SEBASTIANO VINCI – La conflittualità nelle seconde generazioni di migranti ed i suo potere trasformativo

Se c’è un significante che in questi anni si è imposto nel linguaggio corrente (non che, comunque, non fosse già abbastanza usato in passato), “conflitto” è quello che, anche per le ultime vicende geopolitiche, è stato maggiormente utilizzato in campi anche estranei all’universo psicologico-psicoanalitico. I conflitti russo-ucraino e quello israelo–palestinese, anche se apparentemente distanti della vicende soggettive, solo per citare i primi che, macroscopicamente, occupano gran parte delle cronache giornalistiche, rendono attuali questioni che rimandano all’implicazione del soggetto nelle vicende storico politiche e, in special modo, al suo rapportarsi all’Altro. Nel carteggio tra Sigmund Freud ed Albert Einstein del 1932, Perché la guerra? questo richiamo all’implicazione soggettiva lo si ritrova già nella lettera che lo scienziato tedesco aveva inviato al “padre della psicoanalisi” e che mostrava come egli avesse colto che, alla radice dell’odio che poteva generare il conflitto, vi fosse un vuoto dovuto alla mancanza di una istanza che, con la propria autorevolezza, potesse fungere da garante ed argine delle pulsioni aggressive degli uomini. «Oggi siamo però lontanissimi dal possedere una organizzazione sovrannazionale che sia in grado di emettere verdetti di autorità incontestata e imporre con la forza di sottomettersi all’esecuzione delle sue sentenze. Giungo così al mio prima assioma: la ricerca della sicurezza internazionale implica che ogni Stato rinunci, entro certi limiti, alla propria libertà d’azione, vale a dire alla propria sovranità, ed è incontestabilmente vero che non v’è altra strada per arrivare a siffatta sicurezza. L’insuccesso, nonostante tutto, dei tentativi intesi nell’ultimo decennio a realizzare questa meta ci fa concludere senz’ombra di dubbio che qui operano forti fattori psicologici che paralizzano gli sforzi. Alcuni di questi fattori sono evidenti. La sete di potere della classe dominante è in ogni Stato contraria a qualsiasi limitazione della sovranità nazionale. Questo smodato desiderio di potere politico si accorda con le mire di chi cerca solo vantaggi mercenari, economici» (1).

È un passaggio che reputo importante perché, già in queste prime battute del carteggio, Einstein mostra di aver colto come alla base della violenza, in qualsiasi modo essa si manifesti, vi sia il venir meno di un’istanza regolatrice, che “normatizzi” senza normalizzare, ciò che abita il soggetto, la pulsione «all’odio ed alla distruzione» (2) come la indica Freud nella sua risposta ad Einstein, e che è ciò che Lacan chiama godimento.

