CINZIA CARNEVALI, STEFANIA FABBRI – Conflitti identitari, somatici e relazionali. Relazione specchio tra due pazienti (sorelle) in un gruppo di psicodramma analitico

È sempre più diffuso il diniego della sofferenza e per evitare il dolore depressivo si possono attivare difese perverse sino a sviluppare una patologia narcisistica.

Nel malessere contemporaneo il corpo dei giovani continua ad essere protagonista, anche nel suo negativo, o «Nei suoi negativi: il corpo macchina, il corpo escluso, il corpo invisibile, il corpo inutile, il corpo ripudiato  o infinitamente trasformabile, anzi in queste accezioni il corpo parla della difficoltà di accettare il limite, la bruttezza, l’imperfezione, la vecchiaia, la morte, la differenza sessuale, l’impotenza, la sterilità, e la sua stessa presenza è scomoda per l’Io e per il suo ideale» (La Torre, 2023).

Il nostro lavoro si articola attorno al tema della dissociazione psicosomatica in casi borderline e traumatizzati, di quelle condizioni in cui il dialogo corpo mente – mente corpo (1) non funziona e il corpo parla attraverso i sintomi (Lacan 1954-55, Miller 1999) di ciò che la mente non dice, non conosce o ha dimenticato. A volte il corpo utilizza un codice che può essere tradotto, in parole, in un senso ed è il caso dei disturbi alimentari, dismorfofobici, attacchi di panico, somatizzazioni, non solo isterici con i quali Freud (1982-95) ha inaugurato la psicoanalisi. Sapere che i cosiddetti pazienti psicosomatici sono fragili, hanno un difetto di mentalizzazione, possono essere opachi come i loro disturbi, poveri di immaginazione e di attività onirica, a volte nell’esperienza analitica ci impedisce di andare oltre e anche di metterci con loro in un rapporto vivificante e rivitalizzante.

Al contrario, pensiamo che proprio in questi casi sia necessario un assetto analitico di gruppo che non si appiattisca in una difesa collusiva nella convinzione che non ci sia un senso da ricostruire ma che sia sufficiente e anzi preferibile “contenere”. Riteniamo al contrario che la capacità di rêverie (Bion ,1967) dell’analista, sia pure sotto scacco per il clima asfittico e depressivo della seduta, possa risvegliare ed attivare un campo di movimento e di transizionalità, uno spazio libero (spazio psichico) per sbloccare ed ampliare la sintonizzazione spesso ostacolata da un’occlusione dello spazio analitico e dalle stereotipie mortifere.

Così la “relazione bianca” (La Torre, ibidem) priva di contenuti emozionali che tali pazienti propongono può cambiare di colore, anche un insieme confusivo di colori, “un nuovo arcobaleno di emozioni” (Carnevali 2017, 2018, 2020) (1), per riattivare le zone morte o fredde, le aree non simbolizzate, per fare circolare gli affetti e le sensazioni e quindi fare nascere i pensieri, pensieri nuovi che partono da un corpo vissuto e dal gioco drammatizzato. Come quando ci sono zone melanconiche e dunque inerti, non funzionanti ma a poco a poco si formano circoli collaterali vascolari e una nuova funzionalità si ricrea in un’altra area: la riparazione fisiologica ha molti strumenti e fa parte della nostra sopravvivenza. Ma per riparare il campo psichico occorre riconoscere la fragilità, le ferite e contattare la sofferenza della mancata soggettivazione. Pensiamo che un fattore che influenza l’insorgere degli attacchi d’ansia, “l’andare fuori di testa”, possa derivare dal tentativo prolungato e inconscio «di far impazzire l’altro, da parte di una o più persone significative nel corso dello sviluppo», come scrive Searls (pag.244 1959), cosa che si ripresenta anche nel controtransfert e nella risposta del paziente in analisi (Little 1951) come racconteranno nello psicodramma le due giovani pazienti che riporteremo nella parte clinica.

