GIOVANNA LORUSSO L’inconscio, il lavoro psichico, il racconto

«L’inconscio è strutturato come un linguaggio”» (1) è la celebre formulazione di J. Lacan.

Perché si strutturi un discorso, bisogna che ci sia un altro.

Nessun racconto ha senso senza avverbi e congiunzioni; le parole senza nessi sono pietre.

Il lavoro psichico durante la psicoterapia collega frammenti di esperienza psichica dispersi nel “tempo/senza tempo” dell’inconscio, li riconnette perché, diventando racconto, acquistino senso.

Ciò che era sparpagliato, agglutinato, separato, sovrapposto o confuso, a causa di traumi, impingement, cesure, gradatamente si connette, diventa frase, si articola in un discorso. Un discorso che ha bisogno della relazione, di uno spazio potenziale, della capacità di esserci.

Partecipiamo, con i nostri pazienti al “lavoro psichico”, a lungo inconscio, simile a quello di una rammendatrice che ritesse e riconnette frammenti sino a rendere manifesta la trama della tela.

Lavoro psichico sotterraneo e a lungo segreto che ha come condizione che nella relazione terapeutica si crei uno spazio, un campo condiviso in cui il paziente possa risperimentare, o sperimentare per la prima volta la possibilità di “essere”.

E in questa relazione che la coppia terapeutica co-scrive la storia.

 

Racconterò alcuni frammenti di percorsi terapeutici in cui questo passaggio è apparso evidente e di cui sono stata emozionatissima testimone:

 

Liliana ovvero “dall’atto alla parola”

Frammento clinico di una terapia (in corso da 4 anni) con una bambina di circa 12 anni, che esprimeva, attraverso difese borderline, difficoltà di integrazione, mettendo in atto agiti aggressivi.

Liliana è stata adottata all’età di 8 anni. Proviene da un paese dell’est.

I genitori hanno chiesto di incontrarmi su suggerimento dei servizi sociali che seguono l’affido preadottivo a causa della “falsità” della bambina.

La “falsità” di Liliana, motivo della segnalazione, è stata riferita all’inganno, al mentire e non, come mi apparirà in seguito chiaro, alla falsità dello strato più esterno della sua personalità capace di celare, sotto uno pseudo adattamento alla realtà, un mondo interno molto frammentato.

La sintomatologia di Liliana si coagula in un disturbo borderline.

Mi riferisco al concetto di disarmonia evolutiva formulato da Anna Freud ed all’uso del termine proposto da D. Winnicott per intendere che la parte del disturbo è psicotica, mentre il paziente ha una sufficiente organizzazione psiconevrotica da poter presentare quando l’angoscia psicotica centrale minaccia di erompere.

L’apparente facile adattamento di Liliana nascondeva in realtà uno sviluppo delle zone più primitive, a pelle di leopardo e le sue capacità logiche, apparentemente buone, cedevano sotto la pressione degli affetti lasciando emergere modalità di pensiero meno strutturate.

Liliana alterna, nella nostra relazione, momenti di affettuosità e di compiacenza a esplosioni di rabbia e aggressività al punto da indurmi a temere di non poter contenere l’attacco che a volte è anche fisico.

Spesso mi dice qualcosa di cui riesco a cogliere solo frammenti, sono parole disarticolate.

Mi sembra che avvenga quel particolare attacco dissociativo al discorso descritto da Bion, per il quale la sottrazione di articolazione fra le parole, provoca una sottrazione di senso, una condensazione prodotta dall’attacco al pensiero verbale a causa della relazione fra pensiero-coscienza-emozioni-dolore.

A volte Liliana eccitatissima, scaglia contro di me alcune parole che così, prive di congiunzioni, vengono da me percepite come proiettili che colpiscono la mia testa, che attaccano la mia funzione di dare o di restituire senso alla relazione.

Allora le mostro la mia testa indicandole i buchi prodotti dalle sue parole e Liliana allora con l’aria di un’adulta che accontenta una bambina, trasformando l’angoscia in gioco, acconsente a rimettere i nessi del racconto.

E talmente consapevole dell’attacco a me in quanto oggetto di legame, da minacciarmi, nei momenti burrascosi della nostra relazione, di andare via senza ricollocare nella mia testa i pezzi mancanti.

Nel gioco del controtransfert e del transfert, sperimentando entrambe odio e amore, nella tolleranza di questa complessità e nel rispecchiamento, credo che Liliana cominci, piano piano a sentirsi reale.

Dalla costrizione manifestata all’inizio della psicoterapia ad agire compulsivamente per espellere da sé tutto ciò che poteva essere percepito come intollerabile acquisisce, man mano, una capacità mentale che le consente appunto una dilazione dell’azione perché abbia a verificarsi una seconda decisione, un tempo fra azione, riflessione e possibilità di parola.

