Questo mio scritto nasce da una sincronicità di eventi che mette insieme una serie di momenti vissuti in tempi vicini tra loro tra la visione di un film, la lettura di un libro e un mio sogno portato in un gruppo. In questo sogno, il conduttore dello stesso gruppo a cui lo portai, al mio intenso dolore e pianto all’interno disperato per aver capito all’interno del sogno che mio padre era morto, afferma: «Eh, ma non fare l’esagerata!». Fu nel gruppo che lo stesso mi restituì una visione psico-antropologica di De Martino circa il rischio di essere trascinata oltre una soglia, della morte, per cui necessario, è per i vivi rimanere vivi. Questo discorso circa il lutto è tuttavia molto simbolico così che, nella vita, fondamentale è stare vivi.
«Il problema non è che i morti muoiano, ma che i vivi non muoiano con loro» – Ernesto de Martino
- Lutto e perdita secondo Freud: lavoro psichico o rischio narcisistico?
Nel saggio fondamentale Lutto e melanconia (1917), Freud definisce il lutto come una risposta alla perdita di un oggetto investito libidicamente. Il lutto “normale” consiste in un processo graduale di disinvestimento, in cui l’Io, pur attraversando dolore e ambivalenza, riesce a ritirare la libido dall’oggetto perduto e reinvestirla su nuovi oggetti. Quando questo processo fallisce, subentra la melanconia: l’Io non riesce a separarsi dall’oggetto e finisce per introiettarlo, identificandosi con esso in forma autodistruttiva. La colpa, la svalutazione di sé, e la perdita del senso della vita diventano segni di una perdita non dell’altro, ma di se stessi.
Freud nota:
«L’ombra dell’oggetto è caduta sull’Io, che da quel momento viene giudicato come l’oggetto, in una forma piena di disprezzo»” (Freud, 1917)
Ma esiste anche una forma terza, meno esplorata da Freud, eppure clinicamente frequente: il lutto maniacale, in cui il soggetto nega la perdita, si comporta come se nulla fosse accaduto, e manifesta tratti euforici o dissociativi. Queste tre modalità — accettazione, identificazione, negazione — corrispondono a tre atteggiamenti dell’Io di fronte alla perdita. Tuttavia, Freud le descrive da un punto di vista intrapsichico, senza tematizzare il contesto culturale o esistenziale in cui si verificano.
- De Martino: il lutto come rischio antropologico e la crisi della presenza
A colmare questa lacuna interviene Ernesto De Martino, con il suo capolavoro Morte e pianto rituale (1958). L’autore parte da un’osservazione radicale: il lutto non è solo un fatto psichico, ma una crisi della presenza, cioè un rischio antropologico in cui l’individuo può smarrire la propria capacità di “esserci” nel mondo. Il lutto, in quanto evento-limite, mette in discussione l’identità stessa del soggetto:
“Non si tratta di piangere perché l’altro è morto, ma perché la nostra stessa presenza è minacciata.” (De Martino, 1958)
Quando viene meno la funzione culturale del lutto — rituale, sociale, linguistica — il soggetto rischia una catastrofe esistenziale: crolla il senso del tempo, si smarrisce la distinzione tra vivi e morti, e si apre la possibilità che il morto non se ne vada, e che il vivente cada con lui.
Qui si pone un punto critico in rapporto a Freud: mentre la psicoanalisi classica considera la melanconia come fallimento individuale, De Martino la interpreta come mancanza di mediazione simbolica. Se non esiste una forma per dare senso alla perdita, il lutto non può compiersi. Il pianto rituale, il racconto collettivo, il gesto funebre sono strategie culturali per ricollocare la morte dentro l’ordine umano, evitando che essa trascini con sé la coscienza.
Il lutto è un punto di rottura: della storia personale, del senso, dell’identità. È un passaggio — una krisis, direbbe la cultura greca antica — in cui si rischia di non tornare più indietro. Se per Freud, quindi, il lutto è un lavoro dell’Io, Ernesto de Martino ci offre una seconda chiave: il rischio culturale ed esistenziale della perdita.
