PAOLA MALQUORI L’inconscio politico o la politica dell’inconscio

A partire da un ennesimo fatto di cronaca di cui hanno parlato i giornali per giorni e giorni, e il cui eco è arrivato fino nelle stanze di analisi sotto varie forme, paure, ricordi, associazioni, e angosce, ci chiediamo qual è la posizione dello psicoanalista e del discorso della psicoanalisi rispetto a questi fatti di cronaca che parlano di violenza e che mostrano un Reale che eccede ogni discorso.

Nel mese di luglio, i giornali danno la notizia di una giovanissima donna che, in stato confusionale per un abuso di alcool, subisce una violenza da parte di un gruppo di ragazzi.

Le parole di commento degli stessi autori del crimine, parole crude che commentano il fatto successo in modo quasi impersonale, come se l’agente e la vittima non fossero persone, rivelano un limite del discorso e una criticità. Queste parole così crude, che fanno riferimento all’istinto e alla carne, ci fanno riflettere sulla differenza fra l’animale e l’uomo, su come si può distinguere l’istinto dalla pulsione o dal desiderio, e come si può trasmettere quel sapere sul corpo e sulla sessualità che il discorso della psicoanalisi ha fatto emergere da quando Freud ha cominciato a parlare di inconscio.

Sappiamo che l’unione sessuale serve sia alla riproduzione della specie, dato che mescolando i geni la specie migliora le capacità di adattamento, sia alla socializzazione, cioè a creare nuovi legami.

Gli studi di etologia dimostrano che fra i primati ci sono specie in cui il sesso non avviene solo nel periodo fertile delle femmine a scopo riproduttivo e che, soprattutto fra femmine, ci sono anche rapporti omosessuali, che favoriscono lo stabilirsi di nuove alleanze utili per procurarsi il cibo e ottenere così un vantaggio riproduttivo a lungo termine. Nei primati si osservano espressioni facciali e vocalizzazioni che fanno pensare al piacere, ci sono rapporti vis à vis in cui lo scambio di sguardi determina la durata del rapporto. Tutte queste osservazioni fanno ipotizzare che il piacere del sesso sia diventato un carattere trasmesso e trasmissibile.

Nella nostra epoca, il discorso della scienza che mira a un sapere stabilito sull’oggetto dell’indagine, e il discorso del capitalista che stabilisce un prezzo per gli oggetti prodotti, danno l’illusione che il soddisfacimento sia accessibile a tutti, senza differenza.

Sappiamo con Freud che la differenza è data dalla scelta oggettuale, quando la pulsione si dirige verso la meta per raggiungere il soddisfacimento pulsionale tramite un oggetto.

In un primo tempo logico, nella fase del narcisismo primario, il bambino assume come oggetto d’amore sé stesso e non gli oggetti esterni, ma successivamente una parte della libido si rivolge verso un oggetto esterno, scelto, che diventa l’oggetto amato. (1)

Uno stesso oggetto può essere investito e quindi soddisfare diverse pulsioni e causare una fissazione, come illustra il noto caso di Freud in cui la frase «Glanz auf der nase», il luccichio sul naso, è da intendere come “uno sguardo sul naso” glance (2). Il naso diventa un feticcio, nel momento in cui il significante Glanz, luccichio, scrive una traccia di godimento che il soggetto cerca di ritrovare sul corpo dell’altro attraverso la pulsione dello sguardo.

Nella sua rilettura di Freud, Lacan riconduce il narcisismo primario, cioè la fase in cui il soggetto investe sé stesso, alla fase dello stadio dello specchio, momento in cui il bambino si identifica all’immagine che vede riflessa anche grazie al riconoscimento dell’Altro che, con la sua presenza, con lo scambio di sguardi e di parole, autentifica l’identità del piccolo. Il bambino si identifica con l’immagine di un Io ideale, e allo stesso tempo identifica l’immagine di un altro a, il simile, che sarà oggetto di amore e di rivalità.

