Espistolario su come Salvare la Cosa Pubblica
Caro Nicola, partiamo dall’inizio.
Dopo aver letto un paio di capitoli di questo libro, Salviamo la Cosa Pubblica. L’anima smarrita delle nostre istituzioni, è arrivato il pensiero di fartene regalo. Da subito ho sentito che (mi) parlava (anche) di te o, meglio, ritornavano tra quelle righe gli echi di tanti e tanti discorsi fatti negli anni, saranno almeno una ventina ormai. Adesso che abbiamo deciso di scriverne, penso a quante istituzioni abbiamo attraversato con ruoli e, spesso, diverso senso di appartenenza, di quanto spesso ci siamo confrontati con la strana natura dei gruppi di lavoro, delle equipe, delle professioni della cura e anche dei loro sogni, arrivando a maturare la convinzione che in questi ambiti il tema della gruppalità trovi le sue manifestazioni più complesse, enigmatiche e sostanzialmente irrisolvibili. Un altro punto dal quale iniziare potrebbe essere la certezza che entrambi crediamo nella Cosa pubblica e, come gli autori del testo, ne osserviamo dolenti la fatica se non lo sfaldamento, tu che nella Cosa pubblica hai lavorato per decenni e io che la frequento quotidianamente da tanti anni. Leggere questo testo insomma è stato un po’ come vederci allo specchio e riconoscere tanti elementi e tanti temi di questi anni di lavoro porta a porta. La tua esperienza nella scuola, per esempio, l’importanza fondamentale di questa istituzione pubblica e la necessità di vivificarla proprio a partire da chi lavora. Il sogno, che tanto ci appassiona come psicodrammatisti, che il capitolo del libro descrive nella sua natura e potenzialità politica (e forse ti ricordi che anni fa ti avevo parlato del libro di Charlotte Beradt, citato dagli autori), come sarebbe interessante andare a riprendere le sedute di psicodramma in casa-famiglia o gli incontri di polivisione e nei sogni giocati e raccontati intravedere anche lo stato di salute delle istituzioni nelle quali avevano preso forma.
Giuseppe Preziosi
Ciao Giuseppe,
ho riunito la tua prima lettera alla mia, ponendo la tua all’inizio, riconoscendole il ruolo di premessa al nostro lavoro. Mi stupisco che le due missive, scritte nello stesso tempo, Jung direbbe in sincronia, siano armoniche. Ciò mi ricorda un momento della mia vita adolescenziale in cui, con una mia amica, avevamo inventato una corrispondenza cartacea che non rispettava il ritmo dato dall’esistenza di un mittente e un destinatario. In pratica, scrivendo entrambi all’altro, nello stesso momento, ottenemmo un parlare all’assente. Inventammo il gioco per caso e il caso ci offrì di sperimentare un legame creativo e assai profondo. All’epoca non mi interessavo di psicoanalisi ma di etica, religione, politica e filosofia, sì. Oggi mi accorgo che il gioco sta riprendendo vita, grazie all’epistolario proposto dagli autori e da te, per discutere del loro e del nostro lavoro. Pertanto, impongo una rapida virata alla prua del fragile vascello della scrittura. Sono giorni assai tristi questi, per accingersi a discutere assieme sulle sorti della “Cosa Pubblica” come ci suggeriscono Paolo Gomarasca e Francesco Stoppa. Sono giorni in cui corpi di esseri umani, adulti e bambini, vengono trattati da materiale di consumo per il soddisfacimento del potere del mercato economico. Ciò sta accadendo fuori della nostra Repubblica ma, non credo sia possibile distinguere un dentro da un fuori, quando il surplus economico di anni di economie capitalistiche, deve rinnovare gli arsenali militari usando città e corpi per smaltire il troppo accumulato in magazzini dell’orrore scientifico. Nella prefazione “Fare Repubblica”, Francesco Stoppa ci rammenta che «il 18 Marzo del 1923, solo per fare un esempio, mentre apre ufficialmente il secondo Congresso Internazionale delle Camere di Commercio, il Duce non resista all’emozione voluttuosa di ricordare a tutti che sono passati appena 5 mesi dalla marcia su Roma, cioè “dal movimento che portò le forze giovani della guerra e della vittoria al dominio della cosa pubblica”» (2). Ti chiedo se a noi non sia richiesto il compito di denunciare che, a un secolo da quel 1923, ci troviamo ancora a vedere forze giovani impegnate alla guerra perché offrano la vittoria attraverso il sacrificio dei loro corpi. E sempre a noi non sia assegnato il compito di denunciare che i corpi sono stati nuovamente ridotti a «“cose da consumare” da apparati di potere che si sono autonominati “repubbliche”»; «In altre parole, […] rappresentazione (magari onirica) di quella che Marx chiama la mercificazione dell’uomo: la riduzione del corpo a cosa (attraverso lo sfruttamento)?» (3).
