PIERO FELICIOTTI – Dall’etica della psicoanalisi all’estetica dello psicodramma. Perché nel gioco si ride?

Questo saggio è la ripresa del mio intervento alla tavola rotonda di Pesaro del 2011: Psicodramma freudiano e relazione terapeutica. Ne propongo una rielaborazione parziale ma aggiornata in alcuni passi fondamentali: l’impianto generale è conservato, e penso che abbia la sua importanza come punto di origine delle mie esperienze successive.  L’originalità di questa riscrittura, se è tale, riguarda l’uso dello psicodramma in questi ultimi 15 anni, ma non è una questione di tecnica: tecnica ne abbiamo, ma quel che mi è sembrato necessario, è stata piuttosto una lettura di questo strumento così duttile e versatile: in fondo, come dice Lacan «un analista dipende dalla lettura che fa del suo analizzante». Si tratta da una parte della fine del conflitto fra psicoanalisi e psicodramma (il conflitto ha alimentato tutto il periodo della mia formazione negli anni ’80, e io l’ho risolto a modo mio, sperimentandolo in varie istituzioni: ospedale, consultori, scuole di psicoterapia, gruppi di formazione….); dall’altra, di prendere lo psicodramma come una clinica della singolarità che è eccezione, è creazione e scelta rispetto alla struttura che pre-determina il soggetto (e pre-determina anche la clinica del significante, che ne conseguiva nel primo Lacan). La singolarità si affaccia nello spazio del gioco e nella iscrizione del significante nel corpo (apertura su un al di là del fantasma che è sempre all’orizzonte del gioco).

Ho conservato il titolo originale nato da uno scambio di idee con Giorgio Tonelli, dove ho detto che nello storico libro dei Lemoine, Lo Psicodramma, c’era un grande assente, il corpo. Spieghiamoci: in quel libro c’è molto di ciò che è venuto in seguito, perché i Lemoine:

– hanno inventato, già alla fine degli anni ’60, un metodo geniale di lavoro e di formazione in gruppo, molto efficace nel disagio della civiltà che, col discorso del capitalista, si manifesta con un affetto fondamentale: l’angoscia. Fedele compagna della salita allo zenit dell’oggetto (a), nell’usura del complesso di Edipo che non tiene più il cartellone, essa viene in primo piano in forme diffuse e cangianti che affèttano il corpo;

– questo dispositivo permette una pratica diversa dall’analisi, ma risponde alla stessa concettualizzazione etica e politica, e ha effetti terapeutici rapidi grazie alla logica della seduta breve e non della psicoterapia.

Tuttavia il libro Lo psicodramma, non è scritto dal punto di vista del corpo: non della pulsione che è scrittura del corpo in azione, ma dell’asse Immaginario/Simbolico. Che vuol dire? Nel primo insegnamento di Lacan tutto si gioca tra Immaginario e Simbolico. Il paziente entra nello studio dell’analista lasciando fuori dalla porta la realtà quotidiana e mette in gioco i propri fantasmi e il proprio mondo interiore. Lacan parla di realtà e non di Reale, e la realtà è considerata come qualcosa che non ha niente a che fare con l’analisi. In analisi si dovrà ricondurre il soggetto al simbolico. Con la speranza di arrivare al punto focale del fantasma, che sarebbe l’assioma ultimo, il velo che “si stende su tutta la realtà” (e si tratterebbe allora di alzare il velo sul Reale). E il corpo? E la pulsione che ci fa vivi? È solo silenzio?

Après-coup. Lo psicodramma e l’interpretazione: una clinica dell’affetto

Già nel Seminario VI, Il desiderio e la sua interpretazione, quando seguiva la pista della prevalenza del Simbolico e dell’inconscio strutturato come un linguaggio, Lacan introduceva il rapporto fra il desiderio e l’interpretazione nei termini dell’affetto: «Interpretare il desiderio è restituire ciò a cui il soggetto non può accedere da solo, e cioè l’affetto che designa il suo essere» (14-1-1959, pag.159). «L’affetto è, molto precisamente de sempre, qualcosa che si connota in una certa posizione del soggetto in relazione all’essere…in quanto ciò che gli si propone nella sua dimensione fondamentale è simbolico. Ma capita anche che, al contrario, esso costituisca all’interno di quel simbolico un’irruzione del reale».

Il che vuol dire che già prima che il Reale dell’oggetto venisse decisamente in primo piano, Lacan faceva dell’affetto l’indice della posizione etica del soggetto rispetto al Reale, di ciò che nel linguaggio non è linguaggio, cioè appunto la posizione personale di ciò che in seguito definirà il “parlessere”. Ora, l’insegnamento di Lacan negli anni ’60 conosce una svolta che comincia con il Seminario X L’angoscia e va fino al Seminario XVII Il rovescio della psicoanalisi. Oramai, di affetto ce n’è solo uno solo: l’oggetto (a) che invano gli oggetti offerti dal mercato tentano di eludere; più la produzione di questi oggetti si moltiplica e meno il fantasma può porsi come la via dell’elaborazione di un desiderio soggettivo nel rapporto con l’Altro. Il desiderio preconfezionato dal mercato espone tutti noi consumatori all’angoscia di destituzioni soggettive selvagge e improvvise non più mediate dal fantasma.

