DANIELE POTO – Esercizi di memoria

 

Si potrebbe iniziare una riflessione sulla memoria grazie all’input della frase di uno storico, curatore di una visione non tradizionale del fascismo, Emilio Gentile: «Gli italiani sono facili all’entusiasmo, ma altrettanto facili all’oblio. Ci dimentichiamo facilmente del passato, liquidiamo rapidamente le emozioni positive e i buoni propositi».

La memoria rimanda alla storia ma la storia è veramente magistra vitae o ci dirige verso un adagio che è uno stratificato luogo comune, condito da un apparente fondo di verità? E qui c’è nientemeno che Karl Marx di mezzo: «La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa».

Nel pensiero si adombra un giudizio negativo sulla storia come portatrice di memoria. Se in effetti funzionasse questo meccanismo di identificazione collettivo sarebbe chiaramente evitato lo slittamento dalla tragedia alla farsa perché l’insegnamento metabolizzato eviterebbe il ripetersi di un errore. Invece gli allarmi e le perturbazioni sono all’ordine del giorno.

Facciamo un esempio spicciolo pensando al già citato fascismo.  I rigurgiti attuali di post-fascismo fanno sì che, nonostante la messa al bando dei partiti e delle teorie che riesumano Mussolini (e in Germania, ancora più severamente e duramente, Hitler), si alimentano partiti che strizzano l’occhio a quel periodo storico, finendo col credere a un assurdo concettuale. «Mussolini ha fatto cose buone». Frase, confutata e confutabile, storia ed eventi alla mano. Per non parlare del razzismo, evocato, negato, a volte vezzeggiato. Ma comunque una marea montante, immanente sempre pronto ad eruttare nella propria irrazionalità: tema tutt’altro che risolto.

Umberto Eco dunque aveva le sue buone ragioni per evocare e paventare una sorta di “fascismo eterno”, un’ideologia ondivaga dal possibile eterno ritorno, sottolineando la necessità di argini e di barriere concettuali per evitarne la ricomparsa.

Il richiamo alla memoria, per quanto successo nella seconda guerra mondiale, rimanda a orrori inevitabili che dovrebbero essere un forte monito per il futuro. L’Olocausto degli ebrei, la morte di 25 milioni di russi, la bomba atomica (a guerra ormai vinta dagli americani) su Hiroshima e Nagasaki sono citazioni di un inferno bellico senza precedenti oltre che tragedie che proiettano un’ombra sinistra sulla storia. Il recente film su Oppenheimer di Christopher Nolan ci mette in osservazione della conclusione sbagliata del curatore del progetto di Los Alamos. «La bomba atomica sarà la prima e ultima della storia, convincerà tutti della sua pericolosità». In realtà la storia ha scritto il contrario. Il mondo è pieno di armamenti, di testate nucleari, di sordi a volte inesplicitati borborigmi bellici.

Continuità di pace o continuità di guerra considerando, oltre all’Ucraina, attualmente oltre cento focolai di belligeranza registrati nel mondo?

Viviamo in un mondo che non può fare a meno, ritualmente, di una guerra?

Quando Papa Francesco, pacifista per definizione, cultore dell’ipotesi di un richiamo al tavolo della trattativa per tutti i conflitti globali del mondo, parla di “una guerra mondiale a pezzetti”, descrive con realismo quanto sta succedendo nell’orbe terracqueo. Con un essere umano, una politica tutta, Incosciente delle conseguenze oltre che della guerra di un cambiamento climatico che, in progressione geometrica, smonta i ghiacciai e fa apparire le nostre esistenze sempre più precarie e deperibili, affidate al filo sottile dell’aumento della temperatura.

Unica consolazione che quando l’essere umano sparirà, la terra, nonostante tutto, continuerà a vivere.

E non è forse un rimando alla memoria l’evocazione delle caratteristiche peculiari e antropologiche degli italiani quando intoniamo il refrain: “Italiani, un popolo di santi, poeti e navigatori”, coniato probabilmente all’altezza del Rinascimento ed ora foriero di possibili ironici traviamenti tipo “Italiani, un popolo di mandolinisti, mangiatori di spaghetti e mafiosi…”?

In definitiva la memoria è lo specchio a volte riflesso, a volte deformato, della storia perché storia e memoria vivono un rapporto non facile, non trasparente e spesso ambiguo, di difficile classificazione, di problematica dialettica, di conflittuale coesistenza.

L’Italia di oggi, spesso connotata dall’etichetta mainstream (che sembra, a tratti, spazzare via tutto e tutti) sembra completamente mondata da un’influenza intellettuale che invece aveva permeato buona parte del nucleo centrale del suo ‘900. Quando il maestro indiscusso di filosofia e morale era Benedetto Croce.

Nella sua lezione la storia era insieme svolgimento di idee e deposito di memoria, virtuale carta d’identità degli individui ma anche delle generazioni e delle nazioni. Una sintesi ampia e ambiziosa che tutto sembrava collegare. Ineluttabilità dunque del ruolo centrale della storia, scorciatoia indispensabile ed esclusiva per l’apprendimento. Senza rinunciare a recuperare l’unità dello spirito. Storia e spirito uniti in un empito morale/etico/politico che, come si poteva immaginare, era un contraltare al vitalismo del fascismo. Era quello il passaggio inevitabile per collegare il bisogno di felicità individuale con il bene collettivo: dall’individuo alla nazione. Un messaggio dimenticato che, quasi per citare, involontariamente, la parola che stiamo studiando, sembra ormai appartenere alla memorialistica.

 

Indro Montanelli, autore di una sorta di lunga perlustrazione sul carattere degli italiani nelle sue Storie, scritte in tandem con Roberto Gervaso, opinava, scettico: «L’italiano non impara mai nulla dalla storia anche perché non la conosce», facendo riferimento al deficit cognitivo di un popolo che non ha  mai fatto rivoluzioni, che vive una storia unitaria da appena un secolo e mezzo e affronta il drammatico boomerang dell’analfabetismo di ritorno, considerando che la televisione ha smesso di esercitare dagli anni ’80 in avanti una funzione di pungolo e di avanzamento educativo.

La Rai, livellata in basso dalla concorrenza commerciale con il mondo di Mediaset, ha smesso da tempo di essere l’enciclopedia parlante e in progress del maestro Manzi e di “Non è mai troppo tardi”.

E la mania dei quiz consegna la fotografia di concorrenti a digiuno di storia perché privi di una memoria di lungo corso, incapaci di rispondere ai quesiti più semplici che fanno apparire come iperurani e improbabili quelli contenuti e sparsi nella storia di un “Lascia o raddoppia”. Sarà pure stato nozionismo ma era un nozionismo dotto e illuminato, uno stimolo a progredire, ad approfondire la materia trattata.

