NATALIA CAMPANA La fine. Abbandono della lotta, resa all’amore(1)

Alcuni pazienti, che durante il processo terapeutico hanno con tenacia lottato contro il potere dell’analista, alla fine e nell’ultimo atto, mostrano come l’esperienza analitica abbia reso possibile una modificazione profonda della relazione oggettuale. Il racconto dell’ultima seduta con due pazienti veramente “difficili” è la testimonianza visibile di questo cambiamento e di come la lotta contro l’Altro potente e prepotente – e a tratti assente lasci il posto all’amore dell’Altro e per l’Altro: Tommaso, tre anni e mezzo, un bambino autistico, e Francesca, 22 anni, borderline con tratti depressivi, avevano strutturato una modalità di funzionamento autosufficiente accompagnata da un SuperIo megalomanico, severo e persecutorio, risultato di un rapporto con l’oggetto primario potente, prepotente, assente.

Nel descrivere i due casi si cercherà di rendere comprensibile come la patologia strutturata fosse un tentativo di salvarsi dal devastante potere di una nonna, in Tommaso, e di una mamma, in Francesca, che hanno usato il bambino come oggetto-bambola.

Il modello teorico, che si riferisce a quanto scritto nei lavori di Sasso (2) considera i movimenti di Introiezione – Proiezione come due elementi che, nello sviluppo del bambino, debbono essere in equilibrio e armonia per consentire un’evoluzione creativa della mentalizzazione.

Chiamo Introiezione quel delicato processo che prende avvio dalle risposte che la madre (o chi per essa) fornisce ai bisogni psicofisici del bambino quando cerca di comprenderne il mondo interno fisico – psichico. Se il bambino può riconoscere la risposta della madre soddisfacente e in sintonia con quanto avviene nel suo corpo e nella sua percezione sensoriale, emotiva ed affettiva, si può identificare con quanto arriva dall’esterno iniziando così un fecondo e creativo processo di introiezione. Il bambino prende dentro elementi riconosciuti come appartenenti a se stesso, suoi, e li può utilizzare per entrare in rapporto con la realtà esterna.

Chiamo Proiezione i segnali che il bambino invia alla madre-mondo esterno per entrare in relazione con lei, per comunicare i suoi bisogni e la sintonia tra le risposte ricevute e suoi bisogni-desideri.

Il bambino che fa sue le risposte della madre, le considera parte di se stesso e inizia a interpretare la realtà esterna attraverso P, interpretazioni creative di elementi precedentemente introiettati. Quanto più le risposte del caregiver sono vicine ai reali bisogni del bambino, tanto più il bambino farà P, interpretazioni della realtà interna ed esterna, del suo corpo e del mondo, pertinenti, felici, capaci di iniziarlo alla relazione con la realtà interna / esterna in modo positivo e fiducioso.

Un eccesso di elementi I del caregiver, come in queste due situazioni cliniche in cui l’Oggetto è divenuto Oggetto dominante e invadente, rende impossibile lo sviluppo di una buona I-P Il bambino, esposto a introiezioni intrusive e dominanti viene messo in una posizione passiva – imitativa che lo confonde e allontana dalla comprensione di quanto succede dentro di lui e fuori di lui. Lo priva della possibilità di costruire gli elementi per interpretare sé, il suo corpo e la realtà esterna. (3) Favorisce la creazione di una relazione con la realtà, interna ed esterna, caratterizzata da elementi persecutori per la mancanza di un fecondo scambio che contenga e riduca la produzione di “mostri” originati dal vissuto sensoriale del bambino e che, proiettati nel mondo interno/esterno – eccesso di P – lo popolano di invincibili nemici.

Quando il caregiver invade, si impone e sovrappone, può fare tabula rasa di ogni segno proveniente sia dal corpo che dalla mente del bambino, (nei due casi proposti questa condizione si è protratta per molti anni). Mortifica la possibilità di comprendere e formulare pensieri. Agisce come un “colonizzatore” che sottovaluta, svaluta, od elimina ogni produzione autonoma del bambino. Ostacola la mentalizzazione. Pretende di essere l’unico interprete della verità/realtà, l’unico in grado di sapere cosa succede al bambino, quali siano i suoi bisogni, desideri, emozioni e sentimenti senza alcuna modulazione con i segnali che il bambino può inviare richiedendo sempre risposte adattative – passive.

Il bambino può tentare di reagire, ma di fronte alla potenza-bisogno dell’adulto che lo manipola anche fisicamente, può abdicare alla richiesta di esistere – rinunciare e chiudersi in una struttura autistica – come Tommaso – o essere totalmente compiacente come Francesca.

