Donne ch’avete intelletto d’amore,
io vo’ con voi de la mia donna dire,
non perché io creda sua lauda finire,
ma ragionar per isfogar la mente.
Io dico che, pensando ‘l suo valore,
Amor sì dolce mi si fa sentire
che, s’io allora non perdessi ardire,
farei parlando innamorar la gente.
E io non v’ parlare sì altamente
ch’io divenissi per temenza vile,
ma tratterò del suo stato gentile,
a respetto di lei, leggeramente,
donne e donzelle amorose, con voi,
ché non è cosa da parlarne altrui.
Dante Alighieri *
Segreti familiari, segreti e inganni, malattia, congedo dalla vita. Ma anche amore e passione per una donna. È attorno a questi temi e al loro intrecciarsi che prende forma un bel racconto di Julio Llamazares: I viaggi dello zio Mario, scritto dall’autore nel 2011 (Los Viajes dello tío Mario), recentemente pubblicato per la prima volta in lingua italiana da Amos editore nel marzo 2025 (1).
L’autore
Considerato in Spagna, suo paese di origine, uno dei più importanti scrittori contemporanei di lingua spagnola, Julio Llamazares è autore di racconti, romanzi, poesie. A queste ultime ha iniziato a dedicarsi da giovanissimo (fondando i Cuadernos Leoneses de Poesìa), prima della sua laurea in giurisprudenza e pubblicandole in varie riviste letterarie. Ma Llamazares è anche autore di articoli giornalistici; è sceneggiatore e grande viaggiatore, ed è considerato un grande narratore della memoria.
Tra le sue numerose opere letterarie se ne ricordano qui soltanto due: La pioggia gialla (La Lluvia amarilla), scritta nel 1988 e pubblicata in Italia nel 1993 da Einaudi, è un libro che lo ha reso famoso a livello internazionale e che ha avuto varie riedizioni in anni successivi (con Passigli e con Il Saggiatore). In questo libro la narrazione prende forma attraverso il monologo di Andrés, l’unico e ultimo abitante di un paese che è andato via via svuotandosi, così come i villaggi vicini, nella graduale scomparsa di un mondo rurale (2).
Un’altra sua opera letteraria, “Diversi modi di guardare l’acqua (Distintas formas de mirar el agua) – scritta nel 2015, pubblicata in Italia nel 2024 da Il Saggiatore –, è un racconto corale sull’esperienza generazionale del ritorno e del ritrovarsi insieme là dove il proprio paese perduto giace con tutti i suoi resti, sotto un lago. (3)
Nel novero dei temi cari a Llamazares che attraversano una parte importante della sua Opera, troviamo la memoria; lo sradicamento dai luoghi e il ritorno alle origini; i paesaggi, da intendere ineludibilmente legati alla memoria (azzardando potremmo dire: paesaggio come memoria e memoria come paesaggio), con la loro coloritura emotiva e la relatività rispetto a chi li osserva e li vive.
Si tratta di un insieme di temi che in parte è possibile associare ai segni lasciati da una sua precoce e luttuosa esperienza di vita: lo scrittore aveva solo dodici anni quando il suo paese natìo, Vegamìan (Leon) viene inondato e sommerso dall’acqua per realizzare la costruzione di una diga e far posto ad un lago artificiale; con lo sradicamento della sua famiglia e di tutti gli altri abitanti. A questo proposito, in occasione della pubblicazione in Italia del libro Diversi modi di guardare l’acqua, ad una domanda postagli nel corso di un’intervista, Llamazares afferma:
«Nella mia storia non è solo un bacino d’acqua che sommerge questi piccoli paesi, no, è tutta la tua vita che viene spazzata via. D’improvviso tutto cambia, si forma un nuovo paesaggio così come la tua vita ricomincia in modo inaspettato. E continuerai sempre a sentire lo sradicamento della tua memoria. Non solo è uno sradicamento fisico, ma è uno strappo dell’intera tua memoria. E questo produce un tale smarrimento da sommergerti nella malinconia» (4).
