RICCARDO COCCHI, DANIELA LO TENERO Infraordinario Inconscio

 

[…] L’assenza del mago

non annulla il sortilegio. […]

[E. Dickinson 1383]

 

Accade.

Si può forse dire che l’inconscio nella stanza d’analisi accada nel suo venire alla luce?

Il riferimento è a quell’inconscio che prende parola tra due soggetti nella dimensione analitica, tra più in un gruppo di psicodramma, tra due eventi apparentemente sconnessi nella vita quotidiana.

Si tratta di quell’inconscio infraordinario per descrivere il quale rubiamo un’espressione di Perec (1989).

Ciò che Perec nomina “infra-ordinario” coincide con «quello che succede ogni giorno e che si ripete ogni giorno, il banale, l’evidente, il comune, il rumore di fondo», ha il carattere proprio della tessera d’un puzzle che si pone, per «determinata casualità», entro quel “mondo della vita” nel quale siamo immersi con tanta evidenza da averne dimenticata l’origine. Descrivere quello che generalmente non si nota implica da un lato provvedere all’enumerazione d’ogni singolo accadimento, e dall’altro rappresentarlo per mezzo d’una continua negoziazione di continuità e discontinuità, realizzando un’enciclopedia di circostanze capaci di creare una tassonomia d’eventualità idealmente infinite.

È un invito, quello di Perec, a interrogare l’abituale, a smettere di “dormire la nostra vita di un sonno senza sogni” rivolgendoci non più all’esotico ma “all’endotico”.

Parliamo di quell’inconscio che connette e associa in maniera non binaria e non aristotelica, che si colloca nell’infra della vita quotidiana sorprendendoci, se ne abbiamo voglia.

Nel 1930, ne Il disagio della civiltà, Freud crea una metafora storico-archeologica per affermare che tutto ciò che si è esperito nel passato non può essere cancellato. Esso “sopravvive” nel presente. E il transfert ne permette il ritorno.

Purché, come suggerisce Pontalis nel suo Finestre (2001), ci si disponga a che questo accada.

Tentando di scavallare l’asimmetria del paradigma di non contraddizione aristotelico, non si può che rivolgersi verso un pensiero che sia sognante, tentando di accedere e di soggiornare nel limbo, quel regno di mezzo che è suggerito proprio da un tra, un fra. Un regno non separato dalle fonti della vita. Un regno senza re in cui alle formazioni dell’inconscio sia dato diritto di espressione, quando non di parola.

Purché la parola sia, dunque, veicolo sognante e significante.

Una parola analitica, liberamente associata o in un tra liberamente fluttuante – proposta e/o accolta dall’analizzante o dall’analista – e/o il gesto, con la sua antropologia che a volte precede e bypassa la parola – al servizio del dispositivo psicodrammatico, con i suoi doppiaggi e le inversioni di ruolo, che necessariamente giocano su una a/simmetria tra il continuo ed il discreto, alla ricerca (inconsapevole?) di una nuova mise en prise.

Impossibile, probabilmente, esperire tutto ciò senza darsi l’occasione di un pensiero (diurno) che sia sognante. Un “pensiero che non sa di pensare”, sufficientemente in contatto con quella fonte della vita che non si nutre solo di reale, e che si muove – appunto – tra.

Che non sia soggetto, dunque, come già accennato, al principio di non contraddizione.

Un pensiero sognante, fluttuante, limbare. Tra il continuo ed il discreto, tra dentro e fuori, tra esotico ed endotico, tra me e non-me, tra analista e analizzante, tra singolo e gruppo.

Affinché le preposizioni non siano preoccupazioni è necessario avvicinare il desiderio.

Cosa, se non il desiderio, consente di interrogarsi sulle posizioni?

Posizioni nella stanza d’analisi, e nel dispositivo dello psicodramma, certo. Ma anche – e soprattutto – posizioni che rimandano all’Edipo, capaci di interrogare genere e generazioni, posizioni nel tra. Tra pulsione ed oggetto. Il tra che è quasi transito, se non addirittura già transfert.

Con la potenza di un pensiero sognante, che possa concedersi “la forza di essere irriflessivo”, scandaloso, “sconveniente, e di avanzare” (erratico, eretico, erotico) “a suo rischio e pericolo, come un sonnambulo” (Ibidem)

In tale accezione, è soltanto chi muove il passo, come la Gradiva, che reca la vita (Zoe), lo scarto, lo scambio. Tra il continuo e il discreto, per l’appunto.

Pontalis indica come mezzi per piantarsi in asso la terna di analisi, sogno e scrittura.

Tre movimenti – appunto – e movimenti attivi, “che mi distaccano dal me stesso”. In essi, il me si perde, l’Io si trova. Strumento di lavoro, dunque, non un me-stesso, ma un me-altro, quell’io che cessa di essere me, quell’altro che non è identificato.

