La distrazione. La massima
invenzione dell’essere umano per
continuare a tirare avanti. Per
fingere di essere quello che non
siamo. Adatti al mondo
Paolo Sorrentino (1)
Freud in Lutto e melanconia accenna alla mania come forma di lutto patologico che si sottrae al normale processo di elaborazione che consentirebbe al soggetto, dopo un momentaneo ritiro, di poter reinvestire di libido gli oggetti esterni.
Scrive: “La caratteristica più singolare della melanconia e quella che più necessita di spiegazione, è la tendenza a convertirsi in mania, stato ad essa opposto dal punto di vista dei sintomi” (2).
Prosegue Freud: «Il conflitto all’interno dell’Io che nella melanconia prende il posto della lotta riguardo all’oggetto, deve agire come una ferita dolorosa che pretende un controinvestimento particolarmente elevato (3).
Il tema sarà approfondito da molti analisti diventando punto focale nella scuola indipendente inglese.
Melania Klein collegherà la difesa maniacale ad una falla nello sviluppo infantile nel raggiungimento della posizione depressiva. Ciò comporta la negazione della dipendenza dall’oggetto amato insieme alle pulsioni aggressive e la conseguente ambivalenza affettiva.
Sulla questione torneranno molti psicoanalisti soprattutto quelli che prestano una particolare attenzione all’età evolutiva.
Fra questi di particolare rilievo è la riflessione di D. Winnicott che contrappone la realtà interna, in cui albergano fluttuazioni legate all’angoscia depressiva, alla realtà esterna; nella realtà interna, a volte, la corrente affettiva è turbata per carenze ambientali che ostacolano l’integrazione delle parti conflittuali del Sé. Ne conseguono sentimenti di vuoto, di catastrofe e la costruzione difensiva di un Falso Sé.
Questi brevi accenni teorici sono ovviamente una scelta personale ed arbitraria nel vastissimo panorama concettuale; costituiscono, tuttavia, la cornice in cui si inquadrano le nostre riflessioni.
A pre-testo delle nostre considerazioni faremo riferimento ad alcuni film di Paolo Sorrentino, in cui, alcuni personaggi diventano “casi clinici” sul tema del lutto traumatico e della difesa maniacale.
Nei film È stata la mano di Dio ed in Parthenope i protagonisti subiscono un lutto intriso di colpa.
Nel primo film citato, la colpa del protagonista, un adolescente, è la sopravvivenza casuale alla tragedia in cui muoiono i familiari, dove sembra che mancanza e dolore si intersechino con il “trionfo narcisistico” dell’essere in vita e, per conseguenza, nell’ambivalenza emotiva, diventano “colpa” e ostacolo all’elaborazione del lutto. Il protagonista di questo film autobiografico mette in atto difese schizoidi ma anche antisociali quali forme di maniacalità, prima di poter elaborare il suo lutto.
Sarà attraverso l’arte, il cinema, nuovi incontri ed emozioni che potrà superare la crisi e investire produttivamente nella realtà esterna.
Parthenope già nel nome – la sirena che, non riuscendo a sedurre Ulisse si getta in mare, muore e il cui corpo, leggenda vuole, trascinato dalle acque, giunse sulla costa dove nascerà Napoli- sembra riferirsi alla impossibilità di fare il lutto, in questo caso, della propria rabbiosa onnipotenza.
Nel film sembra che né la protagonista né la stessa città di Napoli possano elaborare dolori e miserie mettendo in atto difese maniacali. La protagonista vive esperienze erotiche estreme quale “distrazione” per la morte suicida del fratello, da lei esposto ad emozioni conflittuali intrise di pulsione erotica incestuosa ed omosessuale.
Potrà evolvere e giungere alla “posizione depressiva” come direbbe Melania Klein, tramite un rapporto assolutamente disinteressato e scevro di ambiguità col proprio professore, un rapporto senza “giudizio” che è il modo in cui lui si prende cura del proprio figlio, eterno ed abnorme bambino.
Parthenope sembra superare, dunque, la difesa maniacale e investire nuovamente la realtà esterna diventando una brava e apprezzata professoressa tramite l’identificazione positiva con il suo maestro.
Questo film ci sembra esprima plasticamente ciò che gli psicoanalisti della scuola indipendente inglese hanno teoricamente descritto, in cui è la tolleranza, la sicurezza, l’amore con e dell’altro che consente di poter superare i propri conflitti e avviare i processi di integrazione che possono permettere di affrontare i lutti a venire. Quando questo processo non avviene o è frammentario si apre una falla interna con senso di morte, di vuoto e timore di una catastrofe emotiva che, come direbbe Winnicott è, in realtà, già avvenuta e che spesso trova espressione nella crisi di panico.