Per il racconto I viaggi dello zio Mario l’Autore ha ricevuto nel marzo del 2025, nella città di Treviso, il Premio Internazionale Amos per la Cultura. Il Premio, alla sua seconda edizione «È un riconoscimento a scrittori, filosofi, artisti, la cui opera sia intesa a ricostruire la “casa dell’uomo” secondo i valori della fraternità e della giustizia, dell’uguaglianza e della compassione, della dignità e dell’accoglienza. (5). Nella bella presentazione (curata in occasione della Premiazione), Paolo Collo, parla di Llamarares come di «un autore plurimo, un Llamazares poeta, un Llamazares narratore e un Llamazares viaggiatore» (6).
In Spagna, il racconto è stato inserito in una raccolta di scritti dal titolo: Tanta pasíon para nada, pubblicata da Alfaguara nel 2011.
La trama
Che sia Alessandra, figlia di una sorella di Mario, ad avere un ruolo importante nella ricostruzione degli eventi narrati lo si nota sin dall’inizio del racconto e per più di un motivo: le vicende della storia familiare del protagonista sono raccontate attraverso episodi che vedono Alessandra bambina insieme allo zio; oppure vengono da lei ricostruite in epoca successiva con l’aiuto dei suoi familiari. Ma lo si nota anche perché, a partire dal titolo e poi per tutto l’arco del racconto, sono soprattutto zii e zie gli altri personaggi della storia, (ma non soltanto loro, come vedremo). È sempre Alessandra, nell’incipit, a tratteggiare un profilo dello zio:
«Lo ricorda sempre serio, distante, introverso, quasi fosse assorto o arrabbiato con il mondo: Viveva vicino ai parenti, a pochi passi dal lavoro – la sede centrale delle Poste di Pomigliano d’Arco – ma non si faceva mai vedere, a parte qualche domenica pomeriggio, quando arrivava pieno di caramelle e bon bon per i bambini, o per le feste di Natale. Ovviamente con al braccio la zia. Erano sposati da molti anni e, nonostante fra loro parlassero poco, erano abituati a stare sempre assieme. Forse perché – pensava allora Alessandra – si erano già detti tutto: A dire il vero lo zio Mario parlava assai poco. Quando gli chiedevano qualcosa si limitava ad ascoltare e ad assentire con uno sguardo, oppure rispondeva a monosillabi; per il resto del tempo se ne stava in silenzio. Sembrava che niente di quello che gli altri dicevano lo riguardasse.
Anche con Alessandra parlava poco, ma parlava. Mentre gli altri stavano a tavola a chiacchierare, a volte per ore, passando dalle vicende familiari agli ultimi fatti accaduti in città, lo zio Mario la portava a passeggio o a fare un giro in macchina: Sapeva che le piaceva. Di fatto quella Fiat verde che lo zio trattava come una figlia e in cui arrivava sempre insieme alla zia Gigetta, fu la prima auto in cui salì Alessandra, cosa che non bastò a fare di quell’esperienza un ricordo piacevole: neanche partiti, le venne la nausea e, prima che lo zio se ne accorgesse, aveva già vomitato sul vano portaoggetti tutti gli spaghetti del pranzo. All’epoca lo zio aveva cinquant’anni. Da giovane, secondo la madre di Alessandra, la sorella minore, era stato molto bello; aveva ancora i capelli lisci e neri che – sempre secondo la sorella – facevano impazzire le ragazze, e la tipica eleganza di quelli della sua generazione. Un’eleganza mite, da signore di una volta, che sarebbe andata perdendosi, ma che, a quei tempi, a Napoli era ancora comune» (7).
