Il Centro didattico S.I.Ps.A. di Bari viene fondato nel 1981 da Marisa Davy e Renzo Catalano, due psicoanalisti che, insieme ad altri colleghi italiani, si sono formati allo psicodramma analitico direttamente con Gennie e Paul Lemoine, negli anni ’70, introducendo in Italia lo psicodramma analitico.
Marisa e Renzo, coppia di psicodrammatisti e coppia di fatto, sono stati i primi a diffondere sul territorio pugliese lo psicodramma analitico dei Lemoine.
Il Centro Didattico di Bari, sin dall’inizio promuove la formazione dei futuri psicodrammatisti e diffonde eventi di notevole impatto culturale ed analitico. Alcuni esempi:
- Convegno e mostra «La Parola s/velata. Il Tibet oltre la leggenda», nel 1999;
- Convegno «Il Segno: memoria e testimonianza», con espressione di arte in occidente, Oriente ed Africa, nel 2001;
- Convegni e mostre di pittura «Essere psicodrammatisti», nel 1984, «Paesaggi dell’anima», nel 1987 ed ancora «Il segno e la parola», nel 1988.
Nel 2002 il Centro didattico organizza a Bari il primo corso con ECM in Italia “Lo psicodramma analitico come tecnica per lo psicologo per migliorare la capacità d’ascolto e relazione con l’altro”, di cui, negli anni, si replicheranno diverse edizioni.
Dopo la morte dei due fondatori, il Centro Didattico ha attraversato molteplici vicissitudini interne, come sempre accade nel raccogliere eredità complesse.
Nel 2018 viene fondato il Centro Didattico «Neoarchè» che cerca di articolare, a partire dal proprio nome, le tracce lasciate dai fondatori e le energie nuove apportate dalla generazione dei giovani psicodrammatisti del Territorio.
Nel tempo ed alla luce delle riflessioni maturate nella clinica, in relazione ai quesiti posti dalla contemporaneità, sempre più lo psicodramma analitico si propone, a nostro avviso, come una possibilità di riattivare il legame con l’altro.
Uno degli interrogativi di partenza è stato: se è vero che lo psicodramma analitico si basa sul concetto di recupero del desiderio soggettivo, non si corre il rischio, a volte, di sostenere e rinforzare un individualismo di fondo che annulla l’altro, come, purtroppo, la contemporaneità ci insegna? Si può ipotizzare che lo Psicodramma possa costituire, oggi, una possibilità di riconnettersi all’altro senza spingere il soggetto in una logica di competizione con l’altro? Dunque, l’interrogativo diviene come cogliere ed applicare nello psicodramma il concetto di verticalità, in quanto relazione di ciascuno con il proprio sentire, integrandolo con quello di orizzontalità, cioè di relazione con l’altro. Si può dunque coniugare la soggettività con l’intersoggettività? Lo psicodrammatista può avere la funzione di trait d’union tra verticalità ed orizzontalità? Favorire il passaggio tra la soggettività di ciascuno, collegandola a quella dell’altro?
Da questi quesiti e riflessioni si è aperto un cambiamento nella conduzione ed osservazione nei gruppi: l’attenzione è sempre più rivolta a cogliere il pensiero di ciascuno ed articolarlo a quello dell’altro. Così come nella costruzione del gioco, si dà particolare rilievo alla descrizione dell’altro, io ausiliario, affinché più che richiamarne l’assenza, si promuova la sua presenza e si favorisca il riattivarsi della relazione con l’altro.
Un altro elemento di cambiamento rispetto ad una prassi consolidata è la conduzione di un gruppo di psicodramma con adolescenti in cui è assente l’osservatore. Nasce l’esigenza di trovare delle parole con cui concludere le sedute e che possano risuonare nei pazienti, lasciando la stanza di terapia.
Vignetta clinica
Brevi cenni sul gruppo: è composto da cinque adolescenti, di sesso femminile, dai 14 ai 18 anni e si realizza all’interno di un’Istituzione Pubblica dell’ASL di Taranto, con una frequenza settimanale.