In Morte e pianto rituale, De Martino analizza il lutto come evento-limite per il soggetto e per la comunità. Se il dolore non viene attraversato e ritualizzato, la persona può crollare, smarrendo la propria posizione esistenziale nel mondo. È allora che si manifesta la “crisi della presenza”: non è solo l’altro a morire, ma anche una parte di me.
Nel mondo contadino e arcaico del Sud Italia — che De Martino studia attraverso le pratiche di lamento funebre — il lutto non è solo dolore individuale. È una minaccia al senso stesso dell’esistenza. Il morto va pianto, accompagnato, fatto andare via. Se il rituale fallisce, il morto resta, come forza psichica e simbolica, e rischia di “trascinare” con sé il vivente.
È ciò che De Martino chiama “rischio di non farcela”: un collasso della coscienza storica, del tempo, del senso di sé. Da questo punto di vista, il lutto non elaborato può diventare una perdita di mondo, uno sprofondamento che nessuna razionalità individuale può contenere senza sostegno.
Questa prospettiva getta luce nuova sui tre volti del lutto analizzati sopra — normale, depressivo, maniacale — alla luce non solo della psiche, ma anche del fallimento o successo del rituale interiore e collettivo della perdita.
- Heidegger: Essere-per-la-morte e autenticità
La riflessione di De Martino si incrocia, in un’altra direzione, con quella di Martin Heidegger in Essere e tempo (1927). Per Heidegger, l’essere umano è definito dall’“essere-per-la-morte” (Sein-zum-Tode): non come ossessione nevrotica, ma come struttura ontologica. La morte non è un evento esterno o improvviso, ma la possibilità più propria dell’essere: l’unica esperienza che nessun altro può vivere al mio posto.
«La morte è la possibilità della impossibilità di ogni esistenza» (Heidegger, 1927).
Il soggetto autentico è colui che vive tenendo presente la propria finitudine, senza fuggirla. Ma se la morte ci definisce, il lutto ci confronta con la morte dell’altro, che è anche una ferita nella nostra apertura al mondo. In questo senso, il pensiero di Heidegger si connette tanto a De Martino quanto a Freud: il lutto è il momento in cui l’essere è chiamato a restituire senso all’esistenza dopo la perdita del fondamento.
L’autenticità, nella visione heideggeriana, non è una scelta razionale, ma una forma di “stare nella verità della perdita”. Anche qui, come in De Martino, manca un sostegno esterno: il soggetto è solo con la propria finitudine, e può scegliere di affrontarla o rimuoverla — con conseguenze esistenziali decisive.
- Narrazione, rituale e lutto nella cultura contemporanea
Lutto fisiologico.
L’opera di Joan Didion, L’anno del pensiero magico (2005), è un esempio contemporaneo di come la scrittura possa farsi rito di elaborazione del lutto. Didion racconta l’anno successivo alla morte improvvisa del marito. Tra frasi sospese, ripetizioni ossessive e tentativi di dare senso, l’autrice costruisce una “forma” che consente al dolore di non diventare crisi della presenza.
Come direbbe De Martino, Didion inventa una cultura del dolore in assenza di cultura del lutto.
In L’anno del pensiero magico, Joan Didion non ha un rituale collettivo. Il mondo intorno a lei — moderno, secolarizzato — non offre spazi per il dolore che duri più di qualche giorno. È sola con i suoi oggetti, le sue memorie, e la sua intelligenza. Eppure, proprio attraverso la scrittura,
Didion inventa un rituale, una forma di “pianto culturale” che la salva dal crollo della presenza.