Una famiglia numerosa, quella da cui proviene Mario: otto, tra fratelli e sorelle, nati a Pomigliano d’Arco, cresciuti con il fascismo e, dopo, con la guerra e con i suoi esiti. Arruolatosi, Mario viene mandato a Santorini, con il compito di svolgere un lavoro di vigilanza sull’isola greca dalla quale, però, viene presto espulso (per motivi all’inizio poco chiari) e inviato dapprima in un campo di prigionia in Macedonia e, successivamente, con l’evolversi degli eventi bellici, a Trieste, ancora occupata per la guerra in corso. Viene infine rimpatriato dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia. Quando la guerra finisce Mario ha ventidue anni. Lavora per qualche tempo nella bottega di stoffe del padre, poi trova un impiego alle Poste. Si sposa con Gigetta e hanno dei figli; Mario e Gigetta trascorrono insieme tutta la vita; invecchiano insieme. Poi arriva il pensionamento di lui e la festa di congedo dai colleghi di lavoro. Eppure.
«Per lui tutto era compiuto. I suoi amici – che peraltro non vedeva quasi mai – erano vecchi, i suoi colleghi non si ricordavano più di lui (dopo quel giorno di loro non seppe più niente) e i suoi figli se n’erano andati, secondo la legge delle cose, ognuno per la propria strada. Non gli restava altro da fare che aspettare la morte, da solo o con la zia sotto il braccio, nessuno poteva immaginare che la sua vita avrebbe avuto una svolta così radicale. Paradossalmente tutto iniziò quando gli diagnosticarono la malattia» (8).
Una diagnosi infausta, di cancro, che, secondo quanto gli disse il medico, gli avrebbe lasciato pochi mesi di vita. Allo stordimento iniziale provato alla comunicazione della malattia, Mario inizia a provare un sentimento di estraneità che lo accompagna anche nel corso del viaggio che – dopo un periodo iniziale di cure – intraprende di lì a breve.
«Il ricordo del suo tumore, del granchio (lo immaginava sempre così) che lo mangiava da dentro ormai da tempo e che, mentre lui viaggiava da un posto all’altro, si supponeva portasse avanti la sua crudele opera.» (9).
Si assiste poi, nella sequela degli eventi narrati, ad una sorta di viraggio, ad un cambiamento di ritmo; lo si nota, nell’andatura del racconto, da quando Mario decide di fare visita ai suoi fratelli che vivono in altre città, per metterli a conoscenza della malattia e per congedarsi da loro. Il suo sarà un congedo (nello scritto si precisa che, con i suoi cari, Mario non userà mai questa parola), come si vedrà, non soltanto dai familiari, ma anche dai luoghi, dai paesaggi e dalle altre persone amate. Decide di fare questo viaggio da solo – senza nessuno al fianco, senza la moglie, che ne rimane stizzita – seguendo un itinerario che prevede molte tappe, tra le quali Roma, Arezzo, Bologna, Milano, in Svizzera, e poi a Santorini.
A Bologna l’incontro con Carlo – il fratello a lui più vicino per età e quello con il quale aveva sempre avuto una relazione più stretta – lo riporta in modo inaspettato ai tempi e al motivo della sua espulsione da Santorini e a un suo amore giovanile (Marcia, il nome della giovane donna); all’epoca Carlo era stato l’unico al quale Mario aveva confidato questo suo amore. Ne avevano parlato una sola volta, e poi non più per i successivi quarant’anni. Carlo, alla notizia della malattia del fratello, resta in silenzio, poi dice a Mario:
«Non ti ha scordato. Per quanto ti sembri incredibile, in tutti questi anni non ti ha scordato.» (10).
Nonostante fossero trascorsi decenni, «Nemmeno lui l’aveva scordata, […] ma lo tenne sempre per sé.» […] «Dopotutto – pensava in quel momento– se non si raccontano i ricordi non possono ferire nessuno.» (11).
I ricordi, nel proseguo del suo viaggio, riaffiorano man mano. Lo svelamento di Carlo, fa emergere gradualmente una trama più o meno consapevolmente costruita attorno a silenzi e segreti; ma sorretta anche da inganni (questi ultimi ruotano attorno ad una corrispondenza epistolare tra Mario e Marcia, improvvisamente e inspiegabilmente interrotta). Si ha l’impressione di una rete nella quale Mario, senza averne contezza, resta imbrigliato e che concorre a delineare il corso e il destino della sua vita.
