Nello scrivere il mio libro Riprendendo il filo del rocchetto (1), ho ripreso uno scritto di Lacan, La psichiatria inglese e la guerra (2) del 1947, in cui l’autore articola le riflessioni maturate durante il suo soggiorno di cinque settimane in Inghilterra, nel settembre del 1945, proprio alla fine della Seconda guerra mondiale. Lacan è spinto dalla curiosità di osservare dal vivo l’organizzazione della psichiatria inglese a cui attribuisce il merito di aver contribuito alla vittoria. In particolare, Lacan è interessato al funzionamento del lavoro di gruppo che muove lì i primi passi, grazie a quanto andava elaborando sul campo Bion, con i “gruppi senza capo”, sia nella riorganizzazione dell’esercito con i reduci di guerra, sia nel lavoro più clinico. L’impressione di Lacan è che con la psicoterapia di gruppo si stesse assistendo alla nascita di uno sguardo nuovo che si apriva sul mondo. Quello che ha destato la mia curiosità e quindi il desiderio di saperne di più su Bion è stata la presentazione che Lacan fa di lui nel loro incontro sul campo in Inghilterra. Freddamente è il significante con cui lo descrive, insieme a Rickmann (altro psichiatra di cui in passato Bion era stato analizzante): «In essi brilla la fiamma della creazione […] nell’uno (Bion) come gelata in una maschera immobile e lunare, accentuata dalle sottili virgole dei baffi neri (3)». A partire da questo scritto, mi sono interrogata a lungo sulla dimensione umana di Bion, chiedendomi quanto le vicende della sua vita personale si fossero intrecciate alle riflessioni che hanno poi preso corpo nella sua teoria. Chi era Bion, all’epoca dello storico incontro? E ancora, come è arrivato a concepire l’idea di un gruppo senza capo che aveva incuriosito Lacan tanto da spingerlo ad andarlo a trovare direttamente in Inghilterra per saperne di più? Prenderò spunto solo da alcuni elementi che, a mio avviso, sono stati determinanti per la concezione e strutturazione dei gruppi senza capo. Intanto un po’ di biografia. Wilfred Bion nasce in India nel 1897. Nella prima pagine della sua autobiografia (4) le prime parole sono per la sua Ayah, la bambinaia, che non ha un nome ma viene descritta come una «vecchietta incartapecorita […] le eravamo affezionati, forse più che ai nostri genitori […] mia madre ci faceva un po’ paura […] era strana; quando mi tirava su e mi prendeva in collo, là dove c’erano tepore, sicurezza e conforto, mi dava una curiosa sensazione, quindi all’improvviso ecco il freddo e la paura come doveva succedermi molti anni dopo, alla fine della funzione religiosa, a scuola»(5). Il piccolo Wilfred infatti, a 8 anni, viene spedito in Inghilterra, come si conveniva all’epoca. Per tutto il testo Bion si descrive come un bambino prima, e un adolescente più tardi, senza fegato, scrive infatti: «Quel me stesso di cui avevo coscienza pavido ed imbronciato, non all’altezza del valore che attribuivo alla mia persona. Custodivo gelosamente una fotografia in cui mi si vedeva correre veloce, ridendo estaticamente, probabilmente inseguito da mio padre o da mia madre. Quello mi piaceva pensare, era il mio vero aspetto, non l’oggetto triste e deprimente che vidi per tanti anni» (6). Essere all’altezza di quanto l’altro genitoriale si attendeva da lui: bravo bambino che non piange, che reprime le lacrime anche quando si ritrova nelle fredde camerate del collegio in Inghilterra: «Mi ritrovai solo nel campo da gioco della Scuola Preparatoria, in Inghilterra, dove ad occhi asciutti avevo dato un bacio d’addio a mia madre […] via via che le mie capacità di simulazione si facevano più raffinate, imparai a piangere in silenzio, finché non diventai più simile a mia madre che non rideva e non piangeva»(7). A 17 anni, per non deludere i genitori, Bion fa di tutto per essere arruolato e partire in guerra; le parole di suo padre sono taglienti: «Non riesco assolutamente a capire come mai tu non sia stato accettato da una nazione in guerra» (8); scrive: «Mio padre era rimasto sbalordito dal fatto che io fossi stato respinto» (9). Le parole deluse di un padre al primo respingimento, che si domanda: «Mi chiedo