Una difesa dal dolore psichico in questi casi è evidente ma dovrebbe essere resa cosciente nel gruppo terapeutico, perché possa accompagnare i pazienti a riconoscere infine la realtà e la legittimità di questa sofferenza, a metterla in scena, a farla esistere per poterla poi trasformare insieme in parola.

Il “noi psicoanalitico”, il soffrire insieme nella seduta di psicodramma analitico si costituisce come fattore terapeutico specifico in casi traumatici particolari, senza mancare il dettaglio, lo sguardo e le identificazioni (Lacan, 1962-63) (2) in quanto viene ad assolvere una funzione di cura inesistente nella vita del soggetto, mai vissuta, contrastata e colpevolizzata dai genitori e in genere dall’ambiente della crescita.

La “koinodinia” (Corrao,1982, 1986) la funzione di “comunanza, mescolanza” più in generale designa «ciò che è comune, condiviso» e segnala un fatto preciso: «mettere in comune il dolore» è un processo, caratterizzato da forme proprie, diverse da quelle di altri vissuti e sentimenti. Corrao riprende il concetto di “campo” come modello teorico. In questo articolo, egli sviluppa una teoria del campo, valida per la psicoanalisi di gruppo ed anche per psicoanalisi nel setting tradizionale, collegandosi strettamente alla teoria di Bion. Tale funzione è diversa dalla generica empatia che si riferisce a tutte le emozioni; soffrire insieme il dolore mentale per queste pazienti è proprio ciò che non è stato mai possibile, è “l’interdetto” (Lacan 1960). In mancanza di tale funzione la sofferenza del bambino non è compresa né tollerata, anzi viene percepita come intenzione di fare soffrire l’altro.

La sofferenza psichica è colpevolizzata, tutto deve avvenire secondo una modalità lineare, semplice o meglio semplificata, attenta ai fatti e ai risultati, privata di debolezza e di errore. Bleger parla di “io fattico” (1967). Tutta la vita psichica viene così raffreddata e sterilizzata. Il paziente non fa che ripetere e riattualizzare attraverso identificazioni patologiche e alienanti tale modalità nel rapporto con sé stesso, con gli altri membri del gruppo e con le analiste co-terapeute. Le due giovani pazienti del gruppo che descriveremo, ripropongono nella seduta uno stile di linguaggio e di pensiero monotono, cupo, freddo e poco accattivante che facilmente induce sentimenti soporiferi di noia. L’atmosfera del campo gruppale si colora di angoscia morte. Le due giovani donne del gruppo, Mina e Malika, nel corso delle sedute si guardano di sottecchi, si evitano, confliggono l’una annientando l’altra, ma poi grazie alla costanza della terapia in una seduta di gruppo, che riporteremo, si rispecchiano nel poter finalmente condividere la depressione e i momenti più distruttivi. Verranno fatte giocare due scene in cui dopo il cambio di ruolo finalmente si vedono davvero e si comprendono. Mi vedi? Mi ascolti? Mi comprendi? Quindi esisto (Winnicott, 1967,1971).

Emerge in questo modo la speranza di essere aiutate passando dalla conflittualità edipica e pre-edipica alla rinuncia del possesso dell’oggetto materno e dell’identificazione narcisistica proveniente dalla fusione con l’oggetto ideale primario e attraversando il dolore del lutto.

Le due giovani pazienti che riportiamo nella parte clinica hanno potuto avviare un percorso identitario passando dall’angoscia di impotenza e annullamento reciproco l’una dell’altra al riconoscimento del legame e della necessità della relazione tra fratelli e sorelle (Kaes 1988) (3). In questo senso condividiamo l’idea che il complesso fraterno strutturi la vita psichica individuale e sociale, la formazione e l’individuazione del sé.

