La parola conflitto deriva dal latino conflictus, participio del verbo confligo che ha sia un valore transitivo, con il significato di far incontrare, sia un valore intransitivo, che corrisponde al senso che più spesso diamo alla parola conflitto, che si traduce con urtare, contrastare, combattere.
Mi accingo quindi a scrivere le mie riflessioni su questo tema chiedendomi se il conflitto non sia l’indice di una separazione impossibile, che non si riesce a raggiungere perché qualcosa fa difetto nell’annodamento dei tre registri Reale Simbolico e Immaginario, come se a volte il conflitto fosse l’unico modo, l’unico anello che li tiene insieme.
Gli atti di violenza estrema dei fatti di cronaca che quotidianamente leggiamo sui giornali, danno l’impressione che quando qualcosa non tiene più, si tende a voler annullare l’altro, arrivando perfino all’atto che porta alla morte.
Se pensiamo alle guerre, sinonimo di conflitto, che cominciano quando un paese invade il territorio di un altro paese, notiamo che una soluzione sarebbe la creazione di due stati separati, ad esempio la risoluzione nota come “due popoli, due stati” che per il Medio Oriente prevede la divisione del territorio palestinese in uno stato arabo e in uno israeliano. Il perdurare del conflitto ci porta a pensare che sia una separazione impossibile, e che l’ideale dell’Uno, che in questo caso corrisponde a uno stato che vuole prevalere sull’altro annientandolo, sia l’impossibilità di fare esistere il 2 come terzo termine, cioè come risultato del 1+1.
Quando parliamo dei tre registri RSI, Reale Simbolico e Immaginario, ci riferiamo alla topologia di Lacan che sin dagli inizi del suo insegnamento usa gli schemi, i grafici, le figure topologiche, e infine il nodo borromeo per cercare di trasmettere quello che apprende dalla clinica del soggetto e a partire da lì costruire una teoria.
Dato che il linguaggio della matematica è l’unico che consente di evitare le ambiguità, gli equivoci o i cambiamenti di senso che l’uso della lingua comporta, Lacan usa i matemi e la teoria dei nodi per tentare di trasmettere la teoria della psicoanalisi e assicurarne la perennità, come dice nella Nota italiana:
«Il sapere di Freud designato come inconscio è ciò che l’humus umano inventa per la propria perennità da una generazione all’altra, e ora che se n’è fatto l’inventario si sa che dà prova di una mancanza di immaginazione.» (1)
Freud nel 1926 aveva sostenuto che la psicoanalisi non si può insegnare all’università perché è un’esperienza che va sperimentata in prima persona, sulla propria pelle. Lacan nel 1978 sostiene che la psicoanalisi è intrasmissibile perché non riguarda l’universale ma il particolare, anzi il singolare, e ogni psicoanalista ha il compito di reinventarla.
Cosa si può insegnare, o meglio cosa si apprende dall’esperienza per poi trasmetterla?
Potremmo dire che ogni caso va considerato a sé, e che lo psicoanalista deve reinventare la teoria ogni volta, caso per caso, in un’articolazione fra sapere, insegnamento e trasmissione, i tre termini chiave su cui si poggia l’analisi a partire dal transfert.
È indispensabile quindi che l’analista sia almeno due, cioè che sia quello che produce degli effetti nel corso della cura e quello che li teorizza a partire dalla cura (2).
Proprio per questo motivo, la figura topologica del toro, che ha un interno ed un esterno, può rappresentare bene il soggetto, mentre l’intersezione fra due tori rappresenta la dialettica fra Soggetto e Altro, cioè l’articolazione fra la domanda dell’uno e il desiderio dell’Altro (3).
Nella lezione del 15 marzo del seminario Il transfert, Lacan fa l’esempio dei primissimi momenti della relazione fra madre e bambino che si strutturano intorno alla domanda orale, il piccolo d’uomo domanda di essere nutrito e la madre, nel luogo dell’Altro, risponde a sua volta con la domanda di lasciarsi nutrire: «Sappiamo tuttavia che è nella modalità di confronto fra le due domande che si incontra quel piccolissimo gap, quella faglia, quella lacerazione in cui si insinua del tutto normalmente la discordanza, lo scacco preformato dell’incontro. Tale scacco consiste appunto in questo: che non è un incontro di tendenze ma un incontro di domande. Al primo conflitto che scoppia nella relazione di nutrimento, nell’incontro della domanda di essere nutrito con la domanda di lasciarsi nutrire, si mostra che un desiderio eccede la domanda (…)» (4).