I Lemoine, già alla fine degli anni ’60, hanno intuito con grande sensibilità clinica che il discorso del capitalista avrebbe svuotato il posto del significante principale, l’S1 del discorso del padrone, e che questo avrebbe generato dei fenomeni di massificazione delle modalità di godimento che avrebbero isolato l’angoscia ma in modo assolutamente precario e instabile. Tali fenomeni potevano e dovevano essere trattati in un dispositivo di gruppo, capace di opporsi a tale massificazione, in un contesto in cui l’inconscio era dappertutto, disperso in un legame sociale dove l’S1 non ordinava più gli affetti attraverso le vie della catena significante. Oramai bisognava prendere atto che l’angoscia era l’affetto d’eccezione che apriva la strada per un confronto con l’oggetto e che questa strada poteva essere offerta dal dispositivo dello psicodramma che contorna l’oggetto ripristinando la costruzione del fantasma.

Lacan è arrivato tardi a parlare del corpo come reale, quando ha abbandonato l’appoggio sulla logica. Invece ha seguito a lungo l’idea che il corpo sia l’immaginario. Ciò ha portato lo Psicodramma a concentrarsi sul fantasma, privilegiando la simbolizzazione dell’Immaginario. Si tratta ora di leggere anche l’al di là del fantasma il quale non si interpreta, perché è lettera non-da-leggere, insomma è affare di godimento e sfugge al significante. Dunque questo al di là lo si “interpreta” nel senso che lo si assume e se ne fa un diverso uso che chiama in causa il corpo come radice reale dell’azione: avere un corpo, infatti, è poterci fare qualcosa. Che cosa? Farsi rappresentare come soggetto sulla scena del legame sociale.

Questo salire sulla scena, che Lacan chiamerà in seguito “escabeau”, si scrive nel corpo parlante come significato di godimento, come lettera che è indice di un’eccezione rispetto alla struttura, cioè segno di un godimento singolare, “escluso dall’ordine del discorso”. È proprio questo scritto singolare che si rivela nel gioco, articolato nei due tempi logici della drammatizzazione come un’andata e un ritorno. Il primo tempo è quello del montaggio fantasmatico con produzione dell’oggetto (a) il quale, estratto dallo spazio reale passa sulla scena virtuale al di là dello specchio piano, accoppiato al sembiante fallico (meno fi); il secondo tempo è quello, più lungo e più complesso, della cessione dell’oggetto (a), con un conseguente recupero di godimento, che avviene après-coup, grazie all’elaborazione del sinthomo.

Questa clinica dell’affetto è la mia lettura attuale del lavoro che l’intervento di Pesaro iniziava a proporre nel 2011 e che ora riprenderemo.

L’alleanza del significante e del godimento

La mia idea è che se prendiamo la prospettiva dell’ultimo Lacan, riusciamo a interrogare il limite della Psicoanalisi (che è il suo rapporto con la vita, cioè con la realtà) dal punto di vista dello Psicodramma. E viceversa, il limite dello Psicodramma (che è il suo rapporto con la storia) dal punto di vista della Psicoanalisi.  Ciò porta a cambiare non tanto la tecnica quanto il modo di pensare lo Psicodramma, puntando l’attenzione non sul fantasma, ma sul suo al di là. Che cos’è questo al di là nel processo dell’analisi? È ciò che resta del sintomo dopo che l’avete spolpato con l’interpretazione significante, quella delle formazioni dell’inconscio. Dopo che avete interpretato e interpretato, alla fine il sintomo non sparisce del tutto. Esso viene integrato, assunto nello stile di vita della persona. Questo resto che Lacan chiama Sint-h-omo è la particolarità di godimento del soggetto. In pratica, il modo di trarre piacere dalla vita.

Lo Psicodramma salvaguarda la clinica strutturale del primo Lacan, il fantasma e la sua eventuale traversata; però apre su uno spazio che la Psicoanalisi ignora, anche se ci dà delle chiavi di lettura per esplorarlo. Non si tratta di un’opposizione ma di un rovesciamento.

Allora, già dall’inizio Psicoanalisi e Psicodramma si pongono l’una come il rovescio dell’altro: associare e basta, dice l’analisi; e quel che succede fuori non ci interessa. E lo Psicodramma dice: agire subito. Nello Psicodramma il paziente entra con le azioni della sua vita quotidiana: come se la cava o non se la cava nella vita di tutti i giorni?

Mi si dirà che tutto ciò si interpreta: no, si rappresenta, si agisce, si ripete.

Nella prospettiva del sint-h-omo, siamo consapevoli che nel quotidiano c’è lo stile di godimento del soggetto, e siamo attenti piuttosto al suo tran tran, alla sua “normalità” che si mette alla prova della verità dell’azione, per ritornare, dopo averla corretta, alla vita quotidiana. In questa attenzione alla vita c’è piuttosto il tentativo di cogliere già da subito la singolarità del godimento che è il punto comune tra sintomo e fantasma. E che ha un suo ordine di realtà che ci è difficile definire. Gennie dice “ipogramma”, come qualcosa che “sta sotto le righe”. Ma qui il sotto e il sopra, la parte e il tutto sono la stessa cosa.