«A parte la nebbia e il fumo delle fabbriche di Milano, quel che rattristava lo zio era il ricordo di Marcia, che lo seguiva ovunque andasse e che a volte lo assaliva in piena notte nella camera che uno dei suoi nipoti gli aveva ceduto.» (12).
Intanto, nel breve tempo che gli resta, Mario prosegue i suoi spostamenti; di andata e ritorno; una valigia lasciata nel corridoio della casa coniugale pronta per il prossimo viaggio; un susseguirsi di incontri – anche con l’affioramento di verità fino a quel momento inesplorate – e di commiati; infine la decisione di un secondo viaggio, di sola andata, verso Santorini da dove, per certi aspetti, è iniziato tutto. Con la parte conclusiva del racconto che lo vede funambolicamente sospeso tra il proprio passato di esiliato a sé stesso (così ci azzardiamo a dire di lui) e la ricerca, in extremis, di qualcosa che restituisca senso, dignità, giustizia alla vita. La ricerca (improbabile) del tempo perduto.
Sarà sempre la nipote Alessandra, più avanti nel racconto, a dire qualcosa sull’evolversi degli eventi, a darne voce; molte cose dello zio su quello che successe poi, Alessandra le saprà da adulta, narratele dal padre per via epistolare. Il che ci interroga sul bisogno (o sulla necessità), a volte, di passaggi generazionali per ricostruire e iniziare a comprendere la storia di una vita umana e a tramandarla. La vita delle persone care ma anche la propria vita.
Altro non si dirà qui della trama, anche per mantenere vivo il desiderio o la curiosità di potenziali lettori che intendano accostare quest’opera letteraria.
Prime impressioni sul racconto
Con uno stile narrativo limpido e intenso, un linguaggio essenziale e scevro da ogni enfasi, e con la sua maestria, Julio Llamazares descrive – riuscendo ad andare nel profondo delle cose – gli elementi che compongono la complessità delle vicende della vita di un uomo (il protagonista del racconto) con i suoi momenti salienti e le sue contraddizioni; queste ed altre caratteristiche rendono la lettura di questo libriccino (lo chiamiamo così per l’ampiezza del volume, non certo nel senso del suo valore) particolarmente avvincente dall’inizio alla fine. Vi ritroviamo una grande attenzione, da parte dell’Autore, nel tratteggiare gli stati d’animo dell’itinerario esistenziale compiuto dal protagonista lungo le sue linee d’ombra, il senso di stordimento e di estraneità, la malinconia e i poi i silenzi che sembrano farsi assordanti. Ma anche l’attenzione ad evidenziarne la corrispondenza con i paesaggi visti (ma potremmo ben dire “vissuti”) incontrati durante il viaggio: dai paesaggi delle città (a partire da quella natìa), con le loro storie, atmosfere e colori, a quanto (semplicemente) egli osserva dal finestrino del treno; alle emozioni suscitate da ognuna delle visite fatte ai fratelli e alle sorelle. Poi le luci del mare, e l’isola, e l’azzurro delle finestre; colori, luci e ombre che si incontrano sovrapponendosi. Sono paesaggi viventi quelli che l’Autore descrive. Da intendere qui come movimenti interiori, introspettivi, che sembrano procedere articolandosi in vari modi; per esempio attraverso contrasti fisico-geografici (la nebbia e il fumo delle fabbriche di qualche città da un lato, la luce e il movimento del mare dall’altra); ma anche con il cogliere i segni che il passare del tempo lascia indistintamente tanto nei luoghi quanto nelle persone; poi c’è la grande malinconia che non trova sfogo, e la diversa coloritura che l’affiorare dei ricordi suscita nel protagonista in relazione a quello che vede e che ascolta; con i ricordi stessi che figurano come paesaggi dell’animo.
