MAURO DE ANGELIS – DE FORMATIONE et DE TRADENDA

Dialogo sulla soglia dell’Acropolis tra Sipsio Quaestio e Coirego Cunctus

SQ: buongiorno Coirego;

CC: buongiorno Sipsio, cosa ci fai in questo luogo?

SQ: la tua domanda non mi coglie di sorpresa, tu sai che ogni domanda, domanda altro. Perciò penso tu mi stia chiedendo, circa il significato, perché sono qui e sul piano del significante stai esprimendo la sorpresa di vedermi in tale posto;

CC: cogli bene la questione, data la tua posizione nei confronti della scuola, conflittualmente critica ma sempre costruttivamente critica;

SQ: la questione, come ricorderai, fu trattata nel 2009 d.C., con un incontro di studio da me organizzato e di ampia presenza di partecipanti. Voleva essere un volano per riflettere, e continuare a farlo in seguito, circa quello che io definii con una parola forse fin troppo azzardata “formificio”. Ecco se dovessi fare allora una prima critica, seguendo le parole di Laca Anneo, direi che il “formificio” non lascia mai completamente ciascuno andare fino al punto dove vuole arrivare. Ti ricordo allora qualche parola pronunciata in quella giornata anni orsono: è facile valutare il sapere per la sua autorità piuttosto che per la sua utilità, pensare è difficile e molti cercano nella conoscenza un sistema che fornisca delle ricette, se non addirittura delle leggi, sotto forma di credenze, su ciò che è permesso pensare: ma se, in questi casi, è facile insegnare qualcosa, non è così che è possibile garantire una formazione;

CC: ma facciamo tutto ciò di cui parli con passione ed onestà di pensiero e parola cercando di formare al meglio i futuri scrutatori d’anima;

SQ: questo è fuori da ogni dubbio e lo riconosco completamente. Ma come dice Fouca Sommo mantenendo un’antidisciplina del consenso – ti ricordo che le scuole di formazione sono diventate troppe e non tutte del livello di quella a cui facciamo riferimento come società – diventa complesso per ognuno che si forma, dato che c’è da affrontare il mercato che vede sulla piazza fin troppi specializzati in difficoltà a collocarsi lavorativamente.si determina così che, per riprendere Laca Anneo e Fouca Sommo, il desiderio del formato si scontra con il non poter andare là dove vuole andare e il porsi per sopravvivere in modo consensuale ai dettami di questa contemporaneità che altro non è che medicalizzazione, verifica, controllo del soggetto alle prese, invece, direi provocatoriamente, con un sintomo, “semplicemente” ;

CC: ma non è che le scuole si devono fermare o addirittura chiudere, anche se il problema che evidenzi ha una portata sul legame sociale enormemente complicato;

SQ: ne convengo circa il non fermarsi o addirittura il chiudere. Ma userò un paradosso preso da una rappresentazione di quello che si chiama arte visiva ovvero il cinema. Nel film Oppenhaimer ad un certo punto nel giardino dell’università si vedono parlare Oppenhaimer appunto e Einstein, vicino ad uno “specchio” d’acqua. Il rettore assiste da lontano senza poter udire nulla e pensa in modo persecutorio e paranoico che stanno tramando contro di lui. Direbbe Laca Anneo un equivoco alla base della direzione della cura, dato che la verità vera riguarda Einstein che esprime a Oppenheimer la sua completa perplessità circa la garanzia che la bomba atomica possa essere un punto di non ritorno per l’agire dell’uomo aldiquà e aldilà della bomba stessa;

CC: rifletterò su queste tue parole ma ribadisco che lo stesso Fouca Sommo nello scritto Bisogna difendere la società dice che non puoi tirarti fuori dal legame sociale, come fanno ad es. come lui sottolinea, narcisisticamente gli eremiti e/o paranoicamente i giustizieri. Convengo però che, come dice Laca Anneo, i discorsi e le pratiche che girano per il mondo della connessione globale depauperano sempre più il desiderio di prendersi cura dell’altro e fomentano il sintomo di curare, guarire;

SQ: ho grande stima delle tue parole e proprio su questa soglia oggi riusciamo a dialogare e andando oltre quella domanda conflittuale inziale, ora al plurale, circa “cosa ci facciamo qui”. Dobbiamo e vogliamo e possiamo ovvero ancora desideriamo che la parola sia piena, che il discorso riguardi sempre l’altro, che la cura, il desiderio di prendere cura venga praticato affinché’ l’esserci per la morte, come diceva il maestro Heidegge Germanicus, porti ognuno di noi dalla nascita alla morte ad abitare poeticamente l’uomo. Separando sempre, in ogni istante dell’esistenza, ogni freddo oggetto d’uso da ciò che c’è ancora da riscaldare bene, come cl insegna l’altro grande maestro tedesco, Erne Bloccus;