Allo stesso tempo non tutta la libido viene investita sull’immagine dell’altro, c’è un resto di libido che rimane sul soggetto e manca all’altro, ed è proprio questa mancanza a diventare l’oggetto di un possibile scambio nella dinamica dell’amore: “amare è dare ciò che non si ha”.

Prima di questa fase dello stadio dello specchio, in cui il bambino si riconosce nell’immagine riflessa dell’altro con cui si identifica – una fase che permette il costituirsi dell’immagine del corpo i proiettata in una forma illusoria di pienezza e di unità, in relazione a un altro a che fa da sembiante con cui ci si confronta per uguaglianza o differenza – non c’è distinzione degli oggetti che restano confusi, frammentati, indistinti o indifferenti.

Nel matema dell’immagine del corpo i(a), la distanza fra l’immagine di sé e l’altro è rappresentata dalle parentesi. Siamo nella dialettica dell’essere e dell’avere: io sono l’altro, io ho l’altro, ma se le parentesi scompaiono, annullando la differenza, i due termini i e a si confondono, e uno dei due può non esistere, non ci sono confini.

Nell’epoca del discorso capitalista in cui un oggetto vale l’altro e la differenza è data dal prezzo, lo specchio può diventare uno schermo che non riflette nulla, e il soggetto non può confrontarsi con la sua immagine e con la sua mancanza.

Se i e a coincidono, a non può più essere l’oggetto di investimento libidico, l’oggetto d’amore, sia nel senso che si resta in un autoerotismo in cui manca sia il mondo esterno che quello interno (3), sia nel senso di un’identificazione regressiva melanconica, quella che Freud definisce narcisismo secondario, in cui l’oggetto d’amore perduto coincide con l’io. Quando l’Io si identifica con l’oggetto perduto, Immaginario e Reale coincidono fuori Simbolico.

L’oggetto d’amore e l’oggetto pulsionale condividono spesso lo stesso destino nella cornice del discorso sociale, i modi di amare o vivere la sessualità variano a seconda dei tempi e dei luoghi. «Ai limiti del discorso (…) ogni tanto c’è il reale» (J. Lacan, Il Seminario Libro XVIII, Di un discorso che non sarebbe del sembiante, p. 26)

Il discorso tocca il reale proprio nel punto in cui manca il sembiante che fa da limite.

Questo avviene anche nel corso dell’analisi, quando un’interpretazione tocca il reale dell’analizzante, e può segnare un momento di cambiamento che prima non era possibile, (4) un tempo di soggettivazione come dice questa giovane analizzante: «Prima ero solo un aggettivo, ero “quella malata”, ero un sintomo, oppure ero “la figlia di”, “la sorella di”, adesso sono una persona», parole che ci portano sulla questione della soggettivazione e sulla relazione fra l’io e gli altri, una relazione di discorso e di sembiante.

Ricordiamo che, per la psicoanalisi, il soggetto emerge nelle formazioni dell’inconscio, negli atti mancati che rivelano la relazione di desiderio fra il soggetto e l’oggetto a che lo causa. Quindi potremmo dire che la psicoanalisi parla di a soggetto perché il soggetto è assoggettato a un discorso che precede la sua nascita, come il discorso dei genitori, o della società che lo accoglierà e che determinerà il suo modo di essere, “Tu sei questo” (5), cioè una figura di sembiante di un discorso.

Fuori della stanza d’analisi, cioè fuori dalla relazione che si instaura a partire dall’amore di transfert, nell’epoca della scienza, dell’intelligenza artificiale e della comunicazione sui social, come si può parlare del corpo, della sessualità e dell’incontro fra i sessi? Quali sono gli effetti della comunicazione online, tramite la quale sempre più spesso si svolgono le sedute, come dimostrano anche le varie piattaforme che propongono psicoterapie online? E se l’inizio determina anche la fine quali saranno gli effetti di questo mancato incontro fra i corpi?