Parte Clinica

12 settembre

Entra la nuova paziente, Mina, nel gruppo di psicodramma analitico, ventidue anni, studia una facoltà umanistica. Nonostante l’ansia sociale di cui ci parlerà già durante il primo incontro le viene riconosciuta da alcuni partecipanti buona capacità di esprimersi, mettersi in gioco, entrare in empatia.

All’incontro successivo saranno presenti Mario, Mina, Malika e Layla

Mario (50 anni, dipendente Comunale, single, vive con la famiglia di origine, membro storico del gruppo che frequenta da diversi anni) rompe il ghiaccio dopo un momento di silenzio: «Ci vorrebbe un po’ di animo, faccio fatica a fare qualunque mossa, mi chiedo cosa debba scattare in me… Mio babbo è un anno che deve essere operato, non l’hanno chiamato, siamo ancora in attesa, ma intanto il tempo scorre»

L’animatrice trova interessante questo collegamento di Mario con il padre.

Mario: «L’altra sera c’era un concerto, tutti sono andati tranne io e lui; va bene il legame ma se diventa simbiosi no… ci ho pensato dopo: non volevo lasciarlo solo, ma il tutto è molto bloccante… forse era anche per non lasciarmi solo».

Animatrice: «C’è uno stato di fusione, di indifferenziazione, c’è un dolore nel momento in cui cerco di uscirne?».

Mina: «Ogni tanto fa paura il distacco dai genitori, per me è stato complicato trovare lavoro, crescere, andare avanti, distaccarmi dalla comfort zone. A 15 anni mi hanno costretta ad andare a lavorare ma è stato traumatizzante».

Mario: «Quando studiavo non vedevo l’ora di andare a vivere a Bologna ma poi nella solitudine sono caduto nell’apatia, ero assente e mi sentivo pesante come un sasso che va a fondo».

Layla (35 anni, mamma e lavoratrice appassionata allo studio, partecipa al gruppo da alcuni anni), in quel momento prova ansia: «Sento delle urla forti provenire da fuori!».

Mario: «Mi sforzavo ad andare in sala lettura ma facevo una gran fatica, una volta sono dovuto uscire a respirare un po’ d’aria … E poi mi sono incontrato con un vecchio amico e da lì le cose sono migliorate…».

Layla: «Io ho risolto con la fuga, mi agganciavo a mia sorella maggiore, non vedevo l’ora di stare da sola e fare la grande. Giocavo a fare la ricercatrice».

Animatrice: «Questi primi distacchi… ma c’era un gancio».

Layla: «C’era un gioco di proiezioni, dei tentativi sull’identità, poi a un certo punto i genitori invecchiano, la responsabilità cresce».

Malika (24 anni, studentessa universitaria di una facoltà umanistica, soffre di disformismo corporeo che la porta a ricorrere a piccoli ritocchi per migliorare il suo viso che non arriva però mai a soddisfarla, frequenta il gruppo da 3 anni): «Mario mi ha ricordato un’amica che non esce se litiga col moroso, ma a me suona strano, io non ho questa simbiosi con nessuno, se la cosa è importante ci sono altri modi per farcela da soli. Ora ho l’ansia perché la settimana prossima vado a Formentera con le mie amiche, mi turba non essere a casa».

Mina: «Io avevo paura a fare le esperienze nuove, non ero pronta. Tuttora mi preparo tanto per fare ogni cosa perché ho paura».

Animatrice: «Forse sei anche tu che ti difendi da quest’ansia di rimanere sola».

Si farà il gioco di Mario che sceglie di restare a casa con il padre, inizialmente dirà di sentirsi rassegnato.  Layla doppia Mario: «Io mi sento in colpa, fare una cosa che non mi può far star bene è faticoso, mi mette ansia tutto sto imbrigliamento, mi da un groppo in gola».

Nell’inversione di ruolo l’osservatore interpretando Mario propone un’alternativa: «Tu te la sentiresti papà di stare a casa da solo?».