Bollas (4) afferma che esiste un processo altamente distruttivo che viola lo spirito della reciprocità chiamando questo processo introiezione estrattiva:

«l’introiezione estrattiva avviene quando una persona per un certo periodo di tempo (da pochi secondi, ad alcuni minuti o per tutta la vita) ruba un elemento della vita psichica di un’altra. Questo violenza intersoggettiva avviene quando l’aggressore (A) suppone che l’aggredito (B) non abbia esperienza interna dell’elemento psichico rappresentato da A. Nel momento in cui viene formulata questa ipotesi avviene il furto e B può essere temporaneamente anestetizzato e incapace di recuperare la parte di Sé rubata».

Il lavoro analitico ha richiesto una estrema delicatezza per trovare la giusta distanza che consentisse di sentire che vicino non vuol dire “uso”, “abuso”e “dominio”- conseguenze di un eccesso di elementi I – e che lontano, non produce “isolamento”, “impotenza” o “mostri” costruiti per eccesso di elementi P persecutori, ma simboli, pensiero e linguaggio.

Viene descritta, attraverso materiale clinico, la maturazione di questo cambiamento e riportata l’ultima seduta di entrambi per la commovente resa all’Altro e all’amore che ne contraddistingue la relazione.

 

Tommaso

Tommaso, dopo i primi tre mesi trascorsi con la madre, subisce alcuni drammatici cambiamenti sia a causa dell’assenza della madre per lavoro sia per la presenza, dal sesto mese, della nonna materna che si riappropria della figlia e del nipotino. Il ritorno alla casa materna permette, infatti, alla nonna di aiutare la figlia ma anche di espropriarla e sostituirla con messaggi denigratori: «Lascia fare a me, non vedi che con te si ammala». La nonna maneggia il bambino come un suo oggetto, sembra una sua bambola – o un bambino morto, come dirà la madre – completamente esposta al suo dominio. La madre di Tommaso si lascia completamente trascinare nonostante i familiari la invitino a sottrarsi all’invadente presenza della nonna. Solo quando sente che anche il suo matrimonio rischia di essere rovinato, si risveglia e ritorna a voler essere la madre del suo bambino. È il momento in cui chiede aiuto per Tommaso che nel frattempo ha tre anni e mezzo e mostra i segni di una patologia autistica.

 

Prima seduta

La prima seduta con Tommaso è molto significativa: io non esisto – lui non esiste – totalmente assente, lo sguardo nel vuoto mi attraversa. Tuttavia mi segue, passivo, si adatta alla mia volontà di accompagnarlo nella stanza dei giochi. Il mondo interno, le sue sensazioni, il mondo esterno che io rappresento con la mia proposta di andare a giocare, non sembrano esistere. Esistono solo gli oggetti: lo sciacquone del bagno, l’interruttore della luce attraverso cui si allontana dalla stanza per tornare dalla mamma. La sua risposta ad un mio nuovo tentativo di avvicinamento trova una risposta aggressiva: mi tira irato la palla e così io dico: «Sei arrabbiato con me forse perché devi stare in un posto che non conosci e che non ti piace».

Le mie parole vogliono dare un significato al suo gesto, cercano una corrispondenza con quello che lui prova, sente. Può essere un primo movimento di un Altro che lo comprende, interpreta, dà un senso, un pensiero a un confuso sentire. “Voglio andare a casa” è la sua – tardiva – risposta. Allora esiste, può mettere nella realtà – P – un segno della sua esistenza che l’Altro può accogliere. Infatti gli dico che può pensare alla sua casa, che la sua casa esiste anche quando è lontano, non va via.

«La casa non va via» ripete diverse volte come se quello che ho appena detto potesse entrare dentro di lui e trovare una corrispondenza di senso. Corre lungo il corridoio, rientra per salire sulle ginocchia della madre e le dice piangi con un tono piatto, senza sfumature emotive, scandendo bene e con lentezza le sillabe, quasi le deforma.

«Sei tu che hai voglia di piangere perché sei in un posto che non conosci e che proprio per questo ti fa paura» – gli dico stando seduta accanto a lui disteso sul divano, calmo per qualche attimo. Può, dopo poco, scambiare qualche gioco con me.

Se l’Altro lo riconosce nel suo esistere, dà segni di vederlo, anche Tommaso può sentire di esserci – voglio andare a casae avviare piccoli scambi di gioco che danno la fiducia necessaria a pensare che possa essere intrapreso un lavoro terapeutico

Cerco, nel percorso con Tommaso, una vicinanza calda ma discreta, gesti semplici che danno senso a ciò che accade, parole, con tono pacato, che descrivano quanto immagino possa provare, vivere e desiderare. (Quando imparerà a scrivere, durante la seduta, inizierà una corrispondenza fatta di “lettere” che ci scriviamo.) Rendo, nella concretezza di un gesto, rappresentabile il tempo della seduta – mettere e togliere il cappellino dall’attaccapanni o il giorno colorato sul calendario –

Stabilisce lentamente qualche contatto: «Natalia, tira la palla», «dottoressa siediti qui», a cui fanno seguito sensazioni troppo forti che deve eliminare: corre, sbatte le mani, fa smorfie, chiude e apre con velocità gli occhi.  Sembra un’invasione della corporeità – direbbe Ferrari – una irruzione sensoriale marasmatica, l’OOC esce dall’ombra per l’assenza di una mente che, in questo caso, non ha potuto imparare a stabilire un rapporto con il proprio corpo.

