FABIOLA FORTUNA Importanza di un inciampo

Giacomo torna al posto subito dopo aver fatto un gioco in cui ha rappresentato un colloquio con la sua bambina, Vittoria, di 8 anni.

Giacomo dice di trovarsi in difficoltà quando si relaziona con i genitori dei compagni di scuola della bambina, anche se intuisce che la figlia desidererebbe che il papà partecipasse di più alla vita del gruppo dei genitori.

Durante lo svolgimento del gioco, nella propria posizione Giacomo è piuttosto rigido e poco incline ad ascoltare la figlia, mentre nel cambio di ruolo appare incerto, quasi recalcitrante ad assumere la posizione della figlia.

Alla fine del gioco accade un fatto che sembra confermare questa: anziché rimanere ancora nello spazio del gioco per l’a solo finale, Giacomo torna subito a posto. Cosa può essere successo?

L’ a solo alla fine del gioco ha un significato ben preciso. Elena Croce sottolinea l’importanza di questo specifico momento (1) : il protagonista rimane nello spazio del gioco mentre gli altri partecipanti tornano a posto; è un momento intermedio in cui il protagonista esprime alcune impressioni “a caldo” su quanto accaduto durante il gioco. Il protagonista parla a se stesso mentre è ancora nel ruolo appena giocato: è un momento di introspezione prima del ritorno nel gruppo, e prima di ascoltare i commenti e le reazioni degli altri.

Nel caso specifico, per come si è svolto il gioco di Giacomo, sarebbe stato molto significativo ascoltare le sue riflessioni mentre era ancora nella posizione della figlia.

Giacomo partecipa al gruppo di psicodramma da tanti anni, ha “giocato” tantissime volte e conosce perfettamente quali sono i passaggi che contraddistinguono il gioco, a solo compreso.

Conosciamo bene l’efficacia dello psicodramma nel far emergere verità “nascoste” dietro il discorso manifesto portato dal paziente, ed in particolare il gioco, con la messa in campo del corpo, consente di rendere immediatamente visibile al paziente ed a tutti i partecipanti quel sapere che non si sa di sapere.

Il gioco cosa ha attivato in Giacomo, tanto da rimuovere una intera fase del gioco?

Riprenderemo gli interrogativi emersi per lo “strano” comportamento di Giacomo più tardi.

Nella psicoanalisi questi “strani” comportamenti vengono in generale denominati “atti mancati” e, come è noto a coloro che si occupano di clinica, possono svolgere un ruolo “chiave” per accedere a quel sapere di cui non siamo consapevoli: l’inconscio.

Inconscio per Freud

Freud è universalmente riconosciuto come il fondatore della psicoanalisi, una prassi clinica caratterizzata da un modo tutto nuovo di affrontare il disagio mentale.

Egli infatti ebbe per primo l’intuizione che tutte le manifestazioni mentali prive di senso, considerate fino ad allora opera di forze sovrannaturali, potevano avere in realtà un senso, in quanto manifestazioni di una esistenza di un dinamismo psichico inconscio.

Freud non fu il primo ad intuire che, al di là della coscienza, i comportamenti umani fossero gli effetti visibili di processi nascosti.

Nei tempi moderni il primo a esprimere il concetto di un’attività psichica al di fuori della coscienza, in forma, dunque, inconscia è stato il filosofo tedesco G.W. Leibniz in contrapposizione col filosofo R. Descartes, secondo cui il tratto distintivo del pensiero è invece la coscienza. In relazione alla sua teoria delle monadi (sostanze semplici di natura spirituale), Leibniz individuava, invece, attività psichiche prive di coscienza, che egli chiamò “piccole percezioni senza appercezione”, introducendo così per via metafisica l’idea di un’attività psichica inconscia.

Soltanto nel XIX secolo assistiamo a una sistematica riflessione sul problema dell’inconscio, e più precisamente nell’ambito delle osservazioni e delle ricerche sull’ipnosi.

Il primo a intuire il rapporto esistente tra ipnosi e isteria è stato J.-M. Charcot (1888).