Se l’incontro fra madre e bambino è un incontro di due domande, cioè fra due soggetti desideranti, l’Altro non è tanto un essere in carne ed ossa, quanto un luogo di parola, un luogo terzo in cui può avvenire un incontro. Il territorio Altro può favorire l’incontro, può far incontrare (come nella traduzione in senso transitivo del verbo latino confligo): far incontrare chi, o che cosa?
«È la madre che va e che viene. È per il fatto che io sono un piccolo essere già preso nel simbolico e che ho già imparato a simbolizzare, che si può dire che lei va e che lei viene. Detto altrimenti, io la sento e non la sento, il mondo varia a seconda del suo arrivo, e può anche svanire» (5).
Immaginiamo la scena di un neonato che piange, arriva la madre che, in un atto di transitivismo, gli parla e gli chiede: «Cosa hai? Che vuoi? Vuoi mangiare? Vuoi dormire?», cioè lei non-sa perché il bambino piange e si lascia interrogare dal pianto del bambino, fa delle ipotesi e crea uno spazio per costruire insieme a lui il senso del suo lamento. Diversa è la scena in cui al pianto del bambino, la madre risponde arrivando subito con il seno o un biberon per soddisfare un bisogno.
Senza uno spazio intermedio di parola e di supposizione, la domanda non riesce a emergere e il desiderio che la causa, confuso con il bisogno, si estingue:
«L’estinzione o l’annientamento della domanda nella soddisfazione non potrebbe prodursi senza uccidere il desiderio. Da qui nascono tutte le discordanze, di cui la più plateale è il rifiuto di lasciarsi nutrire nell’anoressia detta, più o meno a giusto titolo, mentale» (6).
Il rifiuto di lasciarsi nutrire può urtare l’altro che si sente rifiutato, inaugurando così un conflitto senza fine fra la madre e il bambino, intessuto di domande e attese reciprocamente insoddisfatte.
Oppure il soggetto si ferma in uno stato di inibizione che lo protegge dal rischio dell’atto, o dal passaggio all’atto.
La fobia può essere la manifestazione di un sintomo che marca il limite a un godimento, da non oltrepassare mai, e può essere intesa come una malattia della separazione (7).
Fabio, un giovane di 23 anni, si scompensa perché, su consiglio del padre, acconsente a firmare un atto notarile in cui la madre fa una donazione a lui e alla sorella di una piccola proprietà. Da quel momento si affollano nella sua mente tutti i pensieri che questo atto potrebbe causare: se la proprietà brucia dovrà pagare i danni e non potrà più comprare la casa nel luogo che desidera, prima aveva detto di no, ma poi non sa perché ha acconsentito: «Se non avessi fatto quell’atto…», risuona un po’ come il me funai della tragedia di Edipo: Meglio non essere mai nati.
Acconsentire alla firma dell’atto, lo porta fuori dal suo mondo interiore, nel territorio dell’Altro che assume l’aspetto persecutorio dei pensieri, vive un conflitto perché per struttura può stare bene unicamente solo, «nel suo mondo», andare verso l’Altro lo espone a un godimento enigmatico insopportabile.
Noemi è una bambina di 4 anni che viene in consultazione perché manifesta difficoltà di concentrazione e di relazione con i compagni dell’asilo, arriva in un momento in cui i suoi giovani genitori, molto litigiosi, stanno di nuovo per separarsi. In seduta inventa un gioco, lei è la principessa pirata-rapita che è in trappola e deve essere liberata, «chi curerà la principessa? Chi la guarirà?».
Nel gioco i pennarelli, che nelle sedute precedenti erano serviti a disegnare la storia, diventano gli strumenti della cura, quelli del dottore dell’ospedale, me li porge e mi chiede: «e adesso come fai?», le dico: «farò un taglio della rete per liberarti», «non basta tagliare la rete, perché poi mi devi tirare fuori».