Il ritorno dopo la prima pausa estiva è la sorpresa dell’avere conservato memoria di me, della nostra stanza: al rientro esplora e con uno sguardo abbraccia tutto ciò che lo circonda, sembra avvertire una rassicurante familiarità.

Ma sono più numerosi i momenti di distanza, immobilità, chiusura impotente in cui si rifugia sotto i cuscini permettendomi solo di toccargli la mano, di accarezzarlo, oppure i momenti di onnipotenza espressa attraverso atti aggressivi – trasgressivi tenaci e caparbi: batte contro i vetri, scaglia oggetti contro me, salta sui mobili, cerca di mettere le dita nella presa di corrente da cui riesce con velocità a togliere i coperchietti di protezione – una volta dice: «Ti ho fregato» – come pure canta: «Amoe gande, amoe immenso».

Il cassetto-luogo della memoria dove conserviamo i suoi disegni, i giochi che insieme costruiamo, è oggetto della sua quotidiana attenzione: “cosa abbiamo disegnato”, “vedi che è rimasto”, detto dopo una pausa di Natale, rivelano la sua possibilità di pensare che le sue cose non sono distrutte, perdute, ma con cura e affetto conservate e ritrovate. E dopo alcuni mesi può chiedere “di essere aiutato a fargli fare una pallina colorata”, e compaiono l’Io e il Tu rivolto a se stesso e a me: “disegna tu, io sto qui, penso” anche se continua a parlare a sé come ad una terza persona: “ti fai male a un piedino e poi piangi”.

Ma il terrore di una Natalia potente che di tanto in tanto lo assale, lo costringe ad allontanarsi, teme di poter essere di nuovo il bambolotto con cui gioco, per farlo e disfarlo a mio piacimento. È il momento del limite, quando non posso che fermarlo nei suoi atti pericolosi per sé. Sono i momenti che più lo spaventano e allontanano.

È attraverso un gioco che riesce a scoprire il senso buono, utile del limite: un semaforo gli fa dire: «il semaforo è rosso, le macchinine si debbono fermare; adesso è verde, possono andare. Ci sono cose che si possono fare ed altre no». Non sono più l’oggetto persecutorio, invadente ed intrusivo, ma una realtà con senso con cui stabilire un rapporto alterno tra ciò che si può e non si può fare. La relazione analitica, che gli ha permesso di incontrare un Altro capace di dare senso, parola al suo sentire, ai suoi sentimenti, bisogni, compreso quello di stare nel suo isolamento – «liberi di fare quello che gli pare» (5)- come dice di alcuni cubetti-bimbi che vogliono andare solo al mare, gli permette anche, piano piano, con fatica e anche molta intelligenza, di avvicinare e affrontare aspetti della realtà sempre più complessi: l’identità sessuale – «tu sei femmina ma tu hai il pippo», – la scuola, con il suo difficile compito di leggere e scrivere e sbagliare; la gelosia per gli altri miei bambini, l’amore per una compagna di scuola che vuole portare in campagna dal nonno; la morte che si ostina a rifiutare trovando alla fine che «muoiono solo i vecchi», «non si può dimenticare. Dimenticare è un verbo che non esiste»; il legame con me che vuole rendere eterno mettendo una manetta a ciascuno; l’odio «smettila di dire stronzate, Signora Natalia sapientona», «Max è un bambino cattivo, mi odia. Anch’io lo odio»; cosa farà da grande o le grandi domande «Cos’è essere, cos’è il tempo?», «Chi sono i matti?, tu sei saggia, io sono un po’ matto. Ogni tanto faccio discorsi senza senso. Dico cose senza senso».

La fine la introduce Tommaso: «Quando farò la prima media non vengo più qui» poi «Ho cambiato idea, non voglio finire mai più», ancora «Finirò quando avrò novantanove anni o quando mi sposerò» o «Alla fine del liceo». Richiederà una lunga elaborazione ricca di sentimenti espressi: la paura di sparire, che ci si lasci perché ci si odia anche se poi afferma con forza: «Ma cosa dici! Lo so che tu non mi odi». Non capisce perché ci si debba lasciare, e vuol essere sicuro di non essere dimenticato, di potermi venire a trovare. E poi «chi prenderà il mio cassetto?». Sono passati otto anni e mezzo, Tommaso è diventato grande, affettuoso, intellettualmente attivo e pronto anche all’impegno scolastico.

 

La Fine con Tommaso

Il piccolo Tommaso nell’ultima seduta mi saluta dicendo, dopo avermi guardato con uno sguardo molto intenso:

T: «Questo è l’ultimo incontro con i miei genitori?».

A: «Anche tra me e te».