Paesaggi dell’anima è il titolo che Umberto Galimberti ha dato ad uno dei suoi libri, nel quale rimanda, in primis, all’origine della parola anima. A partire dall’espressione greca psyché: soffio, respiro; e da quella latina ánemos: il vento. Proseguendo poi sull’origine e il senso della parola anima, l’Autore ripercorre storicamente l’intreccio tra le due tradizioni (quella filosofica e quella orfica) dal cui contrasto si deve «[…] il più alto segno della compiuta comprensione della vicenda umana, lacerata tra l’ordinario incedere della ragione […] e l’insorgenza dell’irrazionale […] che dissolve i confini del paesaggio nel senza-confini dello spaesamento.» (13). Nell’esergo al suo libro Galimberti cita Friedrich Nietzsche: “Anima mia, io ti insegnai a dire ‘oggi’/ come se fosse un giorno e ‘un tempo’/ e a danzare al di sopra di ogni ‘qui’ e ‘lì’/ e ‘là’ la tua danza circolare.» (14).
I dialoghi, sono pochi, ma occupano un posto importante nell’architettura del racconto. Si tratta di momenti in cui affiorano alcune verità sulla storia familiare del protagonista. Come, ad esempio, il dialogo rivelatore tra Mario e il fratello Carlo. Una sorta di confessione, quella di Carlo, che, come abbiamo detto, lascia il fratello stordito e interdetto. Oppure quello, in cui viene svelato un grande inganno, messo in atto nel lontano passato dalla moglie Gigetta. Struggenti, poi quelli scambiati con Marcia. Altri dialoghi appaiono soltanto abbozzati. Ma (forse preponderante sugli altri), è il dialogo che il protagonista intrattiene con sé stesso: un viaggio interiore – che sembra assumere a volte una dimensione onirica – dove il passaggio fugace nei luoghi incontrati ha un valore evocativo e gli consente di osservare il mondo da diversi angoli di visuale, ridisegnando l’arcipelago della sua geografia affettiva. Gli permette anche (almeno così ci sembra) di intravedere, riscrivendone interiormente il senso, una storia altra rispetto a quella in cui ha creduto di vivere fino a quel momento. È attraverso il disvelamento che sembra diventare possibile per lui un rimettere a fuoco alcuni eventi della propria vita e tentarne una ricapitolazione; comprenderne l’enigma e districarne i nodi ingarbugliati; operare un salto, attraverso i viaggi, nel passato e nel futuro. Come una ri-nascita, sebbene con un futuro precario (i pochi mesi di vita prognosticatigli dal medico). Un tempo che stringe.
Qualche nota a latere
Molteplici sono gli spunti di riflessione aperti dalla lettura del racconto. Soltanto ad alcuni si accennerà di seguito.
Vi scorgiamo la tematica dei segreti e delle trame familiari (frequente in molte storie di persone e di famiglie) all’origine della quale si ritrova molto spesso il lasciare (tra-lasciare) alla sfera del “non detto” (a volte senza averne contezza) tutto quello che nel corso della vita potrebbe essere comunicato, chiarito, spiegato, condiviso, forse compreso, attraverso le parole. Con esiti, in termini di evoluzione delle storie familiari, del tutto particolari, molto spesso inconsapevoli, che a volte emergono dopo una o più generazioni. Nel racconto di Llamarares il “non detto” è ben descritto, come già abbiamo visto, in alcune delle riflessioni del protagonista:
«Dopo tutto – pensava in quel momento – se non si raccontano i ricordi non possono ferire nessuno» (15); ovvero pensare, che “dire” possa equivalere a ferire l’altro. Forse per una grande sensibilità; forse per un tratto caratteriale; forse per una credenza familiare (un mito familiare) forse per una protezione degli altri e/o una protezione di sé stesso. Forse per altri innumerevoli motivi.
