É una foto che precede di
non molto la nascita di
mia sorella, e non lascia
presagire nulla […]
Del suo viso in sella al
motorino non c’è nulla che
risalti, non c’è ebbrezza di
piacere, né vertigine, né
paura. E non c’è seduzione.
C’è una specie di distacco,
come se si dimenticasse
di esserci per davvero, di
essere presente.
[A. Bajani, 2025 p.18]
Un paziente sulla scena psicodrammatica non riesce a rappresentare ciò che nella catena associativa era emerso sotto forma di un ricordo. Il corpo non risponde, rigido e immobile si ritira dalla possibilità di dare vita al gioco: lì, in quel tempo preciso, vi è il vuoto rappresentazionale.
Ma un vuoto come diventa vuoto? A cosa serve un vuoto?
Si potrebbe pensare che il vuoto esista come un segno, forse il segno di un passaggio di qualcosa o qualcuno che prima nutrivano uno spazio psichico e che, o prima o dopo, non ci sono stati più. Ne rimane solo la traccia, che sembra sottolinearne un’intrinseca doppiezza: c’è-non c’è.
Una particolare forma di lontananza dell’oggetto che resta presente attraverso un indizio del corpo.
Come si leggerà nei prossimi spunti clinici, questo movimento di lontananza dell’oggetto prenderà sfumature diverse nelle storie biografiche e nei fenomeni psichici dei pazienti.
La lontananza dell’oggetto (Green A., 2022) è ciò che nella clinica si incontra maggiormente nelle forme del sintomo depressivo, ma è anche una particolare caratteristica comune ad altre forme di sofferenza della clinica contemporanea, che non ha solo a che vedere con aspetti depressivi, ma anche con aspetti narcisistici di personalità che incidono su quello che sarà il processo di sviluppo del pensiero psichico.
L’oggetto, in quanto oggetto amato, primo oggetto di esperienza, acquisisce caratteristiche di lontananza soprattutto quando il soggetto è impegnato e impregnato con tutto il proprio essere nella sua ricerca, come se più lo ricercasse più l’oggetto si facesse lontano; ma è anche il soggetto ad allontanarsi dall’oggetto, attraverso il ritiro psichico che lo espone inevitabilmente alla “perdita d’oggetto” (Green, 2022).
A questa perdita non corrisponderà necessariamente una disgregazione dell’Io, ma piuttosto un vissuto di vuoto, di assenza.
Se si considera l’esperienza dell’assenza come un passaggio obbligato nello sviluppo psichico, si comprenderà quel che Green teorizza circa il lavoro del negativo: quella forma di frustrazione che nasce quando il soggetto non tollera che ci sia assenza di soddisfacimento. Tale soddisfacimento, che prima era assicurato dall’oggetto d’amore, nel momento in cui assume le caratteristiche di lontananza e perdita, espone il soggetto all’esperienza del vuoto e alla possibilità di cercare nuove vie di soddisfacimento fino alla trasformazione di quel sentire in desiderio.
«Mia madre è bionda con gli occhi grigi…ehm volevo dire azzurri». Da questo lapsus prende avvio il percorso di consulenza di Andrea, un lapsus che, come un segno, sta a rappresentazione di qualcosa che Andrea non riesce a trattenere.
Andrea chiede di iniziare il percorso di consulenza con molta insistenza, ma ai primi due colloqui non si presenta. Mi sento mossa da una certa curiosità nell’incontrare Andrea e non riesco a capirne il motivo. Ecco il primo vuoto a cui Andrea vuole espormi, un vuoto di presenza: l’illusione di incontrarlo, la delusione di non trovarlo in studio.
Andrea mi dirà poi di aver proprio dimenticato l’appuntamento: «Ho delle questioni familiari alle quali non posso mancare, per favore, dottoressa possiamo fissare una nuova data tra due settimane?».
Mi sono domandata cosa spingesse Andrea a volerci essere, dopo quei due colloqui mancati.
«Cosa la porta qui in consulenza, Andrea?».
«Non lo so» – mi ripeterà spesso.
Andrea è un ragazzo di 24 anni, obeso, apparentemente trascurato, al nostro primo colloquio, perché è nei successivi colloqui che non perde occasione per mettere in campo una forma di seduttività: taglia i capelli, indossa tantissimo profumo tipicamente mascolino e una camicia alla moda.