Milan Kundera ebbe occasione di scrivere: «Esiste un legame stretto tra lentezza   e memoria, tra velocità e oblio…il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio». Ecco un’indicazione per il futuro, per tutto letteraria ma forse anche empirica.

Recuperare la lentezza come chiave di accesso per il completo recupero dell’anima oltre che della memoria.

 

Lo studio delle possibilità recettive della memoria ha comunque sempre interessato (e appassionato) i pensatori del passato, dato che il tema è stato avvertito sin dai primordi dell’umanità e su quello si è ragionato appena la parola scritta ha avuto il sopravvento sulla riflessione orale. Non era forse avvertito del tema Lucrezio quando nel De Rerum Natura annotava: «Né mai le cose nuove fioriscono se prima distruggendo le vecchie non le aiuta la morte»? E alcuni secoli dopo Giambattista Vico ne La Scienza nuova: «Natura di cose altro non è che nascimento di esser in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascono le cose»?

Il riferimento è alla continua evoluzione, preludio alla famosa teoria dell’eterno ritorno. Infatti i processi, anche mentali, dell’uomo preludono a un continuo avvitamento su percezioni collaudate. Il ricordo, la memoria anche attraverso la consacrata immagine delle amate madeleinettes ritorneranno come leit motiv dell’opera proustiana Alla Ricerca del Tempo perduto. E lo scrittore francese in particolare nel Du cotè de chez Swann ci lascerà questa potente immagine: «Il ricordo di una certa immagine non è se non il rimpianto di un certo minuto; e le case, le strade, i viali, sono fuggitivi; ahimè, come gli anni».

Il lato buonista del rapporto tra memoria e storia indulge alla ricerca e alla cattura di una sorta di memoria condivisa, un sentiero di rara e difficile praticabilità. Come, a esempio, ricavare una memoria condivisa, dall’esperienza, a cui già ci siamo riferiti, della seconda guerra mondiale. Il rapporto, la meditazione e la riflessione sui campi di concentramento si scontra politicamente, su diverso versante, con il riferimento alle foibe.

Il pregiudizio iniziale, l’ideologia politica, travia un ragionamento sereno e obiettivo.

Alla fine ciascuno si costruisce la memoria preferita in base a un pre-ragionamento a monte che preclude la discussione. Giudizio secco, auto-referenziale non dialettico, inevitabilmente chiuso. I partigiani e i Repubblichini di Salò, ancorché uniti da un’identica nazionalità, scorrono su due corsie parallele ma inconciliabili e l’unico antidoto che può redimere il pensiero pregiudiziale è l’esercizio di un revisionismo relativista in grado di attenuare la rigidità delle rispettive affermazioni. Stragi e ingiustizie furono commesse da una parte e dall’altra anche se la storia deve essere in grado di valutare convenientemente il diverso peso specifico delle responsabilità in quella che fu un’autentica guerra civile. Ci sono pensieri pregiudiziali che sembrano appartenere al terreno incolto dove pascolano zombi. Per ogni argomento una risposta predeterminata, quasi a impulso comandato random, senza la minima ombra di ragionamento e di riflessione.

 

Ma la memoria resta un argine fondamentale su cui costruire l’identità di un popolo. Lo sport può venirci in aiuto con la sua risorsa bibliografica specifica.

I tifosi del calcio hanno un capitale di memoria di rara autorevolezza. Possono recitare a memoria la formazione titolare della squadra del cuore di trent’anni prima, soprattutto se in quella stagione il team ha conquistato lo scudetto. Un fissativo formidabile che ribadisce che c’è memoria soprattutto se c’è passione, un radicato interesse.

Intendiamoci, la memoria non è sempre costruttiva. C’è una tendenza all’oblio che viene favorita dal carattere fazioso e di parte nell’atteggiamento del tifoso. Quanto è impressa nella memoria collettiva dei tifosi se non addirittura degli ultrà, la portata di uno scandalo come Calciopoli, in grado di azzerare poteri forti e dirigisti del calcio italiano, palesemente orientati a condizionare i risultati delle partite? E quanti tifosi sarebbero disposti a dimenticare le infrazioni al codice penale del proprio presidente se questo dirigente alla fine è in grado di regalargli con i propri investimenti lo scudetto?

Potremo citare l’esempio di Cragnotti per la Lazio, l’ascesa e la caduta di Tanzi nel Parma. Dopo gli scudetti sono venuti i fallimenti e le loro squadre si sono risollevate solo pagando un tributo pesante in termini di prestigio e di rispettabilità etica.

C’è una memoria di lungo periodo e una memoria disertrice e opportunista. Ci sono infatti tifosi del Milan che hanno rimosso per anni dal proprio immaginario che il presidente della propria squadra del cuore fosse proprio Berlusconi, appartenendo ad altra ideologia politica. Tifosi del Milan, nonostante tutto.

Più c’è passione nello sport più facile che si attivi un processo di rimozione, come quello digitale che Google attiva quando un utente, sorretto da una forte motivazione e da adeguate complessità, chiede di rimuovere link inerenti alla propria persona che tendono a metterlo in cattiva luce. La rispettabilità in questo mondo è tutta data da un apparire che ha la chiara prevalenza sull’essere. E dunque, con l’autorizzazione di una legislazione digitale, un pezzo di memoria personale può essere cancellato.

E sempre rimanendo nel mondo del calcio basti ricordare che, mentre si evoca con una certa commozione il successo azzurro nei mondiali di calcio del 1982 (sorretto da un’aura molto più forte e significativa rispetto al successo del 2006), illustrando come eponimo eroe il bomber di quella spedizione, cioè Paolo Rossi, sono pochissimi gli spiriti critici che menzionano il suo salvifico recupero dopo una squalifica pluriennale per l’ennesimo scandalo del calcio-scommesse.

La vittoria nel mondiale occulta e monda il peccato. Inconsciamente l’eroe non può avere macchie e viene giudicata felice e fortunata l’amnistia che lo riabilitò. A maggiore ragione oggi che l’eroe ci ha lasciato, accrescendo il proprio mito. Così Chinaglia nella Lazio, deus ex machina dello scudetto da giocatore, presidente da dimenticare, alla fine latitante negli Stati Uniti per un intrico complicato, il tentativo di scalata della società in combutta con la camorra. Quando gli si celebrano i funerali questa seconda parte della storia, meno edificante, è nascosta, occultata.

