivido attraversava il corpo. I trucioli di legno… il ricordo della pianta a casa dei nonni, foglie gialle con puntini neri. “Lampa, lampa si chiove scampa”, dalla tua mano alla mia mano, il ricordo di un gioco con la tata. Toccare le pietre mi ha riportato alle mie origini. Ho sentito subito l’accoglienza delle pietre. La mia infanzia è stata pietrosa… Le piume leggere della gallina tenuta in braccio da mio nonno che mi diceva di stare attenta perché poteva pizzicarmi e anche le montagne che erano la nostra risorsa ma anche un pericolo perché potevano cadere. La polvere del grano e l’acqua abbondante del mio paese, fredda che scorre accanto a casa mia…

… Cautamente con tatto infilando le mani in un sacchetto si entra in contatto con parti antiche e sepolte. Sassolini affiorano al tatto e vengono lanciati nell’archivio della memoria. Ricordi archiviati e messi sotto chiave riappaiono. Si aprono libri e sfogliano pagine della propria vita. Sono tomi o trucioli di carta? Ci sono solo libri d’autore ma anche spazzatura…che possiamo buttar via per tornare all’acqua, la natura, il liquido amniotico. Acqua, acqua fresca, acqua di mare, acqua di fiume che rivitalizza. Il tatto mette a lavoro l’inconscio, si abbandona l’esigenza di capire e si dà finalmente spazio al sentire… ridare vita ai sensi, al senso alla vita.

E ancora… stoffe…morbide, ruvide, di seta, simil pelle che come pelle accarezzano le mani e riportano indietro ad altre mani ad altre sensazioni…

Morbido come la mano di mia madre…ruvido come il primo incontro con un uomo, lisce come le mani dell’uomo che amo…pelle malata, pelle ruvida come la pancia grinzosa di mia madre che amavo toccare…. Velluto… una foto di me bambina con il vestito di velluto… ero io, ma quel vestito, cambiando il verso, poteva diventare ruvido…la pelle di un neonato… di mio figlio. Ritornano le parole di mia madre “quando sei nata avevi una pelle rosea”. Il contatto con la stoffa mi riporta alla mia dermatite, pruriginosa, mi dava calore e colore. È da lì che ho cominciato a prendermi cura di me e poi dell’altro, con il mio mestiere. Materiali freddi… mi sono ritratta, non mi piacevano, non ci volevo avere niente a che fare, ricordi che non volevo ricordare… andiamo avanti.

In tutti i sensi con gusto…oltre la prigione dello sguardo, provando a risentire le sensazioni del corpo, assaggiando un cibo sconosciuto preparato da uno sconosciuto momenti e me menti complessi. Quanto mi posso fidare? Sapori e saperi del passato affiorano, uno strano nostrano straniero emerge. Trasformare il disgusto in gusto…il corpo non dimentica. Tornano le mani della madre…in che mani si nasce? Quanto ci si può fidare? Sono mani che accolgono? Che tengono o sono mani che lasciano andare…cadere? Partorire, partire, nata prematura o pre-matura una madre ad essere tale? Meglio un’incubatrice che tiene al caldo anche se artificiale, ma è anche un incubo. Ma anche un figlio può diventare un incubo. Merda! Madre di merda che mette le mani nella merda di un figlio! Annusare, cancellare dalle mani l’odore della cacca, tracce del corpo di un figlio, fiutato e rifiutato. Son mani che toccano e profumano la testa di una figlia per coprirne l’odore. È difficile fare i conti con l’impossibilità di una madre. Scorrono come in un film madri freddi e distanti, mani gelide, mani di madri che non accolgono. Ma è attraverso la narrazione di una figlia che arriva il tocco affettivo di una madre. È una voce, piccola e tremante che fa appello a una madre perché rinasca alla vita e restituisca a lei la vita. La voce si trasforma in canto. Lieve e sottile si apre una canzone, un fil di voce si innalza piano piano, il canto di una figlia si intreccia a quello di una madre, la voce si fa chiara.  È il tono leggero di una canzone che restituisce il tocco affettivo tra una madre e una figlia.

Il corpo non dimentica.

(1) Per un approfondimento sul tema rimando al mio libro Riprendendo il filo del rocchetto. Lo psicodramma analitico nella teoria e nella clinica contemporanea, Poiesis Editrice, Alberobello 2022, in particolare il capitolo 1 “Il s/oggetto oggi”.

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