Fin dai primi colloqui Andrea mi sorride, mi vuole proprio convincere di quel sorriso, sino alle parole più difficili da nominare che mi racconta con voce bassa e fioca:
«Mia madre ha provato a suicidarsi quando avevo 16 anni. Ha mandato lo stesso messaggio a me e a mio padre in contemporanea, mio padre ha corso in moto fino al ponte e l’ha salvata. È una storia difficile quella di mamma- mi dice- è stata adottata e non ha mai conosciuto la sua vera madre».
Da quel momento Andrea mi racconta che si è sempre occupato dei suoi fratelli minori: era lui che cucinava, era lui che preparava loro i vestiti per andare a scuola, ma sempre con l’aiuto del padre.
Andrea assimila una funzione curante in famiglia, che all’università prenderà la forma di un interesse crescente verso l’anatomopatologia, tema su cui verterà la sua tesi di laurea, con un focus specifico sulle autopsie: «Almeno lì non puoi fare del male a nessuno – dirà- sono già morti».
Andrea ama i videogiochi, soprattutto quelli di ruolo con cui gioca in gruppo con i suoi amici dell’università; un rituale del venerdì sera in cui ciascuno nel videogioco finge di essere qualcun altro, con il compito di salvare o uccidere.
Di questa rabbia che porta ad uccidere parlerà spesso con riferimento all’adolescenza, periodo durante il quale rivela di essere arrivato al punto di farsi molto male, pensando e fantasticando l’ipotesi di gesti estremi. Mentre ne parla, tocca il braccio, se lo accarezza e mi spiega di aver compiuto atti autolesionistici in passato, che hanno lasciato dei segni, cicatrici che ha scelto di coprire con un tatuaggio che riproduce l’immagine della sua idea di protezione: il nonno materno. Di quei segni ne ha fatto un tatuaggio, ma le ferite sono ancora aperte.
Sono abrasioni accarezzate. Bruciano, urlano, si arrabbiano alla ricerca di una carezza.
Andrea in uno dei nostri colloqui dirà che sente una ferita che fa ancora male e che tutte le volte che sente un dolore talmente forte, pensa di compiere dei gesti estremi, poi guarda il tatuaggio che ha sul braccio e si ricorda che si era ripromesso di non farlo mai più.
Durante i colloqui Andrea attraverserà diverse fasi, in cui passerà dal dirmi: “Se riesce a togliermi questo dolore le faccio fare una statua al centro dell’università”, come se fossi un oggetto morto, fisso come una statua tra le sue mani già nelle prime battute dei nostri incontri, sino al farmi sentire un oggetto medicalizzato, quando mi soprannominerà “Garza”, nell’ultimo colloquio in cui riuscirò a vederlo.
Una garza serve solo a coprire la ferita, a proteggere il tessuto lesionato, ma resta lì in superficie non entra nel processo riparativo del tessuto.
Andrea mi fa sentire così: come una garza in superficie impegnata in questo “processo lembo a lembo” (Racamier,1996), come fosse la creazione di una “barriera di sensi”, che ispessisce la pelle con “pelli supplementari”, ma che non agevola il processo di respirazione del tessuto.
Una garza che neutralizza gli stimoli esterni e che come direbbe Racamier (1993) salvaguarda e rinforza la chiusura narcisistica. Quella sarà l’ultima volta che incontro Andrea, all’ultimo colloquio concordato non si presenterà e non risponderà neanche alla mia mail.
Nella stessa giornata in cui incontro Andrea per il suo primo colloquio, incontro Elena, anche lei, al suo primo colloquio del percorso di consulenza.
Elena è precisa e puntuale, trascorre quaranta minuti a descrivere per filo e per segno come avrebbe voluto impostare e gestire la sua vita universitaria e di studio nei prossimi mesi, come a convincermi che ci sono regole ben precise da seguire ossessivamente se si vuole arrivare preparati.
Non capisco bene di cosa mi stia parlando veramente, tutto ruota intorno ad una fatica organizzativa, che mi fa pensare ad una fatica nel trovare o ritrovare un organizzatore psichico che funga da riferimento, da punto cardine. Le rimando, verso la conclusione del colloquio, quanto senta che è come se mancasse un punto di riferimento per poter far funzionare queste “regole” organizzative e Elena mi dice: «Quattro mesi fa ho perso il mio papà».
Nel colloquio successivo si presenta con la descrizione di un disegno che aveva fatto la sera precedente,
chiusa nella sua stanza: il disegno di un pesce su carta e matita, in bianco e nero. Ha la coda fluttuante, morbida, il tratto della matita insiste proprio su quelle sfumature della coda, come a voler dare movimento ad un unico pezzo del corpo, che muto come un pesce, non può parlare del proprio dolore, né ha dell’acqua intorno che aiuti a respirare.