La memoria può essere nello sport (e non solo) un formidabile mezzo di riabilitazione di una verità negata perché obnubilata da un decorso processuale ondivago, magari scaturito attraverso tre alterni gradi di giudizio discordanti. L’opinione pubblica ha il sentore di una realtà diversa tattile, intuitiva e spesso alternativa a quella ufficiale.

Nel 1987 durante i mondiali di atletica in corso a Roma una macchinazione istituzionale operata dai vertici della Federazione Italiana di atletica leggera truccò il salto di Giovanni Evangelisti attraverso una precisa strategia dei giudici. Così un modesto 7.88 venne trasformato in un 8.38 da medaglia di bronzo nella gara vinta dal formidabile Carl Lewis.

L’ispirazione veniva dall’alto, dal defunto presidente Primo Nebiolo e passava per la segreteria, il settore tecnico, fino ai misuratori. Un inganno palese, marchiano e proditorio, teso a negare la verità sportiva della gara. Fu faticosissima la ricostruzione dell’architettura dell’inganno ma il processo sportivo alla fine colpì i rami più bassi e solo una vaga responsabilità oggettiva raggiunse con tempi molto differiti i reali ideatori della truffa.

Dal punto di vista sportivo il reato era gravissimo ma i mandanti si riciclarono con altri incarichi, mai toccati da testimonianza dirette. Un vero affronto allo sport, al fair play e alle sue regole. Ma per la memoria di una ristretta cerchia di addetti ai lavori (non necessariamente giornalisti, più facilmente semplici appassionati) quel vulnus rimane scolpito a imperitura memoria e in un certo senso la sua scoperta è servita a emendare l’atletica dal ripetere cadute del genere. Naturalmente il mondo dello sport vive di regole a parte.

Giustizia sportiva e giustizia ordinaria non collimano per tempi e risultati. E la memoria non può rintracciare colpe mai provate come l’emersione di casi di doping anche se gli albi d’oro, segnatamente nell’atletica, sono pieni di primati palesemente ottenuto con l’uso massiccio di anabolizzanti. La gran parte di questi firmati da atleti dell’est, in particolare della Repubblica Democratica Tedesca (DDR). Record formidabili che dopo quaranta anni resistono bellamente, come il 47”60 di Marita Koch nei 400 femminili, a suo tempo valida prestazione anche per il settore maschile.

Un sentore di incredulità allora si affaccia alla memoria perché quel primato non potrà mai essere battuto con mezzi leciti. Né d’altra (e questa è la contraddizione) può essere cancellato.

La memoria in questo caso è un ineffabile stabilizzatore ed evidenziatore di una verità innegabile. Era pure una memoria residuale quella di Pier Paolo Pasolini quando affermava: “Io so ma non ho le prove e neanche gli indizi”. Era una sorte di sublimazione intellettuale quella che gli permetteva di presupporre, di uscire allo scoperto con un’affermazione a prova di querela. L’affermazione ha avuto una lunga sequela di successivi profeti più o meno inascoltati, ma mai altrettanto autorevoli.

 

Un altro settore di rara opinabilità è la politica anche perché le piattaforme dei partiti più che ideologiche sono orientate verso un facile marketing delle suggestioni più in voga. E dunque le promesse sono orientate alla conquista del consenso più che all’effettiva operabilità dei programmi, una volta ottenuta la maggioranza in una coalizione di governo.

Se c’è memoria di popolo la politica dovrebbe esserne il garante. Ma nell’era del populismo e del sovranismo (fateci caso, negli slogan elettorali il sovranismo e il populismo sono sempre quelli dell’ideologia degli altri!) la più smemorata è proprio lei, la politica.

Per comodità, per bisogno, per inevitabile deriva.

Ormai appare chiara la distinzione tra politicante e statista. Il primo vive una vita precaria, affidata spesso a un limite di mandato, al vellicare il proprio collegio elettorale, ad attivare il voto di scambio secondo una pratica tutta italiana; il secondo (pura utopia!) dovrebbe coltivare una visione ampia orientata al futuro. Diretta verso prospettive di lungo periodo, post-generazionali. Come la realizzazione della Tav o il capolinea del motore termico delle automobili, questioni sulle quali non si può programmare stante la contestazione, l’inconciliabilità tra opposte visioni, l’eterno italianissimo discutere prima e rimandare poi.

Così le scadenze prefissate del 2035 sono contemporaneamente lontane per dato oggettivo ma vicinissime per date soggettivo perché si può star certi che anche sotto botta non ci sarà nessuna certezza, se non quella legata a obblighi continentali. Ma su un piano più ampio questo eterno tentennamento non è poi quello dell’intera politica internazionale riguardo all’improcrastinabile problema del cambiamento climatico? E stiamo parlando della sopravvivenza dell’umanità, dunque di un massimo sistema.

Interrogando cento italiani sull’individuazione di uno statista degno di tal nome nella storia della Repubblica, sarebbe difficile intercettare una risposta esauriente e articolata. Chi si ricorda più di De Gasperi o, in un contesto più europeo, di Adenauer? Segno di come la politica abbia abbandonato il centro della scena e sia ridotta a un ramo periferico della nostra esistenza. Di come poco ormai possa cambiare il nostro destino in un bagno di inevitabile scetticismo oltre che di ormai atavico pessimismo.

La rimozione di quanto promesso nei programmi elettorali è un disvalore acquisito. Di ogni partito o fazione si potrebbe agire per sottrazione partendo dalle piattaforme elettorali per valutarne le effettive realizzazioni.

Berlusconi non aveva forse promesso un milione di posti di lavoro e l’acquisizione di internet e della conoscenza dell’inglese per la grande maggioranza degli italiani?

Chi ha tenuto conto di queste sue promesse non mantenute al momento di votare?

E il Movimento Cinque Stelle non aveva promosso fiere campagne contro la Tap, chiedendo la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica Mattarella salvo fare precipitose marcia indietro? Dovremo ricordarci di questo quando giudichiamo la politica e cerchiamo di fare un confronto nel merito tra le sue posizioni e quelle della società cosiddetta civile.

La memoria così emerge come un richiamo all’autocoscienza, alla valutazione del passato per una migliore individuazione del futuro ovviamente considerando il presente come il momento fissativo per eccellenza dell’esperienza. Una memoria dunque che s’insedia fortemente nell’hic et nunc dell’individuo per fargli assumere le più ottimali determinazioni. In questo processo auto-valutativo e germinativo va da sé che la semplificazione è bandita.