Babbo: «Io sì sei tu che hai problemi a stare da solo».

Nei giochi emergono intense proiezioni. Dopo un’ulteriore inversione di ruolo Mario, nei panni del babbo, alla possibilità che il figlio possa effettivamente andare al concerto lasciandolo a casa risponde: «Peccato potevamo mangiare insieme»

L’analista aggiunge doppiandolo: «Come quando da bambino ti davo il biberon, ma non vorrai mica crescere e lasciarmi solo?».

Layla doppia Mario: «Possiamo passare del tempo insieme anche senza fare il ricattino, c’è una gran confusione, il mio sé è confuso».

Dopo il gioco Mario dirà di aver fatto fatica a giocare, una delle due terapeute fa un lapsus e capisce «Ho fatto fatica a vivere».

Mina: «Mia mamma mi fa fare le faccende, vorrei andare a fare un’esperienza all’estero ma lei mi dice “non voglio che te ne vai, ci devi aiutare da vecchi”… io soffro, dico che faccio come mi pare ma poi mi adeguo e ogni volta sento il senso di colpa».

Gioco di Mina a 15 anni con la mamma, interpretata da Layla

Mamma: «C’è uno stage lavorativo da fare, forma tantissimo e puoi prendere anche qualcosa».

Malika doppia Mina: «Potevi parlarmene prima, chiedermi cosa ne pensassi».

Mamma: «Basta con tutte queste ansie, trovo sia un’opportunità, pensa che quando io avevo 13 anni lavoravo».

Layla nel cambio di ruolo dà voce a Mina: «Io ho una dignità, non mi hai mai chiesto niente su cosa volessi fare, devo diventare per forza come te?».

Animatrice (riprendendo le ansie a cui a inizio seduta aveva dato voce Layla): «C’è qualcuno che grida da fuori … tu vuoi controllarmi!».

Mamma: «Sei troppo piccola, non capisci».

Mina: «Sì, sono adolescente e mi posso arrabbiare».

Layla: «Finché c’è la rabbia c’è una ricerca».

Mario: «Ho visto nel gioco Mina con le spalle al muro».

Mina sente ansia nel gioco risentendo l’ambivalenza di una mamma che sprona a crescere per poi chiederle di restare lì ad accudirla e non separarsi; c’è un forte senso di colpa che impedisce la possibilità di differenziarsi.  Sentiamo la rabbia che grida “da fuori”, vorrebbe liberarsi-rivelarsi, ma sentiamo anche la tristezza: sono tutti sentimenti che vanno ascoltati e compresi, attraversandoli è possibile dare un senso che possa portare a prendere le proprie scelte di maggiore autonomia senza questo senso di colpa castrante.

Nelle sedute successive le due giovani pazienti del gruppo, Mina e Malika si “alternano”: una volta manca una ed è presente l’altra, viceversa la volta successiva.

Il 31.10 sono presenti solo Malika e Mario, manca anche una delle due terapeute e Malika svela di stare pensando di lasciare il gruppo per un corso che vorrebbe seguire, faremo un gioco in cui emergerà la paura di crollare senza il gruppo. Malika: «Perché non posso essere come i miei amici che possono scegliere senza bisogno di terapie? Mi vergogno!».

La terapeuta interviene sostenendo Malika: «Dirlo nel gruppo è una condivisione importante, una forma di liberazione». Poi invita Malika a non agire lo strappo, bensì riparlarne in gruppo tanto più che mancano la maggior parte dei membri.

Mario racconta quando anni fa voleva lasciare il gruppo per un’attività sportiva ma l’analista lo chiamò per parlarne in gruppo e alla fine capì che stava scappando e il suo lavoro non era concluso.

Dopo due settimane di assenza di Malika il 28.11.23 sono finalmente entrambe presenti Malika e Mina.