La rete è la rete dei significanti diventati una trappola, nel momento che l’idillio della coppia e quindi della famiglia ideale finisce. Il conflitto della coppia si riflette sulla piccola Noemi, che porta la confusione dei genitori nelle relazioni con i suoi compagni dell’asilo, con cui litiga e non riesce a concentrarsi, a portare a termine i lavoretti. Se le sedute, il gioco e quello che dico, servono a tagliare la rete dei significanti in cui si trova dalla nascita, questo non è ancora sufficiente per uscire da questa trappola, tagliare la rete non basta per venirne fuori, per costruire un nuovo senso, nuove significazioni.
I genitori sono finalmente riusciti a concludere una separazione consensuale e Noemi ha cominciato a giocare con tutti gli animali mettendoli in ordine, mentre prima ne nascondeva uno che aveva «gli occhi cattivi che fanno paura», lo mette in fila insieme agli altri animali e dice che non le fa paura. Le faccio notare che prima le faceva paura, mentre ora no, allora prende il tigrotto e muovendolo ripete più volte «paura-non paura», iniziando così una dialettica significante fra due opposti che sembra tranquillizzarla.
Tutti i bambini attraversano dei momenti di paura che spesso dimenticano, altre volte invece si acutizzano dando luogo a delle vere e proprie fobie che sembrano marcare un prima e un dopo, un dentro, conosciuto e familiare, e un fuori che può assumere sia l’aspetto perturbante e insopportabile del «tutto è possibile, allora niente è possibile» (8), come nel caso di Fabio, sia assumere e identificarsi con un oggetto fobico, come nel caso del tigrotto della piccola Noemi o del cavallo del piccolo Hans.
«La fenomenologia della fobia rende abbastanza manifesto lo stretto collegamento tra paura e sicurezza. Vi renderete conto che per il fobico i momenti di angoscia si producono quando percepisce di aver perso la sua paura, quando cominciate a togliergli un po’ della sua fobia. È proprio in quel momento che egli si dice – Oddio! Non va. Non so più in quali posti mi devo fermare. Perdendo la mia paura ho perso la mia sicurezza». (9)
Se pensiamo al caso del piccolo Hans, Freud gli dice che aveva previsto che un giorno un bambino avrebbe amato troppo sua madre e per questo motivo sarebbe entrato in conflitto con il padre, e interpreta il sintomo, che si manifesta nella fobia, come un conflitto inconscio fra l’amore per la madre e l’amore-rivalità per il padre, riconducibili a un reale della separazione, come la paura che il padre, che nella realtà partiva, non sarebbe tornato. Il Reale è quello che della realtà non capiamo, quello che non riusciamo a simboleggiare.
«Non possiamo pensare la separazione che a partire dall’inseparabile. Il legame incestuoso è sempre all’opera, e lo è tanto più quanto è misconosciuto. La paura della separazione è l’angoscia al quale la fobia dà una forma. La distanza che il fobico mette con l’oggetto del desiderio ne assicura la dimensione simbolica. L’oggetto, in quanto allontanato, si può ritrovare» (10).
Se all’inizio sia Freud che Lacan considerano la fobia nel vasto campo della nevrosi, più tardi Lacan la definirà come una piattaforma girevole che può virare verso la nevrosi, verso la perversione o verso la psicosi, e solo ascoltando il soggetto, non avendo fretta di comprendere (11), potremmo intendere su quale versante porta il sintomo.
L’attacco di panico, di cui spesso sentiamo parlare nella stanza di analisi, è uno stato che segnala al soggetto la necessità di fermarsi prima di varcare un limite di godimento che si manifesta anche nel corpo, con la mancanza di respiro, il senso di soffocamento, la tachicardia.
Il caso del piccolo Hans e l’interpretazione edipica che ne fa Freud, è paradigmatico nel mostrare come l’amore incondizionato che un figlio o una figlia domandano alla madre, rivela un desiderio che eccede e che va verso un godimento percepito come senza misura, che non si sa regolare e che spesso crea un cortocircuito che si manifesta nel conflitto.
Ne parla in modo magistrale Annie Dofourmantelle nel suo libro La sauvagerie maternelle, titolo che potremmo tradurre con La ferocità, o La crudeltà materna, parola che indica nel materno un tratto non civilizzato, una barbarie che rimanda alla bellicosità, in altri termini al conflitto, come nella Teogonia di Esiodo, dove Gea (la Madre terra) che sorge dopo Caos, è uno dei quattro elementi da cui ha origine il mondo.