T: «Ah. Mi devi dare lo specchio magico. Tu ce l’hai. Io lo vorrei come la Bella (La bella e la bestia, un film che ha appena visto). Quando aveva voglia di vedere suo padre va davanti allo specchio e lo vede. Poi quando va via dalla Bestia perché deve andare da suo padre che è malato, la Bestia gli dice di prendere lo specchio così lo potrà vedere. La loro non è però una vera separazione perché lei torna dalla Bestia. Invece la nostra è una vera separazione» (!).

A: «È vero, tu non torni da me come fa la Bella. Ma con gli occhi della mente puoi pensarmi e ricordarti di me».

T: «Ma perché la Bella ha lo specchio magico? Già, perché è un cartone animato».

A: «È una favola. E nelle favole è tutto possibile, nella realtà ci possiamo rivedere con gli occhi della mente, della memoria. Se poi mi vorrai rivedere, sai che puoi venire a trovarmi».

Mi ha fatto un regalo, e gli dico che sono stata molto contenta e aggiungo che anche io ne ho uno per lui:

T: «Oh – apre il pacchetto – è un libro!»; legge la mia dedica: «La lettura è un compagno che non può prendere il posto di nessuno, ma che nessuno può sostituire».

T: (al nonno che lo è venuto a prendere) – «Guarda cosa mi ha regalato Natalia».

Non vuole metterlo nello zaino, né portarlo a scuola. Lo accarezzo, gli dico che mi farà piacere avere sue notizie. Quando chiudo la porta, avverto un’emozione fortissima, e un dolore intenso per la sua perdita. Lo perdo anch’io.

 

Francesca

Francesca viene inviata da una neuropsichiatra del servizio pubblico che si occupa della madre psicotica, preoccupata per l’enorme carico che grava sulle sue spalle: da sola assiste la madre, si occupa di faccende domestiche, studia e cerca di vivere una vita da adolescente. Ma dovranno trascorrere alcuni anni e sarà la morte improvvisa della madre a renderla consapevole della necessità di ricevere aiuto.

La storia della madre – orfana dalla nascita, istituzionalizzata, con un padre violento verso cui si nutrivano dubbi di abuso sessuale – sposata a 34 anni con un uomo di 44 che Francesca definisce un padre vile, assolutamente incapace di farsi carico di qualsiasi situazione familiare e grande lavoratore che mantiene bene la famiglia. Sposati perché aspettavano Francesca, hanno sempre litigato con violenza e minacce di separazioni. La madre ha la sua prima crisi psicotica quando Francesca ha 15 anni. Si erano susseguiti periodi di delirio con esplosioni aggressive e persecutorie di cui si occupa solo Francesca: il padre sparisce come sono assenti tutti i familiari ad eccezione di una buona cugina che può prestare poche cure.

La madre aveva cominciato a delirare dicendo che c’era del veleno nei tubi della lavatrice e Francesca si era spaventata molto perché la situazione si era fatta pericolosa per l’escalation del delirio persecutorio che era sola a fronteggiare: i deliri della madre la stupivano, spaventavano e non riusciva a comprendere cosa potesse placarla.

Dopo una lite furiosa con Francesca, la madre nella notte muore all’improvviso di infarto. Le ragioni della lite erano l’esasperante cattiveria della mamma di cui Francesca non riusciva più a parare i colpi: va via di casa e si rifugia da un’amica dove viene raggiunta dalla notizia della morte della madre. Si sente molto in colpa, la litigata ha fatto morire la madre di crepacuore e continua a sentirsi in colpa anche per il senso di liberazione che prova

Nelle prime sedute racconta la sua storia infantile di bimba affidata a zie, scuole a tempo pieno, pur se la madre mostra un attaccamento molto forte verso questa bimba che deve avere tutte le buone opportunità per crescere bene: abiti, cibo, danza, nuoto, buone scuole, bei giocattoli che la madre sceglie e impone a Francesca, che si mostra arrendevole e ubbidiente, alla ricerca di un comportamento compiacente verso una madre che tuttavia non si accontenta mai dei suoi risultati: «Quanto hai preso?»… «E la tua amica?»… «Perché non hai preso come lei?», sono le frasi che si sente ripetere ogni giorno al ritorno da scuola.

Sarà l’adolescenza, con la sua richiesta di autonomia e libertà, che produrrà la rottura nella relazione passivo – adattativa con la madre. Si può pensare che si sia rotto quel legame di cui la madre aveva assolutamente bisogno per “rifarsi un’infanzia”, rottura così potente in una personalità già molto fragile e carente da generare un’esplosione di aspetti persecutori e aggressivi sia verso Francesca che verso la realtà esterna.

Dalla morte della madre – funerale compreso – la famiglia è ancora sulle spalle di Francesca.