Un disegno in bianco e nero che apre associativamente a ciò che Elena non immaginava: le associazioni sulla mancanza d’acqua nel disegno la portano al ricordo di tutte le volte in cui non si è sentita autenticamente presente a sé stessa, come se fin da bambina avesse sempre svolto una funzione accomodante, ma senza capirne mai la motivazione. Capiterà spesso che Elena abbia gli occhi lucidi mentre mi parla, soprattutto quando riferirà: «Io volevo solo essere figlia».
Elena si occupa dei suoi genitori da molto prima della morte del padre, una vita improvvisata sulla paura di esserci o non esserci da un momento all’altro, a causa dei violenti attacchi epilettici di cui il padre soffriva sin da quando Elena era una bambina, quando l’adulto soccorrevole è mancato a quell’appuntamento. Accade di notte, uno degli attacchi epilettici più violenti, la madre è descritta da Elena come completamente agghiacciata di fronte alla situazione di emergenza e urgenza che stavano vivendo ed è Elena, con voce bambina, a chiamare i soccorsi.
Il padre si salva e forse Elena comprende in quel momento che sarebbe diventata un medico, ma porta con sé l’impossibilità di salvare ogni volta il padre, come nell’ultima che è stata fatale.
Quando svolgiamo il percorso di consulenza sta preparando l’esame di neurologia e non riesce a spiegarsi come mai abbia tutti questi mal di pancia e difficoltà di concentrazione mentre studia quella materia, «È l’unica materia che studio poco volentieri».
Nel corso dei colloqui ritornerà sul disegno del “pesce senz’acqua” soffermandosi sulla descrizione di sua madre: «È una mamma buona, una tipica mamma che cerca di esserci sempre, di non farti mancare mai nulla, ma non ha mai fatto niente da sola al di fuori della famiglia. Ora sono io che mi occupo di tutto, soprattutto le questioni burocratiche di cui prima si è sempre occupato mio padre e di cui lei è sempre stata all’oscuro…».
Non riesco a cogliere la sfumatura autenticamente affettiva nelle parole di Elena, ma è verso la conclusione del percorso che scopriamo quel che non immaginava e come terapeuta mi sento dentro ad una “perdita dentro la perdita”; mi descrive un momento trascorso con la madre in cui per la prima volta condividono il dolore, la tristezza e lo spaesamento per la perdita del padre. Elena trova il coraggio di condividere con sua madre quanto le manchi il padre e la madre comincia a raccontarle tanti aneddoti di quando erano una giovane coppia di fidanzati.
C’è una cosa che Elena mi racconterà con lacrime e stupore: «Non mi aspettavo che mia madre fosse così! Non conoscevo questa parte della vita di mia madre e finalmente mi ha raccontato un po’ di lei!».
Nell’ultimo colloquio Elena mi dirà di aver continuato il disegno del pesce e di aver aggiunto una bolla d’acqua.
Come si vive dentro una morte-non morte? Come si tollera il tentato suicidio di una madre? Come si tollera quello stato di allerta nel quale ha vissuto Elena per gran parte della sua infanzia e adolescenza?
In questi due percorsi di consulenza, così diversi tra di loro, ci sono molte domande che si arrampicano dentro di me e ce n’è una che potrebbe interrogare entrambi gli spunti clinici:
come si ritrova un oggetto perduto?
Freud (1917) si era soffermato a lungo sulla questione della perdita d’oggetto, come responsabile di “un’emorragia narcisistica” e di una perdita d’amore; infatti ciò che A. Green (2008) nel saggio Aspetti del campo depressivo ha sottolineato, è una particolare forma di depressione che non ha a che vedere con la sola perdita della spinta vitale del soggetto verso l’oggetto, ma che insinua una maggiore complessità che può riguardare un intero campo familiare, talvolta anche transgenerazionale.
L’Io del bambino, l’Io di Andrea, di Elena sarebbero come portabagagli di questo dolore e, nell’impossibilità di perdere del tutto l’oggetto d’amore e lasciarlo andare, l’Io prenderebbe il posto dell’oggetto perduto, mutilandosi. La mutilazione, sotto forma di segno e ferita, permette un attraversamento differito di tali vissuti depressivi che non stati elaborabili da un componente del campo familiare.
Racamier (1993) ci parla di oggetti perduti in merito al processo del lutto che accade dentro al soggetto primariamente come “lutto originario”.
Con Andrea ed Elena siamo alle origini della vita psichica, sembra come se nelle loro biografie ci sia un passaggio mancante, oscuro, qualcosa che è mancato o che manca e che non si sa di cosa sia fatto, se abbia o no una forma.
