FRANCESCO GABELLINI – Cosa c’entra l’aragosta?

Sul rapporto tra inconscio e scrittura ci sarebbe molto da dire e molto è già stato detto. Io posso qui solo accennare brevemente alla mia esperienza personale. Quando mi viene chiesto di parlare delle mie poesie o dei miei scritti in generale, mi trovo a volte in difficoltà, perché lo ritengo un atto di presunzione, come se io avessi scritto quei testi utilizzando appieno le mie sole facoltà intellettive e razionali, attraverso le quali ora, con gli stessi strumenti, posso raccontarvi di cosa si tratta. A volte può essere così, non sempre, soprattutto in poesia. Spesso invece l’idea iniziale di scrittura cambia durante la composizione del testo. La mano che impugna la penna inizia a guidare il dettato. In poesia questo avviene anche attraverso il suono delle parole e le affinità che le fanno incontrare e danno luogo a figure retoriche. Ma qui il campo della ragione deve lasciare spazio a qualcosa di altro. A me è capitato di scrivere versi che non riuscivo a spiegare a me stesso fino in fondo, razionalmente, ma sentivo che avevano un senso e una loro ragione di esistere: mi piacevano, erano belli per me, anche se non sapevo da dove venissero e non mi riconoscevo in essi fino in fondo. Durante un periodo in cui ho frequentato un medico psicoterapeuta e insieme abbiamo lavorato sui miei ricordi, sui miei sogni e sul mio inconscio, ho scoperto da dove venivano alcuni di questi versi che avevo scritto. Penso anche che l’utilizzo del dialetto per i miei testi vada in questa direzione, essendo lingua del ricordo, dell’infanzia e degli affetti, soprattutto materni.

Vorrei qui proporre un brano tratto da un testo teatrale che ho scritto recentemente e che si intitola L’Aragosta.

Si tratta di un soliloquio di una vecchia donna rimasta sola, che ancora parla con il marito che non c’è più. Questo brano in particolare mi è stato ispirato da una notizia che avevo letto tempo fa e che riguardava lo scrittore e drammaturgo di origini irlandesi Samuel Beckett, il quale aveva confidato in più di una occasione di avere memoria della sua vita prenatale, cioè di avere dei ricordi di quando era un feto e stava ancora nel ventre di sua madre. Questi ricordi lo portavano a desiderare di poter tornare a quel periodo e molti dei suoi più attenti osservatori, come il filosofo tedesco Theodor Adorno, hanno fatto notare come questo particolare abbia influenzato la sua produzione artistica. Questo racconto mi ha incuriosito e le mie ricerche in questa direzione sono proseguite, scoprendo altre testimonianze di persone che pensano di ricordare la loro vita prenatale. Naturalmente la ricerca, come spesso succede, può aprire molte finestre e anche in ambiti diversi, che non ritengo di poter approfondire in questa sede. Questa affermazione di Samuel Beckett, che, detto per inciso, è uno dei miei scrittori preferiti, mi aveva colpito molto, perché si trattava di una sensazione che avevo provato anch’io, specialmente in alcuni momenti in cui la realtà si fa troppo spigolosa e acuminata, e che ricorre spesso nelle mie poesie: un desiderio di poter tornare a quel senso di protezione, calore e silenzio del ventre materno e che io utilizzo facendo ricorso ad alcune metafore come la tana per un animale o tutte quelle situazioni in cui si raffronta l’esterno con l’interno, oppure ancora la propria camera da letto, nella quale si può dormire proprio tornando ad assumere quella posizione che il nostro corpo aveva prima di venire al mondo.

Il testo originale de L’Aragosta alterna brani in dialetto romagnolo ad altri in italiano. Qui ne viene presentato uno stralcio tradotto interamente in italiano, per facilitarne la lettura. Il testo è stato presentato in forma di lettura scenica e studio, a marzo 2023 presso il Teatro di Villa Torlonia, a San Mauro Pascoll, a cura del regista Davide Schinaia e nella interpretazione dell’’attrice Francesca Airaudo. Il testo è inedito.

L’Aragosta

Non ho più nessuno, non mi cerca più nessuno… sono sparita dalla circolazione.

Basta! Mi sono stancata! Sono stanca che non ne posso più!

Breve pausa. 

Bisognerebbe che mi facessi bionda!

Come quella volta… una volta sono stata bionda. Ahhh… quella volta! Quella volta… e quell’altra volta, e quell’altra volta ancora … quante volte! Per cosa? Per niente!

Che poi anche farsi bionda… per chi? Se non esco più. Non vedo più nessuno.  

E poi non posso neanche più dire che mi sono stancata. Di che cosa sono stanca? Una volta dicevo che mi ero stancata di lavorare. Adesso non lavoro più.

Attaccavo i tacchi. Da Polidori, alla fabbrica. D’inverno i tacchi ai sandali. In estate i tacchi agli stivali. Mi ero specializzata. Polidori diceva che non ce n’era un’altra come me per attaccare i tacchi. Le mie amiche mi prendevano in giro: “te che attacchi i tacchi, mi attaccheresti un tacco? Te che attacchi i tacchi, mi attaccheresti un tacco? … (lo ripete varie volte, canticchiando)” (Pausa).  Attaccavo quattrocento tacchi al giorno, in un mese ottomila tacchi, più o meno. In un anno sono quasi centomila tacchi. Ho lavorato da Polidori per quarantadue anni. Milioni di tacchi. Una montagna di tacchi. Hai mai visto il Monte Bianco? Tutto fatto con i miei tacchi! … Chissà che belle donne avranno messo quei sandali… Io non ne ho provato mai neppure un paio, non ero capace di camminare lassù per aria.