Nel pensiero di Lacan la crisi di panico indica uno straripamento del Reale, ossia l’emergere della “nuda vita” (4) al di là del simbolico, il registro che, attraverso il linguaggio, tenta di dare un senso e di contenere la potenza del reale. Ad un tempo il panico è anche legato all’angoscia-segnale dell’incontro del soggetto con l’enigma del Desiderio dell’Altro: «Cosa vuoi da me?».
L’interrogativo su che cosa voglia l’Altro da noi apre la nostra riflessione sull’esperienza con il gruppo di psicodramma. Tutte le partecipanti, in prevalenza giovani donne, sembrano portatrici di un vuoto affettivo che si esprime in sedute in cui affiorano esperienze di lutto e di angoscia. Il desiderio è trovare un proprio posto nel mondo, desiderio a cui sembra essere ostacolo il rapporto con l’Altro o perché assente o perché ingombrante.
Emergono figure di madri invadenti e incalzanti che non lasciano spazio di ascolto, che riportano il discorso al dover essere e al dover fare, di fronte alle quali appare difficile mostrarsi con le proprie mancanze e le proprie impotenze. Manca un terzo che spezzi la catena della ripetizione, che ponga un limite e definisca uno spazio di soggettivazione.
Nel gruppo ogni donna si trova a fare i conti con i lutti reali e simbolici, con la dimensione immaginaria di una perdita che mina le fondamenta dell’essere e dello stare al mondo.
Il tema della perdita si scorge in filigrana già nelle prime sedute.
Ci si perde in un bosco, metafora della selva oscura della propria vita.
Si teme di essere sbranati dalle proprie paure. Le montagne crollano addosso.
Dove si sta andando?
Per fortuna ci sono dei compagni di viaggio con cui ci si orienta verso est, verso la luce.
Si fa appello all’Altro (ai carabinieri- terapeuti?) che possano dare indicazioni.
Ma il passaggio dal bosco alla strada spetta a ciascuno. Ad ognuno spetta fare i conti con le proprie fobie, con le angosce infantili.
Quanto possiamo stringere la mano, in quei momenti, a qualcuno che ci tenga? Quanto si è nella posizione di affidarci all’altro?
Come tenere uno sguardo sulla vita anche quando il transgenerazionale che precede è votato all’angoscia?
Si sfida la morte, la si canzona per esorcizzarla.
Ma di quale morte si parla? Della angoscia più antica: La morte di sé.
Sentire e riconoscere l’angoscia è incipit per affrontarla; nominarla per non continuare a negarla o ad agirla.
Ricercare il proprio spazio nel mondo comporta il cominciare a vedere le cose da un’altra angolazione.
Si rappresenta lo specchio che va in frantumi, senza appiglio protettivo: è l’esperienza del crollo psichico in mancanza di un Altro che ci veda, che ci rifletta, in cui riconoscersi e costruire il senso unitario e unificato del Sé.
Si precipita!
Una zia si butta dal quinto piano. È in ospedale….
«Ho perso una cugina che si è impiccata. Impiccarsi non dà scampo rispetto al precipitare».
«Io ho avuto un incidente drammatico con l’auto. Non ricordo nulla, devo ancora assorbire il colpo. Sono piena di ematomi!».
«Sono sopravvissuta ad un attentato. Avevo 16 anni ed era il mio primo viaggio senza genitori. Vedermi fra quei cadaveri a terra non è stata una fortuna».
Riecheggia l’angoscia del sopravvissuto, come nel film E’ stata la mano di Dio.
La morte espone ciascuno al reale e all’ ineffabile della vita.
Come si tenta di bordare l’angoscia di morte, quel senso di impotenza?
Si fatica a trovare “le parole per dirlo”, come direbbe M. Cardinal, per sostenere l’altro nel suo dolore. È un colpo ed è un po’ una colpa non riuscire a far fronte a questa sofferenza che, come gli ematomi, che macchiano il corpo caduto nel vuoto, faticano a riassorbirsi.
È necessario del tempo per ritrovare le parole e per dire di essere sopravvissuti al trauma, alla morte che ha toccato l’altro accanto a noi.
La parola diviene la rete a cui il soggetto può tenersi per limitare il senso di caduta ed è ciò che fa legame con sé e con l’altro.
Ma verrà un altro a salvarci? Nessuno si salva da solo.
Il tema dell’angoscia primaria, dell’ambiente incapace di sostenere le emozioni il cui soverchiamente è causa del crollo, si esprime in altre sedute in cui affiorano esperienze di lutto e di angoscia sino a rappresentare il crollo psichico e conseguenti crisi di panico di cui tutte le partecipanti al gruppo hanno sofferto.
Non c’è più rete si è in caduta libera. Manca l’aria, l’ossigeno, la presenza di un altro che sostenga di fronte alla angoscia di morte.
Muore uno zio! G. bambina tenta tramite un abbraccio, di colmare il senso di vuoto e di solitudine, ma il padre la allontana e la sgrida. Affiora un senso di derelizione.