La realtà è fatta di sistemi complessi che richiedono analisi complesse. Le scorciatoie sono facili e suggestive ma disfunzionali anche se una politica fatta di slogan nell’immediato può avere successo. A lungo andare il risultato di queste improvvisazioni elettoralistiche porta alla costante disaffezione del cittadino/elettore. I dati di risposta alle urne per le elezioni amministrative sono desolanti. E anche l’utilizzo dei referendum sembra uno strumento democratico bisognoso di profonde revisioni.

La diserzione dalle urne sembra la risposta inevitabile a un male profondo che si annida nella società e che ha conseguenze sociologiche inevitabili. Con l’isolamento dell’individuo, il suo rinchiudersi, anche tramite il sistema dei social, in una sorta di recinto auto-referenziale dove conta la soddisfazione di bisogni primari e una sorta di auto-assoluzione estetica.

Se dovessimo individuare un sostantivo che riassume questo andamento degli anni ’20 del XXI secolo della società italiana sceglieremo il termine “non partecipazione”. L’italiano nella metafora della dipendenza dallo smartphone, è assente o distratto, superficiale. Il richiamo alla memoria sembra un wishful thinking patetico. Ovviamente un’inversione di tendenza è auspicabile ma su quali elementi e sostegni potrebbe far leva?

L’impulso e il richiamo alla necessità della memoria sicuramente viene da una necessità intellettuale ma non è dagli intellettuali che può arrivare la spinta per un recupero sociale di questa importante riscoperta.

Il potere comunque, meno che mai, ha interesse a farlo.

 

Lo sottolinea lo scrittore Javier Cercas: «Qualsiasi potere, democratico o non democratico, sa che per controllare il presente e il futuro bisogna prima controllare il passato. Il potere autoritario vuole imporre una sua visione del passato. Perché sa che il passato non è morto ed è invece una dimensione del presente senza la quale il presente è mutilato. Per questo scrittori, giornalisti e cittadini hanno l’obbligo di impedire la manipolazione del passato. Come di impedire la manipolazione del linguaggio: chi controlla il linguaggio controlla la realtà. In questa guerra attuale tutto ciò si vede inequivocabilmente: in Putin c’è la volontà di imporre una visione nella quale l’Ucraina non debba più esistere come nazione. Questa lotta è la nostra lotta contro la manipolazione. Evidentemente è più facile farlo in una democrazia che in un’autocrazia. Ed è la dimostrazione che il passato non è ancora passato: è sempre qui».

Nello specifico non è un caso che Putin si rifaccia alla nostalgia di un passato che non esiste più. La suggestione zarista e il rimpianto per quell’Urss che non c’è più, sbriciolata da una crisi auto-indotta fino allo sbriciolamento di un grande impero.  Il ricorso alla memoria per usi nazionalistici è pratica ricorrente nella storia e recuperare una corretta visione del passato non è compito facile, spesso impresa stoica anche per gli stessi libri di testo dei licei, velocemente soggetti all’obsolescenza nella loro pretesa di una classicità indiscutibile e quasi scolpita nella storia.

L’interpretazione di una realtà mutevole, che tenga anche conto di quanto la storia disossi nelle sue esplorazioni ex post, abbisogna di una duttilità agile di pensiero, scevra da compromessi.  Nel caso specifico di Putin non si può negare che il suo richiamo alla storia e alla memoria affondi le radici in una sorta di voglia di riscatto rispetto a un supposto complesso d’inferiorità rispetto all’Occidente. La risposta frustrata si traduce in armi con l’ampio consenso della popolazione. Una sorta di revanscismo della memoria.

Come scrive Barbero l’autocrate si richiama “alla memoria collettiva del popolo” e, in particolare alle minoranze del Donbass riscuotendo consenso con slogan semplici (qualcuno potrebbe suggerire semplicistici) come la denazificazione ucraina. Sull’altro fronte anche gli Stati Uniti si richiamano a una memoria collettiva e all’immagine riflessa della nazione imponendo la visione dei presunti liberatori del mondo, pronti a agire fuori dai confini nazionali, in Iran, come in Afghanistan, come in Siria per imporre un certo quando discusso e discutibile concetto di democrazia.

 

Così si può interpretare la memoria come un bene seminale da coltivare, un esercizio didattico di applicazione tenendo presente, se possibile le basi della neurologia. Difatti il nostro cervello è fortunatamente un recettore sensibile ma anche un magnifico selezionatore di ricordi.

Gli anziani hanno ricordi nitidi di episodi flash della propria infanzia ma tendono più facilmente a scartare più fugaci e meno profonde situazioni recenti. Questa selezione, che si può definire naturale, è in fondo la nostra fortuna perché ci impedisce di capitolare di fronte a un cumulo di situazioni avverse. Una censura automatica selettiva sempre in corso d’opera è una macchina poderosa che accumula nozioni e insegnamenti e, contemporaneamente, dimentica e obnubila. Si può pensare a tal riguardo quanto sia importante la tradizione orale non scritta come recupero popolare di memoria.

La canzone popolare conta su strofe e pentagrammi raccontati a voci, testimone di passaggio delle generazioni con grande specificità regionale. Basti esaminare la trasformazione di valore che ha assunto con il passare dei decenni una canzone come Bella ciao per arguire che ogni generazione dal dopoguerra in poi le ha conferito colorazioni e toni diversi con una storiografia che insinua il dubbio che fosse all’inizio un autentico canto resistenziale.

Un passaparola etnico che è fatto di una costruzione articoli di miti, di leggende, di pettegolezzi stratificati che fanno il melting pot della cultura non tradizionale, su base popolare. I cantastorie hanno sempre avuto la funzione di contrabbandieri di cultura e di messaggi popolari. Almeno prima che la parola “popolare” acquisisse un significativo negativo nella versione “populismo” se non addirittura “nazional popolare”, espressione certo non stigmatizzata da Antonio Gramsci.

Se pensiamo a Franco Trincale e a Giovanna Marini dobbiamo anche ricordarci che hanno saputo contaminare la cultura “alta”.  Ma, senza pregiudizi schematici, riflette lo spirito del suo tempo anche una canzone come “Giovinezza” che ci tramanda l’ingenua speranza di costruire un impianto coloniale, spingendo l’Italia nel novero delle grandi potenze mondiali. Questa costruzione allude a una memoria più intima e personale, che pure si va perdendo.

Quanti ricordi, che pozzo di tradizione potrebbero riesumare i nostri nonni, più genericamente gli anziani, rispolverando una cultura che si va progressivamente perdendo, omologamente alla sparizione di quei presidi di un modo alternativo di vita che sono i piccoli comuni.  Avamposti di una diversità da cui, un poco alla volta, spariscono uffici postali, negozi di alimentari, edicole, bar dello sport, pompe di benzina, fino all’estinzione completa della popolazione. Rinnegando una tradizione che è tutta italiana, culla dei piccoli centri.

