RICCARDO COCCHI, DANIELA LO TENERO – Architetture impossibili, analisi confinabile e inconfinabile

Noi siamo solo la buccia e la foglia.

La grande morte che ognuno ha in sé

È il frutto attorno a cui tutto cambia.

M. Rilke, (Il libro della povertà e della morte)

Dove lei non è. Il titolo appartiene a Barthes, il riferimento è all’insostenibile mancanza della madre morta. Potrebbe essere ugualmente il titolo di una seduta, se fosse lecito darne uno, una seduta in cui la paziente sviene nello studio dell’analista. Ella è dove lei non è.

Attraversata la soglia:

«Non mi sento bene!».

Subito dopo è il tonfo del corpo a prender parola. Sovvertiti i confini del setting, la distanza si annulla. Un tocco, imbarazzato, gentile, preoccupato, quello dell’analista.

Difficile parlare in quel momento e anche ascoltare perché la parola ha un tempo e un ritmo che sanno di cose già accadute simboli di ciò che è già stato.

Esiste un parco vicino a Norimberga dove opere d’arte sono disseminate tra i campi: c’è una porta socchiusa ma non ci sono pareti, eppure attraversandola si entra in un altro spazio.

Un passo e un tra-passo, un al di qua e un al di là.

In un recente articolo pubblicato su La Lettura (#664 del 16 agosto 2024), Guido Bosticco ci fa riflettere su come lo spazio fisico sia un’entità geometrica variabile, può essere modificato, alterato contraddetto. Così la mappa del setting è una cornice che induce a guardare quello stesso spazio – una stanza, una porta, una soglia – in un “certo modo” e attraverso un modello interpretativo.

Quale conflitto, interno ed esterno, si gioca sulla sottile linea di ingresso?

Del conflitto parla il verbo “entrare” e l’uso non è casuale.

Entrare in conflitto si dice, come a indicare il varcare di una soglia, l’accesso a una dimensione altra.

Ed è sulla linea immaginaria e reale, quella di trincea, che due eserciti si affrontano. Si vede bene in 1917 – film del 2019 del regista Britannico Sam Mendes, interamente ambientato sullo spazio di trincea. Protagonista è quella linea inabitabile, quell’avamposto di fuoco che diventa in realtà luogo di stazionamento e in qualche modo di esistenza.

Attraversamenti di confini a rischio vita, come quelli della frontiera tra Messico e Stati Uniti, muro che l’artista francese JR ha voluto annullare con un’opera-performance che allestisce una enorme tavolata «sui due fronti, in una continuità che è immaginata nella contiguità reale».

Si pone allora la differenza tra confini e frontiera.

Il confine si rappresenta come una linea, la frontiera è piuttosto una fascia che a differenza del primo non ha bordi netti e che con le sue frange crea un terzo spazio che il confine, quasi ne avesse timore, tende invece a ridurre al minimo.

«Ambivalenti questi confini provocano una reazione di sorpresa, di inquietudine, di timore, punti di tensione che risvegliano la curiosità. Per un verso creano delle barriere tra il consueto e l’inconsueto che spingono a scostare la tenda, a guardare attraverso il buco nello steccato, a spiare oltre le transenne. Per un altro verso sono varchi, punti di frizione e di contatto […]. I confini esistono per essere attraversati» (Rakusa I. 2011 p.89), così li definisce Ilma Rakusa, traduttrice svizzera, nel suo libro autobiografico Il mare che bagna i pensieri, e forse questo vale anche per i confini del setting.

Attraversare però senza sconfinare e l’associazione è all’acting out in cui qualcosa “svalica” dalla possibilità della parola all’irruenza dell’agire. Quel qualcosa sfugge all’assoggettamento dell’analisi e si traduce non di rado in atto che sanziona la rottura dell’analisi stessa.

L’acting out, nel caso della paziente che sviene, segna una discontinuità, ma non la fine della sua analisi.

Discontinuus, il termine indica mancanza di continuità, interruzione nel tempo o nello spazio. Se ci riferiamo a composizioni spaziali, plastiche, cromatiche, è una categoria critica con cui si individuano anomalie rispetto a un sistema coerente e regolare. In architettura la discontinuità manifesta uno iato tra le parti che può assumere aspetti diversi: configurarsi come “taglio”, quando un segno netto crea disgiunzione nella continuità di una superficie o volume; definirsi come “frattura”, quando la linea di scissione non appartiene a un’unica giacitura, divenire “interruzione” quando la mancanza di una parte rende il sistema incompleto e/o instabile.

Ritorniamo allora al concetto di porta, elemento architettonico che può permettere o impedire un passaggio, che si configura anche come taglio nel muro.