Non si deve, ovviamente, fare riferimento a questo carteggio per trovare, in Freud, un suo interesse per il conflitto, perché questo concetto fa la comparsa, nei suoi scritti già nel 1895, precisamente nella Minuta H (Paranoia), quando riconosce che l’emergenza delle ossessioni deriva da un disturbo affettivo che trae forza da un conflitto tra istanze psichiche, estendendone anche ai deliri la loro formazione. Successivamente, a partire dagli Studi sull’isteria, Freud, come si sa bene, farà del conflitto, la nozione centrale della nevrosi. Come viene riportato nell’Enciclopedia della Psicoanalisi di Laplanche e Pontalis, «Il conflitto è indiscutibilmente un fatto fondamentale dell’esperienza psicoanalitica, ed è relativamente facile descriverlo nelle sue modalità cliniche; ma piuttosto difficile inquadrarlo in una teoria metapsicologica» (3). Ciò che, comunque, appare evidente è che questa opposizione tra forze contrapposte o, addirittura incompatibili tra loro, sia alla base di ciò che, strutturalmente, definisce il soggetto: la sua divisione. Si è in presenza, cioè, della condizione strutturale che pone il soggetto alla ricerca di un ipotetico equilibrio che, smentendo l’etimo stesso da cui deriva (4), nel suo rapportarsi al Reale, si confronta con un aspetto di esso: l’impossibile. L’impossibilità di dire il Reale e di pensarlo, di simbolizzarlo, se non solo di circoscriverlo, di “bordarlo” nel tentativo di poterlo controllare. Proprio perché il soggetto è preso nel Reale, ciò che la fisica definisce come equilibrio statico, l’equilibrio, cioè, di un punto materiale che, soggetto a forze agenti su di esso tali da essere uguali a zero, per l’essere umano, per il soggetto, l’equilibrio risulta essere una condizione in perenne divenire, il soggetto è sempre alla sua ipotetica ricerca, essendo esso strutturato intorno ad una mancanza. Secondo questa lettura, dunque, il conflitto, che in psicoanalisi è dovuto, come si diceva, alla presenza concomitante di forze contrapposte che agiscono sul soggetto, è fonte, piuttosto di vita, di dinamismo, di contrapposizione significante, volendo cogliere in questo, anche una dimensione che potremmo definire evolutiva, dando a questo termine, un’accezione non solamente volta ad un ipotetico significato di “crescita” ma, più propriamente dinamica, “in movimento”, capace di sottrarsi, mettere in questione e problematizzare, la morsa “mortifera” del godimento presente nel sintomo. È relativamente a quest’ultimo aspetto, questa modalità di pensare al conflitto come evento di “vita” per il soggetto, che mi accingo ad introdurre un altro ambito in cui il conflitto si manifesta oggi, e che risulta essere quasi dimenticato date le emergenze delle guerre, in primis, e le dispute politiche, non solo italiane, che attraversano i continenti. Anche questa modalità del suo manifestarsi, però, non è senza un forte annodamento con quelle condizioni geopolitiche cui si faceva riferimento prima anche se, apparentemente, potrebbe non sembrare tale. Mi riferisco alla conflittualità insita in tutte quelle situazioni che riguardano le cosiddette “seconde generazioni” di soggetti immigrati che, nati nel nostro Paese o in qualsiasi altro luogo, oppure ivi giunti in età precoce, vivono quella condizione di divisione soggettiva dovuta all’appartenenza ad una cultura familiare, trasmessa loro, malgrado siano a tutti gli effetti cittadini dello Stato dove sono nati. Per voler comprendere un po’ di più il fenomeno delle “seconde generazioni” bisogna, innanzitutto, dire che il passaggio dalla prima alla seconda generazione di immigrati presenta sempre elementi di discontinuità di natura cognitiva, comportamentale e sociale. Elementi di discontinuità li ritroviamo, in primis, nel diverso sistema di aspettative che spesso distingue i figli degli immigrati dai loro genitori e che fa sì che i primi vivano processi di socializzazione, stili di vita, desideri di consumo, in linea con quelli dei coetanei ponendosi, così, il più delle volte, in opposizione rispetto a quelli “incarnati” dai loro genitori. Questo ha effetti sulla loro identità e sul loro senso di appartenenza che risultano “altre” se messe a confronto con quanto trasmesso loro dalle famiglie e dai sistemi di valori avuti come riferimenti originari. Così come, può essere considerato elemento di discontinuità il passaggio dall’adolescenza all’ età adulta, che, nelle seconde generazioni, risulta ancora più arduo a causa di desideri ambivalenti ed in antitesi fra loro dovuti, da una parte, alla ricerca di una ipotetica “uguaglianza” con i loro coetanei e, dall’altra, al desiderio di mantenere pur sempre una “diversità”, che esprime in tal modo, un vincolo ed un forte legame con il sistema culturale proprio dell’etnia di appartenenza. Sono modi di esprimere il conflitto tra “generazioni” che stanno alla base di fenomeni legati sia alla cosiddetta mobilità sociale che a quella di porsi, in rapporto agli altri ed alla legge, in maniera critica, a volte anche dissacrante, ma che la società non perde occasione di definire “deviante” anziché coglierne il profondo disagio soggettivo. Alcuni autori (5), inoltre, hanno fatto presente come questi elementi di difficoltà affrontati dalle seconde generazioni, possano manifestarsi attraverso modalità da loro definite “dissonanti” presentandosi, per esempio, sul piano occupazionale, con uno “squilibrio” tra aspettative e reali possibilità di soddisfarle, (e questo, anche alla luce dei fenomeni di discriminazione cui sono, il più delle volte, soggetti), sia a causa della mancanza di capitali sociali disponibili che per l’inconsistenza dei percorsi formativi a loro dedicati. Ma le dissonanze riguardano anche il piano generazionale che vede i giovani figli di immigrati chiamati ad operare una forma di conciliazione o di reciprocità tra culture anche molto diverse tra di loro, come anche il piano politico-sociale con le questioni relative all’acquisizione della cittadinanza, oggi quanto mai attuali, oltre a quella della rappresentanza politica della popolazione immigrata.