A questi tre mezzi indicati dall’Autore aggiungeremmo la pratica dello psicodramma analitico: cosa, meglio della scelta dei giochi, dell’inversione di ruolo, dei doppiaggi, consente il diritto all’ingresso ed al soggiorno in quell’interim limbare che accoglie obliquamente sia il pensare di C che quello del sistema Inc? Sia il pensare del singolo, che quello del gruppo? Uno squiggle che, inaspettatamente, si presta a nuove traiettorie, purché il pensiero sia sufficientemente “sognante”, sufficientemente “fluttuante”.

Piantarsi in asso, de-ludersi. Scompaginare i giochi, lasciare che la Signora del Labirinto, Arianna, sognante, perda il filo (del logos?) e possa smarrirsi un po’, in Nasso, inconsapevolmente abbandonata tra Teseo ed in inconsapevole attesa di Dioniso, dio ibrido (Fusillo), dio dell’estasi, di quel fuori da sé che in fondo cosa è se non l’analisi, il sogno, l’amore, il gioco?

Al maestro dell’interrogarsi sull’entre-deux (maschile e femminile, sapere e fantasma, infans e adulto, sogno e dolore) va riconosciuto anche il merito di aver reso coordinate feconde al luogo del “tra” (Limbo, ancora una volta), e delle funzioni meta psicologiche che proprio quel tra sussume e mette in forma.

Non come un lavoro, ma come un gioco: un mettersi in gioco di winnicottiana memoria, un gioco che fa soffrire, “un piccolo inferno più dolce” (Cit.).

Riprendendo Perec, allora (che fu in analisi con Pontalis, dopo una terapia con Franςoise Dolto ed una prima analisi con de M’Uzan), più che di inFraordinario si potrebbe, forse, parlare di inTraordinario, per rendere al meglio una nuova sfumatura di senso (economica, topica e dinamica), che dia nuovo riconoscimento alla funzione generativa della relazione di cura: da in-fra ad in-tra, per porre l’accento a quel che c’è, che accade “nel mezzo”.

“Un crocicchio dove le cose accadono”, avrebbe detto Lévi-Strauss.

Un in-fra che non si riconosce “soltanto” nella metafora archeologica della vulgata freudiana, di un “sotto” di un immaginifico quanto “superficiale” fraintendimento ben reso dalla nota vignetta dell’iceberg, che relega l’Inconscio alle profondità della psiche, serbatoio sotterraneo di puls-azioni arcaiche, istanza non ancora cosciente, ma di quell’in e fra farne altro.

Inconscio/Inconsci, dunque.

Un Inconscio che necessariamente si dipana e si autogenera nel dis-incontro con l’altro.

Dotato di un proprio ordine (altro) e, dunque, sempre e mai ordinario.

D’altronde «l’inconscio freudiano non è affatto pensabile come l’irrazionale che decompleta il dominio della ragione e che si tratta di emendare, ma è essenzialmente un’altra ragione» (Recalcati, Per Lacan . Neoilluminismo, neoesistenzialismo, neostrutturalismo).

In e tra. Preposizioni semplici che prae-pongono attenzione alla dimensione “terza” di un inconscio che non sia unicamente pensabile e riducibile al paradigma dell’Inconscio rimosso, ma come trama simbolica, politica e sociale del parlessere che consenta l’emersione del soggetto – spesso, in quegli inciampi inaspettati che aprono ad una consultazione, ad un in-tra.

Nella relazione analitica, analizzante e analista usano la loro voce per comunicare i propri affetti e per facilitare o ostacolare il proprio reciproco investimento affettivo (Rizzuto, 2004; Leon De Bernardi, 2004; Steiner, 2004, in Etchegoyen e Amati Mehler, 2004). La componente semantica della parola dell’analizzante (e del terapeuta) è profondamente influenzata dal significato emozionale che appartiene alla sua storia inconscia precoce e che si basa sulla prosodia della parola appresa prima del suo significato semantico.

A partire, dunque, dalla voce (o dal silenzio), oggetto arcaico, oggetto parziale che pone le precondizioni alla colonizzazione dell’Inconscio.

Come so-stare nell’idioletto dell’infans, un enfant des limbes (cit.)?

Accade così che Francesco, trovatosi per caso e inaspettatamente a dover seguire un percorso psicologico di coppia legato all’adozione di un bambino, poco avvezzo al mondo psicoanalitico, immerso come è nelle geometrie ingegneristiche, si imbatte in qualcosa di sé che lo spiazza.

Sono gli occhi sbarrati e vitrei del figlio di 2 anni, aperti e pure vuoti di sguardo, a gettarlo nel terrore, ed ecco che a posteriori, in terapia, quel racconto riporta in vita il Francesco di pochi anni, disobbediente e sfuggente che contravvenendo alle regole di famiglia accede al magazzino interdetto e viene sommerso da una folla di manichini abbandonati, nudi e sovrastanti…eccolo quello sguardo bucato e punitivo che mai dimenticherà e che pure era caduto nell’oblio.