Per uscire dal piccolo e parlare di medio ricordiamo che nessuna nazione europea ha circa 100 città da 100.000 abitanti come l’Italia. Chi difende queste prerogative, questa tradizione, a parte su un piano cultural didattico l’antropologia e la storia delle tradizioni popolari con antesignani come De Martino, Carpitella, Lomax?

Oggi la cultura digitale volge con difficoltà al recupero di questo portato. Il mondo cartaceo si trasferisce al digitale e non è un passaggio né facile né indolore. La società italiana non è propriamente matura e burocraticamente adatta a una veloce transizione. Abbiamo sotto gli occhi quello che succede in clima di elezioni o di referendum. Presidenti e segretari di seggio firmano cataste di documenti che vengono trasportati a Roma in luoghi logisticamente idonei (nella capitale la nuova Fiera). Quintali di schede e di verbali che di digitale nell’anno 2022 non hanno proprio nulla. E lo stesso trend nel catasto urbano o nei Palazzi di Giustizia, tanto che può bastare un piccolo incendio colposo per far sparire anni di udienze o di condoni, pezzi di storia.

Occorrerebbe un metaforico back up istituzionale per tramandare ai posteri le varie transizioni tecnologiche del’ultimo secolo. Conquiste che ci sembrano da sempre a disposizione come i computer e gli smartphone hanno invece un cammino breve se misurati con i passi lunghi della storia. Un’escalation esponenziale che facciamo fatica a metabolizzare e a gestire e questo si riflette anche nell’uso distorto che fanno di questa potenziale ricchezza gli adolescenti

La società civile si preoccupa della memoria ed è lodevole l’iniziativa ormai pluriennale della raccolta Diaristica di Pieve Santo Stefano, iniziativa nata per impulso di Saverio Tutino. Si tratta di un gigantesco archivio polifunzionale dove la forma del diario si sviluppa in quantità e qualità attraverso la catalogazione e raccolta di centinaia di memorie scritte. È in fondo un’abitudine molto italiana quella di esprimersi tramite il diario, un vezzo invalso sin da scuola, sia pure con accentuazioni private/intimistiche.

Ricordate lo storico Diario Vitt?

L’archivio costituisce una maxi-fotografia dell’Italia del Novecento, uno spettro diacronico che restituisce umori e passioni del Paese e contribuisce a definire un’antropologia che da sotterranea diventa emersa. Il carattere degli italiani, quello che Leopardi vedeva come tragicamente incompiuto, balena con un taglio inconfondibile e va a collocarsi, latu sensu, accanto ai documenti ufficiali catastali e burocratici di quell’Archivio storico detenuto un po’ da tutti i Comuni italiani.

La Diaristica è un fiume vasto che raccoglie anche testimonianze di italiani poco alfabetizzati che si esprimono in una lingua rozza ma altamente espressiva per significare le proprie difficoltà esistenziali. E certi documenti nella loro purezza gemmativa conservano un enorme valore di testimonianza se non proprio di esempio di fulgida letteratura, restituendoci pienamente lo spirito del tempo con particolare predilezione per uno spaccato dell’Italia dell’emigrazione verso più ospitali terre.

Da questo filone è scaturito a esempio un gioiello come Terra Matta di Vincenzo Rabito, pubblicato ultimamente dalle prestigiose edizioni Einaudi. Sono le memorie di un contadino semianalfabeta di Chiaromonte Gufi (Ragusa) che a un certo punto ha sentito il bisogno insopprimibile di raccontare la tormentata storia della propria vita alla maniera dei cantastorie o dei troubadour medievali. Era una scrittura spezzata, piena di errori ma tremendamente genuina che doveva servire solo come racconto di famiglia, da tramandare per alberi genealogici. Invece i discendenti l’hanno valorizzata, alfabetizzata, privandola in parte di quella rozzezza catartica iniziale. Ed ora il libro ha meritato una sua sala speciale al Piccolo Museo del Diario di Pieve Santo Stefano. E ne è stato tratto anche un film mentre il libro ha venduto più di quarantamila copie. Exploit della memoria plebea.

L’attualissima cancel culture è una sorta di revisionismo della memoria e di curiosa riattualizzazione della storia. Un processo contorto nel voler rileggere la storia di ieri con gli occhi di oggi. Così Cristoforo Colombo finisce con l’essere un feroce schiavista e la sua statua non merita altra sorte che quella di essere rovesciata e distrutta. Il movimento ha fortissime origini americane perché è insito nel continente più giovane una spinta puritana che si pone pochi problemi metodologici.

È un’ideologia superficiale e inquietante che vorrebbe riscrivere anche i parametri della lettura secondo un indirizzo gender dove non esistono più indicazioni di sesso. Il prefisso finale schwa ovvierebbe alla bisogna. Naturalmente la storia è più complessa e in questo calderone denigratorio e distruttivo alla fine cascano un po’ tutti. Sul versante americano persino Jefferson, Lincoln e, per salvaguardare l’integrità, perlomeno nominale, dei nativi d’America, persino i nomi e le denominazioni delle squadre di football americano. Non è un caso che questa forte opzione rivendicativa si sia sviluppata ai tempi del Black Lives Matter e del Mee Too. Spinte centrifughe di una società con forti contraddizioni, contrassegnata dalla povertà e dalla spiccata tendenza a risolvere sbrigativamente le questioni con le armi, dentro e fuori il Paese.

In occidente e anche in Italia la spinta è più tenue ma ha toccato chi prima di essere stato comunista si è professato fascista, il razzismo di Montanelli e persino, lateralmente, senza eccessivo impeto, persino un padre della patria come Giuseppe Garibaldi. È evidente che il giochino è scoperto. Valutare con le lenti del politicamente corretto se tutti i personaggi di spicco hanno agito dentro i contorni dello schema collaudato. Un giochino e non la storia. E con questo gioco al massacro pochi in realtà si salverebbero. La cancel culture è un modo distorto e strumentale di utilizzare la storia con una diversione della memoria. Con risultati che a volte ammiccano al grottesco, frutto di un puritanesimo di chiaro stampo americano.

Un intellettuale può forse fermarsi a discutere sulla legittimità del viso annerito della soprano Anna Netrebko nel corso dell’Aida rappresentata all’Arena di Verona? Il risultato è stato che la sua collega statunitense Angel Blue ha rifiutato di prestare la propria opera nella quasi contigua Traviata per boicottare l’uso del black face in qualsiasi circostanza artistica o meno. Anche il presidente del Canada Trudeau jr per un episodio del genere è incorso in una sorta di drammatizzato stigma.