Ma ammettendo per un attimo che potessimo fermare tutte le guerre e riuscissimo a sfamare tutte le genti del mondo, «qualcosa insisterebbe ancora, fuori dalla nostra portata: il dolore che opprime l’uomo, dice Basaglia, l’angoscia di ogni giorno nella relazione con gli altri uomini […] (4) poiché non è risolvibile nell’uomo, secondo Basaglia, “la contraddizione e l’opposizione della nostra vita” che viene anche indicata come irrazionalità del soggettivo»(5).Mi domando allora se, non sia possibile, in quella impasse, faglia non ricomponibile dell’esistenza dell’uomo, ritrovare il desiderio di vita? E questa impasse non ti appare come una sfida al “tutto andrà bene”? Il “tutto andrà bene” non lo si trova nemmeno nelle fiabe popolari, poiché il nucleo delle fiabe contiene proprio una possibile messa in forma linguistica della angoscia, affinché, resa comunicabile, divenga motore dello sforzo soggettivo del desiderio di vita. Le fiabe, in sintesi, in modo simile al sogno, sanno trattare l’angoscia affinché non venga rimossa con evidenti danni alla psiche collettiva, come possiamo vedere nelle ore in cui scriviamo. Il “tutto andrà bene” lo ritroviamo invece nelle favole dei dittatori che si autonominano pacificatori, solo perché lo hanno immaginato e lo fanno allucinare nel loro luna park del potere, a donne, bambine, bambini, maschi giovani. Le mie righe stanno a confermare il mio interesse e impegno affinché l’amicizia divenga anche piccolo contributo di riflessione sugli argomenti da te indicati e sui capitoli della Formazione e della Scuola. Che ne pensi?
Nicola Basile
Caro Nicola,
proseguendo questo scambio non posso fare a meno di introdurre quello che è il nostro campo comune di passione e di lavoro: lo psicodramma. Mi sembra che gli stessi autori lo suggeriscano:
«Sarebbe bene, sarebbe pure per essi appagante, che coloro che animano le nostre istituzioni educative o di cura considerassero la congenita dimensione drammatica, cioè teatrale, delle loro discipline. Si tratta di dare il valore di vere e proprie scene a ciò che di visibile ed invisibile accade nei diversi spazi e momenti in cui si articola la loro pratica. Scene su cui ritornare insieme, da rileggere, partiture a cui apportare le modifiche che il tempo e l’esperienza rendono necessarie. Nella fattispecie, si tratta di far dialogare ciò che è pubblico, ciò che si muove sotto i riflettori, con ciò che sosta dietro le quinte, nell’ombra, ma senza forzare la situazione […] per questo è consigliabile presentarci sulla scena a mani vuote, non protagonista ma comparse di un copione che non assegna ruoli fissi, a disposizione di una trama imprevedibile di cui solo dopo, nel tempo, il soggetto in questione, e nessun altro, potrà tirare le fila».
Questa citazione illumina il dispositivo psicodrammatico e gli innumerevoli contesti in cui lo abbiamo sperimentato e continuiamo a farlo. In particolare, l’inizio del capitolo da cui è presa la citazione, quell’ “arieggiare ambiente” riporta alla mente la citazione di Durand “La casa ben radicata ama avere un ramo sensibile al vento, una soffitta con uno stormire di foglie” che tanto ci ha ispirato nella ricerca sul lavoro nelle istituzioni.
Lo scenario che descrivi in tutta la sua cruenza ogni giorno diventa più cupo e soffocante, ma credo che una possibilità di civiltà risieda in questa faglia arieggiante indicata dagli autori e di cui facciamo esperienza nella pratica dello psicodramma, quello scarto che delinea uno spazio vuoto ma dinamico, che interroga, smuove e rivitalizza l’istituzione (e credo possa essere valere anche per un gruppo terapeutico) e apre al dialogo con l’esterno.