La porta di Duchamp esprime per Perrotti «una costruzione simbolica di situazioni inconciliabili, profonde. Così inconciliabili che è impossibile l’armonica composizione delle parti ed è possibile solo il compromesso […]. La Porta è la nevrosi, è il conflitto, è il compromesso psichico» (Perrotti P., 1975).

Se un terremoto dal profondo ci sconvolge, allora, solamente allora, la Porta, che è la risultante delle tensioni profonde, batte rumorosamente di qua e di là, cozzando violentemente contro cornici che sono troppo piccole e non la contengono più. È questo il momento delle nostre ansie, dei nostri momenti psicotici, delle nostre gelosie furibonde. Poi, a poco a poco, il movimento si fa meno violento e la Porta torna ad immobilizzarsi in una posizione che rappresenta il primitivo o un diverso equilibrio psichico. Compromesso che, qualunque esso sia, è l’unica possibilità di vivere la vita. E la Porta rimane fissa, silenziosa, illuminata, circondata da ambienti oscuri (Perrotti P.,1975).

Se un confine si attraversa, una frontiera può essere abitata, o è destinata ad essere una no man’s land? Chi vi ha diritto di cittadinanza?

Chi sono questi frontalieri del setting, e quali vantaggi – topico, economico, dinamico – possono esserne ricavati?

Riprendendo De Certau (1984) e Olwig (2008), Brambilla (2015) parla di borderscape, proponendo una duplice lettura a tale suffisso (-scape): se, da un lato, il termine rimanda alla fissità di un vertice di prospettiva, come rappresentazione di uno specifico punto di vista statico di una scena, dall’altro esso si presenta contemporaneamente come qualcosa di adattabile, malleabile, modulabile. Dunque, non soltanto una pura cartografia e rappresentazione di confini, ma anche tutte quelle pratiche – individuali e non – che quei confini abitano, modulano, modificano, e che di quei confini si prendono cura, per renderli abitabili (o ri-abitabili, ri-abilitabili). Dunque, non linee nette, inventate, piatte, bidimensionali, ma costruzioni e ricostruzioni mobili e multidimensionali (condensate? sovradeterminate?) in cui le pratiche spaziali raccontano la messa in forma di soggettivazione ed esperienze in cui il predominio dell’altro si declini tensivamente.

Il confine è il custode del conflitto, il conflitto è custode del confine.

Terreno di lotte e resistenze, alleanze e fughe, tra discorsi egemonici, pratiche di controllo, traiettorie pulsionali e contrattazioni oggettuali.

Limes, o Limen? Ci appoggiamo su un breve articolo da Jura Gentium.

Il termine limes, dall’ampio campo semantico, recide, è netto: è linea di confine e, per metonimia, frontiera fortificata, rinviando ad una dimensione militare (Limes/Miles), bellica; ci parla di strade presidiate da soldati, con postazioni fortificate e torri di avvistamento e di controllo. Sussume, dunque, significato di cesura, di limite da non superare, di chiusura difensiva rispetto ad un mondo altro.

Viceversa, limen, pur significando anche confine, frontiera, propriamente indica la soglia e, in senso figurato, può rimandare ad inizio, a principio. Se limes rimanda al baluardo di una chiusura definitiva, concettualmente inteso come affine a terminus, limen trova affinità con principium: è la soglia che autorizza al passaggio, consente rapporti, incontri, comunicazioni, è condizione di relazione.

Se il limes è esclusivo ed escludente, il limen è inclusivo ed includente.

Oltre questa doppia presentazione semi-antinomica fonetico-lessicale, il confine si presta ad entrare in risonanaza/dissonanza/consonanza con la duplicità, e con il conflitto.

Quale soglia-confine si designa/disegna, varcando il limes, e quale altro, oltrepassando il limen?

È un varcare un confine, o uno sconfinare?

Come si declina l’incontro/scontro/disincontro con l’altro: tra con-fusi, con-fini, con-tagi e con-flitti, tutti questi termini rimandano alla traccia del “con-”, un mai-senza che riporta tanto alla situazione antropologica originaria del disaiuto in relazione col patto interumano, quanto alla tensione pulsione/oggetto.

Sono con-dizioni, nel senso che il primato dell’altro necessita della parola con l’altro, per potersi dire?

Cosa avviene quando la parola cede il passo al non detto?  Impasse della parola? Svenimenti, assenze?

Il setting è il custode di uno spazio de-finito, o con-finato? In quali paesaggi ci muoviamo, dunque?