Il “lutto originario” è quel processo fondamentale che consente all’Io di essere sufficientemente in grado di affrontare una perdita, attraverso strumenti psichici come meccanismi di difesa e di adattamento, e attraverso l’acquisizione di una fiducia di base che consentirà di conservare una viva fonte creativa (Racamier,1993).
Il lutto originario non si compie senza lasciare una “cicatrice originaria” e non smette mai di compiersi.
Racamier (1993) ci aiuta a pensare alle condizioni possibili per elaborare un lutto, che partono sempre dall’innesco del processo di “lutto originario”, in cui accade che venga meno la “serenità narcisistica ideale”, quella relazione di unisono simbiotico madre/bambino che viene inizialmente preservata in ogni modo attraverso meccanismi seduttivi che hanno l’obiettivo di mantenere “l’acqua senza increspature”.
Torna in mente un sogno di qualche anno fa in cui lavavo un neonato dentro il bidet. Le associazioni della mia analista andarono verso il saggio di Nina Coltart (1996) Il bambino e l’acqua del bagno, che in una seduta successiva rielaborai con Il bambino e l’acqua sporca, non ricordandone il titolo esatto. Incomprensibile allora il senso di quel sogno, ma distanza di un po’ di anni colgo sfumature di significato nuove. Aver trasformato l’acqua del bagno in acqua sporca è come pensare al rischio, anche terapeutico, di “buttar via il bambino con l’acqua sporca” e a quel laborioso processo di differenziazione del sé.
Ogni oggetto perduto offre l’occasione di essere ritrovato per mezzo della condizione necessaria di attraversamento del lutto originario che consente sempre una crescita, in cui gli oggetti da esterni, possono essere interiorizzati.
Qual è il momento in cui il lutto originario è bloccato o espulso o congelato?
Quando un lutto viene trasportato su qualcun altro che non ha a sua volta avviato in precedenza un processo di lutto, e che trasforma e crea delle atmosfere nebbiose potenzialmente dannose per l’Io. (Racamier, 1993).
- Green ci dice che «la trasformazione nella vita psichica, al momento del lutto improvviso della madre, che disinvestì bruscamente sul figlio, è vissuta dal bambino come una catastrofe […] perché l’amore è stato perduto di colpo, senza segno di preavviso» (Green A. 1973 p. 275) ed è questa qualità vivo-morto che assume l’oggetto d’amore che interroga profondamente le esperienze psichiche che l’io di Andrea e l’Io di Elena hanno vissuto e stanno attraversando e che Green ha teorizzato come il “complesso della madre morta”.
É come se il contatto con questa qualità di oggetto vivo-morto facesse bruciare e creasse una vera e propria abrasione sulla pelle, un rischio sempre ripetitivo di “buttare via il bambino con l’acqua sporca”, pur di estirpare il dolore.
Nell’incipit con il romanzo di A. Bajani (2025) si comprende bene quella qualità dell’oggetto vivo-morto: nessuna espressione di piacere sul volto, come un distacco che non rende presenti nel momento in cui si sta scattando quella foto, che resterà e che passerà tra le mani di una generazione o più.
Allora come può una perdita diventare possibilità di vicinanza e carezza?
Dopo i primi mesi di terapia Marlene inizia a scattare fotografie.
Il lutto per Marlene coincide con la pensione e prende il volto di un marito che la lascia dopo una vita insieme e un figlio.
Due ruoli vengono a infrangersi e a frammentarla in mille pezzi: non più dirigente stimata, non più moglie.
«Come ha potuto farmi questo?».
Questa la domanda che apre i colloqui iniziali.
Nei due anni di terapia il suo interrogarsi si trasforma: «Come ho potuto farmi questo? … Come posso ora farmi altro?».
E quel farmi altro diventa espressione e ricerca di un movimento per diventare altro, per diventare Sé.
Chi è Marlene, non madre, non moglie, non capo ufficio?
È in un lavoro sull’immagine, sul confronto tra immagini -fotografie e sogni- che si avvia la ricerca.
Marlene autrice dei sogni e occhio che blocca la realtà. Elaborazione e sguardo. Interno ed esterno a tessere i suoi contorni, delineare i tratti, raccontare i pensieri.
Nel sogno frammenti ossei, resti di una frattura, si mischiano a gemme preziose. Nelle fotografie le mura di periferie estreme si colorano di arte.
Alfin, in spagnolo, vuol dire alla fine ma anche finalmente. È una parola che contiene la perdita e il sollievo.