Egli aveva osservato che i fenomeni isterici hanno caratteri del tutto simili ai fenomeni ottenuti con l’ipnosi, ma si riesce, con ordini opportuni dati in ipnosi, a far scomparire oppure a produrre alcune manifestazioni isteriche, quali: contratture muscolari, paralisi, stereotipie. Quindi, egli aveva concluso, l’ipnosi è come un’isteria artificiale e l’isteria uno stato ipnotico spontaneo, un fenomeno unico di scissione o alternanza di personalità, Una parte di attività psichica deve pertanto persistere in qualche modo fuori della coscienza. Bisognava però determinare come si potesse infrangere l’unità della coscienza e le risposte a questa domanda furono tre.

Si poneva però la questione di come l’unità della coscienza venisse meno.

 

Per P. Janet (1889), la funzione che assicura normalmente l’unità della coscienza può essere resa labile, stabilmente o transitoriamente, spontaneamente o per un’azione esterna, in conseguenza di una “debolezza” psicologica.

 

  1. Breuer (1892-95) sostiene che una sorta di “ipnosi spontanea” poteva venir provocata da forti traumi: le situazioni vissute durante tali stati “ipnoidi” resterebbero escluse dalla normale elaborazione a cui sono soggetti gli elementi della nostra comune esperienza e agirebbero autonomamente come corpi estranei.

 

Freud inizia a interessarsi agli studi sulla ipnosi di Charcot e per alcuni mesi assiste alle sue dimostrazioni su pazienti isteriche presso l’ospedale Salpêtrière di Parigi. Durante la sua permanenza a Parigi, egli rimane molto impressionato dalle dimostrazioni cliniche di Charcot e dalla dimostrazione che manifestazioni isteriche potevano essere riprodotte da suggestioni ipnotiche.

Tornato a Vienna egli inizia ad utilizzare la tecnica ipnotica a scopo terapeutico e ben presto scopre che attraverso l’ipnosi era possibile inquadrare il sintomo all’interno della storia del paziente, nella quale assumeva un preciso significato, e permetteva di indagare l’origine del disturbo. A partire da questo, egli sviluppa l’idea, che sarà la base della teoria psicoanalitica, la ragione del disagio psicologico può rintracciarsi in situazioni traumatiche rimosse del passato, legate alla sfera sessuale. Inoltre considerò l’ipnosi lo strumento attraverso cui è possibile avere accesso alla dimensione inconscia dell’individuo e riportare alla coscienza i traumi rimossi al fine di ottenere una remissione dei sintomi.

Nel 1893 Freud utilizza per la prima volta il termine inconscio in Studi sull’isteria, per poi, successivamente approfondire i processi e i meccanismi che lo regolano (c.d. processo primario).

Nel saggio Interpretazione dei sogni (1900) egli propone idee innovative non solo sulla comprensione dei sogni ma anche sul funzionamento psichico in generale, ponendo le basi della psicoanalisi.

Nel capitolo VII, in particolare, Freud descrive in generale l’apparato psichico ed il relativo funzionamento, a partire dalla sua esperienza clinica. Egli, quindi, utilizza il metodo scientifico ma, rispetto ad opere precedenti come Progetto per una psicologia, abbandona l’approccio neurofisiologico per proporre un modello spaziale dell’apparato psichico.

L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud rappresenta una sovvertimento non solo per la teoria psicoanalitica (che vedrà in quest’opera un caposaldo imprescindibile per la propria nascita e fondazione) ma anche per la “visione del mondo” dell’intero Novecento. È infatti qui che Freud definisce – sulla scorta dei casi clinici analizzati nel suo studio, nonché sulla personale autoanalisi – alcuni concetti portanti sia per la terapia della cura psicoanalitica dei disturbi mentali che per la teoria d’interpretazione dell’inconscio.

 

La psiche è dunque una realtà complessa che viene divisa da Freud in tre zone o luoghi che definiscono il modello topico o prima topica (dal greco topoi, luoghi): il conscio, il preconscio e l’inconscio, tre “luoghi” specifici ognuno dei quali ospita specifici fenomeni psichici.

Le tre zone sono assimilabili per Freud a tre regioni distinte, ma non a livello anatomico.