Non posso neanche dire che mi sono stancata di lavorare. Non lavoro più.

Non posso neanche dire che mi sono stancata di Settimio.  

Mi sono stancata con te Settimio! Non ce la faccio più! Adesso Settimio è morto.

(Urla) Settimiooo! Settimiooo! Portami il pettine che mi devo pettinare. Il pettine, quello di tartaruga. Il mio pettine, il mio povero pettine… chissà che fine avrà fatto?  Settimiooo! Non risponde. È morto. (Pausa) Non è una buona scusa.

Breve pausa.

Sono capaci tutti di morire… per non portarti il pettine.

Pausa. 

Mi sono stancata di fare da mangiare tutti i giorni. Tutti i giorni, tutti i giorni, due volte al giorno. Non si sa più cosa fare da mangiare, con questo mangiare! Che ci sia bisogno di mangiare tutti i giorni! … Adesso non faccio neanche più da mangiare. Per chi? Io non mangio più. Da una settimana non mangio più niente. Voglio vedere cosa succede se uno non mangia più.  

Breve pausa.

Non posso neanche più dire che mi sono stancata di fare da mangiare.

Pausa.

Si sono dimenticati tutti di me. Tutti. Non mi cerca più nessuno. Se nessuno ti cerca più… non è come non esserci? Non è come non esserci più? Ancora respiro… entra aria dentro di me, e poi esce fuori… più calda. Sono ancora calda, lentamente, ancora mi gira il sangue nelle vene. Capirai che a me poi, fa impressione il sangue. (Alza il braccio sinistro) I miei esercizi… sono molto semplici: verifico se il braccio sinistro risponde. Adesso il destro (abbassa il braccio sinistro e alza il destro). (Breve pausa). Nessuno mi cerca più. Tutti si sono dimenticati di me, eppure… se il mio cervello dà un comando… “alza il braccio sinistro!” (Alza il braccio corrispondente) Zac! Fatto!

Pausa.

(Respira più profondamente)

Entra l’aria… e poi esce fuori… più calda. 

Mi piacerebbe che la casa si riempisse d’acqua… di acqua calda e profumata, come un bagno, che diventasse una vasca, una piscina, e io… io che nuoto, io nuoto… no, no… non nuoto proprio, che non sono capace a nuotare… faccio delle capriole, dentro quest’acqua, che poi non è neanche acqua, è qualcosa di buono, è dolce, è una specie di latte, come un latte di cocco, ti fa bene anche alla pelle… mi abbandono qui… così…

Breve pausa.

Perché io mi ricordo. Io mi ricordo tutto. Una volta mi hanno detto, chi è che me l’aveva detto, già? Non mi ricordo. Mi ricordo tutto e questo non me lo ricordo. Comunque, qualcuno mi ha detto, una volta, che i bambini iniziano a ricordare da quando hanno tre anni. Io invece mi ricordo anche prima di nascere. Io mi ricordo quando ero nella pancia di mia mamma. La mia povera mamma, che mi voleva così bene! Dove sei adesso mamma? Rotoli anche tu da qualche parte? Io mi ricordo mamma, quand’ero nella tua pancia. Come si stava bene lì dentro! Ci penso sempre… sentire le voci della gente là fuori, le mani che accarezzano la pelle, sentirsi sicuri, protetti…. È stata l’età più bella, prima ancora di avere un’età. Perché mi hai fatto uscire fuori? Stavo così bene lì. Stavo così bene là dov’ero. Bisognerebbe chiederlo ai bambini se vogliono venire fuori. “Vuoi uscire? L’hai visto bene il mondo?” Che poi io… io, se non nascevo neanche, non se ne accorgeva nessuno… Settimio si trovava un’altra, anche meglio, magari bionda, Polidori ne trovava di donne per i suoi tacchi! Tutto qui. Non ho spostato niente.

Pausa.

Poter aspettare di nascere… per sempre… aspettare e basta. Perché la cosa più bella è aspettare. Prima di sposarsi… è bello… prima di iniziare un lavoro… di andare in un posto nuovo… e poi, ci vai, e dopo ritorni… e sei sempre te, anzi, un po’ più triste, con quella vena di malinconia, di nostalgia per quando aspettavi, e poi… tutto si è rivelato… tutto si è rivelato… non saprei.   

Pausa.

Che se uno si ricorda di prima, di prima di nascere, dopo sarà tutta una delusione. Che certe volte mi viene da pensare che quella era la vita, quella vera, e chissà se ce ne sarà un’altra, un’altra vasca di acqua dolce e profumata… quella sarebbe la vita di noi poveri disgraziati, che abbiamo conosciuto solo il lavoro e i sacrifici. E basta! Basta!

Breve pausa. 

Mi sono stancata! Ma veramente tanto!

Bisognerebbe farsi bionde, e andare! Fuori! Via! Ma, ormai… cosa vuoi…  

Francesco Gabellini

Poeta, drammaturgo

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