Nella prospettiva del sinthome, Lacan non prende più l’opposizione di Immaginario VS Simbolico. Il centro è adesso il Reale, da cui difendersi (cioè il buco da rimodellare e non la mancanza). Ciò che viene in primo piano è il sembiante come intreccio di Immaginario e Simbolico. Vuol dire che in quel punto dove finisce l’efficacia dell’interpretazione significante il soggetto si deve inventare un certo uso del sembiante, deve fare un sint-h-omo per tenersi nel corpo e per tenere nel rapporto con l’altro (come dice Chatenay). Insomma, lo psicodramma – come pure il sinthome – prende il godimento e il Reale nel suo funzionamento positivo e non più sul negativo di limite della logica significante e della costruzione simbolica. Il sinthome, nella sua ultima accezione designa ciò che hanno in comune sintomo e fantasma: insomma, compresi i sembianti della sua relazione sociale. Moi, le sinthome, je parle – si potrebbe dire. Nei fatti, l’Io si traduce in una tipologia dei modi di godimento.

Questo elemento di invenzione è importante, perché vuol dire che il soggetto non è mai completamente determinato: la scelta soggettiva è più importante. La scelta del sint-h-omo. Oppure la scelta del fantasma? Vedremo.

Attraverso l’analisi e ancor più con lo Psicodramma possiamo ricondurre il soggetto al punto critico della scelta, dove potrebbe imboccare una strada diversa da quella fin lì percorsa. Ripetere la scelta su quel che giudica, ora, più adatto al suo stile di godimento, inventare un altro modo sintomatico più soddisfacente e meno costoso. Dunque, dal fantasma si prende un po’ di largo, non ci si crede più come prima; anche se del fantasma non si può fare a meno. Lo si può allentare e rimaneggiare, ma la formula generale resta: “Un bambino viene picchiato” e io non ne so di più: godo e basta.

L’invenzione su cui il gioco apre, significa ri-scrivere la legge (1). Ed è l’assunzione della funzione paterna. Ma al di là dell’Edipo: il Padre non come chi enuncia la legge simbolica, ma come incarnazione della funzione di Nominazione che:

– delimita il godimento definendolo a partire da un impossibile, cioè non dà l’interpretazione significante della legge nell’ordine dei valori, delle cose ammesse o proibite; la sua funzione non è tanto quella di vietare quanto piuttosto segnare il limite, quello che lui stesso ha incontrato. Questo vuol dire umanizzare la legge: fai come faccio io, non quello che faccio io.

– Ciò apre al soggetto la possibilità di assumere, con un atto, la stessa funzione di creazione e di invenzione, laddove il divieto portava sul paradosso del Superio e sull’imitazione mimetica.

Restare nell’incertezza o nell’imitazione vuol dire rimanere al di qua dell’atto, al di qua della scelta che separa il possibile dall’impossibile.

Nello Psicodramma, a seconda di cosa vogliamo ottenere, abbiamo due orientamenti dell’interpretazione. Il primo è quello dell’interpretazione centrata sul senso, sul detto e sul rilancio dell’equivoco, che rimanda al fantasma come significato di verità. Il secondo è nella direzione della nominazione del Reale, della lettera, di una scrittura del corpo (che lo disegna come corpo erotico): il lavoro non si incentra più sulla decifrazione semantica, ma piuttosto sull’individuazione. Si tratta di:

  1. mostrare i punti di frontiera, in cui la vita cambia direzione, in cui si scrivono momenti critici dell’esistenza, o che segnano un solco al di là del quale le cose possono non essere più come prima;
  2. indicare al soggetto-sint-h-omo come incarna la funzione paterna e compie l’atto di scegliere il nome. L’azione, il corpo erotico in azione, dicono la verità dell’enunciato. Il fantasma messo in scena nel gioco non è il Reale ma una difesa dal godimento (per mezzo dell’immagine, dell’Io ideale).

L’interpretazione che fa segno ci dà un altro modo di pensare lo Psicodramma. Se si batte sull’interpretazione significante si suppone che sia l’analista a scrivere la castrazione in un discorso, dando al soggetto una direzione. Se invece si indica la scrittura del corpo in azione, è il soggetto che scrive con il suo stile la vita; cioè ricuce la castrazione come meglio può, in un’azione più soddisfacente. È per questo che lo Psicodramma dà una versione che definirei leggera del Soggetto supposto Sapere. Che è sempre supposto sapere quale sarà il secondo significante, cioè la coerenza della storia.

In un’analisi in cui c’è nevrosi da transfert, per il solo fatto che il soggetto si racconta e parla, il godimento si trasforma, nel senso che assume un ordine, non foss’altro quello di una messa in sequenza di ciò che è successo al paziente, di ciò che teme o spera che gli succederà, dell’interpretazione che dà su quello che è successo: e se dà un’interpretazione vuol dire che già introduce una coerenza significante. Insomma è in questo che si fa causa della sua verità, perché non c’è alcun motivo di trovarci una coerenza se non quello della tradizione che ci hanno tramandato con la struttura edipica e il romanzo edipico. È per questo che l’inconscio cambia, perché cambia il romanzo che serve al soggetto per leggere après-coup la propria storia. Per il solo fatto di parlare e di attribuire all’Altro un sapere, una trama comincia a tessersi nella ricostruzione degli eventi, e si introduce qualcosa come una necessità, un destino, a partire da certe ripetizioni; e questo permette di inferire qualcosa: «è sempre così…», «io sono fatto così perché mia madre… e mio padre» … eccetera; insomma il soggetto comincia a costruire spontaneamente i propri assiomi, quelli che gli hanno regolato o guastato la vita e che l’Altro gli ha trasmesso. Il senso si insinua e tiene; e questo è il problema che porta dritti alla reazione terapeutica negativa. Perché in fondo questa costruzione non è primitivamente quella del soggetto, ma quella dell’Altro: così il soggetto è due volte eliso, come S e come (a), perché il godimento è il prodotto di questa struttura significante.