In realtà il black face era una pratica discriminatoria nel pieno della società razzista americana, un corso storico tramontato all’altezza della seconda guerra mondiale quando conveniva che gli afro americani si sentissero realmente parte delle nazione per andare a combattere (e morire anche) senza remore in quel continente sconosciuto che era l’Europa.  Ma una messinscena teatrale che pretenda di essere realistica non a niente a che vedere evidentemente con questa pratica svilente perché tende all’immedesimazione e alla verosimiglianza. Né si possono imputare a Verdi colpe pregresse per le sue ambientazioni esotiche.

Lo storico e il memorialista fanno un altro lavoro rispetto a questo deformato revisionismo. E Marc Bloch ce lo insegna con la densità delle sue ricerche. Basate su un profondo senso empirico, accoppiato a una rara sensibilità. Diventa importante nella sua visione, a mo’ di esempio, capire le ragioni perché un certo tipo di marmellata in una certa regione della Francia, si sia imposta perentoriamente nel XX secolo. Minuzie a cui i suoi colleghi non si sarebbero accostati neanche se sollecitati da un mandato accademico. Minimalismo storico che dal particolare risale ambiziosamente all’universale.

Si vorrebbe cancellare anche la memoria di una lingua e di un percorso filologico. Dove parole latine vengono confuse con gli inglesismi. Ricordarsi che media e nike (parola greca) provengono da un alveo classico e non dal nuovo linguaggio giornalistico/informatico.

Linguisti come Luca Serianni, recentemente scomparso, hanno difeso senza pregiudizi questa tradizione e questo valore, pur rimanendo aperti alle innovazioni, riconoscendo che in qualche caso il ricorso a parole straniere o a nuove adozioni fonetiche è inevitabile.  Se si usa il termine omofobia è ovviamente chiaro che quella parola non è sostituibile con altro termine, né italiano né inglese. Ma in questo senso i vocabolari italiani, anche quelli scolastici, sembrano aperti al nuovo. Dove l’argine deve essere determinato è incontestabile a nostro avviso è sulla schwa. Per ragioni di merito ed estetica. Il viraggio in un gender indeterminato è un grande insulto alla lingua, in questo caso italiana. E non c’è alcuna fobia di mezzo ma solo il senso comune, la ragione. Non deve essere considerato trasgressione invece la traslazione dal maschile al femminile: la ministra invece che il ministro, la direttora invece che il direttore. Ma se una donna è presidente di un consiglio di amministrazione e vuole continuare a essere chiamato presidente e non presidenta (bisogno riconoscerlo, questa seconda versione è acusticamente fastidiosa) bisognerà pur concederle questa possibilità.

La difesa della lingua in senso non tradizionale e nostalgico ma puramente ortodosso ha una forte connessione con la cultura italiana. Perché i filologi nostrani sono anche latinisti, e, come già sottolineato, le origini della nostra lingua vengono da quella inevitabile deriva con ampi riflessi nella lingua parlata e scritta, vedi la diffusione di proverbi e adagi entrati nella pratica comune dei soggetti alfabetizzati.

La citazione del latino ci riporta alla valorizzazione dell’importanza dei classici ai fini della memoria. Era un altro pallino non casuale di Umberto Eco.  La specificità letteraria di autori che pure parlavano una lingua diversa dalla nostra, spiccatamente meno moderna, fatta di coordinate e subordinate, aggregate in forma diversa, costituisce un esercizio non pedissequo di memoria. Se cambiano i gusti si riconosce all’artista, al di là di convenzioni mutate, un valore universale che mai verrà meno.

A questo riguardo è insieme buffo ma estremamente significativo pensare che in questo momento nel mondo uno scrittore come Dostoevsky ha probabilmente più lettori di quanti ne abbia avuti in vita nel suo momento del suo massimo fulgore. Grazie a quanto esemplificato da Walter Benjamin («L’opera d’arte del momento della sua riproducibilità tecnica», una sorta di globalizzazione della cultura ante litteram). E più lettori di quanti possa averne al momento uno qualunque degli ultimi vincitori del Premio Nobel della letteratura dell’ultimo decennio. Una restituzione di credito che, grazie a una memoria tramandata, al peso della critica, al fascino spesso ottocentesco della letteratura, attua una sorta di riconversione di valori carismatici, di credito e di appeal. Il tempo della memoria gioca dunque un ruolo importante anche perché questa restituzione di credito ha un’applicazione didattica.

 

Lo studio della storia ha infatti un’applicazione didattica anche nella letteratura. E c’è chi sostiene che non si può parlare un buon italiano se non si hanno basi classiche. Con realismo bisogna riconoscere che questa attitudine non è troppo praticata. Il liceo classico una volta era una scelta prioritaria per le famiglie italiane ma ora si vedono pochi sbocchi professionali per questa scelta. E l’incarico professorale, sbocco piuttosto ovvio a riguardo, non sembra troppo invitante e per due motivi: la scarsa soddisfazione economica; la perdita di centralità della didattica in una società che privilegia l’informatica, la tecnologia e il digitale.

La memoria poi può essere puramente funeraria/celebrativa. Alcuni miti più o meno validi, alcune icone della società contemporanea, alcuni illustri defunti sembrano rivivere in varie versioni evocative, espresse con murales, con una comunicazione esteriore che avrebbe l’ambizione di riportarli metaforicamente in vita. Non pensiamo tanto a Che Guevara, più utile per il marketing (magliette ed affini) ma, per fare un esempio al giovane tifoso laziale Gabriele Sandri che perse la vita in un autogrill, incolpevole, per una pallottola vagante sparata dall’agente Spaccarotella. Dietro l’enorme murales che compare sul raccordo anulare all’altezza dello svincolo di Bel Poggio a Roma c’è un capitale di solidarietà, di rimpianto, di affetto per il giovane ultrà. Queste memorie costituiscono una sorta di sacrario sentimentale spesso riassunto in un’espressione che nel caso di Sandri, potrebbe essere (è) “Gabriele vive”.

Le città italiane sono tappezzate di questi ricordi che vorrebbero fermare il tempo. Un grande tempio dell’indimenticato dove a buon diritto potrebbero figurare tutte le vittime delle misteriose stragi italiane (Piazza Fontana, Piazza della Loggia a Brescia, Stazione di Bologna, l’aereo sorvolante Ustica). In questi casi non c’è più l’illusione di riportare in vita le vittime quanto un’urgenza di giustizia non sedata anche se sono passati trenta/quaranta anni da queste orribili pagina di storia italiana.