se Marsh non potrebbe aiutarci» (10), la madre «inaspettatamente allegra» (11) gli risponde: «È un’idea» (12). Come deluderli? E il signor Marsh l’aiutò! Il 4 gennaio 1916 il giovane Bion presta giuramento in qualità di membro delle forze armate, scrive: «Mi sentivo così poco marziale in quella uniforme che cadeva da tutte le parti. Mia madre era orgogliosa di me» (13). Le pagine che seguono sono molto intense, segnano il conflitto che accompagnerà tutta l’esperienza militare di Bion tra l’immagine di sé, pavido ed inadeguato, e i riconoscimenti al suo valore che gli provengono dalle azioni militari. Mai all’altezza del compito, sempre un po’ il bambino triste, l’adolescente sessualmente frustrato, il soldato poco fallico, decorato al valore per imprese militari che lui vive in piena incoscienza. Soldato-eroe, ma per compiacere l’Altro. Riceve anche la Croce Militare per la prova di coraggio: «Ero destinato a trasformarmi in un eroe di guerra, anche se non riuscivo a convincermi che ne potesse venir fuori una cosa tanto ridicola come esser costretto a portare una Victoria Cross» (14); e ancora: «Non sarei stato capace di spiegare come mai quella decorazione mi pesasse tanto. Ma per lo meno non riuscivo a capire come mai la Victoria Cross rappresentasse virtualmente una condanna a morte» (15). A diciannove anni entrò nel corpo carri armati, a venti anni andò in battaglia, siamo nel 1917; le pagine della sua autobiografia sono una testimonianza di cosa possa aver provato. Andare al fronte: cosa significava questa parola? Bion lo descrive così: «restammo lì in attesa che succedesse qualcosa. Non avevamo nemmeno cominciato a renderci conto che in guerra non succede nulla, oppure che in guerra nessuno sa cosa stia succedendo, avrei pensato che mi stessero prendendo in giro se mi fosse stato detto che perfino anni dopo quella guerra, e dopo un’altra come quella [Bion infatti dovette partecipare anche alla Seconda guerra mondiale!] io ancora non avrei saputo una cosa così semplice e ovvia come chi avesse vinto» (16). E finalmente in azione! Bion scrive della «paura di avere paura» (17), di quanto fosse «troppo ossessionato dalla paura della vigliaccheria per evitare d’arrossire d’umiliazione» (18), e di come, alla vista del primo carro armato, «quella strana sagoma meccanica, immobilizzata e immobilizzante» (19) fu ispirato da «una paura simile a quella che avevo provato di fronte alla primitiva trappola per tigri in India, avrei voluto andarmene via, dall’interno del carro si udì un martellamento metallico; poi ne venne fuori un soldato, e la giornata rinacque alla vita» (20). E ancora: «Il sogno era grigio, informe; ero attanagliato dall’orrore e dalla paura. Non riuscivo a gridare, proprio come ora, tanti anni dopo, non riesco a trovare le parole per descriverlo. Allora non fui costretto a cercare le parole; mi destai per trovarmi di fronte al terrore, relativamente benevolo, della guerra vera. Eppure per un momento avevo desiderato che fosse soltanto un sogno. Nel sogno, dovevo aver desiderato che fosse soltanto una guerra» (21). Bion a questo punto si rende «consapevole di una nuova sensazione; quel carro che io avevo imparato a conoscere come una solida massa d’acciaio stava tremando senza interruzione, come fosse stato di gelatina. Non c’è protezione più solida di un parto dell’immaginazione, non mi rendevo conto di aver paura, il che quanto a benessere, è lo stesso che non aver paura» (22). L’esperienza di Bion con i carri armati, che in più punti emerge nella sua autobiografia, ha aperto in me diverse riflessioni. Egli era già un veterano della Prima guerra mondiale, a diciannove anni era entrato a far parte del corpo carri armati, a venti era stato inviato al fronte al comando di un carro armato; la guerra lo aveva profondamente segnato. Nel 1919 aveva scritto un diario (23) su quanto dolorosamente andava osservando intorno a sé, una sorta di cronaca per i suoi genitori, per le lettere che non aveva mai potuto scrivere, perché troppo coinvolto dal punto di vista emotivo, come scrive: «Cosa si prova quando il carro passa sopra a qualcuno? Mi spiace