  • Il sistema conscio consiste in tutte le idee, pensieri, che sono presenti a livello della coscienza e di cui abbiamo consapevolezza;
  • il sistema preconscio è composto da idee e pensieri accettabili ma che si possono affacciare alla coscienza; si tratta dunque di contenuti mentali accettabili ma non immediatamente fruibili dal soggetto;
  • il sistema inconscio include idee pensieri e sentimenti inaccettabili che, grazie alla rimozione, atto volontario e conscio, vengono esclusi alla coscienza. Si tratta dunque di ricordi traumatici, inaccettabili, che non possono emergere a livello di coscienza. È una istanza, quindi, composta da elementi rimossi che non hanno la possibilità di accedere all’istanza preconscio-conscio. Questa realtà sottostante è costituita in gran parte da potenti cariche emotive che presentano la caratteristica di un’estrema mobilità, passando da un oggetto a un oggetto sostitutivo, e che non sono quindi soggette a quell’imbrigliamento delle pulsioni da Freud considerato tipico del comportamento cosciente adulto

Un atto psichico può passare dal preconscio al conscio ma per fare ciò deve superare una sorta di controllo: la censura.

La censura impedisce l’emergere alla coscienza di contenuti rimossi; il suo scopo è di mascherare i contenuti dei desideri inconsci così che diventino irriconoscibili per la coscienza. La censura opera tramite processi di deformazione, la condensazione e lo spostamento, e opera non solo nel sogno, ma anche in altri comportamenti della vita quotidiana, come nelle amnesie temporanee, per esempio di certe parole, o nei lapsus, in cui una parola viene detta anziché un’altra, o in determinati gesti automatici o involontari, o, ancora, nei motti di spirito.

Le operazioni che caratterizzano il regno dell’inconscio, quindi, sono lo spostamento (procedimento per cui nei sogni sostituiamo una rappresentazione con un’altra semanticamente contigua, con cui intrattiene un rapporto metonimico di “parte per il tutto”), la condensazione (in cui fondiamo in una sola immagine elementi diversi, di cui alcuni manifesti ed altri latenti) e il procedimento simbolico.

L’inconscio si caratterizza come un territorio più “libero”, senza vincoli e barriere. Qui, ad esempio, «non esiste la negazione, né il dubbio, né livelli diversi di certezza» (2) poiché «tutto ciò viene introdotto solo dal lavoro della censura fra l’inconscio e il preconscio»; l’inconscio rifiuta poi (o meglio, non conosce nemmeno…) i principi logici su cui si basa la nostra vita, tanto da essere estraneo al tempo e alla realtà stessa:

«I processi del sistema inconscio sono atemporali, e cioè non sono ordinati temporalmente, non sono alterati dal trascorrere del tempo, non hanno, insomma, alcun rapporto col tempo. […] Parimenti, i processi inconsci non tengono in considerazione neppure la realtà. Sono soggetti al principio di piacere; il loro destino dipende soltanto dalla loro forza e dal fatto che soddisfino o meno alle richieste del meccanismo che regola il rapporto piacere-dispiacere».(3)

Ma l’Inconscio da cosa è composto?

«Il nucleo dell’Inc è costituito da rappresentanze pulsionali che aspirano a scaricare il proprio investimento, dunque da moti di desiderio. Questi moti pulsionali sono fra loro coordinati, esistono gli uni accanto agli altri senza influenzarsi, e non si pongono in contraddizione reciproca. Se sono attivati contemporaneamente due moti di desiderio le cui mete non possono non apparirci incompatibili, questi due impulsi non si riducono né si elidono a vicenda, ma procedono insieme alla formazione di una meta intermedia, di un compromesso. In questo sistema non esiste la negazione, né il dubbio, né livelli diversi di certezza. Tutto ciò viene introdotto solo dal lavoro della censura fra l’Inc e il Prec».(4)

L’inconscio basa la propria natura sui desideri repressi e confinati in una “zona” estranea alla nostra coscienza; questi desideri possono poi “riemergere” o come eventi onirici o come manifestazioni sintomatiche di un disagio psichico.

