di GIUSEPPE PREZIOSI

Eugénie Lemoine-Luccioni

Il sogno del cosmonauta

Poiesis editrice, 2023

Leggere un testo di Eugénie Lemoine non è cosa semplice – e perché poi dovrebbe esserlo?

Richiede attenzione e impegno questa lettura, una certa capacità di controllo nelle fughe e nelle accelerazioni della scrittura, negli avvallamenti e nelle torsioni che la caratterizzano. È un percorso ritorto che spesso conduce a scenari inediti e sorprendenti, a volte si illumina in affermazioni e concetti che aprono su panorami di riflessioni nuove. Tali luoghi, ameni e preziosi, vanno inseguiti, ricercati con pazienza, quando, spesso, questo percorso è accidentato e ombroso, enigmatico. In un’epoca di manuali e facile divulgazione è un valore inattuale e perciò ancora più prezioso.

La natura tortuosa di questo diario di viaggio si intravede già nell’incipit: «Chi nega che gli esseri umani abbiano un corpo? Essi hanno un corpo; un corpo è vivo o morto. Al di là di questo, non se ne può dire nient’altro, se non prendendolo in modo così stretto» (p.7). Questo corpo può essere detto e, attraverso questo dire, averlo e non esserlo. Una volta preso dal linguaggio, questo corpo è perduto, e allo stesso tempo ogni sua funzione parla, ogni sua pulsione si articola in una domanda (è in questo, io penso, l’invenzione di Freud, p.7). Da qui Eugénie Lemoine inizia un percorso denso e sinuoso che attraversa diversi luoghi e nodi della psicoanalisi (il grido, il godimento, l’identificazione, lo scritto, il legame sociale) e terre contigue come l’orgasmo, la letteratura, l’amore.

Il grido è quello che emerge nel punto di rottura, nel vuoto e nel nero dell’infante. Privo di ogni cosa, quest’ultimo, si aggrappa all’Altro onnipotente al quale indirizza la sua domanda. Scrive Eugénie Lemoine «il grido è dunque inizialmente una scarica, “un processo primario” che ignora il tempo necessario all’istaurazione di una catena significante […] ma il grido sarebbe insufficiente a soddisfare il lattante se giungesse alle orecchie di un sordo. Esso innesca in effetti un sistema di scambi che si diversificherà in funzioni e pulsioni specifiche aventi degli oggetti specifici, tutti parziali e metonimici» (pp. 22-23).

Il godimento è inteso come limite, come segno di prossimità al reale, come sintomo di questo, del reale come impossibile, come l’irrappresentabile. È nell’attività sessuale che è possibile, per l’uomo e per la donna, bordare, questo reale, così come ha intuito l’esperienza religiosa. Si tratta di percorsi e tragitti, separati, attraverso i quali, l’uomo e la donna, in quanto umani, percorrono questo bordo. «Direi che il reale è l’impossibile per l’uomo come per la donna. Ma lo mancano tanto più quanto pretendono di raggiungerlo ciascuno dal proprio lato […] aggiungerei che la donna, da qualsiasi lato sia, ovunque la si cerchi, è più vicina senza dubbio a questo impossibile reale rispetto all’uomo. Ne è più vicina nel senso che nel momento in cui lo manca, non trova nessuna consolazione» (p.67). Il godimento rappresenta uno dei punti di rottura dai quali emerge il grido, così come la parola vacilla nell’orgasmo, lì dove è possibile cogliere qualcosa che va al di là del linguaggio e della rappresentazione.

«Indentificarsi vuol dire» per Eugénie Lemoine «non tanto conoscersi (conoscere se stessi), ma riconoscersi nell’altro. Solo gli essere umani sono capaci d’identificazione. È un processo immaginario ma che presuppone un’implicazione simbolica, poiché fonda l’essere dell’uno nell’altro e che bisogna essere tre affinché l’uno e l’altro non si confondano nello stesso. Ogni processo di identificazione comporta dunque tre termini: l’uno, lo stesso e l’altro» (p. 69). Questa definizione seppur approssimativa non risolve certo il campo delle identificazioni. Se il soggetto umano è una articolazione di identificazioni, può mai affermare io sono quello che sono? E poi, che posto ha l’identificazione sessuale?  È questo di certo il punto più enigmatico del percorso, una serie di tornanti e deviazioni, gomiti e vicoli ciechi che provano a illuminare l’impossibile del rapporto sessuale.

Artaud, Mallarmé, Bataille, Joyce, sono compagni di viaggio, protagonisti della letteratura e della parola, artisti che, ci insegna Freud, sostano nella posizione contradditoria di una sospensione del principio di realtà e della conseguente rinuncia alla pulsione e la creazione di nuove realtà, nelle quali gli uomini possono identificarsi. Gli artisti non possono familiarizzare con la perdita scrive Freud: «poiché essa è avvenuta in modo inaccattabile, o per una morte reale, o per una carenza fallica. Non familiare questa morte, non familiare questa carenza, lasciano l’una come l’altra, insopportabili fantasmi che l’artista addomestica. Ricreano la rottura fondamentale che nessuna risoluzione edipica (se di questo si tratta!) è venuta a suo tempo a riconoscere e integrare» (pp. 111-112). La scrittura quindi come un bordo del godimento e come lavoro di lutto, un gioco di dadi lo definisce Eugénie Lemoine, comune al poeta e all’analista, un gioco di lettere che permette l’emersione del significante e del desiderio inconscio.

Non mancano in questo testo indicazioni preziose sulla clinica della psicoanalisi e sul suo posto nella società. Scrive ad esempio Eugénie Lemoine che l’oggetto della psicanalisi non è l’adattamento alla realtà, che arriva come beneficio secondario, ma è la riduzione della distanza del soggetto al reale liberando il campo dall’ingombro immaginario articolato al simbolico. «Allo stesso modo, l’atto analitico fonda una società, analitica senza dubbio – società essa stessa esplosa -, ma non la società mondana che reclama delle istituzioni. La relazione analitica non potrebbe dunque essere il nodo della società, e la società analitica non potrebbe essere un modello per la società propriamente detta; è una scuola, anzi piuttosto un laboratorio; un laboratorio d’analisi, precisamente. Essendo eliminata ogni identificazione, non resta che il transfert come principio di coesione momentanea. Ciò che ne risulta, è piuttosto un tumulto. Una società analitica si definisce al meglio per le sue virtù di esplosione» (p.150).

L’esplosione guida le riflessioni che fanno da epilogo, la dissoluzioone de l’ Ecole freudienne di Parigi da parte di Lacan, che pone dinanzi alla condizione di solitudine e derelizione, osteggiata anche dagli analisti, poiché dell’atto analitico l’analista ne ha orrore «egli resiste dunque come tutti. L’analisi non è una conquista. Essa è sempre da ricominciare a dispetto della reistenza che provoca […] atto di nascita e atto di rottura non costituiscono che un solo medesimo atto. Se non c’è rapporto sessuale, un soggetto non può accadere che nel taglio» (pp.152-153).

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