signora, mi sono dimenticato di accorgermene: ma di notte non è che faccia dei gran bei sogni» (24). Ma cosa avrà rappresentato per lui, allora ventenne, l’esperienza traumatica all’interno di un carro armato, con un piccolo numero di uomini? Mi sono chiesta quanto questa esperienza, così emotivamente intensa, abbia potuto contribuire alla elaborazione delle sue considerazioni sul piccolo gruppo. Cosa sarà stato per lui trovarsi in un abitacolo così stretto, guardare il mondo esterno da uno spazio limitatissimo, il caldo, la vicinanza fisica dei corpi così prossima, l’ansia di fronte al nemico, l’angoscia costante di poter morire arsi vivi all’interno dell’abitacolo, l’impantanamento di un carro armato e l’esperienza devastante di veder saltare in aria il gruppo dei suoi uomini ed in particolare del suo secondo in comando e amico sergente O’ Toole? Sicuramente saranno state emozioni fondamentali che l’avranno segnato, contribuendo a porre le basi teoriche della funzione di contenimento nel gruppo. Forse proprio la complessità di questa esperienza ha contribuito a sviluppare in lui una particolare attitudine a trattare l’ansia dei soldati, ad elaborare una modalità di conduzione del gruppo che tenesse conto del soggetto, sia in rapporto alle sue esigenze che a quelle del gruppo. Ritornando allo storico incontro con Lacan, nell’ottobre del 1945, Bion aveva quarantasei anni, aveva vissuto sul campo due guerre e, nel febbraio di quello stesso anno, aveva perso la giovane moglie, morta di parto, dopo aver messo alla luce una bambina, Parthenope. Nella seconda parte della sua autobiografia (25) scrive: «Non sapevo chi o cosa essere quando la morte mi tolse la mia coraggiosa compagna, lasciandomi con una neonata e 8.000 sterline con le quali tirare avanti […] Cosa aveva ucciso Betty e quasi ucciso la bambina?» (26). Bion dunque era da poco diventato, allo stesso tempo, vedovo e padre. Una situazione complessa sotto il profilo umano e psicologico. L’esperienza traumatica delle due guerre e le vicende personali lo avevano segnato profondamente. L’esperienza della prima guerra aveva particolarmente inciso sulla sua psiche e sulla sua clinica successiva: concetti come il contenimento, la rêverie e gli oggetti bizzarri sono state modalità teoriche ed elaborative dei ricordi di guerra. Sicuramente influenzato anche dalle teorie di Winnicott e di Bowlby, egli ha posto al centro le relazioni familiari precoci e la relazione materna. Come scrive Michael Roper nell’articolo Al di là del contenimento: la prima guerra mondiale e le teorie psicoanalitiche di Wilfred Bion (27): «Allo scoppio della seconda guerra mondiale Bion stava ancora facendo l’esperienza del trauma della prima ma suggerisce anche quanto la sua esperienza di comandante di carri armati, trattando l’ansia dei soldati, possa avere contribuito al suo lavoro successivo sul contenimento materno». Bion, in un suo articolo citato da Roper, focalizza la sua attenzione sul panico e sul potere delle emozioni infantili per distogliere le persone dal pericolo esterno. Ripensando alla strutturazione dei suoi gruppi senza capo (La psichiatria inglese e la guerra, 1947) un passaggio chiaro è rappresentato dal fatto che Bion enfatizza, in una prima fase, l’importanza per i capi di accogliere le richieste dei soldati reduci di guerra a loro affidati, le più varie in ordine ai loro bisogni e alle necessità di accudimento (che riguarda tutte le necessità dal cibo, le coperte, i permessi di tornare a casa), favorendo cioè le nostalgie di casa individuali dando elementi di sicurezza. Bion annota nel suo diario del 1919 l’importanza del calore, del cibo, del riposo per il soldato; per esempio, un buon sistema di precauzione anti raid aereo può aiutare il soggetto a sentire la cura di una buona figura parentale che nutre e veste. La dimensione dell’accudimento rispetto ai bisogni primari di Bion forse nasce anche proprio dalla sua dimensione umana particolarmente provata dalla morte della sua donna, con cui era vissuto così poco, e la responsabilità rispetto a questa bambina verso cui si sentiva totalmente impreparato. Nella