L’autrice, Catherine Malabou, è una filosofa e professoressa di filosofia all’ Irvine University in California, da sempre impegnata nel suo lavoro di ricerca sul rapporto tra filosofia, neuroscienze e psicanalisi, nonché sulle nozioni di essenza è differenzialismo nell’ambito del movimento femminista. Già nella prefazione alla seconda edizione in francese del suo libro Les noveaux blessés (I nuovi feriti), pubblicato nel 2017, la Malabou dichiara la sua ingenuità e tracotanza inconscia nella scrittura di questo testo in quanto solo un grosso investimento inconscio poteva darle l’audacia e la cecità necessarie per realizzarlo. In effetti, la sua opera, giunta a noi nel 2023, nella traduzione italiana a cura della casa editrice Poiesis, appare da subito singolare e pionieristica nel suo intento: dimostrare che l’inconscio, almeno nella sua formulazione classica freudiana, non è, oggigiorno, la sola forza motrice del nostro desiderare. L’autrice introduce ed avvia un confronto tra il concetto di cerebralità, da lei introdotto, il cui connotato è psichico e la cui causalità è diversa da quella elaborata dalla psicanalisi, ed il concetto freudiano di sessualità. Nel testo rimette in discussione la definizione freudiana di “evento psichico” ed afferma la necessità che sia elaborata una nuova teoria della causalità psichica ed avviato un lavoro di rimaneggiamento teorico della psicopatologia contemporanea. Particolare rilevanza è riservata al concetto di trauma, fondato sull’evidenza dei tratti comuni a tutti i cervelli feriti. Nelle diverse patologie cerebrali, quale l’Alzheimer, in tutte le forme neurodegenerative, quelle conseguenti a traumi, lesioni, traumatizzati di guerra, vittime di abusi, di catastrofi, nelle quali si osservano comportamenti e reazioni di estraneità, di smarrimento, di disaffezione, di apatia, è possibile ipotizzare l’esistenza di un tipo di sofferenza cerebrale, capace di creare ex nhilo una nuova identità? È possibile che il cervello soffra? I soggetti che la Malabou definisce “i nuovi feriti” nulla conserverebbero della loro antica forma psichica, ci troveremo cioè di fronte a un vero e proprio annientamento, una sorta di distruzione dell’identità, determinata dalla brutalità dell’evento improvviso, destrutturante ed imprevedibile. Ed è a partire dalla dolorosa esperienza personale dell’autrice, relativa alla malattia di Alzheimer della nonna, che la stessa si avventura in una complessa disamina e un approfondito confronto tra i diversi saperi della psicanalisi e della neurobiologia contemporanea, interrogandole sulla spinosa questione della sofferenza cerebrale. È possibile, si chiede la Malabou, che esista una plasticità distruttiva, all’opera nel cervello, capace di dare forma ad un’identità estranea, irriconoscibile, attraverso l’annientamento della forma? A partire dalla evidenza di una stretta relazione tra sofferenza cerebrale e sofferenza psichica, l’autrice avvia un lavoro di ridefinizione del concetto di trauma: ogni trauma, sia che si tratti di un trauma organico, o di un trauma politico, di uno shock o di uno stress psicologico molto forte, o di una ferita di guerra, provoca un attacco ai siti cerebrali conduttori di emozione, determinando danni al cervello emotivo, cioè a quella dimensione affettiva del cervello, ignorata a lungo da molti psicoanalisti, ma evidenziata dalle importanti ricerche della neurologia contemporanea. Nessun trauma, nessuna ferita, secondo Freud, sembrano poter creare dal nulla un’identità post-traumatica, c’è sempre una continuità psichica tra il prima e il dopo della ferita, il soggetto resta quel che è nella sua stessa alienazione. L’autrice sostiene che non è possibile considerare il cervello come «un semplice luogo di passaggio di eccitazioni o impulsi nervosi, senza alcun collegamento con la vita psichica» ed aggiunge che la psicanalisi, troppo occupata a descrivere la logica pulsionale, ha mancato questa traduzione affettiva della regolazione vitale. Punto nodale delle sue elaborazioni è il confronto tra il concetto di cerebralità, termine da lei formulato, ed il concetto freudiano di “sessualità”: se Freud definisce la sessualità come il luogo privilegiato dell’incontro e dell’articolazione tra l’incidente e il suo significato, al contrario, quando parliamo di danni cerebrali e dunque di cerebralità, questi non