Giuseppe Preziosi
Ciao Giuseppe,
poiché mi hai fatto tornare a scuola, e non da docente ma da discente, devo per forza andare a quella settimana di intenso studio che, al liceo, facemmo sui libri delle elementari di allora, preparata da una ricerca in cantine, biblioteche, librerie dei genitori. Noi che eravamo destinati alla funzione di élite della classe dirigente, volemmo riprendere in mano i libri di lettura e i sussidiari che dal dopoguerra agli anni ’70, avevano dato forma anche alla nostra visione della realtà. In qualche giorno di studio notte e giorno, in quella che si manifestò come una prima assoluta a livello nazionale di “autogestione”, raccogliemmo un grande patrimonio di bugie storiche, scientifiche, insieme a deformanti estratti di opere poetiche e letterarie, piene di interpretazioni moraleggianti da Stato Totalitario, che avevano riempito e stavano riempiendo le classi dei bambini e delle bambine della scuola statale. Da quel gruppo di alunni e alunne di un nobile e blasonato liceo classico, non a caso uscirono docenti e anche psicoanalisti. Te ne parlo in quanto il lavoro della formazione delle generazioni contemporanee è sempre più considerato un lavoro poco gradito in quanto percepito di seconda scelta. La prima è operare nei mondi altamente rarefatti e messianici del business finanziario o del digitale economico. Il caso però è che non sia così nel dettato Costituzionale che volle anche «Bianca Bianchi (…) una delle ventuno Madri Costituenti della Repubblica Italiana.(6) Scriveva Bianca Bianchi: “Purtroppo, non facciamo il catechismo soltanto in religione; ne facciamo anche quando insegniamo filosofia, letteratura, aritmetica e gli altri rami del sapere, perché diamo formule vecchie e ripetute e non impegniamo l’alunno a discutere queste medesime formule» (7).Trent’anni, quelle parole, nel 1975, mi trovai a fare le medesime osservazioni con altri, senza aver letto il suo intervento. E oggi che di anni ne sono passati 80, il tema è sempre di attualità. La Cosa Pubblica, quando chiamata scuola, deve trasmettere o costruire conoscenza? Ciò ovviamente non riguarda soltanto le istituzioni formative fino alla maggiore età ma anche le nostre scuole di specializzazione in psicoterapia e le associazioni che declinano la formazione permanente degli psicoterapeuti, degli psicoanalisti. quindi, io e te, mi chiedo e ti domando, non siamo proprio dentro le questioni poste da una partigiana nel 1946?
Anni fa sono andato a Barbiana, alla scuola nascosta tra gli alberi di quel sacerdote che proveniva dall’élite di Torino, don Lorenzo Milani. La trovai angusta, quanto l’immaginazione me l’aveva fatta sognare importante, spaziosa, colorata. Nei miei occhi c’era il sogno di incontrare un maître, le sue gesta epiche, in uno spazio sapienziale. Non trovai nulla di ciò. Ascoltai però un aneddoto che ha cambiato non di poco il mio rapporto con il sapere. A narrarlo fu Michele Gesualdi, che all’epoca non sapevo assolutamente chi fosse, e che aprì le porte di Barbiana alla mia famiglia. Mentre ci raccontava della sua vita di allievo di don Lorenzo Milani, io lo interruppi, magnificando l’opera del prete. E lì ascoltai quanto oggi provo a scrivere con mie parole. «Se non c’eravamo noi, figli di contadini, don Lorenzo Milani non sarebbe stato capace di costruire nulla di ciò che vedi qui. Era solo un borghese che proveniva da un mondo dove le mani non contavano. Quando decise di costruire la piscina, nel giardino della canonica per insegnarci a nuotare e darci una nuova abilità, ci disse di scavare il terreno e di portare la terra di riporto al torrente. Raggiungere il torrente era difficile e il lavoro procedeva lentamente» (8)Qualcuno, forse un alunno o un genitore contadino, proseguì Michele Gesualdi, suggerì di accumulare la terra scavata attorno alla piscina anziché portarla via, così da creare argini e ottenere la profondità desiderata. Michele Gesualdi non sottolineò che don Milani seppe ascoltare il suggerimento della cultura contadina e passò rapidamente alla constatazione che in un tempo non troppo esteso, la piscina divenne pronta per accogliere l’acqua, grazie alla conoscenza di coloro le cui mani sapevano dare consigli alla testa.La piscina è ancora lì. Ricordo il modo burbero di Michele Gesualdi con cui raccontava tutto ciò, come mi sentii spiazzato nel dover constatare che io ero andato a cercare il leader, l’uomo al comando, il pensatore sorto dal nulla, mentre in quelle mura, tra quelle colline c’era la testimonianza di un mirabile processo di costruzione del sapere di un gruppo. In quel processo un uomo con salde radici nella borghesia e nella spiritualità al servizio dell’uomo, si era messo a disposizione della cultura, per realizzare l’opera della crescita individuale e collettiva all’interno di una comunità di apprendimento. Una comunità che sapeva dare ascolto al desiderio, dandogli forme e contenuti che provenivano dall’esperienza dei soggetti che la componevano. Penso adesso a quanta conoscenza è passata nel favorire l’ascolto tra uomini e donne nei gruppi che abbiamo animato e che continuiamo ad animare, nelle Istituzioni pubbliche e private.