Quando il reale eccede e non trova alcun sembiante che qualifica un discorso, può accadere un passaggio all’atto violento, irreversibile, un incontro col Reale al di fuori della cornice protettiva del fantasma.

«È certo che il comportamento sessuale umano è facilmente riportabile alla parata così com’è definita al livello animale. È certo che il comportamento sessuale umano consiste in una certa conservazione di questo sembiante animale. L’unica differenza risiede nel fatto che questo sembiante è veicolato in un discorso, e che a questo livello di discorso, e unicamente a questo livello di discorso, esso può essere diretto – permettetemi di dirlo – verso qualche effetto che non sarebbe del sembiante. Questo significa che, invece di usare la squisita cortesia animale, agli uomini capita di stuprare una donna, o viceversa.» (J. Lacan, Il Seminario Libro XVIII, Di un discorso che non sarebbe del sembiante, p. 26)

 

Le rivendicazioni transgenre così attuali, come anche la definizione della sessualità liquida, che sembrano varcare i confini di un’identità sessuale determinata dal sesso anatomico, sono forse un effetto dell’epoca della scienza e del capitalismo, in cui il valore dell’oggetto è determinato dall’uso e dal suo consumo.

L’oggetto da possedere, usare, buttare o sostituire, per buona pace della riparazione kleiniana, sembra diventare un oggetto che difficilmente può essere investito o animato dalla libido, e quando l’oggetto non è amato, l’uso può trasformarsi in abuso, come nei casi di violenza, fino alla morte nei casi estremi di femminicidio, spesso perpetrato da ex amanti, in cui l’oggetto amato è privato della vita, o per meglio dire del godimento della vita.

«Ho fatto un incubo, la solita scena che devo scappare, ma questa volta ero su una nave tipo da crociera, sono nella hall e a un certo punto la nave si inclina e prende acqua, capisco che sta affondando, non trovo la mia cabina ma bisogna abbandonare la nave, vado nella parte dov’è il ristorante e riempio una sacca di barrette, ne prendo tante non solo per me, sono un po’ in ansia non vorrei sembrare greedy, come si dice in italiano? Poi prendo dei sacchetti e li riempio con i cereali, arriva un ragazzo che me li chiede, gli dico di prenderne altri, ma lui vuole i miei io dico di no, allora con un arnese mi buca i sacchetti e fuoriesce tutto, della serie “se non posso averli io non li devi avere neanche tu”. Questa scena mi fa pensare a un femmicidio, abbandonare la nave una metafora della fine del rapporto dato che un’amica tempo fa mi aveva detto; “e se per una volta fossi tu a lasciare?”».

Ex, il prefisso latino che vuol dire “fuori da”, fuori dalla relazione d’amore non sono più nulla e non ho più nulla, e se non ce l’ho io non devi averlo neanche tu.

Ma quei giovani adulti, e quegli adolescenti che si definiscono fluidi, spesso dicono che amare un uomo o una donna è lo stesso perché quello che conta non è il sesso ma l’amore, amare e essere amati.

Ci troviamo dunque ad esaminare due situazioni opposte, da un lato un corpo automa che sembra rispondere solo all’istinto primordiale della riproduzione della specie, facendo a meno di ogni idea o fantasia di coppia, di relazione o di storia (nei casi di violenza facendo a meno anche dei limiti della legge). Dall’altro un’idealizzazione estrema della relazione “amare e essere amati”, che sembra andare al di là delle identità sessuali, ma che ci impone di riflettere sulle questioni dell’amore oggettuale, nel senso dell’investimento libico sull’oggetto, e sullo scambio di libido possibile fra soggetto e oggetto.

 

«Secondo me sono un neutro, cioè per gli altri sono come un neutro, gli altri non parlano né male né bene di me».