Un’altra questione relativa alle “seconde generazioni” è che, il loro destino, è mediato da quelle istituzioni sociali con cui hanno a che fare durante i processi di socializzazione, la prima delle quali è, evidentemente, la famiglia al cui interno i cosiddetti processi educativi, entrano in conflitto con l’ambivalenza dovuta al mantenimento di codici culturali tradizionali da una parte e desiderio di integrazione e ascesa sociale nel contesto in cui si vive, dall’altra. Cosicché, uno degli aspetti che più mettono in crisi i sistemi di valori originari della famiglia in rapporto alle decisioni dei figli è, per esempio, quella che si può definire la volontà di controllo delle scelte e dei comportamenti dei figli che agiscono in una società che enfatizza i valori dell’emancipazione, dell’eguaglianza e dell’attaccamento ad una identità comunitaria, in contrasto con quelli di cui si fa portavoce la famiglia, così da creare una netta contrapposizione tra mantenimento delle tradizioni familiari e le spinte all’autonomia dei figli. Vi è, poi, un altro aspetto, affatto secondario, rispetto a quanto si è cercato di evidenziare fin qui. Si tratta di ciò che è insito, incarnato, nella storia dei genitori delle seconde generazioni e che è rappresentato dalla loro esperienza migratoria che, risulta essere pur sempre traumatica, dato che questa colloca il soggetto in un “involucro culturale” esterno, del tutto diverso da quello interno. Se come ha evidenziato Tobie Nathan, ogni migrazione è traumatica, perché comporta la rottura della corrispondenza tra cornice culturale esterna e quella interna interiorizzata (6), si può comprendere come il cosiddetto traumatismo migratorio, possa avere effetti e conseguenze non soltanto per la prima generazione di soggetti migranti, ma anche per la seconda se non, addirittura, per le successive. Inoltre, nell’esperienza migratoria, ciò che fa trauma, ciò che fa orrore, non è dell’ordine del dicibile ma è relativo a quella dimensione difficile da esplorare che riguarda il godimento in cui è preso colui che subisce l’evento traumatico e che fa sì, il più delle volte, che venga ad occupare, proprio in rapporto all’evento traumatico, la posizione di vittima. È quanto ci dice Serge Cottet, riprendendo anche Ferenczi, quando afferma che “i più traumatizzati non sono necessariamente le vittime passive ma, al contrario, quelle che in tale occasione, hanno sperimentato un oscuro godimento” (7). Perché il trauma lascia delle tracce, dei segni, che nei soggetti migranti, si fissano nel corpo, corpo che, in quanto “segnato” è significante, diventa depositario di storie, di esperienze soggettive che si stratificano sulla pelle e che raccontano di soggetti, del passaggio di uomini, al di là del loro sesso, che lasciano i loro segni, le loro tracce, sulla superficie indelebile di un corpo. Sono tracce indelebili anche quando non sono evidenti oppure si cancellano (8) perché «testimoniano di una presenza passata» (9) in una sorta di «esibizione di corpi evocanti il godimento»(10), del godimento mortifero dell’Altro. Queste tracce rappresentano parte di quell’esperienza trasmessa ai figli dalle famiglie di immigrati, che concorrono a creare quella condizione di vulnerabilità che spesso si ritrova nelle “seconde generazioni”, vulnerabilità intesa come “debole capacità di resistere ai traumatismi” (11), che per Tobie Nathan e Marie Rose Moro (12) è la conseguenza della migrazione dei genitori trasmessa ai propri figli come esperienza traumatica, dovuta alla perdita del quadro culturale di riferimento e della sua funzione di sostegno.

