GAUDÈ MARIE NOELLE Rappresentare il sogno in psicodramma

Il sogno è la via regia che conduce all’inconscio dice Freud, ne segue che nessuna pratica che si riferisca alla psicoanalisi può evitare l’analisi dei sogni.

Neppure lo psicodramma fa eccezione, ma in quale maniera, il nostro dispositivo ci permette d’affrontare il sogno e di fare emergere l’inconscio? Questa è la nostra questione.

 

Torniamo prima sull’analisi di Freud.

Seguirò senza citarlo continuamente il piccolo testo intitolato Il sogno (1900) che Freud ha scritto due anni dopo la Traumdeutung per diffondere più ampiamente la sua teoria del sogno, grazie a questo testo più accessibile.

Il sogno è diviso fra un contenuto manifesto e un contenuto latente: «Contrappongo il sogno, quale mi si presenta nel ricordo, al materiale ad esso corrispondente trovato con l’analisi, e chiamo il primo contenuto onirico manifesto, il secondo – per ora senza altre suddivisioni –contenuto onirico latente».

Il contenuto latente è il contenuto inconscio che è stato modificato sotto la pressione della rimozione in un contenuto manifesto più accettabile dall’io del sognatore.

Questa trasformazione è chiamata da Freud “il lavoro del sogno”, ciò che richiede quattro operazioni e unicamente quattro: la condensazione, lo spostamento, la raffigurabilità e l’intelligibilità.

  • La condensazione

Nella condensazione diversi elementi del contenuto latente si uniscono in un elemento unico del contenuto manifesto. «Ogni elemento del contenuto onirico è sovradeterminato dal materiale dei pensieri onirici, e non deriva da un singolo elemento di questi pensieri, ma da un’intera serie di elementi».

  • Lo spostamento

Gli elementi importanti del contenuto latente sono trasformati in elementi aneddotici e vice versa. «Là dove il contenuto onirico tratta un materiale rappresentativo insignificante e privo d’interesse, l’analisi scopre le numerose vie di collegamento attraverso le quali questo materiale privo di valore si connette con il materiale più apprezzato nella valutazione psichica dell’individuo. Si tratta solo di atti del lavoro di spostamento […]».

  • La raffigurabilità

Il contenuto manifesto del sogno è costituito da situazioni visualizzate. Queste immagini visive si riferiscono a ricordi mascherati, effettuano localizzazioni, anche in prospettiva (primo piano, secondo piano) che possono essere altresì rovesciate.

  • L’intelligibilità

L’intelligibilità mira a dare a posteriori una certa coerenza a l’insieme degli elementi del sogno. Si tratta d’una coerenza costruita, falsa, che dobbiamo decostruire prima di accedere ai pensieri latenti del sogno.

Il lavoro dell’analisi è un lavoro a rovescio del lavoro del sogno. Ci si giunge con l’associazione libera che verte sugli elementi diversi del sogno, elementi staccati gli uni dagli altri, senza dimenticare tutti i dettagli

Gli scogli dello psicodramma

In psicodramma non esiste “l’associazione libera” e questo rappresenta una differenza di primaria importanza rispetto alla psicoanalisi. Nella nostra pratica esiste un legame d’associazione, ma non sono associazioni libere, perché sono orientate dalla presenza degli altri e dalla loro parola. La regola in psicodramma è di giocare, dunque è questa la via che dobbiamo percorrere per trattare il sogno, come tutto quello che portano i partecipanti.

Due tra le operazioni del “lavoro del sogno” sono particolarmente delicate nella decostruzione dell’analisi dei sogni in psicodramma: la raffigurabilità e l’intelligibilità.