L’ultimo insegnamento di Lacan cambia la prospettiva e comincia proprio da qui: dalla separazione fra 1) gli elementi preliminari e casuali dell’esistenza e 2) la strutturazione raccontata che insinua e costruisce un senso in questi elementi sparsi. Allora la pratica dell’interpretazione cambia perché tende ad andare contro l’attribuzione di senso che rende l’analisi infinita. Piuttosto l’analisi e l’interpretazione tendono a disfare la trama del destino per valorizzare ciò che resta fuori senso: cioè gli elementi singoli e traumatici, fuori articolazione inconscia, fuori clinica si potrebbe dire, se questo fuori non fosse la cosa più importante nella vita del soggetto, cioè il campo del suo agire. Infatti un fantasma può servire a tutto meno che a compiere un’azione soddisfacente, perché il fantasma è azione rinviata.

Da parte sua, lo Psicodramma comincia proprio su questa soglia. Su questo spazio para-clinico, fuori classificazione, fuori domanda, che è l’inizio di un’analisi ma che si ritrova (rimodellato) alla sua fine.

Lacan, mette il Sint-h-ome dalla parte dell’incurabile. La psicoanalisi, un’analisi deve finire sull’incurabile. Deve indicare lo stile di un essere che non è più all’interno della patologia e della sua classificazione. Atto: di parola, di giudizio o di pensiero. Insomma la mia idea è che Lacan arriva col Sint-h-ome su una pratica della salute senza patologia – anche se non senza sintomo.

Ebbene, questo è il punto da cui lo Psicodramma comincia. Al bordo del romanzo familiare, della storia, del desiderio dell’Altro; dove la psicoanalisi è al suo punto zero, che è il punto della sua massima efficacia e che consiste nel suo effetto di fine, cioè di essere sempre nel punto di finire. Dove si arresta l’etica della psicoanalisi, lì comincia l’estetica dello Psicodramma perché non si può vivere senza immaginario. Piuttosto, non si può vivere senza corpo, anche se resta da chiarire di quale corpo si tratta. Fuori-inconscio: là dove il soggetto si muove al limite del suo fardello storico e mitico. E può agire. Cioè scegliere.

Si tratta di mettere il soggetto di fronte alla libertà, indicandogli il possibile della scelta. È qui che ognuno può trovare la propria via.

Il punto di fondo di questa clinica non è la costruzione del fantasma, né la sequenza dell’interpretazione né la costruzione della storia infantile. Si tratta piuttosto di mettere in evidenza il sintomo ridotto alla scelta della lettera, come evento anziché come ripetizione. Evento assoluto, dunque, isolato nel tempo di un battito in cui ciò che “non cessa di non scriversi” si rovescia e resta in una sospensione: evento contingente. Si tratta di portare la ripetizione del sintomo al suo punto d’inizio, dove però si deposita come nome dell’evento pulsionale. È un inizio contingente e assoluto, che permette la fine del tempo logico e l’apertura del tempo storico.

Questo assoluto riporta alla funzione dell’assioma.

Se prendiamo come assioma il fantasma, il punto di vista ha una forte valenza semantica, ma proprio per questo è qualcosa che non finisce mai. È il punto di vista del Superio. E il fantasma, infatti, è un’interpretazione del desiderio dell’Altro (nei due sensi, ma che poi è uno solo: il senso del nevrotico “schiacciato” dal credito che dà al desiderio dell’Altro), e se scegliamo come assioma il fantasma prendiamo lo stesso punto di vista del nevrotico, cioè lo accreditiamo. Come? Col credere che l’agire sia una parola non detta (ed è la clinica centrata sull’interpretazione del desiderio) e non già che la parola sia un’azione. Ma per vederla così bisogna mettersi nell’ottica della ripetizione, dove tutto è buono per addomesticare il godimento. Una forma-azione: Un-dire che si difende dal Reale ripetendo i suoi investimenti libidici sia nello studio dell’analista come nella vita quotidiana. Se invece privilegiamo il punto di vista del fantasma esso «estende le sue propaggini su tutta la realtà», dice Gennie. Ma allora non c’è più via di uscita: La vida es suegno!

Se l’assioma è invece la funzione di nominazione del sint-h-omo, non si tratta più di far risuonare il senso che riecheggia dal fantasma per capire quale oggetto si è stati per il desiderio dell’Altro, ma di vedere quale sint-h-omo si sceglie come Nome per uscirne e arrivare alla realtà; cioè con quale appiglio si affronta l’esistenza contingente in carenza della legge generale del rapporto sessuale. L’interpretazione va in secondo piano. La vita viene in primo piano e con essa la realtà dello studio analitico si apre sulla vita. La vita psichica non è il Reale della vita comune.

Nel punto della scelta, l’assioma fantasmatico non si interpreta ma si abbandona, si lascia cadere, si allenta. Cioè non ci si crede più del tutto e si ottiene un nuovo spazio di vita.