Inizialmente il nostro lavoro è quello di ripensare alle “cattiverie” che ha detto alla madre. Devo fare molta attenzione e cercare di ridurre il peso della colpa che l’annienta, e il dolore per una morte che non le ha permesso di fare pace! È assolutamente importante aiutarla a comprendere quello che Fonagy e Target chiamano la

«ripetuta esperienza di rispecchiamento e della sua funzione regolatrice dell’affettività… (che) … aiuta a imparare che i sentimenti non si espandono inevitabilmente nel mondo. Essi sono sganciati dalla realtà fisica» (6)

 

Lavora subito molto pur dichiarando la sua autarchia (7), la sua diffidenza; “vuota il sacco” piangendo molto e con molta vergogna: lei è una che nessuno ha mai visto piangere! Tuttavia divide con me molti segreti mai svelati neppure a se stessa. L’ascolto, l’assenza di progetti su e per lei, l’attenzione costante al suo mondo interno – corporeo, mentale – creano le premesse per la costruzione di un legame dentro cui “sentirsi libera”

Parla del padre, del suo odio per la sua indifferenza, per il suo essere vile e pavido. Pure riconosce che gli vuole bene e non vorrebbe perdere anche lui.

La follia della madre, la sorpresa, la sofferenza, l’esasperazione, la sua voglia di morire, la paura di morire, che la madre la uccida (la notte si chiude a chiave in camera), la mancanza, la solitudine, sono i racconti che riempiono la stanza d’analisi. Finalmente trova un luogo in cui avere ascolto, quello che c’è dentro di lei può essere visto, riconosciuto, rispettato e dotato di senso.

Racconta di aver conservato le medicine della madre, le aveva preparate per prenderle tutte insieme. Ricorda, con angoscia, la sua lucidità nel prepararsi a prenderle: «mi guardavo da fuori e mi lasciavo fare. L’arrivo di mio padre mi ha scosso e non mi ha fatto proseguire».

Descrive i suoi 18 anni: elegante, truccata, tacchi alti, oggi non ci riesce più. Aveva un ragazzo e lo ha lasciato dopo un anno per problemi suoi…lo dirà in un altro momento …è un suo segreto. Ha abortito. Mi colpisce come un cazzotto. Penso a come oggi sia capace di nascondere tutto del suo essere femminile, ha deformato il suo corpo dentro il grasso (tuttavia molto grazioso). Piange, dice che non avrebbe potuto fare diversamente, non c’erano proprio le condizioni per far crescere un bambino!

Il suo percorso universitario, le sue relazioni affettive, le amicizie subiscono un’interruzione; la sua migliore amica, che pretende da lei una relazione troppo intima e senza distanza, è dolorosamente allontanata: non può ripetere quanto è avvenuto con la madre. Tuttavia è talmente capace di vicinanza da indovinare molte cose della mia vita personale, privata, i miei malesseri fisici sono da lei descritti nei sogni o nelle sue fantasia. A piccoli passi, e con molta pazienza, tessiamo un buon legame anche se in taluni momenti sono molto appesantita dalla sua aggressività, dalla sua intolleranza per ogni minimo scarto tra le sue attese e le mie risposte. Sottolinea sempre che da quando ha cominciato, dal primo giorno in cui è venuta, ha pensato all’ultimo, a quando avrebbe finito.

Riprende a studiare, si laurea, inizia a lavorare e verso la fine, dopo molti anni – sei – può riavvicinarsi al suo aborto, alla colpa mai perdonata di aver commesso quello che continua a considerare un omicidio. La sua vita per la morte di qualcun altro – madre, bambino. Perdonarsi questa tragica verità la riavvicina al piacere di vivere: comincia a dimagrire, ad essere più femminile, e negli ultimi mesi di analisi, si innamora di un compagno di lavoro. La realtà interna – esterna non è più minacciosa, può essere attiva accogliendo la mia attività, il mio pensiero. In una delle ultime sedute dirà che mi vuole molto bene, è contenta di venire in analisi, le dispiace talvolta non essere cooperativa e di affaticarmi così tanto: il bisogno di sperimentare che non impazzivo anch’io come la madre, pure se lei metteva in gioco il suo odio, necessario per esistere come Altro da me, e la possibilità di vedermi solida e resistente, l’hanno avvicinata senza temere né la sua né la mia morte.

 

La Fine con Francesca

Francesca mi ha lasciato, nell’ultima seduta, un regalo. È la sua tesi di laurea: sono molto commossa perché trovo scritto: «Infine vorrei esprimere la mia più profonda gratitudine alla Dott. C.». E tra le prime pagine la trascrizione di alcuni frammenti del suo diario, scritto negli anni dell’adolescenza, che ora può farmi leggere, accompagnate da un commento: “ha ragione lei: abbiamo cominciato con me che piangevo sulla sedia e probabilmente finiremo con me che piangerò sulla sedia. Ma c’è una differenza, in mezzo ci siamo noi”.