Alcuni cenni teorici, tratti da Bourdariat, all’origine della scelta nella clinica: «L’osservazione consiste nel costruire una rappresentazione di ciò che sta verificandosi e di restituirla quando l’azione è finita…l’osservazione è il ritorno alla necessità della narrazione” ed ancora: “Osservare come preservare, assicurare e salvare l’oggetto ed in tal senso ogni partecipante è sollecitato come parlante, come testimone ed osservatore».
A partire da queste sollecitazioni è stato chiesto ad ogni ragazza del gruppo di scrivere su un foglio la parola che potesse rappresentare il proprio discorso in quella seduta, la parola che avrebbe portato con sé, al termine del gruppo, e di consegnare al conduttore/osservatore la parola scritta. Quindi, si legge al gruppo la parola di ognuno e si chiedono alcuni minuti di silenzio al fine di elaborare, in una modalità scritta, l’osservazione finale, in cui si riprende ogni significante per costruire un discorso.
Il significante è dell’altro e di ognuno mentre la ricostruzione del filo del discorso dell’intera seduta resta alla conduttrice/osservatrice, così come la parola finale con cui le pazienti potranno andar via.
Un esempio nella clinica:
In un discorso longitudinale che attraversa le sedute in successione, dalla crescita come processo di separazione e di individuazione, ai pensieri persecutori riguardo alla sessualità, finanche alla paura per il futuro incerto ed alla nostalgia mista ad un sordo dolore per un’infanzia ingombrante che, al contempo, non può tornare, si intesse il discorso soggettivo.
Le parole di ognuna (è assente una ragazza) al termine di una seduta, scritte su di un piccolo foglio di carta sono: forza; «bzz … bzz» (rumore di interferenza); genitori; tu sei tu … io sono io.
L’ osservazione: ci vuole molta forza per superare quello strano «bzz bzz», rumore di interferenza, che mi porta indietro ma la verità è che non sono più quella bambina ed ai miei genitori posso dire o anche solo pensare: tu sei tu ed io sono io … cioè altro da ognuno di voi.
Ed ancora … una seduta. Le parole scritte da ognuna sono: autorizzarsi; parola; fiducia; confusione; crescere.
L’ osservazione: con-fusione … sono fusa con l’altro, cosa voglio io e cosa vuole l’altro per me. E se l’altro non mi dà fiducia io come faccio a fidarmi di me stessa? … sarò capace o non sarò mai abbastanza capace? Devo trovare la mia parola, solo così potrò autorizzarmi a crescere.
Questa modalità di conduzione/osservazione permane ed è divenuta un dispositivo collaudato che permette, nell’istituzione, la conduzione dei gruppi, altrimenti impossibile per carenza di risorse professionali.
La possibilità di raccogliere i significanti di ogni partecipante al gruppo per rilasciare una breve narrazione che tenga insieme quanto si è giocato nella seduta, il filo che lega i diversi significanti, dovrebbe garantire il lavoro dello psicodramma come lavoro del soggetto o soggetto al lavoro in un gruppo, dove la parola dell’altro diviene strumento prezioso per l’elaborazione personale della propria storia, in una nuova rappresentazione che scompagina la narrazione.
I dubbi e gli elementi di riflessione sono: il rituale finale potrebbe rappresentare un ostacolo all’effetto estraniante di cui lo psicodramma analitico è artefice?
Sarebbe più utile lasciare che ogni paziente verbalizzi una parola da portare con sé senza la restituzione finale dell’osservatore?
Quali possibili alternative?
Neoarchè
Centro Didattico Puglia
BIBLIOGRAFIA
A.Guarini, Riprendendo il filo del Rocchetto, Poiesis Editrice 2022
Gennie e Paul Lemoine, Lo psicodramma, Poiesis Editrice 2022
Pierre Bourdariat,, l’osservazione nel gruppo didattico: doppia visione? Tripla visione? (Articolo liberamente tradotto)

