di CARLO VOLPONI

Valeria Tron

L’equilibrio delle lucciole

Salani Le Stanze, 2022

Il formidabile intuito di Maria Grazia Mazzitelli, direttrice editoriale della Salani editore, ha fatto sì che noi si possa godere di questo romanzo dell’anima, tanto è elegiaco e ricco di poesia.

Valeria Tron, l’autrice, non era nuova all’arte: cantautrice, illustratrice, intagliatrice, ma non si sentiva pronta per la narrativa.

La Mazzitelli, ascoltando le sue composizione in patois, lingua franco-provenzale di antiche origini, ne ha subito colto la facondia espressiva e la ricchezza interiore avviandola alla scrittura. Nasce così L’equilibrio delle lucciole, sinfonia corale che pagina dopo pagina ci avvolge in un effetto ipnotico fino a svelarci gli elementi significativi del vivere.

Adelaide, la protagonista, in “crisi di senso” per una relazione infelice, decide di tornare alla sua Meizoun (casa), nel paese d’origine incastonato tra le montagne della Val Germanasca, dove si parla appunto il patois.

Ad accoglierla c’è Nanà, splendida novantenne, che si configurerà presto come una vestale della memoria e delle radici più profonde della sua terra. Ad abitare il piccolo borgo in maniera permanente c’è anche il vecchio Levì, a sua volta una sorta di genius loci rupestre. Al momento dell’arrivo di Adelaide è ricoverato in ospedale in seguito a una caduta. I due vecchi, forti dell’identico sentire, appaiono come atavici custodi della loro terra millenaria e di una lingua dalle profonde sfumature. Il rinnovato incontro di Adelaide con Nanà segna la comunione di due anime, profonda e ricca di passato la prima, vulnerata e bisognosa di guarigione l’altra. Così in una sorta di flashback tra passato e presente, Nanà comincia il racconto della sua vita e della sua gente: i balli sull’aia al suono della fisarmonica, l’incontro quotidiano con la natura, la storia d’amore di Levì e Lena separati dalla guerra, ma uniti fino alla fine da un legame indissolubile testimoniato da un carteggio infinito.

Una sera Nanà consegnerà ad Adelaide la chiave dello “sgabuzzino”. Una stanza segreta che trabocca di scatole, lettere, contenitori, valigie, libri ricuciti e tanto altro ancora. Ciascun oggetto è testimone di una vita, ciascuno rimanda a un volto, a una storia, a una illusione e a una speranza.(1)

In queste esplorazioni che trascendono le generazioni e nei dialoghi con Nanà, Adelaide riannoderà lentamente i fili dell’equilibrio e la sua “muta del cuore” si compirà.

Finalmente sarà ricucita alla sua terra: «La bellezza è vedere qualcosa di nuovo là dove pensavi di aver già visto tutto. Questa è l’arte di vivere i nostri giorni e riuscire a ritrasformarli, dargli un senso». Infine, magnifica cornice della storia è la natura, il cui respiro cosmico diventa energia provvidenziale e rigeneratrice. Qui la scrittura della Tron raggiunge intensità liriche appassionanti: lo slancio del fiore che buca la neve per offrirsi al mondo; le foglie che allo stormire del vento ricamano ombre sui prati; le lucciole che per tre anni dimorano come larve sotto la terra per illuminare poi, spinte dall’amore, in magnifiche epifanie, le notti con intermittenze di luci. E ancora la forza ascensionale delle rocce, le vertigini degli orridi, il sereno ristoro dei pianori.

Queste, tutte ierofanie paniche che si traducono in manifestazioni visibili di processi interiori invisibili.

L’equilibrio delle lucciole, dunque, è romanzo della memoria, delle radici, delle donne, dell’amore, della natura e infine della rinascita

(1) Sentimenti magnificamente espressi da Jorge Luis Borges nella poesia Le cose (da L’elogio dell’ombra)
Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da gioco e la scacchiera,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno più in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati.

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