Al tempo stesso le parole di Gesualdi hanno valorizzato le contraddizioni etiche e politiche che mi hanno portato a lavorare tanto nelle Istituzioni, la scuola in primis, quanto nel setting psicoanalitico e la sua declinazione psicodrammatica, per poter ascoltare l’imprevedibile. Penso che sarai d’accordo nel considerare l’imprevedibile il carburante che alimenta il motore dell’angoscia e come, il poter scomporre gli elementi di quel motore, permetta di vivere una vita sufficientemente creativa. Ora la questione è come possiamo operare affinché ciò si realizzi nell’incontro tra uomini e donne, bambine e adulti, insegnanti e discenti? Come costruire favorire il transfert con figure educative che non si pongano da leader ma che siano capaci di offrirsi come contenitori delle proiezioni dell’altro? Non siamo dunque impegnati a pensare una politica la cui etica sia “avere gli altri dentro di sé”, come Giorgio Gaber scrive e canta nella celebre Canzone dell’appartenenza? (9). Se per noi questa è una relazione analitica fondata sull’ascolto reciproco e sull’apertura all’imprevedibile, non pensi che sia necessario estendere questa ricerca anche alla scuola e alle istituzioni formative fin dalla progettazione?
Per concludere questa mia, uso le righe del testo su cui stiamo dialogando. «Il punto, intanto, è che, a volte, gli studenti non si accontentano di ripetere. Succede per caso? Lacan diceva che al principio della psicoanalisi c’è il transfert, e questo avviene “per grazia dello psicoanalizzante” (10). Possiamo azzardare una parafrasi. Al principio della scuola c’è l’impegno, usiamo nuovamente il lessico partigiano di Bianchi, e lo è per grazia dello studente. Di tanto in tanto capita e non è possibile spiegare perfettamente perché. Lacan, pensando proprio al caso serio della scuola, nota una cosa che, immancabilmente, si presenta: tutte le volte che capita di avere studenti che accettano di impegnarsi e discutere, gli insegnanti “sono presi dall’angoscia”. Ed è proprio qui che si installa il paradosso educativo più straniante: solo provando un po’ di quell’angoscia si può fare quel che faranno, nel maggio del 67, gli alunni della scuola di Barbiana insieme a don Lorenzo Milani, cioè “avere la gioia di una scuola che riesce”» (11).
Nicola Basile
Note
(1) Gomarasca P., Stoppa F. (2024), Salviamo la Cosa Pubblica – L’anima smarrita delle nostre istituzioni – Ed. Vp
(2) ivi p.18
(3) ivi p. 21
(4) ivi p. 24
(5) ivi p. 24
(6) https://www.istoresistenzatoscana.it/2025/05/26/nel-mugello-tra-i-ricordi-di-bianca-bianchi-la-madre-costituente-che-difese-la-scuola-e-i-piu-fragili/
«L’Italia democratica di oggi la dobbiamo anche a lei. Alle elezioni del 2 giugno del 1946, per la prima volta le donne potevano votare e anche essere elette. Bianca aveva 32 anni, era socialista e ottenne un successo personale travolgente: il doppio delle preferenze del capolista Sandro Pertini».
7 Gomarasca P., Stoppa F. (2024), op. cit., p. 100
8 Testo da appunti manoscritti di Nicola Basile.
9 Il testo è citato in Gomarasca P., Stoppa F., op. cit. p. 104; canzone di Giorgio Gaber, (1996), Compositori: Alessandro Luporini / Giorgio Gaberscik, Testo di Canzone dell’appartenenza © Curci Edizioni S.r.l., Warner Chappell Music Italiana Srl
10 J. Lacan, Conférence de press du doctor Jaques Lacan au Centre culturel francais, Roma, 29 ottobre 1974, in Lettres de L’Ecole freudienne, 16, 1975 in Gomarasca P., Stoppa F., op. cit. p. 101-102
11 – Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Firenze, Libreria fiorentina editrice, 1967 in Gomarasca P., Stoppa F., op. cit. p. 104