Malika inizia a parlare con grande aggressività: «Per me come si è chiusa l’ultima seduta non aveva senso, mi è stato detto cosa fare, non posso rimandare a fra 15 anni il raggiungimento dei miei obiettivi!  Mario mi ha fatto molto arrabbiare quando mi ha detto cosa devo fare: cosa parlo a fare se ignori quello che dico?».

Analista: «Forse hai provato un grande desiderio di venire ascoltata e quando non ti sei sentita capita ti sei sentita delusa, per questo motivo ti sei arrabbiata? Come con i tuoi genitori?».

Malika: «No, sono sempre stata molto testarda e se non venivo ascoltata mi facevo ascoltare a forza».

Analista: «C’è la possibilità che io dica “no” e cosa succede quando è l’altro a dirmi “no”? Cosa può significare?».

Malika: «Iniziavo a sclerare e ottenevo ciò che volevo».

Analista: «Si possono provare emozioni intense che possono far percepire come una disintegrazione, pensiamo a un bambino che si sveglia e non trova la mamma, può sclerare».

Malika ha gli occhi lucidi

Analista: «Forse c’è un bisogno di ascoltare, andare vicino a capire il proprio sé, di cosa si può aver bisogno, cosa si può sperare? I genitori possono non essere in grado di rispondere a ciò di cui si può aver bisogno».

Malika racconta di una madre che le dava dei divieti senza spiegazioni e non mostrava un reale interesse verso di lei; Mina si collega a questo vissuto: Anche io sentivo la stessa cosa verso mia mamma che mi dava dei divieti, poi però non ci teneva davvero a me per altre cose.

Mario: «Oggi ho sentito due piani diversi: Malika esprimeva la rabbia, la Dottoressa rispondeva “facciamo la terapia”… Io ricordo che volevo giocare a calcio ma i miei preferivano facessi atletica, mi rendo ora conto che se aderisco alla loro visione sono bravissimo, invece ho aderito al mio desiderio e mi è stato fatto pesare. Nel gioco non ho visto una madre autoritaria, ho visto una madre spenta, depressa».

Forse è più facile dire di no se ci sono due mondi separati (il sé e l’Altro) che non comunicano.

Mina: «Per mia mamma c’è solo l’università e farla come vuole lei».

Analista: «Una bimba ideale, fa pensare a qualcosa di molto doloroso, dover essere come tu mi vuoi … farebbe impazzire, si cerca di separarsi da questa identificazione alienante».

Layla dirà che davanti a una rabbia così ci si sente un po’ disintegrati, ma la rabbia può servire per il processo di soggettivazione (come descritto da Lacan 1962).

Mina: «Comunque anch’io facevo così, facevo delle scenate, dovevo sfogare la rabbia di non sentirmi ascoltata in generale».

Malika: «Io ero molto più calma prima, dalle scuole medie ho avuto più reazioni rabbiose incontrollate, ero in guerra con mia madre».

Mina che in gruppo si mostra sempre posata e riflessiva riporta vissuti di rabbia intensa rivedendosi in Malika, che a sua volta porta una rabbia distruttiva ma che tuttavia, attraverso il rispecchiamento in Mina, può riconoscere la sua parte fragile che ha dovuto difendersi dal rischio di indifferenziazione.

In questo incontro Malika e Mina, insieme nella seduta di gruppo dopo tanto tempo, si supportano e sostengono guardandosi in maniera diversa in un gioco di identificazioni e rispecchiamenti. Se inizialmente, dall’arrivo di Mina nel gruppo, Malika si è sentita come spodestata dal suo ruolo di “giovane che non può essere capita” e questo l’ha portata a entrare in rivalità con lei, come una bambina che vorrebbe una sorella ma quando arriva soffre per l’attenzione che le viene data, è stato possibile vedere come il  gruppo di psicodramma, attraverso i giochi e cambi di ruolo, abbia reso possibili delle trasformazioni, ora Malika riconosce delle parti di Mina anche in se stessa e questo le sta permettendo pian piano di accogliere anche quelle parti di sé che prima venivano rifiutate.