Tutto questo ha ricadute cliniche facilmente immaginabili ed è quanto, chi si occupa della cura di soggetti migranti, si trova ad ascoltare, tentando di alleviare, per quanto possibile, il dolore che l’esperienza migratoria porta in sé. Ed è proprio in rapporto alle problematiche cliniche che si possono presentare nel lavoro con le “seconde generazioni” delle famiglie di immigrati, che il caso che riporto brevemente, può rendere un po’ più chiaro quanto si è cercato di delineare. Seguo Shamina, presso l’Ambulatorio per Minori Stranieri Non Accompagnati vittime di abuso e violenza dell’ASP Palermo dove lavoro, dal 30 novembre dello scorso anno. La seguo su mandato del Tribunale per i Minorenni di Palermo che ne ha disposto, attraverso un Decreto, la presa in carico al fine di permettere gli incontri tra la minore ed il suo nucleo familiare. Nata a Palermo nel 2009 da genitori bengalesi, Shamina, da più di un anno, vive in una Comunità per minori a seguito di un provvedimento del Giudice che ha ravvisato i presupposti per un procedimento di decadenza dalla potestà genitoriale (13) e della conseguente attuazione di un provvedimento volto a sanzionare condotte che possono risultare pregiudizievoli per i figli (14). Shamina, a fronte dei continui litigi con il padre e dei tentativi, di questi, di limitare la sua libertà, litigi dovuti alla relazione da lei intrapresa con un giovane bengalese, anche lui nato in Italia, non gradito al padre, ha messo in atto dei gesti autolesionistici tagliandosi le braccia con delle lamette che hanno necessitato il suo ricovero in Ospedale e la presa in carico da parte del Servizio di Neuropsichiatria Infantile. L’intervento dei servizi sociali, ha poi fatto sì che l’azione del Giudice sia stato il “naturale” epilogo dell’acting-out di Shamina. Ad oggi ho effettuato con Shamina 24 incontri mentre, ho incontrato Shamina e la sua famiglia, composta dal padre, dalla madre, dalla sorella maggiore (secondogenita) e dal fratello maggiore, altre 22 volte. Mi sono avvalso, negli incontri con la famiglia, di un mediatore culturale di lingua bengalese, avendo, i genitori grosse difficoltà a parlare la lingua italiana, malgrado siano nel nostro Paese da poco meno di 20 anni (contrariamente ai figli che invece parlano l’italiano correttamente), mentre negli incontri con Shamina è stata, spesso, presente la responsabile della Comunità che la ospita. Quest’ultima decisione è scaturita dall’avere rilevato un forte legame, fatto di complicità e confidenza, tra le due, che le ha portate, spesso a condividere spazi e tempi non necessariamente all’interno della struttura residenziale.

Una seconda questione, si è poi presentata una volta che Shamina ha fatto il suo ingresso in comunità: ha raccontato di essere stata molestata, all’età di circa 8 anni, da un amico di famiglia e di non essersi sentita tutelata da suo padre che ha continuato, piuttosto, a frequentare l’uomo.

Nell’ascolto del nucleo familiare si è subito evidenziata una prima criticità a partire dalla sua composizione. Shamina, nata in Italia da genitori bengalesi, è figlia della cosiddetta “seconda generazione” e portatrice, dunque, di valori, modi di pensare e modelli di riferimento che si discostano da quanto promosso all’interno della propria famiglia che, benché residente in Italia da tempo, è rimasta ancorata alla cultura di provenienza, frequentando prevalentemente connazionali ed esprimendo un livello di integrazione con la popolazione palermitana, quasi esclusivamente legato all’attività commerciale. La conflittualità presente al suo interno e che ha avuto modo di esplicitarsi con l’atto autolesionistico di Shamina, hanno trovato alimento da questa difficile integrazione tra due modi di pensare diversi e che faticano ad ascoltare l’una le ragioni dell’altra. In particolare, la famiglia si è avvalsa di un modo di intendere le relazioni tra i membri che la costituiscono, facendo riferimento alle tradizioni bengalesi ed alla religione musulmana, a detrimento della spinta affettiva ed emozionale di cui si è fatta, invece, portavoce e rappresentante Shamina. Nel corso degli incontri con il nucleo familiare, queste criticità sono state evidenziate, unitamente alle richieste di riconoscimento e di accettazione che Shamina ha verbalizzato e che sono state presenti, in precedenza, senza che la famiglia ne riconoscesse il valore di domanda, fino ad assumere le forme sintomatiche che hanno comportato il primo ricovero, della minore, in ambiente ospedaliero. In un primo tempo, a difesa delle tradizioni familiari, si è posto il figlio maggiore che, come vuole la cultura bengalese, oltre ad occupare il posto di sostituto del padre e di rappresentare la famiglia all’esterno, oltre che a difenderla, si è assunto l’onere di porsi a salvaguardia dei valori e dei legami simbolici familiari, mostrando, così facendo quanto contassero per lui. Così, a fronte della posizione assunta dalla famiglia che ha condiviso, inizialmente, quanto mostrato dal primogenito, Shamina si è trovata da sola a mettere in evidenza con il suo agire, le incongruenze e le criticità familiari. Nel corso degli incontri, però, si è assistito, poco alla volta, ad uno “spostamento” della sorella maggiore verso Shamina, condividendo e facendo anche propria la portata “evolutiva” della domanda della sorella che ha introdotto, in seno alla famiglia, un aspetto che mai era stato presente prima: l’appello all’amore dell’Altro genitoriale. Questo spostamento, inoltre, ha fatto anche vacillare le certezze del fratello, cosicché, dopo qualche seduta, le dinamiche familiari si sono in parte modificate. A partire della possibilità di parlare all’intero gruppo familiare della molestia subita, Shamina ha avuto l’opportunità di rivolgere, direttamente, il suo appello al padre, mostrando la rabbia per la “passività” mostrata da questi in occasione della molestia subita dalla figlia. “Ma che padre è” mi ha detto una volta Shamina, dopo aver ripreso con veemenza il padre nel corso di una seduta con tutta la famiglia, quando questi aveva detto che ormai il “fatto” era passato. Questo padre, capace di assumersi la “colpa” per non aver saputo dipendere la figlia, dopo alcun incontri, è riuscito anche verbalizzare, spinto dalle prese di posizioni dei figli, che ciò a cui aveva pensato da quando era in Italia, cominciava, per lui, a perdere valore. Non erano più i guadagni dalla sua attività commerciale che potevano essere per lui fonte di preoccupazione, quanto il fatto che, a seguire ancora il gruppo dei bengalesi, avrebbe perduto, forse, definitivamente, la sua famiglia. E la madre? In questo susseguirsi di cambiamenti di posizione, ha avuto la forza, perché di forza e di coraggio si tratta nel momento in cui è riuscita a verbalizzare che il suo matrimonio con il padre dei suoi figli era stato deciso dal suo genitore, già prima che lei nascesse, che per Shamina, avrebbe fatto di tutto pur di evitare che la sua storia matrimoniale, si trasmettesse a quella della figlia.