Si tratta di argomenti che sul piano dello studio delle famiglie sono stati affrontati da molti autori. Ci si limita qui a indicare due contributi. Uno di questi si riferisce ad un lavoro di ricerca realizzata da John Bing Hall (16) che propone l’idea dei family script, intesi come sistemi di credenze implicite ed esplicite, (condivisi con la famiglia estesa, tramandati inconsapevolmente a livello generazionale), come miti e leggende familiari; una sorta di deposito di emozioni, esperienze, ricordi che non hanno potuto accedere alla elaborazione della coscienza.
L’altro è il contributo proposto da Luigi Onnis, descritto in molte sue pubblicazioni e sistematizzato in uno dei suoi ultimi libri (17). L’Autore vi espone i risultati di un lungo lavoro di ricerca teorica e clinica ed offre interessanti motivi di riflessione sia agli studi sui concetti di «inconscio familiare condiviso» e di mito familiare (l’inconscio non rimosso dei miti) (18), sia adottando nella pratica clinica il metodo delle «sculture del tempo familiare»; Luigi Onnis formula altresì ipotesi sui possibili punti di incontro tra la psicoterapia sistemica, gli orientamenti psicodinamici e quelli cognitivisti. (19).
Una seconda riflessione ci rimanda a Sigmund Freud. Guardando al senso di stordimento del protagonista del racconto, al suo sentirsi estraneo a ciò che vede; guardando all’insorgere della sua malattia (da lui soprannominata “il granchio”), ci si interroga se sia lecito scorgervi alcuni dei segni della «inquietante estraneità» (Unheimlich) di cui parla Freud nel suo Saggio sul Perturbante, un sentimento che viene descritto come: «Il senso di turbamento, causato dal silenzio, dalla solitudine, dall’oscurità (20); e in un altro passo le sue parole sono: «Non c’è dubbio che esso appartiene alla sfera dello spaventoso, di ciò che ingenera angoscia e orrore, ed è altrettanto certo che questo termine non sempre viene usato in un senso nettamente definibile, tanto che quasi sempre coincide con ciò che è genericamente angoscioso.» (21).
Di «una condizione di indecidibile spaesamento» parla Graziella Berto in un Saggio (22) che ruota attorno alla parola Unheimliche. L’Autrice ne approfondisce la dimensione filosofica, andando a ricercare, analizzandolo, il percorso seguito sia da Freud sia da Heidegger sulla questione del Perturbante, facendo per alcuni aspetti incontrare il pensiero dello psicoanalista e quello del filosofo, pur nel riconoscimento delle diversità. Unheimliche come un «gesto di arretramento» rispetto a ciò che è conosciuto da tempo e che «produce spavento». È l’estraneità nel familiare, dove «[…] la “dimora” non coincide più con il conosciuto e il consueto, pur essendo il luogo del nostro “abitare”.» (23). Da qui il turbamento dell’estranea familiarità.
Una situazione nella quale è “come se” i confini della casa (intesa come tutto ciò che ci è familiare) si sfaldassero e non ci si orientasse più in casa propria. Ma, continuando a interrogarci su questo sentimento, potremmo, in un senso più ampio, considerare il nostro stesso corpo come casa (dimora) che conosciamo a fondo (almeno così crediamo). Se con il sintomo (la malattia) il corpo vacilla, ne può conseguire precarietà e un senso di estraneità.
«Paradossalmente tutto iniziò quando gli diagnosticarono la malattia.» (24).
A partire da qui, come abbiamo visto nel racconto, la decisione del protagonista è quella di incontrare i familiari per congedarsi da loro; un modo di accomiatarsi da loro da comprendere come un “gesto” di con-divisione; forse la ripresa di un dialogo; da intendere come un aprire alla possibilità di un reciproco ascoltarsi andando indietro nel tempo, risentire il suono delle voci e, con tutto questo, la viva voce degli affetti. Nel tempo presente, un rivolgersi al passato. È un passo fondamentale compiuto nella direzione di rivisitare la propria storia personale, ma che richiede tuttavia un seguito.