È ovvio che si tratta di due punti di vista sulla clinica che non sono alternativi. Ma l’importante è piuttosto sottolineare che sono topologicamente coesistenti sia in Psicoanalisi che in Psicodramma; e che bisogna scegliere quale è opportuno adottare nei vari momenti della cura. Come dice Miller: c’è il momento dell’esplorazione dell’inconscio e delle sue formazioni, il cui principio è che il sintomo ha un senso, che tutto ciò che fa sintomo, lapsus, atto mancato, ha un senso e può essere decifrato. Tutto ciò resta sempre, perché l’orientamento verso la singolarità e la lettera non significa che non interpretiamo l’inconscio. Significa però che tutta questa esplorazione incontra necessariamente un punto di arresto e che l’interpretazione si ferma sul fuori senso del godimento; e che a fianco dell’inconscio dove qualcosa (l’Es) parla a ciascuno, c’è il singolare del sint-h-omo che non parla a nessuno. Ed è per questo che Lacan lo qualifica come evento di corpo: non evento di pensiero, o di linguaggio. Però bisogna sapere di che corpo si tratta. Non è un evento del corpo speculare che avviene là dove la forma si dispiega; è un evento del corpo sostanziale (Real-Ich) che ha consistenza di godimento. E lì siamo ad un livello che non è dell’inconscio se è vero che Freud ha scoperto, a dire di Lacan, un inconscio interamente riducibile ad un sapere.

È qui che proprio la pulsione in quanto articolata nel corpo fa da ponte tra la clinica del desiderio e questa nuova clinica che sembra girare in tondo. E lo psicodramma si pone proprio a livello in cui la pulsione si articola nel corpo in azione.

Come cogliere questa scrittura che è stile? Grande problema dello Psicodramma! Come scrivere, più che descrivere, la singolarità dell’evento di corpo, dell’incontro che è istantaneo. Bisogna vedere la cosa a colpo d’occhio e giudicare. E appunto, quando si sceglie il gioco si tratta di vedere: vediamo, si dice, invitando il paziente. Vediamo come la pulsione anima il significante del detto, come lo conferma o lo sconferma.

Lo psicodramma una pratica dell’azione

Bene, finiamo di essere complicati. Torniamo a cose più semplici: che cosa è un’azione? È proprio per fare spazio a questa domanda che l’anno scorso ho cercato di ridefinire l’eterotopia: non come luogo immaginario, ma come lo spazio di creazione fra le due leggi, quella che si scrive e quella che si riscrive.

Lo Psicodramma è una pratica del corpo e una pratica dell’azione; che prende in carico immediatamente il parlessere, la lettera, la cifra: è una “psicoterapia”, ma fin da subito tende a mettere fuori gioco il soggetto del significante. Si pone, fino dal gioco, ai limiti del discorso e dei 4 discorsi. Se tocca l’interpretazione analitica è solo in quanto l’interpretazione è in sé apofantica. Una traccia del corpo, un’azione, un gesto, non sono dei significanti. Bisogna piuttosto vederli incarnati nell’atto.

C’è un punto comune per entrambi, ed è il fantasma. Se lo Psicodramma mette in scena il fantasma in ciò che si vede nel gioco, lavora però ai limiti del fantasma: grazie all’impronta nel gioco di ciò che non si vede, cioè di un dire che dà soddisfazione. Lì dove la ripetizione apre le sue possibilità di incontrare il nuovo.

Il gioco psicodrammatico, ma anche qualsiasi gioco, il calcio per esempio, è per sua natura opposto al fantasma e ne incarna la famosa traversata. Intendiamoci, i calciatori hanno un inconscio che li determina, come tutti, ma nel dribbling, in azione, come si dice, non sono presenti né come Io né come soggetto del significante inconscio, ma in una desoggettivazione, che non li vede come soggetti divisi ma come corpo che gode (evento di corpo).

Lo Psicodramma è una pratica della salute il cui modello più vicino è lo sport. Immaginate, dunque, l’azione di un fuoriclasse, Messi che rifà a memoria il famoso goal che Maradona segnò all’Inghilterra vent’anni prima; oppure Totti che sta per tirare un calcio di rigore, il famoso tiro a cucchiaio. Se vogliamo capire l’essenza dell’azione dobbiamo guardarla nell’attimo del raccoglimento che precede il tiro dove l’atleta è totalmente concentrato sull’oggetto (a), la palla, tanto da fare tutt’uno con essa. Nell’azione è in gioco un sapere del corpo in cui non si tratta di fare calcoli, o di fare appello alle norme del perfetto calciatore. Non possiamo dire che queste norme siano escluse, perché naturalmente Messi si sarà studiato mille volte il filmato del goal di Maradona, ma nell’azione tutte queste regole significanti sono sospese, per lasciare spazio solo ad un sapere del corpo che è fuori discorso: un sapere senza soggetto. L’allenamento serve a far in modo che l’Io con tutte le sue determinazioni narcisistiche e patologiche vengano esclusi.  Mi spiego. Per arrivare ad essere un buon giocatore ci vogliono delle qualità che hanno tutte rapporto col fantasma, che so, di primeggiare, di ottenere delle soddisfazioni inconsce, economiche, di successo, sessuali…Ma è certo che nel momento dell’azione, tutto ciò che determina inconsciamente e consciamente il soggetto, in modo “patologico”, tutto ciò che è fantasmatico deve essere sospeso ed escluso dall’azione. Chi sta per calciare non può pensare né ai suoi piaceri futuri né alle sue frustrazioni passate. Non può nemmeno pensare alla palla, perché già questo lo porrebbe fuori dell’atto che sta per compiere, facendoglielo mancare. Il soggetto è la palla, è tutt’uno con l’oggetto. Figuratevi se Messi può rifare lo stesso goal che nell’86 Maradona segnò all’Inghilterra, mentre è affascinato dal godimento di quale grande campione diventerebbe se rifacesse quel famoso goal. Non combina un bel niente, se si ammira nel luogo dell’Altro e si rappresenta in quest’immagine! Messi diventa Maradona, ne incarna lo stile nel corpo. Nel posto del fantasma il soggetto si riconosce e si perde. Diventa lo zimbello di questo godimento, che invece si tratta solo di perdere, di rischiare nel momento del dribbling. Di recuperarlo nell’atto. La risorsa del fantasma consiste nel prefigurare al soggetto, nel promettere il superamento di questa divisione da un Altro istituito per burla. Perché è il soggetto stesso che fa due parti in commedia. Mi diceva una paziente: “io lo so che qui faccio una brutta figura, perché lei vede benissimo che io sono inadeguata”. Dunque, lei prima mi inchioda al posto di chi la giudica inadeguata e poi si identifica al personaggio di questa pessima figura. Vuole comandare due volte: al maitre…che mi ordina di essere e allo schiavo che si offre di essere per questo padrone. Lei come soggetto dell’atto di nominarmi maitre, lei come soggetto dell’enunciazione, comunque, è fuori gioco.