CC: dammi allora secondo il tuo sentiero un’evidenza critica che ml possa aiutare a temperare quello che troppo mi convince circa il mio fare aldiquà e aldilà del praticare?;

SQ: è complesso darti una ricetta, ricordi le parole citate all’inizio? dunque ti dirò come 10 vivo il saperci essere per saperci fare. Da più di quaranta anni pratico il nostro dispositivo gruppale nel campo delle psicosi, insegno all’università il modello psicoanalitico dello psicodramma in istituzione, condivido, pur nella responsabilità del +1, e sottolineo con-divido un seminario di studio del testo di Laca Anneo da più di trent’anni e come recita un vecchio testo di psicoanalisi, continuo ad apprendere da ogni paziente. Mi guida oramai da anni la marginalità, luogo radicale di possibilità, spazio di resistenza, una prospettiva da cui guardare, creare, immaginare possibili alternative al consenso imperante al centro, facendo riferimento al frutto derivante delle esperienze vissute. Ti rimando le parole di uno studente del corso di laurea dove consegno loro teoria e pratica del mio fare: «Ho come vissuto nel corso delle sue lezioni un’esperienza che ml riportava di continuo all’insegnamento di Socrate, qualcosa che si differenziava completamente dall’abitudine accademica a cui cl siamo assuefatti in questi anni di studio. Le sue lezioni sono state sempre in divenire e ciò che ho particolarmente gradito è stata la mancanza sempre restrittiva di supporti tecnici atti a favorire una comprensione quasi sempre guidata. Non c’è stato un inizio e non c’è stata una fine nelle lezioni e se ciò cl ha spiazzato totalmente alla pari ha prodotto voglia di ragionare e dubbio critico intorno alle credenze circa un sapere pre-confezionato»;

CC: colgo pienamente il tuo discorso e lo condivido con anima e corpo. Ci penserò specie per le parole che lo studente ti ha consegnato. Ti rimando comunque in modo dialettico e dialogante che la scuola esiste e forma e trasmette pur se dentro il nodo del discorso del capitalista che gode del superamento dell’impossibile praticando l’ideologia del tutto possibile che in questa contemporaneità altro non è che l’invasione del reale. Facciamo argine ogni giorno pur se ogni giorno il reale tende a contaminarci:

SQ: so benissimo quanta etica e passione viene profusa nella formazione e nella trasmissione ma il reale non è etereo, sedimenta a terra e produce frutti modificati che seppure, apparentemente, sfamano gli umani, in realtà orientano gusti, scelte, modi di vivere col rischio di perdere via via ciò che la Franca Doltosa definiva, umanizzazione;

CC: alfine possiamo dire con una metafora che marginalità e centralità, su questa soglia, hanno come sciolto il nodo critico passando dal sintomo contrapposto al sinthomo del possibile scambio reciproco:

SQ: c’è ancora molto da fare secondo il mio punto di pratica, anzi è proprio questo “da fare” che fa da nodo in nome del desiderio e permette un dialogo ancora possibile fra centralità e marginalità. Perché’ in sostanza se restiamo troppo ancorati ai nostri ambiti di riferimento e appartenenza, io sono per voi un emarginato e voi per me dei con-centrati. Dunque con le parole di Laca Anneo mi congedo da te oltrepassando la soglia per azzardarmi fra il dire e il fare, che è sempre un mare da scoprire, guidati dalla stella polare di un desiderio. Dice Laca Anneo: «Voi siete miei allievi? Non lo do per scontato… dato che i miei allievi ho l’abitudine di formarli io stesso. Non sempre con risultati strabilianti … allora sono curioso di ciò che può venirmi da voi»;

CC: prendo atto circa il “da fare” e ti saluto appagato di questo nostro dialogo. Lo farò anch’io con le parole di Laca Anneo: «Una parola ancora: non c’è da inventare nulla. Ecco che cosa ci insegna la rivelazione dell’inconscio. Ma niente da fare l’inconscio ci solletica. Perché abbiamo bisogno di distoglierci dal reale …».

Mauro De Angelis

Psicologo, psicoterapeuta, Didatta Sipsa, Psicoanalista e Psicodrammatista analitico. Professore a contratto di Modello Psicoanalitico nelle Istituzioni presso Università di Chieti-Pescara

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