Se volessimo infatti andare oltre la storia letteraria narrata e guardare, oggi, al tema della malattia e dell’essere ammalati, dovremmo ipotizzare un percorso che delinei le fasi di un processo di cura che prenda in considerazione l’ascolto del sintomo (la malattia e i suoi effetti nel corpo e nella mente), e il suo linguaggio; nell’insieme, un testo da comprendere con la persona, anche ascoltando il silenzio delle emozioni; superando le parole a volte incomprensibili della medicina e quelle sul tempo della prognosi (la previsione medica del tempo che resta da vivere); favorendo un ascolto che sia in grado di rimettere al centro la vita degli affetti. «[…] vissuti in una specie di teatro interno, i nostri affetti esprimono il dramma della nostra vita». (25) Lo sosteneva Franco Fornari nel libro Affetti e cancro, quando parlava di «corpo degli affetti», e «di affetti come potenze naturali comuni a ogni uomo, che partecipano ad ogni processo terapeutico». (26). Ma sarebbe l’inizio di tutta un’altra storia.
I viaggi e le vicende della vita dello zio Mario, così ben narrate sul piano letterario, ci orientano a riflettere al valore della memoria e a cercare di comprendere le traiettorie che i ricordi (con le emozioni e gli affetti che li sostengono) compiono sui loro stessi passi, ritornando alla mente (alla luce?); tra orme lasciate alle spalle, dimenticanze, affioramenti fugaci, perdite e ritorni a volte effimeri. Ricordi solo apparentemente naufragati nella memoria e nei suoi depositi reconditi.
Se li consideriamo come viaggi nella memoria, essi ci invitano ad interrogarci sulla differenza tra lo scorrere del tempo e lo scorrere della vita, cosa sulla quale ci può dare un aiuto prezioso la lettura di Lucio Anneo Seneca in De brevitate vita, (uno Scritto sulla saggezza e sull’uso che, nella vita, si fa del tempo), che l’Autore dedica a Paolino, un alto funzionario imperiale a lui coevo: «[…] sicché non dubito che sia vero ciò che in forma di oracolo si dice nel più grande dei poeti: “piccola è la parte della vita che viviamo. Si: tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo”.» (27). «[…]“ I migliori giorni della nostra vita sono i primi a sfuggire per gli sventurati mortali”. “Che indugi?” dice “che aspetti? Se non te ne impossessi, fuggono”» (28).
E più avanti: «La vita si divide in tre tempi: passato, presente, futuro. Di essi il presente è breve, il futuro incerto, il passato sicuro. Solo su questo la fortuna ha perduto il suo potere, solo questo non può essere ridotto in balìa di nessuno». […] «Eppure questa è la parte del nostro tempo sacrosanta e inviolabile, al di là di tutte le vicissitudini umane, fuori del regno della fortuna; inattaccabile dalla miseria, dalla paura, dalle malattie; non può essere sconvolta né strappata: perpetuo e tranquillo ne è il possesso. Solo a uno a uno sono presenti i giorni, e momento per momento; ma quelli del passato si presenteranno tutti al tuo comando, si faranno esaminare e trattenere a tuo piacere: gli affaccendati non hanno tempo per farlo» (29).
Giulia Cespa
Psicologa, psicoterapeuta, psicodrammatista; formazione psicoanalitica e sistemico- relazionale.
Già dirigente psicologa, a Roma, presso una A. S. L. del S. S. N. È socia didatta del C.S.T.F.R. (Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale) e membro della S. I. Ps.A. (Società Italiana di Psicodramma Analitico)
Note
* Dante Alighieri (1293-1295, Vita Nova, BUR Rizzoli 2016, Milano. cit. p. 89 – 10 [15], [16],[17].
1- Il racconto di J. Llamazares (2011), I viaggi dello zio Mario (Los Viajes dello tío Mario), in Spagna è stato incluso nella raccolta di racconti: Tanta pasiòn para nada, pubblicato da Alfaguara nel 2011. In Italia il racconto è stato pubblicato per la prima volta nel marzo 2025 da Amos Edizioni, con la traduzione di Sebastiano Gatto, alcune foto di Lorenzo de Nobili e una presentazione di Paolo Collo.