Ma, in fondo, un inter-detto, non ha pur sempre a che fare con il tra, e con il Terzo (in-ter)?

Nel 1912 in Nota sull’inconscio in psicoanalisi, Freud collega strettamente la funzione di inconscio con la memoria: «chiameremo allora conscia – scrive Freud – soltanto la rappresentazione che è presente nella nostra coscienza e di cui abbiamo percezione, attribuendo questo solo significato al termine conscio, invece le rappresentazioni latenti, se abbiamo motivo di supporre che continuino a esistere nella vita psichica – com’era nel caso della memoria – dovranno essere designate come Inconscio» (Freud S. 1912 tr. it. pp.575-576).

Cosa ha permesso a Francesco di ricordare?

Ci muoviamo, durante la seduta analitica, fluttuando costantemente tra narrazioni del paziente opportunamente metaforizzate (Mancia, 2004), il ricordo di fatti depositati nella sua memoria esplicita e la costante attenzione a ciò che il paziente non narra né ricorda ma «agisce» o comunica in seduta in forme infraverbali transferalmente e controtransferalmente toccanti e significative.

Esperienze dunque depositate nella memoria esplicita e implicita possono essere presenti nel transfert ed influenzarsi reciprocamente. “Tra sogno e dolore” (cit.), si potrebbe quasi dire.

«Nel processo analitico -scrive Mancia (2004, p.8) – il lavoro sulla memoria implicita può facilitare l’emergere di fantasie e ricordi depositati nella memoria esplicita, come il lavoro di ricostruzione che passa per la memoria autobiografica può facilitare l’emergere nel transfert e nei sogni delle emozioni collegate alle esperienze più arcaiche, depositate nella memoria implicita del paziente. Dal transfert e dai sogni l’analizzando potrà, con l’aiuto dell’analista, ricostruire la sua personale “fiaba” e, riscrivendo la sua storia affettiva, storicizzare il proprio inconscio a partire dalle prime emozioni della sua vita».

L’inconscio che descrive Mancia si riferisce alle esperienze intersoggettive sensoriali e a forte contenuto emozionale più precoci della vita relazionale umana che si depositano nella memoria implicita. Esso è più vicino nella sua logica simmetrica all’inconscio non rimosso descritto da Matte-Blanco.

Ri-membrare, ram-mentare, ri-cordare. Forme della memoria, forme di C, o forme di Inc?

Nel Saggio del 1915 Freud riprende e amplia le caratteristiche del sistema inconscio già descritte nel capitolo VII dell’Interpretazione dei sogni in riferimento al lavoro onirico.

Il nucleo del sistema inconscio è composto da impulsi di desiderio, «questi impulsi pulsionali sono coordinati tra di loro, vivono fianco a fianco senza influenzarsi a vicenda e sono esenti da reciproche contraddizioni […] In questo sistema non esistono negazioni dubbi o certezze […] i processi del sistema Inc sono ‘fuori dal tempo’, non sono cioè cronologicamente ordinati, non sono alterati dal tempo il quale anzi è un elemento che non può essere loro applicato. La concezione del tempo è legata all’opera del sistema C» (Freud S., 1915a, tr.it. pp.97-98).

La scoperta di un doppio sistema della memoria, implicita ed esplicita, per lo stretto rapporto che questa funzione ha con la funzione inconscia della mente, ci permette ora di ipotizzare due forme di inconscio compatibili con le due forme di memoria: l’inconscio non rimosso, che si struttura precocemente entro i primi due anni di vita, e l’inconscio rimosso, che si organizza più tardivamente.

Come dialogano in seduta i molti inconsci che abitano terapeuta e paziente?

Non come un processo, forse, ma piuttosto come un at-tra-versamento.

Possono nuovamente tornarci in aiuto alcune linee di Perec che, in Specie di Spazi, ci racconta di “uno spazio senza funzione. Non “senza funzione precisa”, ma precisamente senza funzione; non pluri-funzionale (questo, lo sanno fare tutti), ma afunzionale. Non sarebbe certo stato uno spazio unicamente destinato a “liberare” gli altri (stanzino, ripostiglio, armadio a muro, guardaroba, ecc.) ma uno spazio, ripeto, che non sarebbe servito a nulla”.

Non è forse a partire da questa breve riflessione che si possono tratteggiare alcune prime coordinate dell’Inconscio, degli Inconsci?

Forse, è proprio a partire dalla presunta afunzionalità strutturale ma strutturante che può avvenire un crollo della mente bicamerale, ed originarsi la coscienza.

Un big bang che si muova da ciò che è chiamato oblio.