L’opposizione rispetto al fantasma è presente nella funzione dell’oggetto e del tempo. Il fantasma è tutto puntato verso la sua realizzazione; anzi, tipico del fantasma è che il soggetto mette in scena se stesso in un rapporto già realizzato fra se stesso e l’oggetto come separato, e che cerca mediante la scena di riappropriarsi. È per questo che si tratta di soddisfazione narcisistica.

Nell’azione atletica invece l’essenziale non è lo scopo immaginato e nemmeno la posizione storica da cui il soggetto si muove. L’azione non si può immaginare e non ha altro scopo che di essere compiuta bene.  È come il ben-dire in analisi. Se l’azione è veramente tale, l’essenziale è il modo in cui si compirà il movimento. Si può misurare il risultato, ma ciò che conta è l’azione stessa. Nel senso che quando l’azione è riuscita, tutto accade come se il raggiungimento dello scopo fosse concesso solo in sovrappiù. Un’azione riuscita è un’azione assoluta.

E con ciò veniamo alla desoggettivazione. L’azione ben-fatta è assoluta perché non conosce futuro né passato, né volontà né determinazione patologica narcisistica.

Come dice Perrella, chi sta per compiere un atto deve essere tutto in ciò che sta compiendo, anzi deve averlo compiuto sino alla fine ancora prima di averlo cominciato. Compiuto e non immaginato. Solo a questa condizione l’atto sarà stato etico (toccherà la sua decisione) ed estetico (sarà ben-eseguito). Notate che uso il futuro anteriore che è il tempo del soggetto senza passato né futuro, e viene generato dall’atto stesso. Ecco perché il raccoglimento (cioè l’invito al gioco che dice: ora, vediamo!) è l’attimo della desoggettivazione e il soggetto non vi è più rappresentato dai significanti e dunque non è più barrato rispetto all’oggetto. Il soggetto storico, barrato, nel tempo dell’azione si mette tra parentesi (ecco perché il gioco è definito da Caillois come “attività separata” e dai Lemoine come “eterotopia”. E non perché si fa finta o si entra nell’immaginario). E perciò non ostacola il proprio atto. L’ascesi del gioco o dell’analisi, come l’allenamento dell’atleta, deve aiutare il soggetto a non frapporsi con la sua volontà, diciamo di godimento, fra l’azione e se stesso. Il soggetto è tutt’uno con l’oggetto, senza sapere teorico, e senza sapere come va a finire.

È desoggettivato perché il soggetto si soggettiva solo grazie al significante che può dare un significato a quello che fa: significato dell’Altro, naturalmente, perché una partita di calcio la capiamo solo se abbiamo una conoscenza della storia del gioco del calcio, altrimenti si riduce ad un darsi da fare convulso di un branco di sconclusionati. Però il soggetto si individua nell’azione che è senza significazione, e perciò non dura, è istantanea e conosce il passato solo après-coup.

Perché l’azione giunga a compimento, dunque, il futuro del fantasma deve essere sospeso, ma anche il tempo precedente non deve essere presente, perché il ricordo disturberebbe la desoggettivazione. Il passato deve essere determinato a posteriori dall’atto. Che il passato si possa reinventare è il presupposto su cui funziona la Psicoanalisi, perché il modificarsi del passato dissolve il sintomo. Lo Psicodramma verifica questo ad ogni gioco: ad ogni gioco il tempo ricomincia nell’atto della scelta, che è l’atto del dire.

Quell’atto azzera il passato e il suo ricordo che non serve a nulla, azzera il futuro che non esiste ancora, e questo sapere del corpo che non prescinde dal significante ma non è significante bensì lettera, genera il tempo, fonda il passato e il futuro, fa entrare nel discorso: a partire da quell’atto infatti si potrà cominciare a discorrere se quell’S1 assoluto è stato un capolavoro e paragonarlo agli altri atleti o se è stato un fiasco, e andare a vedere perché e per come nei dettagli, valutare calcolare ecc… Ma quel momento è l’istante, il kairòs dei greci, è la fortuna di Machiavelli, quella che se l’uomo sa andargli incontro, decide del destino.