2- J. Llamazares, La Lluvia amarilla (1988), La pioggia gialla, pubblicata per la prima volta in Italia dalla casa editrice Einaudi nel 1993.
3- J. Llamazares, Diversi modi di guardare l’acqua, pubblicata in Spagna dalla casa editrice Alfaguara nel 2011; in Italia, nel 2024, dalla Casa editrice Il Saggiatore.
4- L’intervista a J. Llamazares , curata da Fabio Bozzato, è stata pubblicata con il titolo: Se non ricordi non sei nulla, in The Italian Review, Articolo n. 52/2024 di J. Llamazares . (sito wwwtheitalianreview,com.
5- I viaggi dello zio Mario, p. 5.
6- ibidem p. 10.
7- I viaggi… p. 19-20.
8- ibidem p. 25.
9- ibidem p. 41.
10-ibidem p. 31.
11- ibidem p. 31.
12- ibidem p. 41
13- U. Galimberti (2017), Paesaggi dell’anima, Feltrinelli, settima edizione 2024, Milano. (cit p. 9 e 10.
14- ibidem p. 9. Nel libro di Galimberti la citazione di Nietzsche è tratta da: Così parlò Zaratustra. Un libro per tutti e per nessuno (1883-1885).
15- I viaggi…p. 32.
16 – J. Byng-Hall (1995), Le trame della famiglia, Raffaello Cortina editore, Milano, 1998.
17- L. Onnis (2017), Teatri di famiglia, Torino, Bollati Boringhieri editore.
18- ibidem p.104 e p.126
19- ibidem p. 90
20- S. Freud (1919): Il Perturbante (Das Unheimlich), in Opere vol. IX, Boringhieri, Torino 1974, (cit. p. 108 e segg.)
21- ibidem p. 81
22- G. Berto (2002), Freud Heidegger Lo Spaesamento, II edizione Studi Bompiani, Milano. (cit. p. 5).
23- ibidem p. 25
24- I viaggi… p. 25
25- F. Fornari (1985), Affetti e cancro, Raffaello Cortina editore, Milano. (cit. p. 37).
26- ibidem, Introduzione, p. XIX.
27- Lucio Anneo Seneca (49-54 d.C.) De brevitate vitae (La brevità della vita) (1997) Rizzoli editore – Milano, cit. p 43.
28- ibidem, p. 63.
29- ibidem p. 65 e p. 67.
Bibliografia
* Dante Alighieri (1293-1295), Vita Nova, BUR Rizzoli 2016, Milano.
Berto G. (2002), Freud Heidegger Lo Spaesamento, II edizione Studi Bompiani, Milano.
Bozzato F. (a cura di), intervista a J. Llamazares, Se non ricordi non sei nulla (Articolo n. 52/2024 di J. Llamazares in: The Italian Review, Articolo n. 52/2024 di J. Llamazares) (sito theitalian review,com.)
Byng Hall J. (1995), Le trame della famiglia, Raffaello Cortina editore, Milano, 1998
Fornari F. (1985), Affetti e cancro, Raffaello Cortina editore, Milano.
Freud S. (1919), Il Perturbante (Das Unheimlich), in Opere vol. IX, Boringhieri, Torino 1974. Galimberti U. (2017), Paesaggi dell’anima, Feltrinelli, settima ed. 2024, Milano
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– (1988), (La Lluvia amarilla), La pioggia gialla, Einaudi, Torino, 1993.
– (2015), Diversi modi di guardare l’acqua, Casa editrice Il Saggiatore, Milano, 2024.
Nietzsche F. (1883-1885) Così parlò Zaratustra. Un libro per tutti e per nessuno, in Opere, vol. VI,1 Adelphi, Milano 1968.
Onnis L. (2017), Teatri di famiglia, Torino, Bollati Boringhieri editore, Torino
Seneca L. A. (49-54 d.C.), (De brevitate vitae), La brevità della vita, Rizzoli editore, Milano, 1994.