strutturazione del gruppo si coglie però come Bion, sfilandosi dal transfert immaginario di cui inizialmente viene investito dai reduci, riesca a spostare gradualmente l’attenzione e la responsabilità di soluzione dal capo al gruppo, favorendo così il passaggio da un transfert verticale, sul capo, ad un transfert laterale, sui compagni di gruppo. Si pone così nella posizione di tenere il gruppo a portata della sua parola, ossia nella posizione dell’analista, la cui funzione è proprio quella di far circolare il discorso affinché, dalla lamentazione, si possa passare all’assunzione soggettiva di responsabilità della propria posizione, sia rispetto all’altro del gruppo sia all’Altro dell’istituzione. Questo principio di base forza i singoli partecipanti a prendere atto innanzitutto delle proprie difficoltà come gruppo, poi a renderle man mano più chiare a se stessi e spingere ciascuno ad assumere una posizione più soggettiva. Come abbiamo visto, la vita di Bion è segnata da una profonda deprivazione affettiva e da conflitti che vengono da lontano, raramente però lui parlerà della sua personale esperienza militare. Il passato gli dava il senso di insediarsi nel suo lavoro con i soldati traumatizzati, ma egli non rivelerà mai la sua personale esperienza traumatica della guerra, invece cercherà sempre di articolare ed elaborare l’esperienza personale alla clinica e alla teoria che andava costruendo. Ad esempio, il concetto di rêverie, che apparve in un saggio nel 1962, rivela alcuni dei legami fra il suo pensiero psicoanalitico e la memoria di guerra; così come anche il concetto di terrore senza nome, come Roper riporta nel suo articolo: «Il comandante di carri Bion aveva conosciuto bene i sentimenti di catastrofe imminente e il senso di persecuzione e di non senso che possono nascere quando le ansie non possono essere placate» (28). È significativo che Bion, solo molto più avanti negli anni, abbia potuto scrivere della sua esperienza durante la guerra, elaborarla ed articolarla alla psicoanalisi; ed ha potuto farlo quando ritrova l’amore, con Francesca, una donna molto più giovane di lui, conosciuta nel 1951, ricercatrice alla Tavistok. Lei aveva all’epoca ventinove anni, lui cinquantaquattro, entrambi vedovi. La comunità psicoanalitica disse della relazione nascente tra i due, rivolgendosi a Francesca: «Ho sentito che stai per nutrire un genio» (29) a testimonianza del ruolo di supporto che veniva riconosciuto anche dalla comunità a questa figura femminile che aiutò Bion a fare i conti con la guerra e con i suoi traumi. Le pagine della seconda parte della sua biografia, in cui sono raccolte le lettere che Bion le scrive, rivelano il profondo amore nei confronti di questa donna, come accuratamente Roper scrive: «Il sentimento di essere in uno stordimento di felicità è un tema costante nelle sue lettere. Vi sono significativi paralleli tra gli ideali di cure materne dei giovani soldati, il concetto di rêverie e il ruolo di Francesca nel matrimonio con Bion» (30). Nel 1958 – quando erano già passati sette anni dal matrimonio con Francesca – Bion parte con lei per il viaggio di nozze in Francia, ritornando ad Amiens, quaranta anni dopo la famosa battaglia, di cui parlerà a lungo nei suoi testi successivi. E solo quarant’anni dopo, quando di anni Bion ne aveva sessanta, poté riscrivere tutta la sua esperienza umana e di soldato, riprendendo gli episodi narrati nella prima versione, arricchendola con riflessioni umane e considerazioni teoriche. È a partire da lì che potrà ri-cominciare a scrivere, quasi ad indicare che la presenza nella sua vita dell’amore, del sostegno di una donna, lo abbiano messo nelle condizioni emotive possibili per riprendere la scrittura e l’elaborazione teorica. Come Roper ancora suggerisce: «Sicuro nella sua casa psicoanalitica e nella sua casa con Francesca assorbito nella sua rêverie della bellezza di lei, Bion diveniva capace di tornare al paesaggio psichico di Amiens nel 1918, alla morte di Sweeting, allo scoppio del carrarmato di Cartwright al senso di nausea di catastrofe imminente e le sue difficoltà nel dormire» (31).