Nella prefazione al libro di Jaques Trilling James Joyce ou l’écriture matricide, Derrida parla di una maternità che richiama un matricidio impossibile e quindi un lutto impossibile.
Ma se il lavoro del lutto rimanda alla separazione, parlare di matricidio impossibile implica per un soggetto una separazione impossibile dalla madre e da tutto quello che implica il materno.
La maternità desiderata o rifiutata, accettata o negata, perfino surrogata, diventa nella nostra epoca un fatto politico che chiede una regolamentazione giuridica che limiti il potere selvaggio che il materno evoca, ma allo stesso tempo ci impone di riportare il discorso nel campo dell’etica della psicoanalisi che è la politica dell’atto, della libera scelta del soggetto che si oppone all’ineluttabilità del destino, come dice Freud nel 1922:
«Ma poiché le regole dell’analisi escludono decisamente una tale utilizzazione della personalità del medico, bisogna onestamente riconoscere che è posta qui una nuova limitazione all’efficacia dell’analisi: la quale non ha certo il compito di rendere impossibili le reazioni morbose, ma piuttosto quello di creare per l’Io del malato la libertà di optare per una soluzione o per l’altra» (12).
Nel momento in cui scrivo queste riflessioni, la cronaca riporta la notizia di una giovane donna di 21 anni che ha ucciso e sepolto i suoi figli neonati, poche settimane prima un giovane ragazzo di 17 anni ha ucciso tutti i suoi familiari, dichiarando che così pensava di liberarsi.
Storie di soggetti e famiglie apparentemente normali, al di fuori di ogni sospetto, che ci inducono a pensare che la normalità ri-vela, nel senso che ricopre con un velo, lo spazio e il tempo per poter pensare e dire.
Trascinati dal frenetico ritmo quotidiano della normalità, lo sport, la scuola, le relazioni, il lavoro, questi due giovani, non trovando quello spazio di pensiero e di parola che permetterebbe la distanza necessaria per non sentirsi invasi, compiono un passaggio all’atto per liberarsi dell’invasore.
La stanza d’analisi offre questo spazio di parola, uno spazio terapeutico, dove non tutti arrivano però, ed è per questo che la psicoanalisi non deve perdere la valenza politica, perché anche se si occupa dei più intimi disagi dei singoli, non si deve dimenticare che questi sono in stretto legame con il discorso dell’epoca, ed è per questo motivo che il discorso della psicoanalisi è extimo.
Secondo Lacan alla nascita il bambino si separa non tanto dalla madre, quanto da parti del corpo, la placenta e gli annessi, che appartengono ad entrambi i corpi e che sono quindi quell’elemento terzo che li lega e che li unisce.
Il momento della nascita determina una perdita, impone una rottura del legame che di due fa Uno, lasciando la traccia di un desiderio di fare Uno che, se rimane indecifrato, dona alla nascita l’aspetto dell’erranza, in un perenne esilio dal corpo materno, in cerca di un luogo dove stare.
Anche il sintomo che è la manifestazione di un conflitto inconscio, può essere un luogo in cui si è esiliati, un non-luogo in cui non ci si orienta, un territorio straniero di cui non si capisce la lingua, e che spesso si manifesta nel corpo, un luogo difficile da abitare, perché non si sceglie né il sesso biologico né i tratti secondari. Ci si adatta o meno al corpo, a volte si cerca di addomesticarlo ai desideri dell’Altro, o lo si fugge in un perenne esilio che può diventare mortificazione.
Come leggiamo nella poesia Supplica alla madre di Pier Paolo Pasolini (13) paradigmatica di un certo rapporto con la figura materna.
«È difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio», il figlio, come anche la figlia, sa di non somigliare all’immagine che la madre ha di lui, ma non sa come dirlo, come rapportarsi o far crollare questa immagine illusoria, un tentativo così difficile che spesso sfocia nel conflitto.
«Tu sei sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima di ogni altro amore», risuonano in questi versi la solitudine e la dimensione del tempo come correlati drammaticamente a un amore unico, insostituibile che genera angoscia e trasforma la solitudine in una condanna e l’amore in una scissione, «Sei insostituibile. Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data», «l’infinita fame d’amore di corpi senz’anima».