Conclusioni

Attraverso la drammatizzazione si mettono in scena le proprie vicende personali, il proprio teatro interno. Petrella (2011) scrive: «Tra le tante varie proposte riabilitative e terapeutiche, sicuramente le esperienze con il teatro, che già possedevano una consolidata tradizione attraverso lo psicodramma e le sue molte varianti, godono di un particolare prestigio, dovuto alla natura profondamente antropologica e sociale della dimensione teatrale e spettacolare».

Durante la rappresentazione le pazienti giocano diventando le attrici che riempiono di contenuti il ruolo che gli è stato affidato. Anche se ci sono delle cose che sono state definite, azioni che devono essere svolte e parole che devono essere dette, la rappresentazione della scena è sempre creativa e va al di là del ricordo di chi l’ha proposta. Nel gruppo terapeutico emerge sempre qualcosa di nuovo che consente di rivedere il ricordo da una posizione nuova. Oltre a esperire un’esperienza nuova che va a irrobustire la struttura vulnerabile del sé e aprendo a nuovi movimenti evolutivi.

Non si tratta di consentire solo il risalire alla verità storica, come nel Freud della ricerca del trauma, ma di mettere in azione la rappresentazione di ciò che si mette in opera al di là della verità storica.

Le due pazienti che per paura e angoscia della relazione si evitavano e frequentavano il gruppo in alternanza piano piano elaborando l’ansia e la rabbia hanno potuto rispecchiarsi, entrare in empatia e differenziarsi.

Nello psicodramma analitico, lasciandosi andare alle proprie libere associazioni, si cerca di creare un campo emotivo che consente l’esperire e simbolizzare le sensorialità corporee ed emotive comprendendole e contenendole. Sono associazioni anche agite fatte di sguardi, suoni, parole ma anche di azioni: movimenti, gesti, espressioni del viso, tono della voce. È chiaro che ogni membro del gruppo, membro-attore, pesca da sé stesso, dalla propria sensibilità, dalla propria storia personale, nel dare la propria versione del personaggio, ma non solo da questo. Ogni partecipante insieme agli altri membri nell’atto del giocare, dà vita alle associazioni del gruppo, alle ambivalenze amore-odio e ai conflitti per non rimanere bloccati in guerre incancrenite e mortifere.

Cinzia Carnevali

Psicoanalista, Membro Ordinario con funzioni di Training della Società Psicoanalitica Italiana SPI e IPA. Presidente del Centro Adriatico di Psicoanalisi e dual member del CPB. Analista di gruppo, Membro Didatta SIPsA-COIRAG. Già Psicologa del Servizio Materno infantile e del Consultorio presso L’USL n.40 di Rimini Nord.

Stefania Fabbri

Psicologa, psicoterapeuta, Membro Associato SIPsA

NOTE

(1) Carnevali C. (2017), Trasformazioni nell’esperienza analitica a partire dalla relazione corpo-me

(2) Lacan J. (1962), Tutto il discorso sull’identificazione è articolato da Lacan intorno al tratto di struttura, passando dal tratto unico d’identificazione freudiano alla domanda che si ripete.

(3) Renè Kaës (1998 e 2005) «ll complesso fraterno ha una struttura, una dinamica ed un’economia specifiche. La sua struttura triangolare e le sue componenti pre-edipiche fanno sì che si articoli per numerosi aspetti al complesso nucleare».

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– (2020), Inconscio e trasformazioni in analisi: corpo, oggetto del bisogno e fantasma sessuale, in Trasformazioni del Trauma in analisi. Sogno, libido e creatività a cura di C. Carnevali e L. Martin Cabrè, Alpes 2023. Presentato al Congresso Nazionale SPI «Inconscio, inconsci» Sezione: «Corpo Sessualità e Inconscio», 5-6 febbraio 2021

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