Come dicono tutto questo i Lemoine? Dicono: lo Psicodramma non lavora sull’Ideale dell’Io. Giusto: e ciò ha delle conseguenze:

  • È proprio questa struttura del tempo logico che permette allo Psicodramma di essere un’eterotopia, cioè uno spazio a parte, separato e transclinico e para-analitico (tanto pre che post analitico: questo è il suo pregio –accoglie tutti a partire dalla vita quotidiana: dal sint-h-ome al sembiante e ritorno- e il suo limite – perché non classifica prima e ha difficoltà a selezionare categorie e dunque a condividere con altri colleghi dei criteri di lavoro). È questo tempo del soggetto che lega insieme analisi e vita.
  • La Psicoanalisi si è sviluppata nella forma della costruzione di un romanzo, mito individuale edipico e familiare, al pari delle grandi narrazioni letterarie e storiche dell’Otto-Novecento che hanno svolto la funzione di costruire un senso e una rappresentazione per le vite degli individui e della collettività. Il lavoro di Lacan, che cerca di lottare contro il mito storico e riconduce l’epistemologia alle sue radici logiche, va di pari passo con una perdita di coerenza delle forme storiche del racconto e del romanzo, sia in letteratura che in analisi. È una delle forme di crisi del Nome del Padre che la psicoanalisi deve fronteggiare. Per questo Carlo Viganò, nell’applicarsi allo Psicodramma, è naturalmente andato sul versante dell’osservazione come costruzione del caso. Diciamo per un’esigenza intrinseca non solo alla disciplina clinica (l’analisi lavora piuttosto sull’Ideale dell’Io), ma anche allo strumento dello Psicodramma. Nello psicodramma è difficile che la trama si intrecci, perché si prende il soggetto sempre sul bordo del fantasma, cioè dell’assioma, là dove lo deve necessariamente scardinare se vuole agire. Il gioco tende piuttosto a porsi in modo anti-storicistico (cioè anti romanzo…coerente) e valorizza il tempo come istante assoluto di genesi temporale, di taglio e ricucitura. Perché per introdurre il gioco diciamo: vediamo? Perché solo a partire da questo atto si può vedere qualcosa. L’atto fonda il tempo della storia e ne è fuori, in qualche modo. Che cosa vediamo, allora? Come il linguaggio mantiene la parola, o come il dire sostiene il detto oppure lo smentisce, in altri termini come il godimento infiltra il linguaggio e lo anima di parlessere (perché il rapporto del soggetto col significante è sempre dell’ordine di un lo dico e lo ripeto, per non perdere il mio dire dietro al detto in ciò che si è inteso).
  • L’atto che compie (ma chi lo compie?) è già, nel compiersi, dotato di uno stile, anzi è tutt’Uno con lo stile. Ciò significa che la messa tra parentesi della soggettività nell’azione non è una cancellazione della soggettività, ma la produzione – nella traccia che lascia o nella treccia che tesse, come dice Gennie – della sua verità. Questo stile si compone in una misura che non si misura ed è alla base di una paradigmatica della salute. Salute, proprio perché non classificabile. In altre parole, lo Psicodramma pone la questione dell’atto riuscito e non sempre dell’atto rimandato o mancato.
  • Questo vuol dire che un’azione risulterà riuscita se non è all’interno della struttura del fantasma (l’Altro e l’oggetto). Riprendiamo così a interrogare la Psicoanalisi a partire da che cosa è un’azione riuscita e non una formazione dell’inconscio o un atto sempre mancato (tempo logico del godimento nel fantasma VS tempo storico della soddisfazione nello scambio con l’altro). Questo venir meno della barra significante è il dire, l’Un dire; insomma è il dire stesso in quanto partecipa dell’enunciazione e dunque dell’azione. In analisi si dimentica presto che dire è un’azione, al di là del detto. La struttura dell’azione è un-dire. È segno di un parlessere e non fa parte del fantasma, in quanto il fantasma è fatto per tenere a distanza l’azione.
  • Bisogna distinguere la gioia dal godimento. Il godimento nel fantasma consiste nell’anticipare a volte l’illusione, altre la delusione ma comunque nel coltivare sempre l’aspettativa di ritrovare una volta per tutte una sorta di ricongiungimento assoluto con l’Altro (attraverso un oggetto evocato). In realtà solo nella gioia si sperimenta la radice di ciò che si cerca di perseguire nel godimento, che è sempre mediato dal fantasma. Solo che per gioire c’è un certo lavoro da fare, perché ogni volta bisogna ricominciare da capo. Per esempio bisogna amare una donna ben al di là della sua più o meno grande avvenenza. Invece l’illusione del godimento sarebbe, come spesso capita di sentire da parte dei pazienti, l’idea di raggiungerlo una volta per tutte e non pensarci più. È l’illusione di un godimento capitalizzato, è una forma di investimento messo al sicuro in fantasia, messo a deposito. In modo da poterlo ritrovare a comando, alla sola condizione di premere i tasti giusti. È il famoso: «mi dica cosa e come devo fare per godere». È la gioia ridotta a consiglio per gli acquisti.