La Metapsicologia (1915) rappresenta il culmine delle riflessioni di Freud sul modello topografico. Il termine stesso “metapsicologia” è stato coniato da Freud per definire una teoria del funzionamento psichico basato sulla sua esperienza clinica (egli propone l’equivalenza: la metapsicologia sta alla osservazione clinica come la metafisica sta all’osservazione dei fatti del mondo fisico).

Il medesimo saggio non è soltanto il frutto di osservazioni cliniche e riflessioni teoriche che hanno portato a proporre un modello sintetico del funzionamento psichico, la prima topica, ma anche il punto di partenza di successivi sviluppi concettuali, che culmineranno nell’enunciare la c.d. seconda topica.

Nel saggio L’inconscio (1915) Freud dedica la sua attenzione alla dimostrazione dell’esistenza dell’inconscio, e sottolinea come la psicoanalisi abbia il compito di dichiarare che i processi psichici in quanto tali sono inconsci. Si sofferma inoltre sulla descrizione del processo di rimozione, che non mira a sopprimere una rappresentazione ma nell’impedirle di diventare cosciente, anche se comunque capace di produrre effetti che emergono alla coscienza. Mi sembra questo un punto importante, in quanto Freud mira a integrare il punto di vista dinamico, utilizzato per studiare la natura dei conflitti all’origine della nevrosi, con il modello topografico. Un’altra parte significativa del saggio è la parte descrittiva del sistema inconscio, in cui «non esiste la negazione, né il dubbio, né livelli diversi di certezza»(5): i processi inconsci sono atemporali soggetti al principio di piacere, e quindi non tengono di conto né la realtà né la contraddizione.

Ben presto, però, Freud coglie dei limiti nel modello topografico: alcuni ricordi non possono essere riportati alla coscienza a causa dell’azione delle resistenze, determinate dall’utilizzo di meccanismi di difesa inconsci e pertanto inaccessibili.

Il conflitto interno tra pulsioni e difese presuppone che entrambe siano inconsce, a differenza da quanto previsto dalla prima topica. Freud concepisce quindi un nuovo modello strutturale della psiche, la c.d. seconda topica.

Nell’opera L’Io e l’Es del 1923, Freud individua tre istanze dell’apparato psichico che non chiama più conscio, preconscio e inconscio bensì Io, Es e Super Io.

Freud recupera il termine Es da Georg Goddrek, uno psichiatra tedesco, che si definiva un “analista selvaggio” e diventa famoso con Il libro dell’Es, del 1923. In questo libro egli espone le sue idee sulla psicosomatica e descrive l’Es come «un’entità prodigiosa che dirige tutto ciò che egli fa e tutto ciò che gli accade […] l’uomo è vissuto dall’Es»(6) una sorta, quindi, di “serbatoio” dell’energia psichica, l’insieme delle espressioni dinamiche inconsce delle pulsioni, in parte ereditarie ed innate e in parte rimosse e acquisite.

Il vocabolo Es, nella lingua tedesca, indica il pronome personale neutro (in italiano “esso”, in latino “id”), sottolineando in questo modo il carattere estraneo all’Io. Questa dimensione “altra” in noi è tutto ciò che fa parte del nostro psichismo ma con il quale non siamo identificati.

Nel saggio l’Io e l’Es, Freud cerca di completare le sue precedenti idee, cosi da giungere a una visione sintetica e unitaria del funzionamento dell’apparato psichico. La difficoltà alla quale egli stesso fa riferimento nella breve premessa risiede nel fatto che le dottrine da lui enunciate sono costituite in base a esigenze differenti, e che fanno ricorso a forme diverse di rappresentazione nelle quali prevale ora il punto di vista dinamico, ora quello topico, ora quello economico.