Come avrebbe detto De Martino, è la cultura che salva la presenza. Scrivere è il suo modo di fare il lutto, di dire addio, di riordinare il mondo dopo l’interruzione brutale. Il pensiero magico non è follia: è un ponte tra la perdita e il reinserimento nel senso
Lutto depressivo (melanconico) – Harold and Maude
Al contrario, Harold, nel film Harold and Maude, non ha questa possibilità. Il suo lutto depressivo non trova parole né rituali. Vive in uno stato melanconico in cui la morte viene teatralizzata ma non simbolizzata. È la crisi della presenza senza mediazione. Solo l’incontro con Maude — figura del principio vitale e del rituale incarnato — lo salva da un’esistenza interrotta ma non conclusa. Harold è quindi una figura emblematica del lutto mancato, melanconico. Non ha perso una persona specifica, ma qualcosa si è perso in lui. Non esiste un rituale intorno al suo dolore, e nemmeno un nome per quella mancanza. Vive una sorta di pianto senza voce, intrappolato in una ripetizione parodica della morte (le finte impiccagioni, i funerali altrui).
Per De Martino, Harold è in piena crisi della presenza: il lutto non ha avuto parola, non ha avuto forma, e quindi non è mai finito. La sua relazione con Maude, invece, è ciò che lo riconnette al mondo, e dà significato al suo dolore. Maude diventa figura rituale: è il “pianto che salva”, il lamento che restituisce senso, la cultura che impedisce la caduta nel nulla.
Lutto maniacale – Il mito di Orfeo
Nel mito di Orfeo, infine, si coglie il volto maniacale del lutto: la negazione della perdita attraverso l’azione onnipotente. Orfeo discende negli inferi per riportare Euridice, ma non sa tollerare il limite. Quando si volta, perde tutto: non solo lei, ma anche la possibilità di elaborare.
È la parabola tragica dell’Io che, negando il lutto, distrugge anche l’ultima possibilità di salvezza. Orfeo non accetta la perdita. Vuole ribaltare la morte con l’arte, la musica, la sfida agli dèi. Ma nel momento in cui si volta, perde tutto. Non solo Euridice, ma anche la possibilità di tornare a essere uomo tra gli uomini. La sua è un’elaborazione maniacale del lutto: l’Io che vuole annullare la realtà della perdita attraverso l’onnipotenza del desiderio.
In chiave de Martiniana, Orfeo è colui che non ha saputo far andare via il morto. Ha trasformato il lutto in mito, sì — ma anche in rovina. Non ha rispettato il tempo della perdita, non ha permesso al dolore di diventare storia. La morte, invece, va accompagnata, pianta, riconosciuta.
Solo così il vivente può restare vivo.
- Conclusioni: Verso una fenomenologia culturale del lutto
Il confronto tra Freud, De Martino e Heidegger ci invita a ripensare il lutto non solo come sintomo o difesa, ma come esperienza strutturante della soggettività. Se per Freud il lavoro del lutto è un compito psichico, per De Martino è una ricostruzione culturale del senso, e per Heidegger una soglia ontologica tra autenticità e inautenticità dell’esistenza.
Nel mondo contemporaneo, sempre più secolarizzato, il rischio di non avere più riti — né religiosi né simbolici — che accompagnino il lutto è concreto. Questo espone il soggetto a ciò che De Martino chiama “il rischio di non farcela”, cioè la morte della presenza prima ancora della morte del corpo.
Solo restituendo spazio, forma e parola al lutto, è possibile reintegrare la perdita nel tessuto del vivere, evitando che la morte dell’altro diventi la nostra stessa scomparsa.
Come accennato, simbolico è il tema dello stare vivi, nella vita, anche oltre l’argomento del lutto.
Manuela Taberlet
Psichiatra, psicoterapeuta, Membro SIPsA
Bibliografia
Freud, S. (1917), Lutto e melanconia. In Opere, vol. VIII, Torino: Bollati Boringhieri.
De Martino, E. (1958), Morte e pianto rituale nel mondo antico. Torino: Einaudi.
Heidegger, M. (1927), Essere e tempo. Milano: Longanesi.
Didion, J. (2005), L’anno del pensiero magico. Milano: Il Saggiatore.
Klein, M. (1940), Il lutto e i suoi legami con gli stati maniaco-depressivi. In Scritti 1921- 1945, Torino: Boringhieri.
Filmografia
Harold e Maude.