Freud, in Progetto di una Psicologia descriveva lo stato di derelizione come una condizione di isolamento e di abbandono in cui il soggetto si trova esposto e privo di appoggio; “l’altro prossimo” appare come un estraneo, che non soccorre, non comprende e lascia il soggetto cadere nella sua angoscia.
Nello squallore emotivo, tuttavia, si apre una possibilità.
Mariana, una delle partecipanti, nonostante la crisi di panico, è capace di chiedere aiuto ad un amico “soccorritore” che va da lei portando con sé una coperta.
Come diceva Deleuze (5) «Un po’ di possibile altrimenti soffoco».
Ci sembra che il gruppo stesso sia una coperta per le parti più piccole e frammentate del Sé.
Come per Parthenope anche per Mariana esiste la speranza che un rapporto umano possa riparare.
Ci vuole un altro, una coperta che dia conforto alle angosce primitive di abbandono e derelizione.
Il legame e il tenersi con l’altro è ciò che ci fa sopravvivere al panico e alla morte.
A ciascuno il proprio tempo per affrontare la realtà e trovare il proprio spa-zio di riparo.
Arrivano le vertigini. Gloria perde l’equilibrio, cade inaspettatamente per terra.
Le vertigini metaforicamente segnano il passaggio dalla richiesta di totale appoggio all’altro alla prima possibilità di stare in piedi sulle proprie gambe.
Attraversare la vertigine della propria solitudine diviene la strada per ridefinire i propri equilibri, tra vuoti e pieni, tra dipendenza e autonomia; la vertigine appare una dimensione che mette il soggetto in relazione con la propria mancanza ad essere.
Si cita Magritte, i cui quadri attraverso l’assenza dell’oggetto evocano la presenza.
Una presenza che incarna la mancanza. La percezione di un sé se-parato consente a ciascuno di approdare ad una nuova postura ad un nuovo equilibrio.
Il gruppo diventa luogo dove ciascuna può cominciare a ri-mettersi in piedi provando a definire la “giusta” distanza fra sé e l’altro, familiarizzando, al contempo, con la propria strutturale mancanza. Il gruppo è lo spazio potenziale dove ciò che era stato interrotto può riannodarsi.
La rete del discorso sostenuta dalle parole di ogni partecipante diviene occasione per interrogarsi e sostegno nell’ attraversamento del proprio dolore.
Non tutto il vuoto probabilmente sarà colmato, non tutti i pezzi saranno idealmente riparati con una restitutio ad integrum, ma ci piace pensare che attraverso l’esperienza dello psicodramma una tela emotiva possa essere ritessuta e resa più robusta rispetto agli inevitabili lutti a venire; a ciascuno tocca attraversare il proprio reale.
Giovanna Lorusso
Psicologa, psicoterapeuta, Membro Didatta SIPsA, Membro ordinario SIPSIA
Ilenia Linciano
Psicologa, psicoterapeuta, Membro Associato SIPsA, Membro ALIPSI
Note
- Sorrentino (2010), Hanno tutti ragione – Copertina – I Narratori – Feltrinelli, Milano.
- Freud (1917), Lutto e Melanconia, in Opere vol.8, Bollati Boringhieri, Torino1976. pag. 112
- Freud “Lutto e Melanconia” pag.118, in Opere vol.8, 1976 Bollati Boringhieri, Torino.
- Agamben “Homo sacer. IL potere sovrano e la nuda vita”, 1995 Einaudi, Torino.
- Deleuze “L’immagine -tempo Cinema 2”,1989 Ubulibri, Roma.
Bibliografia
Cardinal M. (1975), Le parole per dirlo Bompiani, Milano 2001
Freud S. (1895), Progetto di una psicologia in Opere vol.2, Bollati Boringhieri, Torino, 1976.
– (1917), Lutto e Melanconia in Opere vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino, 1976
– (1925), Inibizione sintomo e angoscia in Opere vol.10, 1925 Bollati Boringhieri, Torino, 1978
Klein M. (1921-1958), La posizione depressiva in Scritti, Bollati Boringhieri, Torino, 2011
– (1921-1958), Aggressività e sensi di colpa in Scritti, Bollati Boringhieri, Torino, 2011
Lacan J. (1962-1963), Il Seminario. Libro X. L’angoscia, Einaudi, Torino 2007
Winnicott “La difesa maniacale” in “Dalla Pediatria alla psicoanalisi”, 1991 Psycho G. Martinelli, Firenze.
Winnicott “La posizione depressiva nello sviluppo emozionale normale” in Dalla Pediatria alla psicoanalisi, 1991 Psycho G. Martinelli, Firenze.
Winnicott “L’uso dell’oggetto ed entrare in rapporto tramite identificazioni” in Gioco e Realtà, 2020, Armando Editore, Roma.
Winnicott “Niente al centro” in Esplorazioni Psicoanalitiche, 1995 Raffaello Cortina, Milano.
Winnicott “La paura del crollo” in Esplorazioni Psicoanalitiche, 1995 Raffaello Cortina, Milano.