 

Se i cosiddetti Memorabilia (c’è una pagina dell’Enciclopedia Treccani da me redatta a tal proposito) sono solo una manifestazione di un collezionismo onnivoro, ben altrimenti significativa è la qualificazione di una memoria bellica come il Milite Ignoto, la tomba collocata sotto la Dea Roma presso l’Altare della Patria al Vittoriano a Roma.

La Tomba del Milite Ignoto rappresenta simbolicamente tutti i caduti anonimi dispersi tra prima e seconda guerra mondiale. Originariamente ideata dal fascismo nel 1921 l’installazione ha assunto, caduto Mussolini, un valore universale più ampio che ha retto all’obsolescenza. E per chi sa guardare oltre, rappresenta forse una risposta indotta al militarismo dei nostri tempi. Di certo oggi il Milite Ignoto è uno dei punti più fermi e certi per marcare l’identità italiana.

Dunque la memoria è un argine, un caposaldo, un archivio, un presidio di identità. Pensiamo alla preoccupazione del concetto di patria nel momento dello stato nascente. La profetica frase di Massimo D’Azeglio potrebbe essere tranquillamente fatta propria da Cavour che quello Stato che aveva provveduto a modellare geopoliticamente non fece in tempo a veder consolidato. Frase di una sua validità e di un grande significato odierno. “Fatta l’Italia ora bisogna fare gli italiani”. Era un avveduto proiettarsi nel futuro perché esiste lo Stato dei confini e uno stato degli abitanti.

L’Europa ha rimodellato frontiere e confini nell’ultimo secolo. Basti pensare al disfacimento del’Urss e alla polverizzazione in altrettante repubbliche, più o meno solidali con l’attuale Russia, o quanto avvenuto in Jugoslavia prima della fine del secolo. Rivoluzione geografica capace di mandare al macero in breve tempo atlanti e cartografie.

Cavour per quel suo ardito costruire a tavolino l’Italia era ricorso persino a un doveroso intervento bellico nella lontana Crimea e tutto avrebbe potuto immaginare tranne che quasi un secolo e mezzo dopo, a unificazione da tempo immemorabile raggiunta, ci sarebbe stato un partito che sotto l’egida di Bossi avrebbe rivendicato la sedizione, l’identità padana, il rito dell’ampolla sul Po.

È memoria collettiva la creazione di un’identità nazionale e il suo riconoscimento in essa. E non è estranea al senso della sua condivisione il percorso fatto da quello Stato, il ritrovarsi solidale dei suoi cittadini per un qualcosa che non può essere solo la manifestazione sfrenata di gioia quando la sua nazionale di calcio, espressione dello sport più popolare e praticato, vince un mondiale di calcio (è successo nel 1982 e nel 2006, nel 1934 e nel 1938 il successo fece buon gioco demagogico anche per Mussolini). Naturalmente oggi l’operazione di riconoscimento non dovrebbe sfociare nel nazionalismo e nella sua traduzione più à la page (il sovranismo), derive che fanno i conti con la difficile coesistenza tra il format europeo e la specifica richiesta. Un esemplare simbolo di questa problematica dicotomia è espresso in Europa dalla posizione ungherese. Orban è un po’ dentro, un po’ fuori, un po’ Unione Europea ma un po’ anche no.

 

Il ricorso alla memoria breve può essere fonte di sorprese e anche di moderati scandali. Qualcosa che sono da lontano è apparentabile agli stigmi decretati dalla cancel culture.  Negli anni caldi del post-terrorismo furono molti gli intellettuali italiani che firmarono appelli per la libera circolazione di Battisti, criminale comune oltre che personaggio eversivo. Appelli successivamente ripudiati vista la realtà delle cose e una diversa analisi su quanto accaduto. Ancora più clamorosa fu l’adesione a un volantino che attaccava frontalmente il commissario Calabresi per la misteriosa caduta mortale dell’anarchico Pinelli dagli uffici della Questura. Errori della storia che pagano dazio a una memoria breve, a un ricalcolo razionale che scatta nel’arco di una generazione come un inesorabile boomerang. Qui ci può essere continuità o pentimento ma l’intelligenza è cambiare opinione di fronte all’evidenza dei fatti. Difatti non casualmente ci si imbatte nella massima di Keynes che non era un intellettuale ma un economista aperto alle novità. «Non sono io che cambio opinione, sono i fatti che me le fanno cambiare».

In effetti un’intera generazione di studiosi sembra impreparata, di fronte alle varianti, anche quelle in senso virologico del Covid 19. Ricordate la previsione alla vigilia dell’estate 2022 (peraltro scattata preventivamente fuori equilibrio, grosso modo a partire dal 15 maggio)? «L’estate stroncherà il virus!». Beh, è successo esattamente il contrario. È il virus che ha stroncato l’estate provvedendo malauguratamente a rovinarla a quel milione e mezzo di italiani che è stato costretto a una sosta ai box di una o due settimane, bloccando le vacanze di un numero ancora maggiore di componenti delle proprie famiglie.

In effetti se Eric Hobswaum aveva definito “il secolo breve” quello che ci siamo lasciati alle spalle, questo che stiamo vivendo, anche in relazione alla memoria e ai suoi lasciti, ci appare come il più imprevedibile, indecifrabile e tempestoso. Con minacce palesi (la guerra) e oscure (i virus). Con un cambiamento climatico che rende ancora più angoscioso il sempre più lungo periodo di un’emergenza di cui non si intravede la fine. E a nulla vale il recupero di memoria per un’umanità entrata dentro un buio tunnel, incapace di innescare meccanismi di autodifesa per una sorta di entropia stabilizzata in un dissenso globalizzato.

Il rischio è che la memoria rimanga un piccolo inutile orpello di un umanesimo dimenticato quando ogni illusione di crescita all’infinito si scontra con le proporzioni ingenti di un insanabile debito mondiale. Vale la pena di lottare ancora per un provvidenziale recupero di memoria quando appena un italiano su due legge un libro in un anno e la concezione del passato appare qualcosa di obsoleto e intimidatorio?

Il pallino è certamente in mano alle giovani generazioni che non si sono viste lasciare dai padri “il migliore dei mondi possibili” ed ora devono coraggiosamente rischiare per investire su un futuro tutto da disegnare.

Ci si può chiedere perché un valore tanto prezioso per l’umanità, così dialettico da racchiudere in una sola cornice passato, presente e futuro, non sia diventato Patrimonio dell’umanità secondo le procedure d’ingaggio dell’Unesco. Ovvio ma sostanzioso bene immateriale le cui caratteristiche di universalità possono essere riconosciute valide per quasi otto miliardi di abitanti dell’orbe terracqueo e in senso cronologico antropocentrico per un numero considerevole di anni.