  • L’Es è una istanza intrapsichica totalmente inconscia e tesa esclusivamente allo scarico della tensione; sede del rimosso e delle pulsioni, è caratterizzato dai bisogni primitivi, opera secondo il principio di piacere e mira al soddisfacimento immediato delle spinte pulsionali.
  • L’Io è l’istanza psichica che mira ad organizzare e rendere accettabili le spinte dell’Es, secondo il principio di realtà; costituita da una parte conscia e da una inconscia, funge da mediatore tra le istanze dell’Es (tese al soddisfacimento immediato delle pulsioni e dei desideri) le esigenze del mondo esterno e le richieste pressanti del Super Io.
  • Il super Io è essenzialmente inconscio, ma alcuni suoi aspetti sono indubbiamente consci. Origina dagli ideali e divieti parentali e sociali interiorizzati dall’interiorizzazione degli ideali e dei divieti parentali e sociali, che il bambino attua all’interno del rapporto con la coppia dei genitori. Il Super Io svolge nel sistema il ruolo di valutatore, giudice e censore. Regola il passaggio dalle pulsioni dall’Es alla coscienza. Può essere assimilato con la coscienza morale.

La seconda topica, dunque, descrive una psiche non organizzata in luoghi, come nel precedente modello, ma in strutture o sistemi funzionali, che interagiscono tra loro, definendo così la personalità dell’individuo.

In L’Io e l’Es Freud ribadisce che la psicoanalisi è fondata sulla distinzione tra conscio e inconscio. L’inconscio può essere studiato dal punto di vista descrittivo e dal punto di vista dinamico. Dal punto di vista descrittivo, si rileva che ci sono rappresentazioni che non sono ancora a livello di coscienza ma che è possibile che diventino coscienti: sono quindi inconsce ma allo stato latente.

Dal punto di vista dinamico, invece esistono rappresentazioni inconsce perché rimosse, cioè mantenute allo stato inconscio da una forza, la resistenza, e la psicoanalisi ha lo scopo di portarle allo stato di coscienza. Possiamo quindi distinguere un inconscio latente, che è l’inconscio dal punto di vista descrittivo, e l’inconscio propriamente detto, chiamato anche inconscio dinamico, che è quello trattato dalla psicoanalisi.

Altro punto importante della seconda topica, come abbiamo già accennato, è che l’Io non è solo coscienza, ma vi è una parte inconscia, in senso dinamico: il rimosso. «l’Inc non coincide col rimosso: rimane esatto asserire che ogni rimosso è Inc, ma non che ogni Inc è rimosso» (7)

Notiamo quindi che con il tempo il pensiero di Freud sull’inconscio diventa via via più complesso, e questo accade soprattutto perché l’osservazione clinica lo conduce a considerare che il concetto di inconscio non è sufficiente per descrivere in toto la psiche, ma che è necessario far riferimento a una articolata interazione fra le tre istanze.

 

Il ritorno a Freud di Jacques Lacan

Sigmund Freud e Jacques Lacan sono entrambi figli delle rispettive epoche: Freud proviene dalla cultura positivista e considera la psicoanalisi alla stregua delle altre scienze umane, il cui modello epistemologico è il medesimo della fisica o delle scienze naturali.

Lacan, invece, introduce l’idea che la psicoanalisi è una un tipo di scienza totalmente diversa, in quanto è una teoria e una pratica che si fonda sul linguaggio.

Il ritorno a Freud manifestato da Jacques Lacan (Lacan 1966a, pp.135,488-522) non è il ritorno all’intera opera freudiana ma specialmente ai primi lavori di Freud dedicati alla nevrosi, come L’interpretazione dei sogni, Psicopatologia della vita quotidiana e Il motto di spirito e la sua relazione dell’inconscio, i tre lavori in cui Freud mette in particolare evidenza il linguaggio in quanto espressione mascherata dell’inconscio.

Nel Discorso di Roma, intitolato Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, pronunciato il 26 settembre 1953 in occasione del II Congresso degli psicoanalisti di lingue romanze, egli predice il

ritorno al “senso” di Freud: questa sottolineatura del senso intende il ritorno all’autentica esperienza psicoanalitica dell’inconscio freudiano, che implica “il senso della parola”.

Secondo Lacan la vera scoperta di Freud non sta nell’ aver individuato ciò che sta oltre la coscienza, (intuizione della filosofia tedesca del XIX secolo): Lacan distingue infatti l’inconscio freudiano dalle «forme che l’hanno preceduto».(8) La novità introdotta da Freud sta nelle caratteristiche di questo campo: l’inaccessibilità per la coscienza, la mancanza, la frammentarietà.