possono essere interpretati in riferimento ad un evento pregresso, non possono essere significati o scatenati da un conflitto anteriore. La conoscenza, attraverso le ricerche della moderna neurobiologia, della localizzazione anatomica dei siti dell’emozione e dei meccanismi che vi operano all’ interno, hanno indotto l’autrice a coniare il termine di “inconscio cerebrale” che è costituito dal nocciolo dove si trama l’intrigo originario dell’attaccamento alla vita e che corrisponde all’elaborazione neuronale di una rappresentazione, sia costante che cangiante, del rapporto psicosomatico. A differenza dell’inconscio freudiano che ė atemporale, l’autoaffezione cerebrale o inconscio neuronale è l’annuncio e il richiamo interno, incessante della mortalità. La Malabou afferma che non aver affrontato con il giusto rigore, da parte delle varie teorie psicanalitiche, filosofiche e neurologiche da lei analizzate, il concetto di plasticità distruttrice rende incompleto il confronto tra sessualità e cerebralità. Questa plasticità post lesionale che si situa agli estremi del concetto filosofico di creazione e di distruzione della forma, indicherebbe, nelle gravi patologie da danno cerebrale, la formazione di una nuova identità di default, elaborata a partire dalla perdita. Pertanto, ritiene auspicabile approdare ad una nuova teorizzazione che articoli meglio pulsione di morte e potenza traumatica dell’evento. E a tal proposito l’autrice sottolinea che la freddezza emozionale che troviamo nei malati di Alzheimer e nei traumatizzati di guerra o nelle vittime di stupro, riguarda anche i carnefici e i criminali, a suo dire l’indifferenza della vittima del ferito trova la propria mimica macabra nell’assenza di empatia del torturatore. In conclusione, sostiene che solo un approccio neurologico della distruzione psichica può dare corpo a quell’aldilà del principio del piacere che per Freud non esiste. L’apparire delle figure del trauma nella neurologia contemporanea, della freddezza e della disaffezione, nello scenario della psicopatologia mondiale, autorizzano ad affermare che un aldilà del principio del piacere si manifesta e si forma. Il limite della psicoanalisi, di fatto, è di aver rinunciato ad ammettere l’esistenza di un aldilà del principio del piacere e all’impossibilità di dare una forma e una rappresentazione alla pulsione di morte. Queste elaborazioni così approfonditamente sviscerate e rilanciate dall’autrice vogliono stimolare una ricerca che apra a nuove possibilità terapeutiche. Di fatto emerge oggi, come questione imprescindibile, la necessità di rielaborare il ruolo dell’analisi, il senso della domanda ed il senso della risposta nei confronti di soggetti che non possono “fare transfert”. Questo interroga eticamente la funzione del terapeuta “supposto sapere” e sfida la psicoanalisi a ripensare la neutralità dell’analista nei confronti della freddezza di tali pazienti perché “l’altro non sa e non vuol sapere”. Non si tratta, dunque, di chiedersi come guarire questi pazienti, ma piuttosto come soffrono, qual è la loro sofferenza. La Malabou ribadisce che si tratta di diventare il soggetto della sofferenza dell’altro e della sua espressione, specialmente quando l’altro è incapace di “sentirsi qualsiasi cosa”. È una grande sfida, quella che rilanciata in questo testo complesso, dal quale emergono riflessioni inquietanti sulla violenza del nostro vivere contemporaneo. L’identificazione del male, dunque, attraverso la particolare caratterizzazione dei traumi, dipendente oggi più che mai da una geopolitica, sembra essere il compito preparato ad ogni impresa terapeutica e riparativa. L’evento istruttore, qualunque sia l’origine biologica o sociopolitica, capace di innescare una metamorfosi radicale dell’identità, appare oggi come una possibilità esistenziale costante che minaccia, in ogni momento, ognuno di noi. Potremmo diventare “nuovi feriti” in ogni istante, cancellati alla forma passata della nostra identità. La violenza di oggi consiste, di fatto, nel tagliare al soggetto le sue riserve di memoria, deprivandolo della sua dignità di soggetto. Come allora la psicoanalisi, la neurologia, la filosofia, le scienze umane possono oggi costruire dei veri ponti di incontro e di confronto per interrogare le complesse vicende del vivere contemporaneo e della sofferenza da cui siamo afflitti?