Il senso di solitudine a cui si arriva alla fine di un’analisi condotta fino al termine, è secondo Melanie Klein la perdita dell’ideale di unione con la madre (14) e la nostalgia conseguente di uno stato mai più raggiungibile.
Potremo dirlo in termini lacaniani, la fine dell’analisi è la perdita dell’ideale dell’Uno, del desiderio di com-prendere o essere com-preso dall’altro, dove il prendere è sinonimo di afferrare, impossessarsi.
Una destituzione dell’esercizio di potere, per una soggettiva etica del desiderio.
Paola Malquori
Psicologa, psicoterapeuta, AME analista membro della Scuola di Psicoanalisi dei Forum del Campo Lacaniano, addottorata in Psicopatologia all’Universitá di Tolosa II Le Mirail, socio dell’Associazione Interventi Disturbi Alimentari, collaboratrice esterna della Comunità Terapeutica Rêverie, esercita la psicoanalisi a Roma.
NOTE
- Lacan, Nota italiana, in Altri Scritti, p. 307.
- Lacan, Le Séminaire XXII, R.S.I, inedito, 10 dicembre 1974
- Lacan, Le Séminaire IX, L’identification, inedito, 21 marzo 1962
- Lacan, Il Seminario, Libro VIII, Il transfert, p. 221
- Lacan, Il Seminario, Libro V, Le formazioni dell’inconscio, p. 176-77.
- Lacan, Il Seminario, Libro VIII, Il transfert, p. 221-22
- Diamantis, Les phobies, ou l’impossible separation.
- Lacan, Le Séminaire IX, L’identification, inedito, 21 marzo 1962
- Lacan, Il Seminario, Libro V, Le formazioni dell’inconscio, p. 179
(10) I. Diamantis, Les phobies, ou l’impossible separation.
(11) «Al lettore che non abbia ancora egli stesso compiuto analisi, posso solo consigliare di non volere capire tutto subito, ma di prestare imparziale attenzione a tutto quanto viene detto e di attendere ciò che si dirà», S. Freud, Analisi della fobia di un bambino di cinque anni, Caso clinico del piccolo Hans, in Opere Boringhieri, V. 5, p. 526
(11) I. Diamantis, Les phobies, ou l’impossible separation, p. 248-9
(12) S. Freud, L’Io e l’Es, Opere Boringhieri, V. 9, p. 512
(13) «È difficile dire con parole di figlio/ ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio. / Tu sei sola al mondo che sa, del mio cuore, / ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore. / Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:/ è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. / Sei insostituibile. Per questo è dannata/ alla solitudine la vita che mi hai data. / E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame/ d’amore, dell’amore di corpi senza anima./ Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu/ sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:/ ho passato l’infanzia schiavo di questo senso/alto, irrimediabile, di un impegno immenso./ Era l’unico modo per sentire la vita,/ l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita./ Sopravviviamo: ed è la confusione/ di una vita rinata fuori dalla ragione./ Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire./ Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…», Pier Paolo Pasolini, Supplica alla madre.
(14) M. Klein, Sul senso di solitudine, in Il nostro mondo adulto e altri saggi.
BIBLIOGRAFIA
Derrida J., Stati d’animo della psicanalisi, Ed. ETS, Pisa, 2013.
Diamantis I., Les phobies, ou l’impossible separation,
Dufourmantelle A., La sauvagerie maternelle, Éd. Payot et Rivages Poche, Paris, 2016
Freud S., (1908) Analisi della fobia di un bambino di cinque anni, Caso clinico del piccolo Hans, in Opere, vol. V, Bollati Boringhieri, Torino, 1989.
Freud S., (1922) L’Io e l’Es, in Opere, vol. IX, Opere, Bollati Boringhieri, Torino, 1989.
Lacan J., Il Seminario, Libro V, Le formazioni dell’inconscio, Einaudi, Torino, 2004.
– Il Seminario, Libro VIII, Il transfert, Einaudi, Torino, 2008.
– Le Séminaire IX, L’identification, inedito, versione online.
– Il Seminario, Libro X, L’angoscia, Einaudi, Torino, 2007.
– Le Séminaire XXII, R.S.I, inedito, versione online.
– Nota italiana, in Altri Scritti, Einaudi, Torino, 2013.
Klein M., Il nostro mondo adulto ed altri saggi, Martinelli, Firenze, 1972.