Rappresentare un sogno costituisce una specie di gioco di specchi delle rappresentazioni: rappresentiamo ciò che è raffigurato. Con il rischio di prendere ciò che è figurato per danaro contante, di prendere le immagini del sogno per oggetto e dar loro troppa consistenza, troppa realtà, dimenticando che si tratta di una maschera e che l’oggetto del lavoro sono i pensieri latenti del sogno. Si può formulare questa difficoltà in altri termini: sarebbe come limitarsi alle immagini di un rebus, senza cogliere i significanti che vi si nascondono

L’altro punto che ci fa difficoltà è l’intelligibilità. Effettivamente la regola in psicodramma è di parlare in modo di essere sentito, capito. Il gruppo è uno spazio di interlocuzione ed ognuno deve rinunciare al suo idioma personale nel rivolgersi agli altri. Esiste dunque una specie di costrizione a passare per le esigenze del racconto e il racconto del sogno non fa eccezione. Questo, in un primo tempo, rafforza l’esigenza di intellegibilità dell’Io, il desiderio di produrre un racconto coerente, anzi seducente. L’errore sarebbe prendere questo racconto per il sogno stesso, mentre ne è solo la facciata, ma costituisce anche una prima rappresentazione «una prima rappresentazione dove affiorano fantasie di desiderio» dice Freud (1).

La rappresentazione psicodrammatica del sogno

Sono convinta che, malgrado tutto, la rappresentazione del sogno in psicodramma apre vie per la sua interpretazione, vie proprie al dispositivo, che conducono ad una interpretazione necessariamente limitata pur tuttavia creativa.

Alcuni sogni sono fatti proprio per lo psicodramma, la vigilia di una seduta o la notte tra due giorni di un week end, e si presentano in una “forma psicodrammatica”. Dunque sono facilmente rappresentabili, perché portano in essi stessi un richiamo alla rappresentazione. Sono sogni di transfert sul dispositivo, che si interpretano da loro stessi

Abbiamo detto che l’associazione libera non è in uso in psicodramma, ma il racconto del sognatore induce pur tuttavia associazioni provenienti dal sognatore stesso, ma anche da altri partecipanti; altri sogni sono evocativi oppure pezzi del racconto del sogno sono afferrati da altri partecipanti, che vi agganciano le proprie associazioni. Queste associazioni disarticolano il racconto del sogno e ne rompono così la compattezza, certo in altro modo che in psicoanalisi. Il sognatore può essere trascinato lontano da se stesso e il gruppo gli fa sentire, così, la polisemia del suo sogno.

 

Dopo arriva il gioco, la sistemazione della scena.

La messa in scena del sogno, permette di fare emergere il luogo dove il sogno stesso era ambientato, cosa che forse non era presente nel testo. Per esempio, un dettaglio spaziale rinvia ad una certa abitazione dell’infanzia o ad una casa abbandonata in modo doloroso in seguito ad un divorzio; questi dettagli spaziali fanno emergere anche una temporalità che non era presente nel racconto e così si aprono vie per l’interpretazione. Altro esempio: uno spazio dove l’interno e l’esterno sono mescolati: al momento della messa in scena, è apparso che la casa figurata nel sogno era totalmente aperta sull’esterno e ciò ha evocato al protagonista una mancanza di intimità o una intimità poco sicura: nuove aperture d’interpretazione a partire dalla sistemazione del gioco.

Il gioco come il teatro realizza l’incarnazione di un testo: lo psicodramma mette il corpo in moto, mentre il sognatore in analisi rimane immobile.

Questa differenza con l’analisi apre una interpretazione particolare, perché fuori testo. Si appoggia a partire dalla mimica, dai gesti, dall’ andatura….  Nel gioco e particolarmente nel cambio dei ruoli, il sognatore si sposta. Prendiamo così in parola l’idea freudiana che i diversi personaggi di un sogno sono le diverse figure del sognatore. Quando chiediamo al protagonista di mettersi nei panni di un atro personaggio, il più significativo per lui, può accedere ad una dimensione insaputa di se stesso, presente nel sogno, ma mascherata, che l’incarnazione in un attimo gli svela.

La risonanza del gioco in quelli che hanno giocato e nel pubblico, farà sentire al sognatore e a tutti, i significanti attivi, ma nascosti nella scenografia del sogno. La scena del sogno non si spiega qui in una eccedenza di intellegibilità, ma al contrario, si spezzetta in significanti liberi, in una specie di “cadavre exquis

È l’ascolto dello psicodrammatista che permette a questi significanti d’emergere e tocca all’osservatore farli notare.

Marie-Noëlle Gaudé
Psicoanalista, psicodrammatista,
Didatta e formatore SEPT- Parigi

1 S. Freud (1900), Il sogno, in OSF, Vol. 4, Bollati Boringhieri, Torino, 1970.

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