Il sospetto è che la memoria non abbia difensori d’ufficio e sostenitori appassionati della causa. Se l’Italia ha il sei per cento dei luoghi fisici totali riconosciuti come patrimonio solidale dell’umanità dall’Unesco è perché dietro gruppi di pressione, di sostegno se non addirittura lobby, si sono attivati per questo riconoscimento per singole località. Né più né meno come succede per la designazione dei luoghi del cuore promossi dal Fai che spesso promuovono siti misconosciuti ma sicuramente outsider rispetto a icone del turismo più gettonato.

 

Il problema sul tappeto è che la memoria è pericolosa, al limite sovversiva. Riassume una possibilità di coscienza critica progressiva che è in grado fare tabula rasa di valori esistenti solo sulla carta. Costituisce, pur con tutti i suoi limiti, una formidabile cartina di tornasole per il riconoscimento di individui maturi, intellettualmente sviluppati e in grado di sviluppare una comunità cosciente di cui la società retta dalla politica potrebbe avere paura. Immaginiamo una coscienza laica, sufficientemente accorta sulle religioni, sui luoghi comuni, sull’istillazione a fini subliminali della paura come tessuto connettivo di una società deviata, pronta a ricorrere bestialmente alle armi.

Ecco perché il ricorso alla memoria, anche con il naturale e molto gettonato invito: «Ti ricordi?» può rivelarsi un filo che lega intere generazioni che altrimenti procederebbero in ordine sparso verso un avvenire incerto.

La memoria è una fondamentale chiave di lettura che bisogna saper utilizzare, che può aprire oceani di scoperti e recuperi apparentemente impensabili attraverso la via maestra della storia ma anche attraverso quello della cronaca, più o meno recente.

E man mano che la vita sembra avere un passo sempre più breve avvicinandosi all’inevitabile capolinea del memento mori l’oggetto della nostra indagine diventa sempre più sensibile scandaglio di un passato denso di percezioni, umori, sapori che vogliono essere tramandati, a mo’ di un risarcimento proustiano anche se la qualità letteraria inevitabilmente non sarà la stessa. Ecco spiegato il fenomeno del tutto recente di autrici di ottanta anni che pubblicano in tarda età il libro della loro vita. Unico e solo, inevitabilmente autobiografico, anche se romanzesco. E trovano editori generosi che non si fanno problemi di un investimento inevitabilmente a termine perché qui non c’è potenzialità di libri successivi.

 

Caterina Zaina pubblicando Un romanzo in venti case e un giardino esplora la propria vita con questo incipit: «Sto riavvolgendo la pellicola della mia vita senza staccare lo sguardo dal computer. Sono nata a Udine, nella villetta dove aveva vissuto mia madre, con sua madre, prima di sposarsi». Trattasi dunque di un memoir dove la moglie dello scrittore Castellaneta esplora una vita densa fatta di traslochi, operazioni (con l’inevitabile tradimento del marito, invaghitosi di un’altra donna). Nessuna vita è banale, meno che meno quella della Zaina che rievoca i tempi della Sarfatti, di Giorgio Strehler, la temperie degli anni ’60, facendo annusare particolari anche intimi. Perché le persone anziane, più di quelle giovani, esercitano una sorta di diritto-dovere della parresia, l’esercizio di restituzione della verità attraverso la memoria. Quando il tempo sta scadendo c’è l’esigenza di regalare il reale, squarciando ombre e ipocrisie pregresse.

Per questo il racconto degli anziani si carica di un particolare valore. La Zaina ha un’altra motivazione in una congerie di coetanee anche più grandi di età. «Mi piace anche l’idea di tener viva la memoria di Castellaneta a cui spero che il comune di Milano prima o poi dedichi una via». Il lutto e la sua metabolizzazione in questi casi sono fortissimi deterrenti per l’ispirazione.

 

Tenere in vita la memoria non è solo una frase fatta ma una profonda esigenza familiare. Forse è per questa aura recuperatrice che ha avuto un insperato successo la saga dei Florio che, anche se non riguarda una famiglia a noi vicina, attraverso un ritratto collettivo di un pezzo di nobiltà siciliana, riesce a trasmetterci un messaggio universale, valido anche per milieu meno abbienti. Così la ricostruzione di un ambiente e di un mood, un esercizio di memoria, è diventato un insospettabile best seller, che ha meritato anche un secondo imperdibile libro.

La memoria è materia delicata e sensibile. E potete captare la sua reale importanza da frasi molto gettonate che fanno parte del lessico comune. Dalla più tenue: «Ma che ti sei già scordato?», a quella più insinuante «Ma che hai perso la memoria?». E, in effetti, in presenza di forti traumi (incidenti automobilistici in primis) c’è questa possibilità reale, che è diventata argomento di romanzo e di fiction televisive. Immaginate il caso metafisico di un uomo, un professionista (un chirurgo è l’esempio virale) che perda la memoria e quindi tutto il bagaglio di nozioni che avevano costruito il piccolo castello della sua esperienza. Dunque è costretto a rivivere l’anno zero del proprio presente. Nell’impossibilità di ricostruire il passato deve accingersi a una rimodellazione del presente dopo aver visto cancellato persino il legame sentimentale precedente. La moglie che gli attribuiscono è praticamente un’estranea che deve guidarlo sulla strada di un infinito puzzle in cui le schede sono le esperienze di vita, le percezioni, il sapere accumulato. Il tutto contrastante con un’età anagrafica che ha fatto il suo corso. Dunque un corpo da adulto innestato su un know how da bambino.

Si può anche vivere così investendo tutte le proprie fiche sul futuro ma richiedendo un’assistenza che va ben al di là dei compiti canonici riservati a una badante. La perdita della memoria, causata o non da un trauma, è un evento distruttivo che consiste ovviamente nell’impossibilità parziale o totale di ricordare esperienze passate, recenti o più remote. E in casi gravi il soggetto in questione, affetto da amnesia, può anche non riuscire ad acquisire stabilmente nuovi ricordi. Dunque una tabula rasa che può avere effetti permanenti e che, come si può intuire, destabilizza completamente la sua esistenza.

La memoria ricorre anche nelle aule di giustizia a supporto delle requisitorie e del materiale probatorio. Più prosaicamente di quanto abbiamo trattato si parla fondatamente di memoria difensiva per supportare una tesi alternativa a quella dell’accusa.

 

Daniele Poto

Giornalista e autore di testate giornalistiche, radio, televisione. Scrittore e autore teatrale, vincitore di numerosi premi.

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