Questi fogli, che leggo con molto interesse e commozione, sono stati ancora di più la conferma del mio proposito di fermarmi e ripensare al lavoro con alcuni pazienti che proprio nell’ultimo atto ci consegnano la bontà del nostro comune lavoro. Quello con Francesca è un addio molto affettuoso espresso con molta tenerezza e calore. Mi ripete “grazie perché nel momento in cui ho capito di aver bisogno di lei, sono divenuta libera”. Dice più volte che è molto grata, che non può fare a meno di piangere, che non riesce a fare due cose insieme parlare e piangere, e adesso può piangere, non se ne vergogna. Anzi ha preso un giorno di ferie e andrà con un suo buon amico – un ragazzo di cui si è veramente innamorata – a fare un giro per le colline e si farà consolare.

Il nostro è un vero addio, un addio senza strappi, una separazione annunciata, preparata: esperienza inesistente nella sua vita. È la prima volta che può vivere una buona fine, un dolce/doloroso addio.

Nella seduta precedente aveva chiesto di potermi salutare dalla sedia. Vuole conservare dentro di sé anche il mio volto, portarsi via una “foto”, la mia voce la dimenticherà, l’immagine le resterà chiara come i titoli di coda dei film.

Ride e piange. Un po’ ride, un po’ piange. Ripete molte volte che sa che mi deve molto, che c’è molto dolore, ma lo riconosce chiaramente, può viverlo.

 

La fine

Tommaso e Francesca terminano il loro percorso analitico mostrando di avere raggiunto una buona capacità di relazione con sé, con il proprio corpo e con l’altro. Emozioni, sentimenti, affetti, bisogni e desideri sono riconosciuti, accolti ed espressi attraverso gesti e parole senza né paura né vergogna. C’è un corpo che li percepisce, vibra, manda segnali e una mente che li riconosce, li nomina, li accoglie e comunica con se stesso e con l’Altro. Qual è l’azione terapeutica che il trattamento psicoanalitico ha reso possibile?

Credo che in entrambi i casi il cambiamento sia avvenuto proprio attraverso l’esperienza di un nuovo tipo di relazione. (8)

La relazione primaria che Tommaso e Francesca avevano sperimentato era, come ho più sopra descritto, fortemente caratterizzata dal dominio – eccesso di elementi I – il mondo esterno entra dentro, si impone e colonizza. Il riconoscimento e la manifestazione di sé sono ostacolati, la confusione tra sé e altro non consente la costruzione di identità separate e ben definite. La difficile lotta per esistere può concludersi – come per Tommaso e Francesca – o con la rinuncia ad esistere o con l’opposizione totale. L’attività P, quella che il bambino utilizza per interpretare i segnali del proprio corpo e il mondo esterno, è danneggiata per l’assenza di scambi fecondi: oscilla tra una passiva accoglienza di elementi I – il bambino è passivo – adattativo (Tommaso e Francesca prima dell’adolescenza) – o cerca di fare uso solo dei suoi elementi P persecutori (Francesca dopo l’adolescenza), attraverso un totale rifiuto e opposizione degli elementi I. Francesca e Tommaso cercano di essere autosufficienti e di opporsi a qualsiasi dipendenza perché ogni dipendenza è dominio.

La relazione analitica ha permesso di fare l’esperienza di un Altro che non vuole dominare ma aiutare a conoscersi/riconoscersi. L’Altro – terapeuta fornisce parole/gesti che possono essere usati come fili di una tessitura che ha bisogno di altri fili – quelli prodotti dal paziente – per essere costruita – ordito e trama debbono essere messi insieme per poter dare vita ad una buona tela. (9)

Lo sguardo del terapeuta che vede il paziente, le sue parole che descrivono, danno nome a confuse percezioni sensoriali, costruiscono una capacità di pensare indispensabile per conoscere il proprio corpo, comprenderne il funzionamento e divenire capaci di entrare in nuove esperienze.

La qualità che si viene a creare nella relazione analitica fatta di accoglimento, empatia, calore, comprensione, pazienza crea le condizioni perché il paziente abbia la possibilità di accogliere dal terapeuta elementi I che lo aiutano a conoscere se stesso e L’Altro, il suo corpo, le sue sensazioni, bisogni, desideri, e il mondo esterno. Si creano le condizione per elaborare quanto riceve, per arricchire gli elementi P con elementi I: sviluppa la capacità di mentalizzazione che gli consente di completare, rifiutare, correggere quanto ha ricevuto dall’esterno. Diventa allora possibile l’avvio di un processo creativo positivo.

Se la madre (o chi per essa) invece ha saturato ogni spazio, il bambino non può mettere nulla di sé e si spegne ogni possibile processo creativo. Il lavoro analitico avrà un lento, difficile, avvio in cui elementi transferali e controtransferali indicano il cammino da percorrere.

Dicono Nicolini e Sasso (10)

«la creatività sembra formarsi proprio per “completare” in modo soggettivo, personale, un apporto oggettivo naturalmente insufficiente della madre: il contributo materno, cioè, risulta necessario per dare una proprietà relazionale al processo creativo».