Jane è una ragazza di 16 anni che la madre porta in consultazione perché l’anno scorso ha cominciato a manifestare il rifiuto di andare a scuola, rischiando di perdere l’anno, un’impasse soggettiva che preoccupa entrambi i genitori. Racconta di non legare con le compagne di classe che sono tutte uguali, tutte vestite alla moda, le sembra di legare di più con i ragazzi.

 

Mi colpisce l’espressione “sono un neutro”, che poi si specifica in “per gli altri sono come un neutro”.

Il neutro è un genere grammaticale che si distingue dal maschile e dal femminile, è presente nelle lingue indoeuropee ma si è perso in quasi tutte le attuali lingue parlate. Il neutro sfugge alla logica degli opposti che determina un senso o un altro.  Ne parla così Roland Barthes nel seminario che tiene durante l’anno 1977-1978 al Collège de France:

«Definisco il Neutro come ciò che elude il paradigma. Che cos’è il paradigma? È l’opposizione di due termini virtuali di cui ne attualizzo uno, per parlare, per produrre senso. Do al Neutro una definizione che resti strutturale. Con questo voglio dire che per me il Neutro non rinvia a “impressioni” di grigiore, di “neutralità” d’indifferenza. Il Neutro – il mio Neutro- può rinviare a stati intensi, forti, straordinari. “Eludere il paradigma” è un’attività ardente, scottante» (R. Barthes, Il Neutro, Corso al Collège de France (1977-1978))

Le parole di Jane “per gli altri sono come un neutro” mostrano che si sta paragonando agli altri come moltitudine, l’altro è il gruppo, piuttosto che l’altro, l’ετεροσ cioè l’altro sesso (6); “sono come un neutro”, cioè un genere né maschile né femminile, al di là dei due opposti.

Ma se il sembiante serve a mostrare oppure a velare il reale del godimento, quale sembiante esprime la frase: “Sono un neutro”? Rivela un Reale della differenza sessuale che non riesce ad annodarsi all’immaginario e al simbolico, cioè non riesce a fare sembiante e quindi a produrre un’identificazione di genere? È un momento di impasse o si può fare a meno dell’identità di genere? (7)

Al di là della logica aristotelica del terzo escluso, che rinvia quindi a una coppia di opposti, Vero/Falso, Maschio/Femmina, come poter includere nel discorso il Terzo?

«Fintantoché infatti l’anima a(ni)ma l’anima non c’è coinvolgimento del sesso. Il sesso non conta» (J. Lacan, Il seminario libro XX, 13 marzo 1973, p. 79)

Arriviamo così all’hors-sexe, il fuori-sesso, che Lacan nel seminario XX paragona alla φιλια del mondo greco, un legame d’amore che permette di sopportare l’insopportabile, i φιλια si riconoscono e si scelgono. (8)

È a questo a cui si riferiscono i giovani che si definiscono fluidi, che dicono di poter amare sia un uomo che una donna, senza differenza, perché quello che conta è l’amore?

È alla φιλια che possiamo ricondurre il legame di transfert che rimane alla fine dell’analisi, su cui si fonda il legame e il desiderio di Scuola nel senso della trasmissione, nei cosiddetti “sparsi scompagnati” (9)?

Il disagio della cultura capitalista è la fragilità dei legami, “legami liquidi” (10) come diceva Zygmunt Bauman (11).

Cerchiamo di capire come la logica del discorso analitico, che nell’analisi si basa sulla relazione dell’amore di transfert, può apportare qualcosa di diverso al discorso dell’epoca attuale in cui viviamo.

Fino al seminario Ancora, e allo schema delle formule della sessuazione, Lacan fonda la differenza fra uomo e donna in base al modo di desiderare e di amare, la donna che non ha il fallo dona nell’amore ciò che non ha e l’uomo la desidera. La funzione del fallo regola la relazione fra i sessi intorno all’essere e all’avere (12), il fallo dunque è un significante nell’ordine simbolico e diventa quindi il sembiante regolatore del godimento, ma non tutto il godimento è localizzabile nell’organo.