L’analisi concentra la sua attenzione su fenomeni psichici apparentemente privi di interesse, che si manifestano nell’inciampo o nel vacillare tipici degli atti mancati.(9)

Secondo Lacan gli atti mancati rappresentano «un insieme eterogeneo di scambi volontari di intenzioni» (10) e il saggio di Freud che se ne occupa, Psicopatologia della vita quotidiana.(11)

È una delle opere più originali di Freud, in quanto è in grado di rilevare «le strutture dominanti del campo psicoanalitico».(12)

La psicoanalisi guarda con attenzione a questi “scivolamenti” (lapsus è un termine latino che significa scivolare). Infatti, rileva Lacan, Freud mostra che «il centro certo dell’essere umano non è […] più nello stesso posto che tutta una tradizione umanistica gli assegnava».(13)

Questi fenomeni, come del resto sintomi, dimenticanze, motti di spirito, costituiscono le formazioni dell’inconscio, che vanno riconosciuti e investigati secondo la le indicazioni freudiane.(14)

A differenza di Freud, però, minimizza il ruolo dell’affetto nell’inconscio, fino a considerare che nell’inconscio sono presenti solo rappresentazioni e significanti verbali.

Lacan privilegia la dimensione simbolica dell’esperienza dell’inconscio prendendo spunto dalle teorie della linguistica, in particolare la distinzione tra significante e significato enunciata da F. de Saussure; in particolare egli evidenzia la supremazia del significante sul significato, che, a suo parere, si evince già da L’interpretazione dei sogni. In effetti il metodo delle libere associazioni, descritto da Freud, produce catene di pensieri, quindi catene di parole, per giungere poi ad identificare la traccia del significante perduto: la esperienza psicoanalitica, conclude Lacan, scopre nell’inconscio la struttura del linguaggio.

La successione dei significanti che determina il soggetto non è costituente ma costituito dall’ordine simbolico, da un ordine che gli preesiste e che lo determina: per Lacan dunque il soggetto non è un soggetto costituente la realtà che lo circonda, ma un soggetto costituito dal simbolico.

L’affermazione di Lacan che «l’inconscio è strutturato come un linguaggio» vuole indicare che i meccanismi di formazione dell’inconscio hanno forti analogie con i meccanismi di formazione di senso nel linguaggio.

La psicoanalisi è un metodo di cura che opera attraverso il linguaggio: se l’analista cura attraverso le parola ciò significa che l’inconscio stesso è fondamentalmente linguaggio.

In analisi il soggetto ha a che fare con la parola vuota, che è la parola dell’io, una parola devitalizzata del suo valore dialettico e il cui interlocutore è l’altro immaginario, il luogo delle identificazioni immaginarie.

Il soggetto in analisi si serve, invece, della parola piena, che è la parola del soggetto, il cui interlocutore è l’Altro simbolico, da cui il soggetto si attende un’interpretazione simbolica. È una parola in grado di riconoscerlo come soggetto, e che gli permette di integrare nel proprio discorso ciò che gli appare come un buco, come un capitolo censurato a cui non ha accesso direttamente, la c.d. mancanza.

Per Lacan quindi l’inconscio freudiano è un capitolo censurato che bisogna ricostruire per ristabilire la continuità del discorso cosciente.

E la psicoanalisi è la pratica di questa parola che permette di restituire al soggetto la padronanza di questo capitolo mancante. Il desiderio che anima il soggetto in analisi è un desiderio di riconoscimento, e lo psicoanalista è il testimone della verità che emerge nel soggetto.

Un altro aspetto importante della concezione di inconscio di Lacan, strettamente correlata con le considerazioni precedenti, è che l’inconscio è qualcosa che si trova al di fuori dell’essere umano: è il grande Altro, che è il linguaggio.

Arriva a questo osservando che al bambino il linguaggio viene insegnato, proviene dall’esterno. Viene insegnato dalla madre, dal padre, dagli adulti che lo circondano. Seguendo l’insegnamento di Hegel, l’inconscio proviene da una alterità assoluta, che è il linguaggio.