Così sono molto sorpresa quando un giorno Liliana dopo aver elencato alcune disavventure con i suoi compagni di classe ed aver manifestato invidia per alcuni oggetti nuovi che indosso, afferra improvvisamente e violentemente la mia poltrona a rotelle, la tira a sé e inizia a scagliarmi contro parole disarticolate secondo la vecchia modalità e dichiara che questa volta non mi ridarà indietro i pezzi mancanti. E come se fosse avvenuta una regressione improvvisa e che sia riemerso in sé scisso, espulsivo e rabbioso.

Esita un attimo, è evidente che vorrebbe attaccarmi, passare all’atto, poi dice:

«Ti dico che cosa vorrei farti così mi sfogo: vorrei appenderti al lampadario e farti dondolare, vorrei stracciare i tuoi libri, il tuo diploma di laurea, farti i buchi nel muro, imbrattare il tuo bello studio, vorrei mandare a fare in culo te e i tuoi commenti! Fra 6 anni io avrò 18 anni e tu ci sarai ancora?».

Sottolineo la sua rinuncia all’azione, ad un nuovo spazio fra impulso e azione e l’aver usato le parole per comunicarmi i suoi sentimenti e la sua paura che io non possa sopravvivere ai suoi attacchi.

Liliana sorride e dice: «Mi sa che oggi sei orgogliosa di me!»

 

Laura, ovvero “la bambina che era caduta nelle favole”

Frammento clinico di una terapia con una bambina di circa tre anni, che esprimeva la sua resistenza alle prime separazioni, con difese dello spettro autistico.

Incontro Laura quando ha poco meno di tre anni. Per lei è stata formulata l’ipotesi di disturbo dello spettro autistico. Ha due genitori che negli incontri preliminari mi sembrano attenti, affettuosi, insomma dei buoni genitori.

Narrano come unico elemento traumatico il ricovero in ospedale della mamma quando Laura aveva meno di un anno.

La sorellina nasce quando lei ha un anno e mezzo.

Laura appare una bella bambina ma senza sguardo. Nei nostri incontri gira sempre in tondo e non mi guarda mai, parla in continuazione mischiando tutte le favole.

Il lupo, cappuccetto rosso, cenerentola.

Tutto è confuso, frantumato, sovrapposto.

Io mi limito a tentare di stabilire un rapporto, a collegare frammenti della sua narrazione, a cercare di dare un senso riconoscendo la favola di cui colgo il frammento.

«Ah! Questa è Biancaneve! … Ecco Cappuccetto rosso!». E così via. Mi preoccupo di “esserci”, di non andare mai altrove.

Dopo diversi mesi Laura apre il suo cassetto dove sono riposti i suoi giochi che non ha mai usato; lo svuota completamente, si infila dentro.

Io sono preoccupata, è il cassetto di mezzo, ho paura che non ne regga il peso, ma sono così assorbita da ciò che sta avvenendo, per la novità di ciò che accade e forse anche per il timore di interferire con la sua prima interazione in terapia, da rimanere immobile e in silenzio.

Laura per la prima volta mi guarda negli occhi e mi dice: «Io non voglio crescere».

La mia emozione è fortissima. Forse non mi ero accorta di micro-cambiamenti preliminari a ciò che sta accadendo e sono davvero sorpresa.

Laura si riconosce come soggetto ed è capace di esprimere una volontà.

E l’inizio di una nuova fase della terapia che è durata circa tre anni.

Da allora è passato tantissimo tempo. Mi è capitato qualche volta di incontrare i suoi genitori che mi hanno raccontato via via di una bambina, di una ragazzina, di una donna bravissima, laureata ormai, piena di amici ed interessi.

Si sono meravigliati del suo rifiuto alla loro reiterata proposta di venirmi a trovare.

Credo che Laura abbia avuto molta ragione. Sarei diventata esterna e reale.

Appartengo al suo mondo interno, a processi complessi, alla ricucitura della tela psichica.

Sono diventata una “funzione” che le ha consentito di saldare pezzi sparsi di sé e di diventare Io.

 

Psicoterapeuta didatta SIPSA

Psicoterapeuta SIPSIA

 

Note

(1) Lacan J., Scritti «La scienza e la verità», pag. 872, Einaudi, Torino, 1974

 

Bibliografia

Lacan J., Scritti, Einaudi, Torino, 1974

Hilman J., Le storie che curano, Raffaello Cortina editore, 2021

Winnicott D.W., Sull’uso di un oggetto in «Esplorazioni psicoanalitiche», Raffaello Cortina editore, Milano, 1995

Confronto fra il concetto di regressione clinica ed il concetto di organizzazione difensiva in «Esplorazioni psicoanalitiche», Raffaello Cortina editore, Milano, 1995

La creatività e le sue origini in Gioco e realtà, ed. Armando, Roma, 1974

Aggressività e sviluppo emozionale in «Dalla pediatria alla psicoanalisi», ed. Martinelli, Firenze, 1991

L’integrazione dell’Io nello sviluppo del bambino in «Sviluppo affettivo e ambiente», ed. Armando, Roma, 1974

Lo spazio potenziale in Gioco e realtà, ed. Armando, Roma, 1974

L’odio nel controtransfert in Dalla pediatria alla psicoanalisi, ed. Martinelli, Firenze, 1991

Giovanna Lorusso

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