Antonia Guarini
Psicoanalista, psicodrammatista, Membro didatta SIPsA, Membro SEPT….+
Note
- Guarini A., Riprendendo il filo del rocchetto. Lo psicodramma analitico nella teoria e nella clinica contemporanea, Poiesis Editrice, Alberobello 2022.
- È questo un testo importante perché è uno dei pochi scritti di Lacan intorno alla psicoterapia di gruppo e che gli psicodrammatisti ad orientamento lacaniano citano spesso proprio per il riferimento che Lacan fa all’esperienza da lui vissuta, durante il soggiorno inglese, come osservatore di un gruppo psicodramma moreniano Fondamentale è il riconoscimento che in quest’articolo Lacan fa di «una psicoterapia di gruppo, di filiazione psicoanalitica». Non si tratta dunque di sostenere nel gruppo la catarsi o di favorire l’adattamento al sociale, ma dell’uso trasformativo dello psicodramma operato da alcuni psicoanalisti, il cui obiettivo è quello di garantire a ciascuno la possibilità di soggettivazione attraverso il lavoro in gruppo. In J. Lacan, Altri scritti, Einaudi, Torino 1947.
- Ivi, 107.
- Bion R., La lunga attesa. Autobiografia 1897-1919, Astrolabio, Roma 1986
- Ivi, 13.
- Ivi, 28.
- Ivi, 42.
- Ivi, 120.
- Ivi, 123.
- Ivi, 185.
- Ivi, 204.
- Ivi, 132.
- Ivi, 133.
- Ivi, 138.
- Ivi, 128.
- Ibidem. (21) Ivi, 253.
- Ivi, 143.
- Bion R., War Memoirs 1917-1919, Routledge, Londra 1997.
- Ivi, 296.
- BionR., A ricordo di tutti i miei peccati. Seconda parte di un’autobiografia. L’altra faccia del genio. Lettere ai familiari, Astrolabio, Roma 2001.
- Ivi,61.
- Roper, Al di là del contenimento: la prima guerra mondiale e le teorie psicoanalitiche di Wilfred Bion in Memoria del futuro, 2014, https://www.funzionegamma.it/al-di-la-del-contenimento-la-prima- guerra-mondiale-e-le-teorie-psicoanalitiche-di-wilfred-bion/.
- Roper, op.cit.
- Ibidem.
- Ibidem.
- Ibidem.
Bibliografia
Bion W.R., (1986), La lunga attesa. Autobiografia 1897-1919, Astrolabio, Roma.
Bion W.R., (1997), War Memoirs 1917-1919, Routledge, Londra.
Bion W.R., (2001), A ricordo di tutti i miei peccati. Seconda parte di un’autobiografia. L’altra faccia del genio. Lettere
ai familiari, Astrolabio, Roma.
Guarini A., (2022), Riprendendo il filo del rocchetto. Lo psicodramma analitico nella teoria e nella clinica contemporanea, Poiesis Editrice, Alberobello.
Lacan J., (1947), Altri scritti, Einaudi, Torino.
Roper M., (2014), “Al di là del contenimento: la prima guerra mondiale e le teorie psicoanalitiche di Wilfred Bion” in Memoria del futuro, https://www.funzionegamma.it/al-di-la-del-contenimento-la- prima-guerra-mondiale-e-le-teorie-psicoanalitiche-di-wilfred-bion/.
Nota autore:
Dottoressa Antonia Guarini, Psicoanalista e psicodrammatista, didatta S.I.Ps.A., nata ad Avetrana (TA) l’11/03/1955, residente ad Alberobello (BA) in Via per Putignano, 3, cap 70011, telefono 3335810668.
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