Il pianto del neonato viene interpretato dalla madre con un determinato bisogno, quindi la madre non solo insegna il linguaggio al bambino ma ne interpreta anche il desiderio. La madre fornisce al bambino un “significante”, cioè fissa il desiderio a una rappresentazione; questa rappresentazione viene chiamata da Lacan significante. Il proprio desiderio viene percepito dal bambino attraverso il linguaggio della madre: per sapere qualcosa sul proprio desiderio deve far riferimento a un altro, fuori da sé.

In effetti non si potrà mai sapere cosa desiderasse il bambino col suo pianto: è un mistero che Lacan denomina “mancanza”. Una mancanza che è parte dell’inconscio.

Ritengo quindi che nel concetto di inconscio i punti di contatto tra il pensiero di Freud e quello di Lacan siano parziali: senz’altro Freud individua nel linguaggio uno strumento essenziale nella cura del paziente, ma Lacan va molto oltre assimilando l’inconscio con il linguaggio.

Un altro aspetto da non sottovalutare, e che discende direttamente dall’assioma «l’inconscio è strutturato come un linguaggio», è il fatto che il paziente parli delle proprie mancanze non fa di queste un puro oggetto di analisi: l’analisi stessa fa parte di questo processo, a differenza di quanto accade nelle scienze tradizionali che utilizzano strumenti diversi dal loro oggetto di studio.

Sul ritorno a Freud manifestato da Lacan c’è comunque da riflettere.

Lacan indubbiamente rende tributo all’originalità dei contributi teorici di Freud, ma al tempo stesso ne prende le distanze utilizzando le più recenti acquisizioni della filosofia, dell’antropologia, della linguistica, della fisica, appartenenti a un mondo culturale lontano da quello di Freud.

Molto spiccata, invece, appare la vena polemica che trapela dall’espressione “ritorno a Freud”, che sembra porsi in contrapposizione con la psicoanalisi sua contemporanea, come l’Ego Psychology, a cui Lacan rimprovera di privilegiare l’adattamento alla realtà esterna a scapito del perseguimento del proprio desiderio inconscio.

 

Torniamo a Giacomo…

Questo articolo inizia con la breve descrizione di un gioco che ha per protagonista Giacomo. Nel gioco, un dialogo fra lui e la figlia, avevo notato una certa sua riluttanza al momento del cambio di ruolo: nell’assumere la posizione della figlia Giacomo sembra stare abbastanza scomodo. Alla fine del gioco, poi, il fatto che Giacomo “si dimentichi” di fare l’a solo nella posizione della figlia, mi ha confermato nella mia prima impressione.

Il comportamento anomalo di Giacomo richiama quelli che Freud ha chiamato atti mancati, e di cui tratta diffusamente, come già accennato, in Psicopatologia della vita quotidiana.

 

In questo saggio Freud non solo descrive con molti esempi questo tipo di atti, ma li definisce come parte integrante del funzionamento della vita psichica; egli si è posto l’obiettivo di divulgare l’esistenza dell’inconscio attraverso alcune sue manifestazioni che trapelano nel momento in cui la rimozione “fallisce”: gli atti mancati. In tedesco tale espressione comprende molti tipo di fenomeni, come lapsus, sbadataggini, gesti inopportuni…

Freud fa un’ampia descrizione di questi epifenomeni, e rileva che tutti obbediscono allo stesso meccanismo psichico: sono espressione manifesta di un desiderio fino a quel momento rimosso nell’inconscio.

Per Freud l’atto mancato non è frutto di disattenzione ma è un autentico atto psichico, che il soggetto compie ma a sua insaputa; è infatti il prodotto di una idea rimossa che viene a perturbare il discorso o il comportamento che in genere il soggetto compie correttamente. Si tratta quindi del prodotto di una intenzione inconscia che si sostituisce a una intenzione cosciente.

Troviamo perciò forti analogie tra l’atto mancato e le formazioni del sintomo, in quanto formazione di compromesso fra l’intenzione cosciente del soggetto e il suo desiderio inconscio, compromesso che provoca una perturbazione.