Quello che accade nella stanza d’analisi, quando il processo terapeutico riesce ad avviarsi in modo felice è proprio questo: l’analista fornisce qualcosa che può essere completato dal paziente: a queste condizioni è possibile per il paziente il riconoscimento delle proprie angosce, dei modelli della mente utilizzati per interpretare la realtà, delle difese che in realtà non lo difendono anzi lo lasciano scoperto a danni e offese. È a questo punto, quando I e P sono in equilibrio, che il lavoro analitico può procedere ed essere fecondo fino alla fine del percorso.

 

Alcune riflessioni conclusive

Quando Tommaso arriva in analisi, è completamente assente: si lascia maneggiare appunto come un bambolotto e sembra non provare emozioni, sensazioni per ciò che avviene attorno a lui o in lui. Si potrebbe fare l’ipotesi di un inconscio spento che non mettendolo in contatto con desideri, sensazioni, emozioni non crea conflitti, necessità di agire. Può essere il bambolotto della nonna e adesso di tutti. Nella prima seduta tuttavia compare qualche segno di “desiderio”: i miei tentativi di avvicinamento ricevono una risposta aggressiva – mi tira aggressivo la palla – e una risposta verbale molto significativa: «voglio andare a casa». Sono tutti segni che fanno pensare che ci siano possibilità di stabilire contatto. Come ho scritto più sopra, ho tentato avvicinamenti discreti, affettuosi, che stuzzicassero la sua curiosità, gli facessero sorgere desideri e lo rendessero capace di avvicinarsi ai suoi desideri più profondi, quelli che potremmo definire inconsci. Facevo costruzioni di carta, mettevo in scena favole con piccole bambine di pezza, facevo torri con i cubetti di legno, cercando sempre una vicinanza fisica che tuttavia fosse sempre rispettosa della sua possibilità di contatto.

Quando, nel corso della terapia si fanno sentire i suoi desideri, riesce ad esprimerli a parole: «tira la palla, …dottoressa siediti qui» o fa delle scelte, con molta tenacia, non sembra possibile arrendersi a ciò che l’altro dice. Un esempio:

A: «non si possono mettere le dita nella presa di corrente, è pericoloso, ti puoi fare molto male».

Indifferente alle mie parole continua a tentare di mettere le dita nei buchini togliendo le protezioni. Si ripete molte volte, è un braccio di ferro che mi costringe ad essere piuttosto ferma (e anche spaventata).

È proprio un lento risveglio che ha richiesto molta paziente attesa e fiducia nella sua brillante intelligenza come quando canta: «amoe gande, amoe immenso», o dice, senza guardarmi: «ti ho fregato». Sono senza dubbio segni di risveglio, ma anche esperienze di contatti che possono aiutarlo a costruire la fiducia nella vicinanza senza che questa significhi dominio e tirannia.

Il cassetto dove conserviamo disegni e oggetti costruiti è sempre oggetto di attenzione fin al giorno in cui dice: cosa abbiamo fatto usando un plurale che mi comprende, c’è un noi, noi che abbiamo fatto, , come mi comprende quando dice: vedi che è rimasto!

Esisto quando può cominciare a chiedere aiuto: «fammi una pallina colorata» o ancora «tu disegnato» sto qui, penso. Sono momenti commoventi, ancora oggi rileggendo queste frasi mi commuovo nel vedere il fiorire del suo IO, che faticosamente si metteva in rapporto con la realtà, pur rimanendo ancora confuso come quando attribuisce a me un suo malessere dicendomi ti fa male un piedino, e poi piangi.

Avvengono passaggi importanti che vanno di pari passo con lo stabilirsi di una reazione affettuosa con me: la presenza di altri bambini, segnalata da altri cassetti chiusi a chiave – come il suo, – gli fa scoprire la gelosia e, allora, fa domande intorno agli altri cassetti, ma è una gelosia che definirei gentile, priva di aggressività. L’aggressività compare con l’esperienza dei limiti. È un’immagine di Natalia che lo spaventa. Il gioco del semaforo (oggetto costruito con i legnetti e le macchinine) gli permette di scoprire il senso buono e utile del limite: (come ho scritto più sopra) il semaforo è rosso, le macchine si debbono fermare, adesso è verde, possono andare.  Ci sono cose che si possono fare, altre no.

Sono passaggi importanti che fanno pensare a un inconscio sveglio, attivo che lo mette in relazione con la realtà, in cui i bambini possono essere liberi di fare quello che gli pare.