Arriviamo così alla questione del sembiante e del Reale in gioco nei due sessi. Con le formule della sessuazione la differenza fra i sessi sarà determinata dalle diverse modalità di godimento.

Se da un lato l’uomo è più dipendente dal sembiante fallico, (nel seminario sull’angoscia Lacan dice che l’uomo “è ingombrato dal fallo”), la donna, che non lo ha, è meno legata al sembiante fallico, cioè non è tutta presa nel godimento del fallo. Ma qual è l’effetto che si determina nei singoli soggetti e nell’epoca, rispetto a questa libertà dall’annodamento fallico? (13)

Ci chiediamo se nell’epoca in cui viviamo ha ancora senso la frase: “Amare è dare ciò che non si ha”, quando la tendenza sembra essere piuttosto quella di prendere ciò che non si ha per avere tutto, ancora una volta nell’illusione e nell’ideale di completezza.

Per tornare al punto iniziale da cui siamo partiti, al fatto di cronaca, nella violenza di gruppo l’individuo si nasconde nella moltitudine, evita l’incontro con l’altro, l’eteros, e proprio per questo non è soggetto, non lo sono né la vittima né l’agente della violenza, moltiplicato e quindi annullato nel gruppo.

Il soggetto dell’inconscio è il soggetto del desiderio che si costituisce a partire dall’immagine dell’altro a cui manca quella parte di libido che rimane sul soggetto e che allo stesso tempo è la risorsa che permette ulteriori investimenti. Il desiderio è desiderio dell’altro, in senso oggettivo e soggettivo, e la mancanza è la moneta di scambio nella relazione d’amore che si basa sulla realtà fantasmatica di ciascun partner.

Il fantasma si sostiene sul discorso sociale, sugli usi e sui costumi, è una finestra sul reale, è la cornice attraverso cui ciascuno vede e addomestica il proprio Reale, per questo diventa per lo psicoanalista uno strumento per operare, uno strumento di “chirurgia dell’anima” (14).

Se l’anima è quello che permette agli esseri parlanti di sopportare l’intollerabile del mondo, cioè il Reale, e se proprio per questo, cioè per la sua estraneità al Reale, l’anima è fantasmatica, il compito della psicoanalisi o la politica dell’inconscio, è quello di continuare a parlare d’a(ni)mamore, per animare il discorso del soggetto e dell’epoca stessa in cui vive.

«In effetti non si fa che questo, parlare d’amore, nel discorso analitico. E come non accorgersi che, se consideriamo tutto quello che può essere articolato dopo la scoperta del discorso scientifico, è una pura e semplice perdita di tempo? Quel che il discorso analitico apporta – ed è forse questa dopo tutto, la ragione del suo emergere a un certo punto del discorso scientifico – è che parlare d’amore è di per sé un godimento» (J. Lacan, Il seminario libro XX, Ancora, 13 marzo 1973, p. 78).

La difficoltà è nel renderlo compatibile con la tendenza che ha il discorso analitico a fare sembiante del discorso della scienza, per questo motivo è necessario che l’analista sia almeno due: quello che produce degli effetti e quello che teorizza questi effetti. (15)

Nella terza conferenza che pronuncia a Roma nel 1974, dopo essersi chiesto se la psicoanalisi è un sintomo, Lacan dice:

«Chiamo sintomo ciò che viene dal Reale (…) Il senso del sintomo è il reale, il reale in quanto si mette di traverso per impedire che le cose vadano avanti, nel senso di rendere conto di sé stesse in modo soddisfacente.»  (Lacan, J., La terza, in La psicoanalisi n. 12, pp. 19-20)

 

NOTE:

(1) Freud S., Tre saggi sulla teoria sessuale, 1905.

(2) Freud S., Feticismo, 1927.