In genere questi comportamenti sono attribuiti al caso o alla distrazione, cioè ad una riduzione della soglia della coscienza; in realtà per Freud essi sono comprensibili solo ammettendo l’esistenza dell’inconscio, e quindi, si può dedurre che anche le attività coscienti dell’individuo normale possono essere intralciate dal riaffiorare di contenuti rimossi

 

Lacan sottolinea il significato dei lapsus nel corso della analisi: questi mettono particolarmente in luce i rapporti tra struttura del linguaggio e struttura dell’inconscio e rappresentano una delle strade che permettono di accedere alla conoscenza della componente inconscia.

Sempre dalla prospettiva strutturale, Lacan riesamina anche la nozione di condensazione che caratterizza il motto di spirito che altro non è che un significante che rivela attraverso il gioco del linguaggio una verità inconscia che il soggetto cerca di nascondere.

E la psicoanalisi è la pratica di questa parola che permette di restituire al soggetto la padronanza di questo capitolo mancante. Il desiderio che anima il soggetto in analisi è, almeno nel primo insegnamento di Lacan, un desiderio di riconoscimento, e lo psicoanalista è il testimone della verità che emerge nel soggetto.

Secondo Lacan, tutte le formazioni dell’inconscio hanno struttura di linguaggio inteso nel senso di de Saussure: sono elementi discreti, articolati e rispondono a leggi proprie. Il soggetto non ha immediatamente accesso alla comprensione dell’inconscio poiché si tratta di un linguaggio cifrato, un linguaggio da decodificare, un linguaggio che si svolge al di fuori dell’individuo, ma che lo interessa in modo eminente poiché trasporta la sua propria questione di soggetto.

 

Sia Freud che Lacan considerano l’atto mancato fonte di riflessione e di approfondimento, sia nella teoria che nella clinica, in quanto entrambi concordano con il considerare questi “comportamenti anomali” dei veri e propri atti psichici.

 

Nel brano clinico descritto l’anomalo comportamento di Giacomo può essere per il terapeuta l’inizio di discorso inconscio che, inaspettatamente, si è affacciato a livello di coscienza: la riluttanza, potremmo addirittura dire il “rifiuto” di assumere il ruolo della figlia è un indizio di una questione. La costruzione comincia da qui, e naturalmente soltanto il tempo ci potrà dire l’autentico significato di questo inciampo nel gioco (e nella vita) di Giacomo.

 

Fabiola Fortuna

Psicoanalista, Psicodrammatista, Direttore Centro Didattico di Psicoanalisi e Psicodramma analitico-Roma SIPsA, Membro della SEPT, Past President S.I.Ps.A., Didatta e Membro del Comitato Scientifico S.I.Ps.A., Membro Forum Lacaniano Italiano, Socio Analista del CIPA con funzioni didattiche, di docenza e di supervisione.

fabiolapsiche@gmail.com

Note

(1) E.B. Croce, Il volo della farfalla, p. 53

(2) Freud 1915, pg.71

(3) dem, pg. 71

(4)Idem, p.70

(5)Idem, p. 70

(6) L’Io e l’Es pg. 15

(7) Idem, p. 480

(8) Lacan, 1964, p.25

(9) Lacan, ibidem, p.26

(10) Palombi,2009, p.38

(11) Freud, 1901

(12) Lacan 1966, p.261

(13) Lacan, 1966, p.39

(14) Lacan, 1957-58, pp. 45-46

 

Bibliografia

Di Ciaccia A., Recalcati M. (2000), Jacques Lacan, Bruno Mondatori, Milano.

Croce E., (1990), Il volo della Farfalla, Borla Editore, Roma

Freud S., (1892), Studi sull’ isteria e altri scritti, in Opere di Sigmund Freud,vol. 1, B. Boringhieri, Torino, 2000.

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– (1895), Lettera del 29 novembre 1895 a W. Fliess, in Opere vol. II, Boringhieri, Torino, 1976

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-(1915e), Metapsicologia, in Opere, vol. VIII, Boringhieri, Torino, 1976

– (1922), L’Io e l’Es, in Opere, vol. XI, Boringhieri, Torino, 1977.

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-(1966), Scritti, Einaudi, Torino.

Palombi F.(2008), Jacques Lacan, Carocci Editore, Roma

 

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