Muovendosi nella penombra limbare di quella capacità (negativa?) di scoprirsi ed esplorarsi “stranieri a sé stessi”, tollerare assieme il limbo, il tra, l’oblio che tanto potrebbe rimandare a quella dimensione del “conosciuto non pensato” di cui parla Bollas.

Così Pontalis in Finestre (2001):

«“Il concetto si forma dall’oblio di ciò che differenzia un oggetto da un altro” diceva Nietzsche. La condizione necessaria alla formazione di un concetto è dunque l’oblio: l’oblio di ciò che è proprio, singolare, differente. Dico un tavolo e dimentico questo tavolo; dico: è un ossessivo, e dimentico colui che mi sta parlando; dico transfert e credo di essermi liberato da questo amore smisurato o da quest’odio senza scampo; dico transfert materno e ignoro a quale madre lei o lui si rivolge».

E ancora “L’oblio è necessario per dare spessore al tempo, per accedere al tempo sensibile”, contro ogni funzionamento sotto l’egida ipertrofica dell’ipermnesia, memoria registratrice che, se pretende di essere esente dalla perdita, è una memoria morta, sorella dell’insonnia, in antitesi alla condizione sognante del desiderio.

Sono quelle “forme dell’oblio” – per dirla con Marc Augé – che sono affatto parte della memoria: il ritorno, la sospensione, il nuovo inizio. E riguardano tanto l’individuo che la comunità (il gruppo?). è l’oblio che ci restituisce al presente, tempo in cui si possono (ri-)vivere l’inizio, l’istante ed il ritorno, increspature della marea inconscia e sognante che bagna i pensieri con le sue fasi. Alla presenza dell’altro.

È impegnativo, questo cambio di registro qualitativo, questo salto di paradigma, questo scarto noetico che è prima ontologico e poi epistem(ofil)ico.

Ben lo sottolinea Marcel Proust nel suo Le intermittenze del cuore – che avrebbe inizialmente dovuto essere il titolo della sua monumentale opera de La Recherche, lui alludendo fortemente ad uno strappo intimo nelle relazioni umane: «Poiché ai turbamenti della memoria sono legate le intermittenze del cuore. È senza dubbio l’esistenza del nostro corpo, simile per noi ad un vaso in cui è racchiusa la nostra spiritualità, a farci supporre che tutti i nostri beni interiori, le nostre gioie trascorse, tutti i nostri dolori siano perennemente in nostro possesso. Forse è ugualmente inesatto credere che essi fuggano o ritornino. A ogni modo, se rimangono in noi, per la maggior parte del tempo, è in un regno sconosciuto, dove non ci sono di alcun aiuto, e dove anche i più comuni ricordi sono soffocati da altri di un ordine differente e che escludono ogni simultaneità con essi nella coscienza».

 

Riccardo Cocchi

dr.riccardo.cocchi@libero.it

Psichiatra Psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico, Dottore di Ricerca (Ph. D.) in Ricerche e Metodologie Avanzate in Psicoterapia, Antropologo Culturale.

Esperto nel trattamento psicoterapeutico di adulti, bambini ed adolescenti, già professore a contratto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Candidato IPA presso la Seconda Sezione Romana della SPI. Socio Centro Apeiron-SIPsA.

Docente presso la sede di Roma – Scuola di specializzazione in psicoterapia psicoanalitica COIRAG.

 

Daniela Lo Tenero

danielalotenero@gmail.com

Psicologa, psicoterapeuta, psicodrammatista. VicePresidente associazione Apeiron, VicePresidente e Membro titolare SIPsA.

Ha conseguito un master universitario di II livello in psicodiagnostica per valutazione clinica e medico legale.

Funzionario e docente presso la sede di Roma – Scuola di specializzazione in psicoterapia psicoanalitica COIRAG. Responsabile Psicoterapeuta presso il Servizio psicologico integrato EDUCATT dell’Università Cattolica del Sacro Cuore sede di Roma. Psicoterapeuta presso Polo per le famiglie coop soc. Obiettivo Uomo Mun. V Roma.

 

Bibliografia

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Bollas C. (1987) L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato, Borla, Roma. 1989, nuova ed. Raffaello Cortina, Milano, 2018.

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Freud S. (1901) Psicopatologia della vita quotidiana. OSF, 4.Bollati Boringhieri, Torino.

– (1912) Nota sull’inconscio in psicoanalisi. OSF, 6. Bollati Boringhieri, Torino.

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Pontalis J.-B. (1983) Tra il sogno e il dolore. Borla, Roma. 2000.

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Proust M., (1921-1922) Le intermittenze del cuore, in Sodoma e Gomorra. La vita felice, Milano. 2018.

Recalcati M. (2005) Per Lacan. Neoilluminismo, neoesistenzialismo, neostrutturalismo. Borla, Roma.

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