È stato Appadurai che, dissociando il suffisso “-scape” dal prefisso “land-”, ha risignificato il potenziale semantico del termine landscape, vocabolo inglese accomunato nelle sue sfumature anche alla parola italiana “paesaggio” (come pure, del resto, in altre lingue europee moderne), destinato a designare sia “la rappresentazione (per lo più visiva) di una porzione di spazio dotata di valori estetici”, sia “la ‘cosa stessa’, ossia il territorio nella sua concreta realtà fisica” e antropica. Tuttavia, appare necessario recuperare all’attenzione un’importante intersezione semantica, inscritta tra “-scape” e “shape”, con la quale “landscape” rimanda all’atto del “dare forma”, a una (ri-)composizione di spazi fatti dall’uomo sulla terra, che si presenta, funziona ed evolve in senso plurideterminato, polisemico, condensato, per servire a più, alludendo al collettivo ed al politico di aree terze.

Parafrasando Brambilla (ibidem), potremmo osare un “borderscape” che sia anche “bordershape”, alludendo ad un febbrile e continuo lavoro sul bordo, sul confine, sul conflitto. Lavoro (ma Pontalis avrebbe forse preferito “gioco”) di frontiera, di trincea, di faglia – indulgendo ancora in immagini che rimandano ad una geografia fatta di antropico-politico, bellico, tellurico-geologico…

Tra pratiche e rappresentazione, su quali resti si può lavorare? Come, dunque, avvicinare la faglia?

Una frattura nel setting, una frazione di tempo che dura brevi ma interminabili secondi, quasi già minuti.

Il paziente si ri-prende, si ri-anima, dopo la sua crisi epilettica di cui, egli, uomo ben oltre la mezza età sofferente fin dall’infanzia, mi aveva – del resto – appena preavvertito, preavvisato. Non solo con la parola. È lì, immoto, immobile, silenzioso, seduto. Assente. Dove lui non è.

Del resto, eccolo il resto. Un esubero della parola. In esubero dalla parola. Debris.

Nel vis à vis, il suo viso, il suo volto, pur guardando verso di me, verso dove è/era il terapeuta, è ri-volto verso altro. Dove lui non è.

Un interno? Un esterno? Linea di confine, o di conflitto? In viso, in-viso, di-viso, de visu.

“Ha visto? C’era, Lei”. È lì, e allora, che mi accenna della madre. Dove lei non è.

Assenze. Assensi. Ha senso?

In Francia, in-contrando una persona (personne) che non si vede da molto tempo, si può dire: “un revenant!”. Un revenant è un fantasma, qualcuno/qualcosa che ritorna dalla morte.

In Italia, forse, si direbbe “Chi non muore si rivede”. Vale a dire “Chi non muore, vede sé stesso di nuovo”.

Ancora, con Rilke (dalla prima della Elegie Duinesi):

Ma i viventi fanno

Tutti l’errore che troppo distinguono.

Gli angeli (si dice) di sovente non sanno

Se vanno tra vivi o tra morti. L’eterna corrente

Trascina sempre con sé attraverso i due regni

Tutte le età, e le sovrasta in entrambi col suono.

Acting out? Acting in? Agieren?

Nella tran(s)duzione dall’Agieren freudiano all’espressione inglese acting out qualcosa si dis-torce. Forse, va persa proprio quella sfumatura tra il performativo ed il resistenziale che è indovata nel cuore di un conflitto. Si sa come l’espressione acting out faccia inizialmente riferimento (in psicoanalisi e psicopatologia) ad un tipo di azione che l’analizzando compie, in alternativa al ricordare ed al mettere in parola un contenuto inconscio rimosso. Un agire, dunque, che attiene ad una impulsività tanto meno contenibile quanto più legata ad un fantasma inconscio, tanto più incombente quanto meno riconosciuto nelle sue origini e, dunque, nelle sue caratteristiche di ripetizione.

Acting out, dunque, tra rappresentazione (teatrale) ed impossibilità ad una rappresentazione, con la necessità di essere “drammaticamente” esteriorizzata, evacuata in fretta.

Si pone «un’enfasi sulla natura di una azione che sta al posto del pensiero» (M. Ponsi).

Ricordare, Ripetere, Rielaborare. Erinnern, Wiederholen und Durcharbaiten.

Curioso come in questo significante Erinnern riecheggi la memoria delle Erinni, divinità greche ctonie della vendetta di sangue – solitamente più associata al Materno. Un Materno che ritorna sotto forma persecutoria, di quella giustizia che s-con-fina nella vendetta sotto sembianze allucinatorie, automutilanti.

Tra confine e conflitto: la presenza/assenza dell’altro. Contatto? Contagio? Ineludibile impasto affettivo, bastione che m(a)i basta.

Un “con” che in-con-tra. Un “cum” che allude all’esser-Ci e alla declinazione di tempi logici e cronologici.

Si può dare “cittadinanza al conflitto”, come si chiede Ugo Morelli?