Terminiamo. È importante distinguere questo campo dello Psicodramma da quello del significante e del fantasma che gli è connesso: certamente il gioco mette in azione il fantasma ma, al tempo stesso, lascia intravedere un’apertura su un al di là che Lacan ha per molto tempo definito immaginario (“il corpo è l’immaginario”) ma per il quale bisogna trovare un altro termine (secondo Perrella, è il senso come tempo dell’evento, tempo del soggetto; significazione in atto, secondo Chatenay; effetto da capo secondo Gennie Lemoine). Per il fatto di mettere in azione il corpo, il gioco apporta un più-di-vita che si oppone al più-di-godimento del fantasma.

Come dicono tutto questo i Lemoine? Dicono: lo Psicodramma lavora sull’Io ideale. Ma bisogna ricordare che l’Io ideale non è immagine, bensì corpo montato in immagine per separazione di un godimento che resta al di qua dello specchio, perché non c’è un passaggio completo della libido sull’immagine. È mondo che sale sulla scena, ma non del tutto; e ciò che è più importante resta al di qua. Solo a queste condizioni il soggetto è in possesso di sé e il campo scopico tiene. Ciò è importate per non prendere gli effetti dello Psicodramma solo dal punto di vista dell’identificazione, come si è fatto finora, ma del corpo.

Il sint-h-omo è una possibile strada per un atto riuscito, una ricucitura rispetto al taglio del gioco. Questo è il punto di una passe, di un passaggio dell’azione verso una soddisfazione possibile.

L’uso avvertito della finzione, del sembiante è il contrario della Verleugnung perversa dove il soggetto fa come se la legge non esistesse, cioè nega la legge ma sa benissimo che la legge esiste. La nega, la viola e dunque la conferma. Il gioco invece trova un margine nella rielaborazione della legge perché non crede che la legge sia assoluta, e non già che la legge non esista. Non la nega, “la prende in giro”, in un giro più lungo. Dicevo che la forma compiuta del gioco, per me, è il witz. E spesso nei giochi scappa da ridere: l’etica dello Psicodramma è più nettamente tragicomica di quanto non sia l’etica della psicoanalisi, specie nella versione che ne dà Lacan nel Seminario VII L’etica della psicoanalisi.

Il fantasma è una finzione creduta vera, spacciata per vera. L’azione è anti-fantasma in quanto è vera azione, cioè è l’azione stessa al di là del fantasma. Quello che il nevrotico anticipa in fantasia, avviene come un miracolo: non esiste rapporto sessuale universale, dunque esiste solo nella necessità della sua contingenza e non nella generalità del fantasma. Con questa azione che è Gioco e Rischio, il soggetto va al di là di se stesso…come uomo qualunque e non come l’eroe del proprio fantasma.

Ecco allora perché si ride in Psicodramma. Perché c’è un passaggio dal godimento atteso nel fantasma, rispetto al quale il gioco sarà sempre mancato e l’incontro sarà sempre fallito, al meno di godimento della castrazione, che corrisponde ad un più di vita. Cioè ad un piacere possibile nella contingenza dell’incontro…riuscito. Che non è quell’incontro assoluto che il fantasma ci prefigura con il solo scopo di alimentare l’illusione e procrastinare l’azione, ma è quello che riusciamo umanamente a realizzare. Detto col proverbio: chi gode si accontenta. Detto con Beckett: fallire meglio. L’incontro con l’oggetto è sempre fallito rispetto al godimento del fantasma, ma può riuscire rispetto al piacere. È come nella parabola dei talenti: il fantasma è fatto per sotterrarli e non farteli usare e godere; l’azione del gioco ti rivela un diverso modo di usarli e ti fa incontrare il piacere di spenderli. Dunque è un diverso uso del sembiante che supera la questione stessa del fantasma. E incontra la pulsione che si accontenta con tutto.

Si ride dunque perché da una parte si allenta la tensione ideale del godimento impossibile da raggiungere e si ha una passe di piacere grazie al gioco che si contrappone alla fissità del fantasma ripetuto e sempre fallito. Che questo si accompagni spesso ad un gioco di parole linguistico è cosa che lascio da parte, per il momento.

Ma in fondo l’evocazione della pulsione è comica invece che tragica – meglio, è tragicomica – e si riduce ad una sorpresa: «beh, in fondo era semplice, e dire che mi sono dato tanta pena solo per questo!?» È il linguaggio della pulsione per la quale l’oggetto è indifferente: essere felici di un’infelicità qualunque – anche se non di una qualunque felicità.

Dunque, non mi pare vero che la pulsione scopica sia quella che, nello Psicodramma, la fa da padrone: è presente, come sempre, la pulsione invocante: voce che grida, come il Pinocchio di Carmelo Bene, «datemi dunque un corpo!».

Piero Feliciotti

Psichiatra, psicodrammatista, psicoanalista membro EPFCL e Forum Lacaniano in Italia. Già Neuropsichiatra Infantile presso il servizio Adolescenti dell’ASL di Macerata.

NOTE

(1) Ci sono due modi di scrittura, come ci sono due leggi: il primo è nel senso della scrittura che si lègge, come lettera che ridiventa parola e rimanda dunque a un discorso. Il secondo si riferisce alla lettera come marchio, contrassegno, tratto isolato dello stile che fonda la differenza. La scrittura intesa come correlato della lettura e della parola riporta al senso nello stesso modo discorsivo del significante e dà luogo a polisemia. La scrittura come marchio della mia differenza non è equivoca ma univoca perché indica uno spazio, un limite e non una significazione generale di valore.

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