Sebastiano Vinci,

Membro Titolare S.I.Ps.A, membro S.L.P.cf

NOTE

(1) S. Freud, Perché la guerra? (Carteggio con Einstein) 1932, in Opere, Volume 11, Boringhieri, Torino, 1982, pag. 290

(2) Ibidem, pag. 297

(3) Laplanche J. – Pontalis J-B, (1984), Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Roma Bari, pag. 93.

(4) (equilìbrio s. m. [dal lat. aequilibrium, comp. di aequus «uguale» e libra «bilancia»]. – 1. Stato di quiete di un corpo. In partic., in meccanica, e. statico, quello, per es., di un corpo puntiforme su cui non agiscono forze, o agiscono forze tali che la loro risultante sia nulla (in tal caso, si dice anche che le forze si fanno equilibrio) in Vocabolario della Lingua Italiana, Istituto della enciclopedia Italiana Treccani, Vol. 2, Milano, 1987, pag. 290.

(5) Ambrosini M. – Molina S. (a cura di) (2004), Seconde Generazioni. Un introduzione al futuro dell’immigrazione in Italia, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, Torino.

(6) Nathan T., (1986), La follia degli altri: saggi di etnopsicologia, Ponte alle Grazie, Firenze, 1986.

(7) Cottet S., Declinazioni del desiderio dello psicoanalista, Rosenberg & Sellier, To, 2020, pag. 43.

(8) Miller J.-A., Una lettura del seminario Da un Altro all’altro, (terza parte), in La Psicoanalisi, n. 67, Astrolabio, Roma 2020 p. 2

(9) J. Lacan, Il Seminario. Libro V, Le formazioni dell’inconscio 1957-1958, Einaudi, Torino, 2004, p. 353

(10) J. Lacan, Il Seminario. Libro XX, Ancore 1972-1973, Einaudi, Torino, 2011, p.108.

(11) Lebovici S., Weil-Halpern F. (1989), Psicopatologia della prima infanzia, Bollati Boringhieri, Torino, 1994.

(12) Moro M.R., Nathan T. et all. (1989), Il bambino e la sua cultura di appartenenza, in Lebovici S., Weil-Halpern F. (1989), op.cit.

(13) (art. 330 c.c. «Il giudice può pronunziare la decadenza dalla potestà quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio»)

(14) (art. 333 c.c. «Quando la condotta di uno o di entrambi i genitori non è tale da dare luogo alla pronuncia di decadenza prevista dall’articolo 330, ma appare comunque pregiudizievole al figlio, il giudice secondo le circostanze, può adottare i provvedimenti convenienti e può anche disporre l’allontanamento di lui dalla residenza familiare ovvero l’allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore») 

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