Intendendo con questo quel processo di tensione preziosa, sinecura contro la polarizzazione delle posizioni, postura che – sola, forse – può aprire al confronto, e non alla guerra ed all’antagonismo. Un esercizio di stile che, con-vocando l’altro, dice qualcosa di noi: accedere al conflitto, sostenerlo, richiede di disporsi alla “fatica della conoscenza” e al contemplare altre posizioni: oltre al relativizzare il proprio punto di vista, pensare tra le maglie di un orizzonte schizo-paranoide per accogliere un arcobaleno depressivo che consenta l’accesso ad un’area terza, transizionale, capace di creare/trovare/allucinare la presenza/assenza.

L’altro (il nemico, il migrante, lo straniero) è così agilmente de-rubricabile: più facile, più immediato, più comodo. Soluzione apparentemente più innocua, offre la possibilità, quasi pre-fabbricata, di un contenitore precostituito per le salienze e le emersioni che lambiscono le angosce di morte.

L’altro per noi, è tanto hostis quanto hospes.

L’altro, sta (ho-stis), e reca con sé e porta in sé l’inatteso.

Formazione dell’inconscio, come il sintomo, è il vero “ospite inatteso” che pare presentarsi sottoforma di nemico, con quote di angoscia più o meno libere. Ospite, come chi accoglie. Ospite, come chi viene accolto. Analista e analizzante. Io e soggetto dell’Inconscio. Rimosso e coscienza. In-coscienza.

Architetture impossibili in cui si ri-figurano le coordinate di una traiettoria perturbante e virtualmente palingenetica, un processo di ri-fondazione, di istituzione di un principio di speranza (ho-spes).

E allora se anche il corpo ha una sua memoria e una sua linea di frontiera, il corpo della paziente svenuta si fa da soma sema, segno di quel suo stare prostrata che nell’infanzia ha segnato il suo essere, distesa, calpestabile…calpestata. Nella riattualizzazione della scena, l’analista raccoglie un corpo esausto e lo accarezza come mai avrebbe potuto fare nel rispetto confini del setting. Acting out dell’analista autorizzato dall’emergenza (nel suo duplice significato di urgenza e manifestazione), annullamento della distanza nel tocco e qualcosa accade, di nuovo senza essere ripetizione.

«Ci sono pochi luoghi in una vita, forse persino uno, in cui succede qualcosa; dopodiché ci sono tutti gli altri luoghi». (Munro A., 2011).

Riccardo Cocchi

Psichiatra, psicodrammatista Psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico, Dottore di Ricerca (Ph. D.) in Ricerche e Metodologie Avanzate in Psicoterapia, Antropologo Culturale. Docente Scuola Coirag sede di Roma. Candidato IPA presso la Seconda Sezione Romana della SPI. Socio Centro Apeiron-SIPsA.

dr.riccardo.cocchi@libero.it

Daniela Lo Tenero

Psicologa, psicoterapeuta, psicodrammatista. ViceDirettore Scuola Coirag sede di Roma, VicePresidente e Membro titolare SIPsA. Responsabile psicoterapeuta presso il Servizio psicologico integrato EDUCATT dell’Università Cattolica del Sacro Cuore sede di Roma. Coordinatore progetto Sostegno ai nuclei familiari. Obiettivo Uomo ETS e Mun. V Roma Capitale.

danielalotenero@gmail.com

Bibliografia

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Barthes R. (2010), Dove lei non è, Einaudi, Torino.

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Eco U. (2011), Costruire il nemico e altri scritti occasionali, Bompiani, Milano

Croce B.E. (1985), Acting out e gioco in psicodramma analitico, Borla, Roma
Einstein A (1932), Carteggio, OSF, vol. XI, Bollati Boringhieri, Torino
Freud S. (1895), Progetto di una psicologia, OSF, vol. II, Bollati Boringhieri, Torino
Freud S. (1914), Ricordare, ripetere e rielaborare, OSF, vol. VII, Bollati Boringhieri, Torino
Freud S. (1919), Il Perturbante, OSF, vol. IX, Bollati Boringhieri, Torino
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Fornari F. (1966), Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli, Milano

Gabbard G. O. (2017), Violazioni del setting, Cortina, Milano
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Hillman J. (2005), Un terribile amore per la guerra, Adelphi, Milano
Leonelli Langer L. (2014), Note per una rilettura del pensiero di Franco Fornari sulla guerra, SPIweb
Magherini G. (a cura di) (1992), Introduzione, in Fornari F. Psicoanalisi e cultura di pace. Antologia di scritti sulla guerra e la pace, Edizioni Cultura della Pace, Firenze.
Morelli U. (2016), Conflitto in Doppiozero, 17 agosto.

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https://www.juragentium.org/forum/horchani/it/campanal.htm

https://www.societyandspace.org/articles/iborder-borderscapes-bordering

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