È possibile far incrociare perdita e sollievo in un luogo, in un punto preciso, difficile da nominare, a volte un solo istante, un segno?
L’istante di uno scatto, uno scatto fotografico e uno scatto in avanti.
È possibile una morte, una fine, non come una perdita ma come un movimento inaspettato?
“Un ange qui passe” è un’espressione francese usata per descrivere un momento di silenzio improvviso e inaspettato in una conversazione. “Un angelo che passa” tra due persone, improvvisamente colpite da un silenzio, senza sapere perché, attraversate come sono dalla loro storia e dal loro inconscio.
Un silenzio non come un vuoto, ma come “un angelo che passa”.
«La morte si sconta vivendo», scrive Ungaretti (1942). La morte si sconta immaginando.
Il segno allora si fa traccia.
Nello scritto Lituraterre Lacan (1971) parla del significante non già come una catena ma come una nube informe, in essa si produce uno squarcio e dalla sua rottura piove. Tale rottura provoca la caduta del materiale che lo costituisce, il quale causa erosione della terra, incisione, marchiatura di quel che possiamo chiamare reale grezzo. La lettera è proprio questa erosione, dunque l’effetto dell’incontro tra la pioggia, acqua, e la terra, tra l’alluvione significante e il reale grezzo dell’essere vivente.
L’incisione a sua volta è una cancellatura, si elimina un pezzo di terra attraverso la precipitazione, si produce erosione sopprimendo la terra. Ecco allora spuntare la traccia nell’intimo intreccio con la lettera. Anche qui dunque una cancellatura, ma cancellatura di nessuna traccia che sia prima. Perciò non è più la traccia a essere eliminata, ma la cancellatura stessa che si fa traccia.
Un gesto è ciò che istituisce qualcosa, che lo fonda, che lo fa esistere e al contempo, in questo qualcosa che fonda e che fa esistere, il gesto medesimo non è mai presente come uno dei termini del qualcosa istituito. Come il gesto di tracciare un limite: esso istituisce un campo, ma allo stesso tempo non sarà uno degli elementi del campo istituito.
Si tratta di prestare attenzione al solco che la traccia crea.
«Si scrive sempre e solo per negoziare con le ombre» (Atwood M., 2025).
Il rito della deposizione – la cura del nokanshi – è una tradizione giapponese, un modo prezioso per dare l’estremo saluto alla persona deceduta: la pulizia del corpo, il trucco sul viso e la vestizione sono le ultime simboliche carezze fatte alla persona cara, prima di lasciarla andar via per sempre.
Nōkan è il rituale della partenza.
Daniela Lo Tenero
Psicologa, psicoterapeuta, psicodrammatista. ViceDirettore Scuola Coirag sede di Roma, VicePresidente e Membro titolare SIPsA.
Coordinatore Psicoterapeuta presso il Servizio psicologico integrato dell’Università Cattolica del Sacro Cuore sede di Roma. Coordinatore progetto Sostegno ai nuclei familiari. Obiettivo Uomo ETS e Mun. V Roma Capitale.
Marta Vimborsati
Psicologa, psicoterapeuta specializzata Coirag. Psicoterapeuta presso il Servizio psicologico integrato dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Roma.
Bibliografia
Algini ML (2011) Il tempo dell’orizzonte corto. Robin Edizioni, Roma.
Atwood M. (2002) Negoziando con le ombre. Ponte alle Grazie, Milano, 2002.
Bajani A. (2025) L’Anniversario, ed. Feltrinelli, Milano, 2025.
Coltart N. (1996) Il bambino e l’acqua del bagno. Saggi di psicoanalisi. Tr. it Astrolabio Ubaldini, Roma, 2000.
Freud S. (1915), Lutto e melanconia. In O.S.F. vol. VIII, Bollati Boringhieri Torino, 1977.
Freud S. (1920), Al di là del principio di piacere. In O.S.F. vol. IX, Bollati Boringhieri Torino, 1977.
Green A. (1973), Narcisismo di vita e narcisismo di morte. Tr. it Raffaello Cortina, Milano 2018.
Green A. (2022) La Clinica del negativo. Narcisismo, distruttività e depressione, tr.it FrancoAngeli, Milano,2023
Lacan J. (1971) Lituraterra in Altri scritti Einaudi, Torino 2013.
Racamier P.C. (1993) Il genio delle origini. Psicoanalisi e psicosi. Tr.it., Raffaello Cortina, Milano, 1996
Ungaretti G. (1942) L’allegria. Arnoldo Mondadori, Milano.