Prende contatto con la sua sessualità, la curiosità del corpo: maschile/femmiile, chi ha il pippo – tu sei femmina e hai il pippo. Sono femmina potente con il pippo, ma non faccio più paura, gioca con me con piacere, può raccontare episodi di scuola, il suo innamoramento per una compagna che vuole portare in campagna dai nonni. Impara a leggere e scrivere e durante la seduta mi scriverà bellissime lettere. La perfezione lo insegue, non tollera di sbagliare, deve fare cose perfette e insieme compare l’angoscia di morte: Come ho scritto più sopra, è un lento e lungo cammino all’accettazione della morte e della separazione. Gli ultimi anni consentono all’’angoscia di morte di essere un sentimento tollerabile fino a dire, – quando stiamo per finire, che la nostra è una vera separazione, non una favola come nella Bella e la Bestia che si separano per finta.

L’ultima seduta è commovente: mi fa un bellissimo regalo: un nido con due uccellini. Abbiamo costruito un nido da cui può prendere il volo. Mi commuovo. Si è svegliato e ha voglia di vivere.

 

Natalia Campana

Psicologa psicoterapeuta, associata alla SIPP (Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica) fino al 2015, Psicologa dell’ASL di Rimini fino al 1983, cofondatrice della Comunità terapeutica I Tigli di Rimini per bambini psicotici e responsabile fino al 1984, Psicoterapeuta nel Servizio di Psicoterapia Infantile della stessa ASL, libera professione dal 1984

Note

(1) Una versione ridotta di questo articolo è stata presentata alla “SixthThree Section” Conference of the European Federation for Psychoanalytic Psychoterapy – EFPP – svoltosi il 4-6 Maggio 2007 a Copenaghen.

(2) Il modello Proiezione – Introiezione (d’ora in poi abbreviato rispettivamente con le lettere P – I) è ampiamente illustrato da Giampaolo Sasso che fa una interessante connessione tra psicoanalisi e neuroscienze. Nei suoi testi descrive lo sviluppo neurologico e psicologico del bambino attraverso i più recenti studi neurologici, formulando l’ipotesi che all’origine della struttura dell’apparato mentale del bambino ci sia un delicato percorso P-I .

Si veda a questo proposito Sasso G., Struttura dell’oggetto e della rappresentazione, Astrolabio, Roma, 1999; Id., Psicoanalisi e neuroscienze, Astrolabio, Roma, 2005; Id., The development of consciousness, Karnak, London, 2007.

(3) Ferrari sostiene che accanto alla relazione con l’oggetto-madre, il bambino sia impegnato nella costruzione di una relazione con l’oggetto-corpo che chiama Oggetto Originario Concreto (abbreviato dallo stesso autore in O O C) La relazione con la madre risulta fondamentale anche in questo modello proprio perché consente al bambino di stabilire questo tipo di relazione, quella con l’O O C.

Cfr. Ferrari B.A., L’eclissi del corpo, Borla, Roma, 1992; Id., L’alba del pensiero, Borla, Roma, 1998.

Peter Fonagy e Margaret Target, parlano di regolazione affettiva: “…ossia la capacità di modulare gli stati emotivi, è strettamente connessa alla mentalizzazione che gioca un ruolo fondamentale nel disvelamento di un senso di Sé e di agency. In questa disamina la regolazione affettiva è un’introduzione alla mentalizzazione…usata per regolare il Sé”. Cfr. Fonagy P., Target M., Psicopatologia evolutiva, Cortina, Milano, 2005, p. 340; Id., Attaccamento e funzione riflessiva, Cortina, Milano, 2001.

(4) Bollas C., L’ombra dell’oggetto, Borla, Roma, 1989, p. 165

(5) Aggiungerà che in certe situazioni l’analista deve rispettare silenziosamente “il bisogno del paziente di fare esattamente quello che gli piace”.

(6) Fonagy P., Target M., Psicopatologia, cit. p. 344.

(7) Tra i grazie che dirà alla fine c’è: «grazie perché nel momento in cui ho capito di aver bisogno di lei, sono diventata libera». Esiste la libertà di scambiare, prendere dall’analista senza dover più escludere quanto le viene dato, P-I sono più in armonia e possibili entrambi.

(8) P. Heimann (Id. p. 150 e sg) sostiene che l’analista: «debba essere una presenza aggiuntiva, ascoltatore e spettatore che attivamente orientata al paziente gli offre uno spazio e un tempo per ricordare e stare con se stesso e con i suoi oggetti…un compagno benevolmente sintonizzato sui suoi (del paziente) reali bisogni».

(9) P. Heiman pone al centro del processo psicoanalitico un mutuo coinvolgimento e una reciproca azione fondante e parla di attività di creazione vissuta e sostenuta da entrambi i partner della squadra di lavoro che operano in comunione cooperativa. Il pensiero di Heiman è riportato da Franco Borgogno in Id., Psicoanalisi come percorso, Bollati Boringhieri, Torino, 1999, p. 70.

(10) Nicolini C, Sasso G., Ti imparo a memoria. Il buco delle origini, Relazione [non rivista dagli autori] presentata al Congresso Nazionale SIPP “Costruzioni e ri-costruzioni di memorie possibili attraverso la relazione analitica” – Catania, 2-3-4 Giugno 2006, p. 13.

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