(3) Lacan J., Il Seminario Libro X, L’angoscia, 23 gennaio 1963

(4) «Il discorso dell’inconscio è un emergere, l’emergere di una certa funzione del significante. (…) Ma sono le conseguenze del suo emergere che devono essere introdotte affinché qualcosa cambi – qualcosa che non può cambiare perché non è possibile. Al contrario, è per il fatto che un discorso si centra a partire dal suo effetto come impossibile che ha qualche opportunità di essere un discorso che non sarebbe del sembiante18• (Lacan J., Il Seminario Libro XVIII, Di un discorso che non sarebbe del sembiante, p. 15).

(5) «Nel ricorso da noi privilegiato del soggetto a soggetto, la psicoanalisi può accompagnare il paziente fino al limite estatico del “Tu sei questo” in cui gli si rivela la cifra del suo destino mortale: ma non sta al nostro potere di esperti in quest’arte il condurlo al momento in cui comincia il vero viaggio» (Lacan J., Lo stadio dello specchio, p. 94).

(6) Nel greco antico ci sono due termini per definire l’altro: ετεροσ significa “altro fra due”, mentre αλλοσ “altro fra molti”.

(7) In francese c’è un’omofonia fra il significante impasse e s’en passer, farne a meno.

(8) «È dal coraggio nel sopportare la relazione intollerabile con l’Essere supremo che gli amici, i filoi, si riconoscono e si scelgono». Lacan J., Il Seminario Libro XX, Ancora, 13 marzo 1973, p. 79.

(9) «Per questo ho indicato nella passe la messa alla prova dell’istorizzazione dell’analisi, guardandomi bene dall’imporla a tutti, questa passe, perché non esiste un tutti a questo riguardo, ma solo degli sparsi scompagnati». Lacan J., Prefazione all’edizione inglese del seminario XI, p. 565.

(10) In fisica si definisce liquido quello stato della materia che può diventare solido o gassoso, che ha un volume ma non una forma propria e che quindi assume quella del suo recipiente, anche il fluido non ha forma propria, è una sostanza priva di rigidità  che non può sostenere uno sforzo di taglio per un tempo apprezzabile, i fluidi sono sistemi continui, composti cioè da un numero infinito di elementi.

(11) Bauman Z., Amore liquido.

(12) Lacan J., La significazione del fallo.

(13) Federici S., Calibano e la strega, Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria.

(14) Tysler J. J., Actualité du fantasme dans la psychanalyse, p. 10.

(15) Lacan J., Il Seminario Libro XXII, R.S.I, inedito, 10 dicembre 1974

 

BIBLIOGRAFIA:

Barthes R., Il Neutro, Corso al Collège de France (1977-1978), Mimesis, 2022

Bauman Z., Amore liquido, Laterza, Roma, 2006

Federici S., Calibano e la strega, Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, Mimesis, 2015.

Freud S., (1905) Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere V. IV, Bollati Boringhieri, Torino, 1989.

– (1927) Feticismo, in Opere V. IX, Bollati Boringhieri, Torino, 1989.

Izcovich L, Identité choix ou destin ? Stilus, Parigi, 2019

Lacan J., Lo stadio dello specchio, in Scritti, V. I, Einaudi, Torino, 1974

– La significazione del fallo, in Scritti, V. II, Einaudi, Torino, 1974

– Prefazione all’edizione inglese del seminario XI, in Altri Scritti, Einaudi, Torino, 2013.

– Il Seminario Libro X, L’angoscia, ¸ Einaudi, Torino, 2007.

– Il Seminario Libro XVIII, Di un discorso che non sarebbe del sembiante, Einaudi, Torino, 2010.

– Il Seminario Libro XX, Ancora, Einaudi, Torino, 2011.

– Il Seminario Libro XXII, R.S.I, inedito

– La terza, in La psicoanalisi n. 12, Astrolabio, Roma, 1993.         

Safouan M., Lacaniana, Les séminaires de Jacques Lacan, II, 1964-1979, Fayard, Paris, 2005.   

Tysler J. J., Actualité du fantasme dans la psychanalyse, Stilus, Parigi, 2019.

image_print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *